Rattoppare il digitale nella scuola italiana

Alla vigilia del capodanno cinese, il 25 gennaio 2020 tornavo a Torino dal BETT di Londra, la manifestazione europea più importante dell’Education Technology: tra gli stand delle aziende, molte presenze istituzionali dagli Emirati Arabi, Oman, Marocco, Francia, che invitavano ad iscriversi alle loro scuole, presentando i grandi investimenti in infrastrutture –nuove scuole, trasporti – per attirare insegnanti nei loro Paesi: inutile dire che la scuola italiana non c’era, né erano presenti startup o aziende italiane del settore.

A due mesi circa di distanza, nel pieno di un’emergenza che non si sa quando finirà, la scuola è nuovamente in primo piano  per la sua “mancata presenza”. La scuola che non c’è ha sconvolto la vita dei ragazzi e delle famiglie: con una sequenza di ordinanze e circolari, sono stati dapprima fermati i viaggi di istruzione, sospese le lezioni e chiuse le scuole, prima al 15 marzo, poi al 3 aprile e ad oggi senza una data certa di riapertura

Da allora quasi tutti gli insegnanti d’Italia – ognuno a suo modo, ha messo in atto strategie per continuare a “fare lezione”. Animatori digitali e in generale, i docenti più tecnologicamente preparati si sono impegnati giorno e notte a trovare soluzioni per  videoconferenze, gestire le classi a distanza e fare formazione ai colleghi. Nelle chat e sui social, gl insegnanti chiedono consigli “meglio Meet, Classroom, Zoom, Jitsi, Edmodo”,  “ma usiamo il registro elettronico”, “non bisogna usare whatsapp con gli allievi”,per la prima volta ho dato il numero di cellulare ai miei ragazzi“, “non servono le lezioni in video conferenza, basta dare i compiti e poi correggerli”, “io mi occupavo di elearning già trent’anni fa”  mentre le famiglie raccontano di studenti invitati a collegarsi alle otto del mattino per per essere interrogati a distanza,  e inevitabilmente il pensiero che va ai ragazzi fragili per condizioni di divario socio economico o di salute, difficoltà di apprendimento o scarsa conoscenza della lingua.

Voglio sottolineare che si tratta di una situazione generalizzata e non solo italiana: le scuole nel mondo stanno sperimentando l’immersione nel digitale, con qualche rischio di annegamento, inevitabile con il metodo  “ti butto a mare, così impari a nuotare”. 

Negli ultimi dieci anni  il MIUR ha erogato fondi per fornire dispositivi digitali, come le LIM,  fare formazione agli insegnanti, fornire nuovi ambienti di apprendimento e più biblioteche, fablab e classi del futuro, sostenere acquisti personali per gli insegnanti e gli studenti.  

Oggi si tirano le prime somme:  gli insegnanti e i ragazzi “fanno cose” con il  digitale, ma in generale sembrano prigionieri di un’idea di “scuola” che non è e non sarà più uguale a sé stessa. Il famoso aneddoto di Papert, che confronta sale operatorie e aule scolastiche dell’ottocento con quelle di oggi, non regge finalmente più.

Non si poteva essere preparati a questa situazione, totalmente inaudita per dimensioni e gravità, ma è innegabile che il digitale a scuola non ha ancora attecchito del tutto, anche se in Italia se ne parla dagli anni 90. Papert diceva, negli anni 80, che il computer era  visto come una minaccia, per il suo potenziale rivoluzionario: per questo forse i PC stanno nei laboratori e gli smartphone devono essere spenti, l’insegnante spiega e gli alunni ascoltano, poi ripetono cosa hanno ascoltato. E questo è il modello che molti insegnanti stanno riproponendo in questi giorni, attraverso il digitale.  Generalmente questa modalità tranquillizza le famiglie che in alcuni casi sono una delle barriere all’innovazione educativa, anche grazie a quello che Sonia Livingstone definisce “moral panic”, ovvero l’ansia sociale sugli effetti del digitale sui giovani.

