Multinclude: più di 70 idee per l’inclusione

La squadra di Multinclude si è riunita a fine giugno per fare il punto sulle attivita’ in corso e sulla programmazione futura. Siamo stati ospiti per la seconda volta dell’Università dei Bambini di Vienna, all’interno del campus universitario.

Sono stati due giorni di lavoro intenso che ci hanno fatto riflettere su quanto abbiamo imparato dalla raccolta dei casi. Nella fase di analisi i partner dell’ONG ECHO, applicheranno la Teoria del Cambiamento – (il link porta ad un documento in inglese) per analizzare l’impatto delle pratiche raccolte e come possa scalare. DA una prima analisi sono emersi alcune caratteristiche comuni: le piccole organizzazioni hanno il maggiore impatto, un solo partner non riesce a creare impatto ed e’ necessaria una rete di attori, molte delle pratiche raccolte hanno la finalità di contrastare la dispersione precoce e hanno caratteristiche di intersezionalità.

Nei prossimi mesi è prevista la pubblicazione del lavoro di analisi che sarà la base delle creazione del tool che il progetto sviluppera per l’autovalutzione della capacità inclusiva di una scuola.

Sul sito multinclude.eu sono presenti 71 idee per l’inclusione consultabili attraverso il motore di ricerca che costitutiscono le fondamenta del progetto.

Questi casi saranno alla base della Learning Community a cui vi invitiamo ad iscrivervi dove si potranno porre domande agli autori dei casi ed eventualmente suggerire altri casi.

Nel frattempo se li avete persi potete approfittare di questo periodo di tranquillita’ per rivedere i tre webinar che abbiamo gia’ realizzato che raccontano casi reali di inclusione.

Potete leggere (in inglese) le prime storie di inclusione: una parla della scuola in ospedale in Ungheria e una parla del bellissimo progetto “La Grammatica Fantastica” ed in particolare di un caso di mutismo selettivo una delle buone pratiche evidenziate dall’associazione DSchola.

Alla ripartenza della scuola vi presenteremo il webinar su Tecnologia e Inclusione, organizzato da Dschola insieme a tutte le altre azioni di comunicazione e disseminazione previste dal progetto.

Stay tuned!

{:}

{:it}Educare nella diversità{:}{:gb}Education in diversity{:}

{:it}

L’Europa ha nella sua cifra il concetto di diversità: nel mondo esistono 7000 le lingue parlate, di cui 225 in Europa, e di queste 60 sono lingue minoritarie, ma questa diversificazione sta ulteriormente aumentando. Attualmente, il 4% della popolazione totale dell’UE è costituito da cittadini di paesi terzi e le proiezioni sulla popolazione prevedono che entro il 2050 sarà intorno al 20-40%: già nel 2020 il 25% degli studenti avrà background migratorio.

Le migrazioni e la globalizzazione stanno provocando cambiamenti sociali che creano nuove opportunità e sfide per le istituzioni educative. Il numero crescente di rifugiati, richiedenti asilo e bambini migranti portano le scuole e gli insegnanti a reinventarsi pratiche e strategie quotidiane per rispondere a nuovi bisogni di apprendimento.

Secondo dati OCSE PISA gli studenti che hanno una storia di migrazione di prima e seconda generazione hanno esiti scolastici peggiori dei loro coetanei, uno svantaggio condiviso anche da minoranze etniche e linguistiche storiche provenienti da contesti socio economici svantaggiati: le difficoltà linguistiche e programmi monoculturali, possono portare questi studenti all’abbandono scolastico.  Ragazzi che oggi non riescono ad acquisire conoscenze e competenze, domani saranno lavoratori marginalizzati e che probabilmente alimenteranno la cosiddetta gig-economy.

Secondo lo studio “Preparing Teachers for Diversity” la scuola è strutturalmente un luogo di diseguaglianza: mentre le aule europee sono sempre più diversificate, la popolazione degli insegnanti rimane ampiamente omogenea e spesso priva di consapevolezza riguardo ai propri stereotipi e alla diversità multidimensionale dei loro alunni: stereotipi che creano atteggiamenti negativi nei confronti degli studenti con un background linguistico, culturale, religioso diversi, nonché a nutrire minori aspettative, fino ad adottare metodi discriminatori nei loro confronti.

Per affrontare queste sfide è necessario che i sistemi educativi di tutta Europa dotino gli insegnanti di competenze interculturali, per valorizzare e adattarsi alla diversità ed essere culturalmente consapevoli di sé, e competenze comunicative per aumentare la capacità di riflettere sulle proprie convinzioni e differenze. Per superare le barriere linguistiche dei propri studenti, inoltre, gli insegnanti dovrebbero essere preparati al processo di apprendimento della lingua e in generale adottare approcci didattici inclusivi e non compensativi.

Un contributo per la formazione degli insegnanti alla diversità arriva dal progetto Erasmus+ Teaching in Diversity. I partner, esperti di diritti delle minoranze, diversità, minoranze linguistiche, progettazione didattica e media education, hanno dapprima identificato i contenuti e poi, progettato la formazione, erogata in corsi pilota nei vari Paesi di provenienza.  A partire da questa verifica sul campo è stata realizzata la versione online del corso, liberamente accessibile sul sito del progetto.

Il corso online è organizzato in sei moduli:

  1. gestione della diversità a scuola,
  2. diritti delle minoranze,
  3. non discriminazione e uguaglianza,
  4. diversità linguistica,
  5. diversità religiosa,
  6. incitamento all’odio.

Questi temi sono definiti e descritti, è indicato il quadro normativo di riferimento, alcune buone pratiche e quiz di verifica. Il corso è accompagnato da una guida disponibile in varie lingue, tra cui l’italiano, e da altri materiali.

La recente Raccomandazione europea sull’istruzione del 22 maggio 2018, richiama ai valori comuni e al rispetto dei diritti umani e delle minoranze, come contrasto a populismo, xenofobia, discriminazione e  radicalizzazione e prima di elencare le “competenze chiave”, richiama la necessità di “garantire reale parità di accesso ad un’istruzione inclusiva e di qualità per tutti i discenti, compresi quelli provenienti da contesti migratori, o da contesti socioeconomici svantaggiati, quelli con bisogni speciali e quelli con disabilità [..] come elemento indispensabile per realizzare società più coese”.  

La scuola è la speranza della società, quella speranza che come dice sant’Agostino “ha due bellissimi figli: lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per la realtà delle cose; il coraggio per cambiarle”.

Articolo pubblicato su FBK magazine il 19 novembre 2019


{:}{:gb}

School is structurally a place of inequality: while European classrooms are increasingly diverse, the teacher population remains largely homogeneous and often lacking awareness about their own stereotypes and the multidimensional diversity of their students

One of Europe‘s characteristics is the concept of diversity: there are 7000 languages ​​spoken in the world, of which 225 in Europe, and of these 60 are minority languages, but this diversification is further increasing. Currently, 4% of the total EU population is made up of third-country nationals and population projections predict that by 2050 it will be around 20-40%: as early as 2020, 25% of students will have a migrant background.

Migration and globalization are causing social changes that create new opportunities and challenges for educational institutions. The growing number of refugees, asylum seekers and migrant children lead schools and teachers to reinvent daily practices and strategies to respond to new learning needs.

According to OECD PISA data, students who have a history of first and second generation migration have worse school outcomes than their peers, a disadvantage also shared by historical ethnic and linguistic minorities from disadvantaged socio-economic backgrounds: language problems and monocultural programs, can bring these students to drop out from school.  The kids who cannot acquire knowledge and skills today, will be marginalized workers that will probably feed the so-called gig-economy tomorrow.

According to the “Preparing Teachers for Diversity” study, the school is structurally a place of inequality: while European classrooms are increasingly diverse, the teacher population remains largely homogeneous and often lacking awareness about their own stereotypes and the multidimensional diversity of their students: stereotypes that create negative attitudes towards students with a different linguistic, cultural and religious background, as well as nurturing lower expectations, up to adopting discriminatory methods towards them.

To meet these challenges it is necessary that education systems across Europe provide teachers with intercultural skills, to value and adapt to diversity and to be culturally self-aware, and communication skills to increase the ability to reflect on their beliefs and differences. In addition, to overcome the language barriers of their students, teachers should be prepared for the language learning process and generally adopt inclusive instead of compensatory teaching approaches.