Ora abbiamo un’occasione, vera, non un’esercitazione per utilizzare il digitale a scuola in modo diverso, per fare scuola in modo nuovo, e questo richiede fatica e impegno da parte del governo, delle scuole, degli insegnanti, delle famiglie e degli studenti.

Multinclude: più di 70 idee per l’inclusione

La squadra di Multinclude si è riunita a fine giugno per fare il punto sulle attivita’ in corso e sulla programmazione futura. Siamo stati ospiti per la seconda volta dell’Università dei Bambini di Vienna, all’interno del campus universitario.

Sono stati due giorni di lavoro intenso che ci hanno fatto riflettere su quanto abbiamo imparato dalla raccolta dei casi. Nella fase di analisi i partner dell’ONG ECHO, applicheranno la Teoria del Cambiamento – (il link porta ad un documento in inglese) per analizzare l’impatto delle pratiche raccolte e come possa scalare. DA una prima analisi sono emersi alcune caratteristiche comuni: le piccole organizzazioni hanno il maggiore impatto, un solo partner non riesce a creare impatto ed e’ necessaria una rete di attori, molte delle pratiche raccolte hanno la finalità di contrastare la dispersione precoce e hanno caratteristiche di intersezionalità.

Nei prossimi mesi è prevista la pubblicazione del lavoro di analisi che sarà la base delle creazione del tool che il progetto sviluppera per l’autovalutzione della capacità inclusiva di una scuola.

Sul sito multinclude.eu sono presenti 71 idee per l’inclusione consultabili attraverso il motore di ricerca che costitutiscono le fondamenta del progetto.

Questi casi saranno alla base della Learning Community a cui vi invitiamo ad iscrivervi dove si potranno porre domande agli autori dei casi ed eventualmente suggerire altri casi.

Nel frattempo se li avete persi potete approfittare di questo periodo di tranquillita’ per rivedere i tre webinar che abbiamo gia’ realizzato che raccontano casi reali di inclusione.

Potete leggere (in inglese) le prime storie di inclusione: una parla della scuola in ospedale in Ungheria e una parla del bellissimo progetto “La Grammatica Fantastica” ed in particolare di un caso di mutismo selettivo una delle buone pratiche evidenziate dall’associazione DSchola.

Alla ripartenza della scuola vi presenteremo il webinar su Tecnologia e Inclusione, organizzato da Dschola insieme a tutte le altre azioni di comunicazione e disseminazione previste dal progetto.

Stay tuned!

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Un gioco per conoscere il mare

Sono molto feliche che la rivista International Information & Library Review  -abbia accettato il mio articolo nella Digital Heritage Columns

L’articolo descrive il processo e il gioco sviluppato per il Responseable Project – e ha l’obiettivo di aumentare la conoscenza e la consapevolezza di come i nostri comportamenti influenzano il mare

L’articolo è scaricabili qui

Il Gioco è scaricabile qui

Sono molto interessata ai vostri commenti.

Educare nella diversità

L’Europa ha nella sua cifra il concetto di diversità: nel mondo esistono 7000 le lingue parlate, di cui 225 in Europa, e di queste 60 sono lingue minoritarie, ma questa diversificazione sta ulteriormente aumentando. Attualmente, il 4% della popolazione totale dell’UE è costituito da cittadini di paesi terzi e le proiezioni sulla popolazione prevedono che entro il 2050 sarà intorno al 20-40%: già nel 2020 il 25% degli studenti avrà background migratorio.

Le migrazioni e la globalizzazione stanno provocando cambiamenti sociali che creano nuove opportunità e sfide per le istituzioni educative. Il numero crescente di rifugiati, richiedenti asilo e bambini migranti portano le scuole e gli insegnanti a reinventarsi pratiche e strategie quotidiane per rispondere a nuovi bisogni di apprendimento.

Secondo dati OCSE PISA gli studenti che hanno una storia di migrazione di prima e seconda generazione hanno esiti scolastici peggiori dei loro coetanei, uno svantaggio condiviso anche da minoranze etniche e linguistiche storiche provenienti da contesti socio economici svantaggiati: le difficoltà linguistiche e programmi monoculturali, possono portare questi studenti all’abbandono scolastico.  Ragazzi che oggi non riescono ad acquisire conoscenze e competenze, domani saranno lavoratori marginalizzati e che probabilmente alimenteranno la cosiddetta gig-economy.

Secondo lo studio “Preparing Teachers for Diversity” la scuola è strutturalmente un luogo di diseguaglianza: mentre le aule europee sono sempre più diversificate, la popolazione degli insegnanti rimane ampiamente omogenea e spesso priva di consapevolezza riguardo ai propri stereotipi e alla diversità multidimensionale dei loro alunni: stereotipi che creano atteggiamenti negativi nei confronti degli studenti con un background linguistico, culturale, religioso diversi, nonché a nutrire minori aspettative, fino ad adottare metodi discriminatori nei loro confronti.

Per affrontare queste sfide è necessario che i sistemi educativi di tutta Europa dotino gli insegnanti di competenze interculturali, per valorizzare e adattarsi alla diversità ed essere culturalmente consapevoli di sé, e competenze comunicative per aumentare la capacità di riflettere sulle proprie convinzioni e differenze. Per superare le barriere linguistiche dei propri studenti, inoltre, gli insegnanti dovrebbero essere preparati al processo di apprendimento della lingua e in generale adottare approcci didattici inclusivi e non compensativi.

Un contributo per la formazione degli insegnanti alla diversità arriva dal progetto Erasmus+ Teaching in Diversity. I partner, esperti di diritti delle minoranze, diversità, minoranze linguistiche, progettazione didattica e media education, hanno dapprima identificato i contenuti e poi, progettato la formazione, erogata in corsi pilota nei vari Paesi di provenienza.  A partire da questa verifica sul campo è stata realizzata la versione online del corso, liberamente accessibile sul sito del progetto.

Il corso online è organizzato in sei moduli:

  1. gestione della diversità a scuola,
  2. diritti delle minoranze,
  3. non discriminazione e uguaglianza,
  4. diversità linguistica,
  5. diversità religiosa,
  6. incitamento all’odio.

Questi temi sono definiti e descritti, è indicato il quadro normativo di riferimento, alcune buone pratiche e quiz di verifica. Il corso è accompagnato da una guida disponibile in varie lingue, tra cui l’italiano, e da altri materiali.

La recente Raccomandazione europea sull’istruzione del 22 maggio 2018, richiama ai valori comuni e al rispetto dei diritti umani e delle minoranze, come contrasto a populismo, xenofobia, discriminazione e  radicalizzazione e prima di elencare le “competenze chiave”, richiama la necessità di “garantire reale parità di accesso ad un’istruzione inclusiva e di qualità per tutti i discenti, compresi quelli provenienti da contesti migratori, o da contesti socioeconomici svantaggiati, quelli con bisogni speciali e quelli con disabilità [..] come elemento indispensabile per realizzare società più coese”.  

La scuola è la speranza della società, quella speranza che come dice sant’Agostino “ha due bellissimi figli: lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per la realtà delle cose; il coraggio per cambiarle”.

Articolo pubblicato su FBK magazine il 19 novembre 2018

L’ascensore che non c’è

La scuola ha come obiettivo la conservazione dei rapporti sociali vigenti oppure l’inclusione e l’accesso alla conoscenza per far palestra di piena cittadinanza?

La scuola, con tutti i suoi difetti, costituisce uno degli ultimi momenti di aggregazione sociale: l’obbligo di frequenza fino ai 16 anni non permette ancora alle famiglie di esercitare la scelta di non far studiare i propri figli. Mandare un figlio a scuola è un costo per la famiglia, ma è un investimento che si fa, talvolta a costo di grandi sacrifici, per dare ai propri figli maggiori opportunità di quelle che hanno avuto i genitori: avere un titolo di studio è necessario per accedere a lavori qualificati e ben retribuiti, e di conseguenza ad un migliore posizionamento sociale. Purtroppo nella maggioranza dei casi questo non succede e la scuola viene messa sotto accusa, un apparato modellato per rispondere alle esigenze della società agricole e industriale che non esistono più, scrive Norberto Bottani nel 2013.