A contribution for teacher education to diversity comes from the Erasmus + Teaching in Diversity project. The partners, experts in minority rights, diversity, linguistic minorities, teaching strategy planning and media education, first identified the contents and then, designed the training, provided in pilot courses in the various countries of origin.  Starting from this field test, the online version of the course, freely accessible on the project website, was created.

The online course consists of six modules:

  1. diversity management at school,
  2. minority rights,
  3. non-discrimination and equality,
  4. linguistic diversity,
  5. religious diversity,
  6. hate speech.

These topics are defined and set out. The regulatory framework, as well as some good practices and verification quizzes are indicated. The course has been integrated with a guide available in multiple languages – including Italian – and other materials.

The recent European Recommendation on Education of May 22, 2018 recalls common values ​​and respect for human and minority rights to contrast populism, xenophobia, discrimination and radicalization and before listing the “key competences”, recalls the need “to guarantee real equality of access to inclusive and quality education for all learners, including those from migrant backgrounds, or from disadvantaged socio-economic backgrounds, those with special needs and those with disabilities [..] as an essential element to attain a more cohesive society”.  

School is the hope of society, that hope which, as St. Augustine says, “has two beautiful children: indignation and courage. Indignation for the reality of things; the courage to change them”

{:}

{:it}L’ascensore che non c’è{:}{:gb}When the elevator is not there{:}

{:it}La scuola ha come obiettivo la conservazione dei rapporti sociali vigenti oppure l’inclusione e l’accesso alla conoscenza per far palestra di piena cittadinanza? La scuola, con tutti i suoi difetti, costituisce uno degli ultimi momenti di aggregazione sociale: l’obbligo di frequenza fino ai 16 anni non permette ancora alle famiglie di esercitare la scelta di non far studiare i propri figli. Mandare un figlio a scuola è un costo per la famiglia, ma è un investimento che si fa, talvolta a costo di grandi sacrifici, per dare ai propri figli maggiori opportunità di quelle che hanno avuto i genitori: avere un titolo di studio è necessario per accedere a lavori qualificati e ben retribuiti, e di conseguenza ad un migliore posizionamento sociale. Purtroppo nella maggioranza dei casi questo non succede e la scuola viene messa sotto accusa, un apparato modellato per rispondere alle esigenze della società agricole e industriale che non esistono più, scrive Norberto Bottani nel 2013. Ma questo ascensore sociale ha davvero mai funzionato? O piuttosto la scuola ha come obiettivo la conservazione dei rapporti sociali vigenti, limitandosi ad essere strumento di assimilazione di norme per la gestione della popolazione? Nel libro La Maestra e la Camorrista, Federico Fubini, ci racconta un’altra versione della storia: partendo da un lavoro di ricerca fatto dalla Banca d’Italia che dimostra come in sei secoli, la distribuzione del reddito a Firenze non sia cambiata, e arrivano alla conclusione che “quando l’ascensore sociale si congela in una glaciazione semipermanente – le persone smettono di crederci”. E le persone smettono di credere agli altri, perdono la fiducia, perché il gioco è sempre a somma zero: ogni avanzamento è sempre a spese di un altro. Fubini racconta di come abbia intervistato decine di adolescenti del sud e del nord dell’Italia chiedendo quanto fossero disposti a “fidarsi degli altri” e arriva alla conclusione che il “successo nutre la fiducia e la capacità di fidarsi nutre il successo” e che “La sfiducia in ciò che ti circonda si trasforma in un veleno sottile che contribuisce a paralizzare l’ascensore sociale dal basso verso l’alto in Italia.” E poi prosegue il suo racconto su come abbia tentato di intaccare questa sfiducia facendo conoscere ai ragazzi della scuola di Mondragone a Caserta, persone che partite da situazioni di difficoltà hanno avuto risultati eccellenti. La scuola come ultima barriera al degrado l’ho conosciuta al convegno organizzato dall’Associazione Europea dei Genitori (European Parents Association) che aveva come tema quello dell’inclusione: li ho avuto l’occasione di incontrare Eugenia Carfora la dirigente scolastico dell’Ist. Morano di Caivano, un paese a 10 km da Napoli. Lei ha raccontato dei suoi fallimenti e dei suoi successi nel riuscire a dare una scuola pulita e attrezzata ai suoi allievi e di come ogni giorno sia in trincea, anche lottando con le mamme che arrivano alle minacce fisiche: la sua storia è raccontata in questo video. C’era anche Sara Ferraioli di Maestri di Strada, che ha spiegato come il loro lavoro sta nella creazione di relazioni, con i ragazzi, con gli insegnanti e con i “genitori sociali”, volontari che ricoprono il ruolo di genitori pur senza esserlo. L’inclusione passa anche per l’accesso alle tecnologie digitali, a patto che se ne faccia un uso non superficiale, ma che stimoli il pensiero critico e la passione per la scoperta e l’apprendimento. Nella discussione sul digital divide con genitori di tutta Europa sembra che i problemi siano comuni: poche infrastrutture e scarso uso in classe, e se qualcuno ritiene che lo stato non dovrebbe promuovere l’utilizzo degli smartphone in classe, altri lo considerano ormai l’equivalente della penna e del quaderno. La crescita inclusiva necessita che il progresso della scienza e della tecnologia siano indirizzate da uno scopo, per evitare il rischio di ampliare le ingiustizie, la frammentazione sociale e l’esaurimento delle risorse: tale scopo è il benessere individuale e collettivo. L’agenda OCSE indica come obiettivo dell’educazione quello di fornire conoscenze, abilità, attitudine e valori per rendere le persone in grado di contribuire e di fruire un futuro inclusivo e sostenibile. Per raggiungere questo scopo sono state individuate tre nuove “competenze trasformative” definite come creazione di nuovo valore, riconciliazione di tensioni e dilemmi, assunzione di responsabilità. Tradurre le “competenze trasformative” in curriculum richiede la partecipazione dell’intero ecosistema educativo: studenti, insegnanti, dirigenti, genitori, decisori, ricercatori, sindacati, attori sociali e commerciali sono coinvolti in un processo di co-creazione per definire le linee guida dei nuovi sistemi educativi. Nuovi sistemi educativi che permettano di affrontare l’incertezza e l’imprevedibilità del futuro, ma dove la speranza e la fiducia negli altri sembra ancora più indispensabile.   (questo articolo l’ho scritto per il magazine della Fondazione Bruno Kessler  Image  of the Spiral Stair By Petar Milošević – Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=42663476  {:}{:gb}