Ma questo ascensore sociale ha davvero mai funzionato? O piuttosto la scuola ha come obiettivo la conservazione dei rapporti sociali vigenti, limitandosi ad essere strumento di assimilazione di norme per la gestione della popolazione?

Nel libro La Maestra e la Camorrista, Federico Fubini, ci racconta un’altra versione della storia: partendo da un lavoro di ricerca fatto dalla Banca d’Italia che dimostra come in sei secoli, la distribuzione del reddito a Firenze non sia cambiata, e arrivano alla conclusione che “quando l’ascensore sociale si congela in una glaciazione semipermanente – le persone smettono di crederci”. E le persone smettono di credere agli altri, perdono la fiducia, perché il gioco è sempre a somma zero: ogni avanzamento è sempre a spese di un altro. Fubini racconta di come abbia intervistato decine di adolescenti del sud e del nord dell’Italia chiedendo quanto fossero disposti a “fidarsi degli altri” e arriva alla conclusione che il “successo nutre la fiducia e la capacità di fidarsi nutre il successo” e che “La sfiducia in ciò che ti circonda si trasforma in un veleno sottile che contribuisce a paralizzare l’ascensore sociale dal basso verso l’alto in Italia.” E poi prosegue il suo racconto su come abbia tentato di intaccare questa sfiducia facendo conoscere ai ragazzi della scuola di Mondragone a Caserta, persone che partite da situazioni di difficoltà hanno avuto risultati eccellenti.

La scuola come ultima barriera al degrado l’ho conosciuta al convegno organizzato dall’Associazione Europea dei Genitori (European Parents Association) che aveva come tema quello dell’inclusione: li ho avuto l’occasione di incontrare Eugenia Carfora la dirigente scolastico dell’Ist. Morano di Caivano, un paese a 10 km da Napoli. Lei ha raccontato dei suoi fallimenti e dei suoi successi nel riuscire a dare una scuola pulita e attrezzata ai suoi allievi e di come ogni giorno sia in trincea, anche lottando con le mamme che arrivano alle minacce fisiche: la sua storia è raccontata in questo video. C’era anche Sara Ferraioli di Maestri di Strada, che ha spiegato come il loro lavoro sta nella creazione di relazioni, con i ragazzi, con gli insegnanti e con i “genitori sociali”, volontari che ricoprono il ruolo di genitori pur senza esserlo.

L’inclusione passa anche per l’accesso alle tecnologie digitali, a patto che se ne faccia un uso non superficiale, ma che stimoli il pensiero critico e la passione per la scoperta e l’apprendimento. Nella discussione sul digital divide con genitori di tutta Europa sembra che i problemi siano comuni: poche infrastrutture e scarso uso in classe, e se qualcuno ritiene che lo stato non dovrebbe promuovere l’utilizzo degli smartphone in classe, altri lo considerano ormai l’equivalente della penna e del quaderno.

La crescita inclusiva necessita che il progresso della scienza e della tecnologia siano indirizzate da uno scopo, per evitare il rischio di ampliare le ingiustizie, la frammentazione sociale e l’esaurimento delle risorse: tale scopo è il benessere individuale e collettivo. L’agenda OCSE indica come obiettivo dell’educazione quello di fornire conoscenze, abilità, attitudine e valori per rendere le persone in grado di contribuire e di fruire un futuro inclusivo e sostenibile. Per raggiungere questo scopo sono state individuate tre nuove “competenze trasformative” definite come creazione di nuovo valore, riconciliazione di tensioni e dilemmi, assunzione di responsabilità. Tradurre le “competenze trasformative” in curriculum richiede la partecipazione dell’intero ecosistema educativo: studenti, insegnanti, dirigenti, genitori, decisori, ricercatori, sindacati, attori sociali e commerciali sono coinvolti in un processo di co-creazione per definire le linee guida dei nuovi sistemi educativi.