Does school have as its goal the preservation of existing social relationships or inclusion and access to knowledge to “work out” full citizenship?

School, with all its flaws, is one of the last occasions for social aggregation: the obligation to attend until the age of 16 does not allow families to exercise the choice not to have their children study.  Sending a child to school has a cost for families, but is an investment that is made, sometimes with great sacrifice, to give children more opportunities than those that the parents have had: having a qualification is necessary to access quality and well-paid jobs, and consequently a better social position. Unfortunately, in most cases this does not happen and school is put on trial, an apparatus modeled to meet the needs of the agricultural and industrial society that no longer exists, Norberto Bottani wrote in 2013.

But has this social elevator ever really worked? Or rather, does school have as its goal the preservation of existing social relationships, limiting itself to being a tool for assimilation of norms for the purposes of controlling the population?

In his book “La Maestra e la Camorrista” (The teacher and the Camorrist), Federico Fubini tells us another version of the story: starting from a research study conducted by the Bank of Italy that shows how in six centuries, the distribution of income in Florence has not changed, and they come to the conclusion that “when the social elevator freezes in a semi-permanent ice age – eople stop believing in it.”  And people stop believing in others, they lose trust, because the game ialways adds to zero: every advancement is always at the expense of another. Fubini tells us that he interviewed dozens of teenagers from the south and north of Italy, asking how much they were willing to “trust others” and came to the conclusion that “success nourishes trust and the ability to trust nourishes success” and that “The lack of trust in what surrounds us turns into a subtle poison that helps paralyze the social elevator in Italy. ” He then continues his account on how he tried to undermine this distrust by making students of the Mondragone in Caserta school meet people who, having started from diffivult situations, have had excellent results.