Nuovi sistemi educativi che permettano di affrontare l’incertezza e l’imprevedibilità del futuro, ma dove la speranza e la fiducia negli altri sembra ancora più indispensabile.

 

(questo articolo l’ho scritto per il magazine della Fondazione Bruno Kessler 

Image  of the Spiral Stair By Petar Milošević – Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=42663476

 

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DIGITAL EDUCATION – Un nuovo paradigma per le sfide di domani

Venerdi 13 aprile 2018  all’interno del convegno Digital Education dell’Università di Torino, si svolgera il workshop  “Startup Digi Educative” 

A due anni della prima edizione del convegno promosso da Cinedumeia, ci sara’ ancha la seconda edizione del workshop con startup che operano nel campo dell’ educazione e della comunicazione.

Nel 2016 abbiamo dialogato con Paolo Giovine di  PubCoder,  Antonio de Marco di Naboomboo e  Andrea Bolioli di Cross Library.

Nell’edizione 2018 sono stati invitati:  Edoardo Montenegro di Betwyll, MArco Iannacone di Tabletascuola.net, Sonia China di Tinkidoo, Alessio Neri di Fare Media Digitali, Pier Luigi Vona di Fablabforkids e Barbara D’amico di Viz&Chips.

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[:it]Megacoders[:en]MEGACODERS [:]

[:it]Siamo nel pieno della European Code Week 2017 e  l’Italia ha  superato gli 8000 eventi e noi di Dschola abbiamo voluto contribuire con un mega evento il MEGACODERS!

L’idea, di Stefano Mercurio, era quella di convocare 300 bambini in un unico posto per fare un mega coder dojo. Una follia che pero’ ha trovato subito alleati in Fablab 4 kids e Toolbox, e un sostenitore in Google. Leggi tutto “[:it]Megacoders[:en]MEGACODERS [:]”

{:it}L’estate è il tempo per le STEM{:}{:gb}Summer is the time for STEM {:}

{:it}Quest’articolo è stato scritto per Media and Learning Newsletter- July 2017

Minecraft, Robotics, Digital Fabrication, Videogames, Scratch, Digital Storytelling, Graphic and Web Design:  i campi estivi offrono l’opportunità di esprimere la creatività, acquisire competenze e sviluppare una nuova consapevolezza digitale.
Scienza, tecnologia, ingegneria, matematica, arte e lettura: STEM o STEAM o STREAM sono sinonimo di innovazione tecnologica.

Leggi tutto “{:it}L’estate è il tempo per le STEM{:}{:gb}Summer is the time for STEM {:}”

#TIMGirlsHackathon, inventrici di app

[:it]

#TIMGirlsHackathon, una maratona sulla programmazione al femminile.

Il 15 gennaio si è svolta in 4 città italiane  – Torino, Venezia, Catania e Napoli – la seconda edizione della   #TIMGirlsHackathon. La prima si era svolta a novembre a Milano, Roma e Bologna.
L’evento promosso da TIM in collaborazione con Codemotion, ha l’obiettivo di avvicinare le ragazze al “coding” e contribuire a ridurre il gap digitale,  utilizzando la modalità dell’hackathon   che sta per hacker marathon, ovvero una no-stop di sviluppo software a squadre.
Utilizzando  App Inventor, un ambiente di sviluppo software creato dal  MIT, è possibile anche per chi non ha particolari competenze informatiche, sviluppare semplici applicazioni da usufruire su piattaforme mobili.
Nell’arco di 7 ore le ragazze che si sono iscritte alla maratona, hanno imparato i rudimenti di app inventor  – con il supporto dei mentor messi a disposizione da CodeMotion – per sviluppare un’app che promuovesse l’uso consapevole del web e il contrasto al cyberbullismo.2016-01-15 16.18.03

Eleonora Pantò, componente del Centro Studi di Informatica Giuridica di Ivrea-Torino e membro della  giuria di Torino, ha assistito alla presentazione  dei lavori da parte delle 13 squadre, tutte intitolate ad una Musa della Matematica (si consiglia al riguardo l’interessante applicazione Muse della MIST ,  di Adriano Parracciani), per un totale di circa 70 ragazze.
Quasi tutte le app sviluppate erano orientate  a supportare le vittime, attraverso la possibilità di condividere storie  fra pari;  qualcuno ha  previsto l’intervento di soggetti esterni fornendo i  riferimenti;  una app prevedeva anche la possiblità di coinvolgere il   potenziale aggressore per farlo riflettere su quanto stava accadendo. Tutte le app prevedevano anche contenuti informativi: le ragazze erano preparate sul tema e anche emotivamente coinvolte nel raccontare casi di cui erano a conoscenza.
La conoscenza e la riconoscibilità di certi comportamenti abusanti è sicuramente un primo passo per  difendersi, ma il messaggio che si è cercato di trasmettere è che i giovani  – e in questo caso specifico, le ragazze  – devono trovare o ri-trovare, la propria autostima,   senza timore di farsi avanti,  né di  dover raccontare qualche fallimento.
E’ importante che eventi come questo si moltiplichino, affinché  le ragazze non rinuncino a capire “come funziona” o   pensino  “non fa per me”. Il futuro non può perdersi il loro contributo.

(pubblicato su http://www.csigivreatorino.it/)[:]

[:it]Imparare con i MOOC, come scegliere quelli giusti[:en]How to learn with Moocs and choose the right ones[:]

[:it]C’e’ un filo che parte  dalla condivisione dei materiali educativi (oer), passa attraverso i corsi aperti online (opencourseware) e arriva fino ai  MOOC. MOOC significa Massive Open Online Course – Corsi Aperti Online Massivi offerti molto spesso da grandi e prestigiose Università in modo gratuito.

I primi esperimenti di corsi online aperti e con grandi numeri di iscritti risalgono al 2008 (#cck08)  ed erano focalizzati sulle interazioni online fra gli studenti. Uno degli aspetti interessanti stava nell’esplorazione di modelli per educazione online basati su percorsi multipli, non predefiniti. La potenzialità del video in rete,  grazie alla riduzione dei costi per la produzione e la facilità con cui è possibile accederli e condividerli, ha dato vita alla Khan Academy e alla  flipped classroom (classi capovolte) e al moltiplicarsi in rete di video-lezioni universitarie.

Il modello del MOOC non è quello dell’Università telematica, che ripropone l’organizzazione universitaria, con le iscrizioni alle diverse annualità, i corsi, gli esami, i crediti.  Con i MOOC lo studente ha la possibilità  di accedere ad un’offerta a buffet,  all-you-can-learn, in cui i corsi sono a disposizoine gratuitamente, non ci sono prerequisiti per accedere, non si paga nulla, e i contenuti sono di qualità, a volte anche eccellente.  Una barriera per l’accesso ai corsi, che presuppone comunque disporre di un minimo di competenze digitali, un pc e una connessione a banda larga, può essere quella linguistica, perché la maggior parte dell’offerta è in inglese.  Un’altra barriera  è che bisogna avere acquisito un metodo per imparare: se non si è capaci di autorganizzarsi, spesso non si arriva alla fine del corso. Ma soprattutto di fronte ad un’offerta molto ampia,  come scegliere quali corsi seguire? L’offerta è veramente smisurata e poco sistematizzata, e  nessuno  insegna ai propri studenti (ad eccezione degli amici Inquieti) come avvalersi questa opportunità, che può essere integrativa della propria offerta.

In questo post vorrei focalizzarmi proprio su questo tema, come scegliere un mooc  -o meglio- è possibile per uno studente autocostruirsi un percorso di studio coerente?

E’ stCBsOY7LW4AE9Mhsato molto interessante partecipare al primo #Moochour – una twitter chat che si è svolta il 14 aprile (qui lo storify). organizzata da @impactioneers che aveva come ospite Laurie Pickar, che si è inventata il No-Pay MBA.