“I learned about school being the last barrier to degradation at the conference organized by the European Parents Association whose theme was inclusion: I had the opportunity to meet Eugenia Carfora, the Principal of the Morano School at Caivano, a town located 10 km from Naples. She told of her failures and her successes in being able to give a clean and equipped school to her students, and how every day is like living in the trenches, struggling even with mothers who come to physical threats: her story is told in this video. There was also Sara Ferraioli of Maestri di Strada (Street Teachers), who explained how their work lies in creating relationships, with the kids, with the teachers and with the “social parents”, volunteers who play the role of parents without being such.

Inclusion also entails access to digital technologies, provided that they are not used superficially, but stimulate critical thinking and passion for discovery and learning. GIn the discussion on the digital divide with parents across Europe it seems that the issues are common: little infrastructure and little use in the classroom, and if someone believes that the Government should not promote the use of smartphones in the classroom, others consider it now the equivalent of the pen and the notebook.

Inclusive growth requires the advancement of science and technology to be directed by a purpose, to avoid the risk of widening injustice, social fragmentation and depletion of resources: this aim is individual and collective well-being. The OECD agenda  indicates, as the goal of education, providing knowledge, skills, attitudes and values ​​to make people able to contribute and to enjoy an inclusive and sustainable future. To achieve this goal, three new “transformative skills” have been identified, defined as the creation of new value, reconciliation of tensions and dilemmas, and assumption of responsibility.   Translating the “transformative skills” into the curriculum requires the participation of the entire educational ecosystem: students, teachers, principals, parents, decision makers, researchers, trade unions, social and commercial actors are involved in a co-creation process to define the guidelines of new educational systems.

New educational systems that allow us to face the uncertainty and unpredictability of the future, but where hope and trust in others seem even more indispensable.

{:}

[:it] DIGITAL EDUCATION – Un nuovo paradigma per le sfide di domani[:]

[:it]

Venerdi 13 aprile 2018  all’interno del convegno Digital Education dell’Università di Torino, si svolgera il workshop  “Startup Digi Educative” 

A due anni della prima edizione del convegno promosso da Cinedumeia, ci sara’ ancha la seconda edizione del workshop con startup che operano nel campo dell’ educazione e della comunicazione.

Nel 2016 abbiamo dialogato con Paolo Giovine di  PubCoder,  Antonio de Marco di Naboomboo e  Andrea Bolioli di Cross Library.

Nell’edizione 2018 sono stati invitati:  Edoardo Montenegro di Betwyll, MArco Iannacone di Tabletascuola.net, Sonia China di Tinkidoo, Alessio Neri di Fare Media Digitali, Pier Luigi Vona di Fablabforkids e Barbara D’amico di Viz&Chips.

Leggi tutto “[:it] DIGITAL EDUCATION – Un nuovo paradigma per le sfide di domani[:]”

[:it]Megacoders[:en]MEGACODERS [:]

[:it]Siamo nel pieno della European Code Week 2017 e  l’Italia ha  superato gli 8000 eventi e noi di Dschola abbiamo voluto contribuire con un mega evento il MEGACODERS!

L’idea, di Stefano Mercurio, era quella di convocare 300 bambini in un unico posto per fare un mega coder dojo. Una follia che pero’ ha trovato subito alleati in Fablab 4 kids e Toolbox, e un sostenitore in Google. Leggi tutto “[:it]Megacoders[:en]MEGACODERS [:]”

{:it}L’estate è il tempo per le STEM{:}{:gb}Summer is the time for STEM {:}

{:it}Quest’articolo è stato scritto per Media and Learning Newsletter- July 2017

Minecraft, Robotics, Digital Fabrication, Videogames, Scratch, Digital Storytelling, Graphic and Web Design:  i campi estivi offrono l’opportunità di esprimere la creatività, acquisire competenze e sviluppare una nuova consapevolezza digitale.
Scienza, tecnologia, ingegneria, matematica, arte e lettura: STEM o STEAM o STREAM sono sinonimo di innovazione tecnologica.

Leggi tutto “{:it}L’estate è il tempo per le STEM{:}{:gb}Summer is the time for STEM {:}”

[:it]#TIMGirlsHackathon, inventrici di app[:]

[:it]

#TIMGirlsHackathon, una maratona sulla programmazione al femminile.