Laurie ha deciso di autocostruirsi un percorso equivalente ad un Master in Business Admistration, iscrivendosi a MOOC promossi da Università di altissimo livello: la sua storia è raccontata qui  Laurie Pickard, americana e laureata, attualmente vive in  Uganda, per motivi famigliari. Ha documentato il suo progetto sul suo blog No-Pay MBA e ora ha deciso di mettere a frutto la sua esperienza offrendo un servizio analogo, attraverso il No-Pay-MBA 2.0, che però dice non sarà completamente gratuito.  Laura dichiara ch quando ha lanciato l’idea. in 5 giorni ha ricevuto 50 adesioni, dopo un articolo su Fortune ha avuto 1200 pre-registrati.

Durante il #moochour, sono state fatte 5 domande- la prima e’ stata

Qual è il valore dei Mooc per te?  – a cui è stato risposto, impare quello che mi piace, la convenienza, la flessibilità, la possibilità di essere aggiornati senza dover andare fisicamente in università, la curiosità

e poi:

Quale Mooc consiglieresti ad un amico?  C’è stato un Mooc che ha innescato un cambiamento nella tua vita e come? Come hai scelto di iscriverti a un MOOC? Quale sarà il prossimo passo dei MOOC?

Ognuna di queste domande ha avuto risposte interessanti basate sulle esperienze dei partecipanti, che hanno modificato strategie aziendali o si sono inventati nuovi progetti (come Laurie per altro). Interessante il tema che per Laurie il prossimo passo dei MOOC sarà quando le aziende cominceranno ad usarli per assumere le persone (un articolo francese dice che i recruiter considerano positivamente la partecipazione ai MOOC, perché indica curiosità e interesse, e io aggiungerei capacità di autorganizzarsi, proattività e ottima gestione del tempo). Un altro aspetto sarà il valore della laurea che potrebbe essere messo in discussione

La mia domanda è stata su come riconoscere un mooc di qualità e la risposta inaspettata: dalla qualità dei compiti assegnati, in controtendenza rispetto all’idea che sia il grande docente “VIP” a fare un MOOC di qualità. Altro aspetto fondamentale è stato il passaparola, la valutazione di amici e di altri pareri: di nuovo non sembra determinante la reputazione dell’Università che li eroga.

Un aspetto interessante è stato quello delle piattaforme: oltre ai soliti noti, Coursera, Udemy ecc sono state citate due piattaforme che non conoscevo, specializzate per sviluppatori software.  Una si chiama  The odinproject e l’altra  bloc.io  – the worl’s largest online bootcamp  Bloc.io offre corsi immersivi di media durata con veri tutor che ti seguono, non è gratuita ma invito tutti a visitare la pagina in cui confronta diversi sistemi di online learning in ambito web. I sistemi vengono rappresentati come parte di una galassia, e i corsi offerti  confrontati per durata, costo, per un indicatore di 500 ore di esperienza che considerano il minimo secondo la tesi per cui ci vogliono 10000 ore per acquisire davvero una competenza (cfr. Outliers, M. Gladwell), il costo che si paga per ora (nel caso i corsi abbiano una durata prestabilita) e infine una classificazione per profilo, ovvero sei hobbysta, professional o alla ricerca di un lavoro? La pagina è questa –

In un’ora di #moochour ho imparato che i #mooc potrebbero rappresentare il prossimo caso di “economia degli asset dormienti” grazie a persone come Laurie Pickard, che i #mooc non cambieranno le università ma cambieranno gli studenti, che avranno un impatto sul mercato del lavoro e che  l’Europa deve cambiare passo.

Tanto materiale su cui riflettere anche per noi di @Eumoocs 

* Titolo della foto: Massive Young Stars Trigger Stellar Birth, from NASA Multimedia Page. by @Temari09 [:en]There is a thread that starts from the sharing of educational reources (oer), passes through the open online courses (OpenCourseWare) and get up to the MOOC. MOOC means Massive Online Open Courses, often offered by large and prestigious universities for free.