Il 15 gennaio si è svolta in 4 città italiane  – Torino, Venezia, Catania e Napoli – la seconda edizione della   #TIMGirlsHackathon. La prima si era svolta a novembre a Milano, Roma e Bologna.
L’evento promosso da TIM in collaborazione con Codemotion, ha l’obiettivo di avvicinare le ragazze al “coding” e contribuire a ridurre il gap digitale,  utilizzando la modalità dell’hackathon   che sta per hacker marathon, ovvero una no-stop di sviluppo software a squadre.
Utilizzando  App Inventor, un ambiente di sviluppo software creato dal  MIT, è possibile anche per chi non ha particolari competenze informatiche, sviluppare semplici applicazioni da usufruire su piattaforme mobili.
Nell’arco di 7 ore le ragazze che si sono iscritte alla maratona, hanno imparato i rudimenti di app inventor  – con il supporto dei mentor messi a disposizione da CodeMotion – per sviluppare un’app che promuovesse l’uso consapevole del web e il contrasto al cyberbullismo.2016-01-15 16.18.03

Eleonora Pantò, componente del Centro Studi di Informatica Giuridica di Ivrea-Torino e membro della  giuria di Torino, ha assistito alla presentazione  dei lavori da parte delle 13 squadre, tutte intitolate ad una Musa della Matematica (si consiglia al riguardo l’interessante applicazione Muse della MIST ,  di Adriano Parracciani), per un totale di circa 70 ragazze.
Quasi tutte le app sviluppate erano orientate  a supportare le vittime, attraverso la possibilità di condividere storie  fra pari;  qualcuno ha  previsto l’intervento di soggetti esterni fornendo i  riferimenti;  una app prevedeva anche la possiblità di coinvolgere il   potenziale aggressore per farlo riflettere su quanto stava accadendo. Tutte le app prevedevano anche contenuti informativi: le ragazze erano preparate sul tema e anche emotivamente coinvolte nel raccontare casi di cui erano a conoscenza.
La conoscenza e la riconoscibilità di certi comportamenti abusanti è sicuramente un primo passo per  difendersi, ma il messaggio che si è cercato di trasmettere è che i giovani  – e in questo caso specifico, le ragazze  – devono trovare o ri-trovare, la propria autostima,   senza timore di farsi avanti,  né di  dover raccontare qualche fallimento.
E’ importante che eventi come questo si moltiplichino, affinché  le ragazze non rinuncino a capire “come funziona” o   pensino  “non fa per me”. Il futuro non può perdersi il loro contributo.

(pubblicato su http://www.csigivreatorino.it/)[:]

[:it]Imparare con i MOOC, come scegliere quelli giusti[:en]How to learn with Moocs and choose the right ones[:]

[:it]C’e’ un filo che parte  dalla condivisione dei materiali educativi (oer), passa attraverso i corsi aperti online (opencourseware) e arriva fino ai  MOOC. MOOC significa Massive Open Online Course – Corsi Aperti Online Massivi offerti molto spesso da grandi e prestigiose Università in modo gratuito.

I primi esperimenti di corsi online aperti e con grandi numeri di iscritti risalgono al 2008 (#cck08)  ed erano focalizzati sulle interazioni online fra gli studenti. Uno degli aspetti interessanti stava nell’esplorazione di modelli per educazione online basati su percorsi multipli, non predefiniti. La potenzialità del video in rete,  grazie alla riduzione dei costi per la produzione e la facilità con cui è possibile accederli e condividerli, ha dato vita alla Khan Academy e alla  flipped classroom (classi capovolte) e al moltiplicarsi in rete di video-lezioni universitarie.