The first experiments of  open online course and with large numbers of students  go back into 2008 (# cck08) and were focused on the interaction amongs online students. One of the interesting aspects was the exploration of models for online education based on multiple paths, not defined one. The potential of the video in the network, thanks to the  costs reduction for the production and the ease  you can access and share them, gave birth to the Khan Academy and the flipped classroom and the proliferation of recorded video-lectures available online,

The model of the MOOC is not Telematic University: they propose  the same university organization, with inscriptions to annual  courses, exams, credits. With MOOC the student has the opportunity to access an buffet à la cart, all-you-can-learn, in which courses are available for free, there are no prerequisites to enter, do not pay anything, and the contents have good quality, sometimes also excellent. A barrier to access to courses, which  however request a minimum of digital skills, a PC and a broadband connection, can be linguistic, because most of the offer is in English. Another barrier is that you got a method to learn: if you are not able to self-organize, often do not get to the end of the course. But especially in the face of a very broad offer, how to choose which courses to follow? The offer is really huge and little systematized, and nobody teaches his students how to take advantages of this opportunity, which can be integrative of its offer.

In this post I want to focus on this issue, how to choose a Mooc or – better-  is it possible for a student to build itself a coherent course of study?

It was  very interesting to participate in the first #Moochour – a Twitter chat that took place on April 14 (here the Storify), it was organized by @impactioneers with Laurie Pickar as guest, who has invented the No-Pay MBA.

Laurie decided to build itself a path equivalent to a Master in Business Admistration, enrolling at MOOC promoted by Universities of the highest level: its story is told here. Laurie Pickard, American and graduate, is currently living in Uganda, for family reasons. He documented his project on his blog No-Pay MBA and has now decided to capitalize on her expertise by offering a similar service, through the No-Pay-MBA 2.0, also if she says it will not be completely free.  She said that in 5 days received 50 accessions, when she launched the idea. Then she had an article in Fortune  and now has 1200 pre-registered.

During #moochour,  5 questions were posed:

What is the value of Mooc for you? – Which was answered, the possibility of learning what I like, the convenience, flexibility, the ability to be upgraded without having to physically go to college, curiosity

then:

Which Mooc do you recommend to a friend? and then there is’ a Mooc that ignited a change in your life and how? How did you choose to subscribe to a MOOC? What will be the next step for the MOOC?

Each of these questions had interesting answers based on the experiences of the participants, who have changed business strategies or came up with new projects (as Laurie i.e.). The next step for Mooc following to  Laurie is that companies will begin to use them to hire people (a French article says that recruiters consider positively the participation for the MOOC, because shows curiosity and interest, and I would add capacity ‘to self-organize , proactiveness’ and excellent time management). Another aspect will be the value of the degree that might be questioned

My question was about how to recognize a the quality of a Mooc and I got  unexpected answer: the quality of the assignments,  in contrast to the idea that it is the “VIP” teacher  to make a quality  MOOC. Another key aspect for deciding what mooc to enroll is the word of mouth, the evaluation of friends and other opinions: again a surprise, it’s not the reputation of the University,

An interesting aspect was that of platforms: in addition to the well known, Coursera, Udemy etc. they  cited two platforms that I didn’t know, specialized ofr software developers. One is called The odinproject and the other is  bloc.io  – the worl’s largest online bootcamp . Bloc.io offers immersive courses with real tutors who follow you, it’s not b free but I invite everyone to visit the page that compares the different systems of online learning in the web. The systems are represented as part of a galaxy, and the courses offered compared by duration, cost, for an indicator of 500 hours of experience that consider the minimum in accordance with the thesis that it takes 10,000 hours to naster a skill (see. Outliers, M. Gladwell), the hour/cost you pay  (if the courses have a fixed term) and finally a classification for profile, like hobbyist,  professional and looking job seeker. The page is this

In an hour of #moochour I learned that #mooc could represent the next case of “economy of dormant assets” because of people like Laurie Pickard, that they  will not change  universities but will change students and they will have an impact on the market Labour, and that Europe must change tack.

So much food for thought for us  in @Eumoocs 

* Titolo della foto: Massive Young Stars Trigger Stellar Birth, from NASA Multimedia Page. by @Temari09 [:]