Il modello del MOOC non è quello dell’Università telematica, che ripropone l’organizzazione universitaria, con le iscrizioni alle diverse annualità, i corsi, gli esami, i crediti.  Con i MOOC lo studente ha la possibilità  di accedere ad un’offerta a buffet,  all-you-can-learn, in cui i corsi sono a disposizoine gratuitamente, non ci sono prerequisiti per accedere, non si paga nulla, e i contenuti sono di qualità, a volte anche eccellente.  Una barriera per l’accesso ai corsi, che presuppone comunque disporre di un minimo di competenze digitali, un pc e una connessione a banda larga, può essere quella linguistica, perché la maggior parte dell’offerta è in inglese.  Un’altra barriera  è che bisogna avere acquisito un metodo per imparare: se non si è capaci di autorganizzarsi, spesso non si arriva alla fine del corso. Ma soprattutto di fronte ad un’offerta molto ampia,  come scegliere quali corsi seguire? L’offerta è veramente smisurata e poco sistematizzata, e  nessuno  insegna ai propri studenti (ad eccezione degli amici Inquieti) come avvalersi questa opportunità, che può essere integrativa della propria offerta.

In questo post vorrei focalizzarmi proprio su questo tema, come scegliere un mooc  -o meglio- è possibile per uno studente autocostruirsi un percorso di studio coerente?

E’ stCBsOY7LW4AE9Mhsato molto interessante partecipare al primo #Moochour – una twitter chat che si è svolta il 14 aprile (qui lo storify). organizzata da @impactioneers che aveva come ospite Laurie Pickar, che si è inventata il No-Pay MBA.

Laurie ha deciso di autocostruirsi un percorso equivalente ad un Master in Business Admistration, iscrivendosi a MOOC promossi da Università di altissimo livello: la sua storia è raccontata qui  Laurie Pickard, americana e laureata, attualmente vive in  Uganda, per motivi famigliari. Ha documentato il suo progetto sul suo blog No-Pay MBA e ora ha deciso di mettere a frutto la sua esperienza offrendo un servizio analogo, attraverso il No-Pay-MBA 2.0, che però dice non sarà completamente gratuito.  Laura dichiara ch quando ha lanciato l’idea. in 5 giorni ha ricevuto 50 adesioni, dopo un articolo su Fortune ha avuto 1200 pre-registrati.

Durante il #moochour, sono state fatte 5 domande- la prima e’ stata

Qual è il valore dei Mooc per te?  – a cui è stato risposto, impare quello che mi piace, la convenienza, la flessibilità, la possibilità di essere aggiornati senza dover andare fisicamente in università, la curiosità

e poi:

Quale Mooc consiglieresti ad un amico?  C’è stato un Mooc che ha innescato un cambiamento nella tua vita e come? Come hai scelto di iscriverti a un MOOC? Quale sarà il prossimo passo dei MOOC?

Ognuna di queste domande ha avuto risposte interessanti basate sulle esperienze dei partecipanti, che hanno modificato strategie aziendali o si sono inventati nuovi progetti (come Laurie per altro). Interessante il tema che per Laurie il prossimo passo dei MOOC sarà quando le aziende cominceranno ad usarli per assumere le persone (un articolo francese dice che i recruiter considerano positivamente la partecipazione ai MOOC, perché indica curiosità e interesse, e io aggiungerei capacità di autorganizzarsi, proattività e ottima gestione del tempo). Un altro aspetto sarà il valore della laurea che potrebbe essere messo in discussione

La mia domanda è stata su come riconoscere un mooc di qualità e la risposta inaspettata: dalla qualità dei compiti assegnati, in controtendenza rispetto all’idea che sia il grande docente “VIP” a fare un MOOC di qualità. Altro aspetto fondamentale è stato il passaparola, la valutazione di amici e di altri pareri: di nuovo non sembra determinante la reputazione dell’Università che li eroga.

Un aspetto interessante è stato quello delle piattaforme: oltre ai soliti noti, Coursera, Udemy ecc sono state citate due piattaforme che non conoscevo, specializzate per sviluppatori software.  Una si chiama  The odinproject e l’altra  bloc.io  – the worl’s largest online bootcamp  Bloc.io offre corsi immersivi di media durata con veri tutor che ti seguono, non è gratuita ma invito tutti a visitare la pagina in cui confronta diversi sistemi di online learning in ambito web. I sistemi vengono rappresentati come parte di una galassia, e i corsi offerti  confrontati per durata, costo, per un indicatore di 500 ore di esperienza che considerano il minimo secondo la tesi per cui ci vogliono 10000 ore per acquisire davvero una competenza (cfr. Outliers, M. Gladwell), il costo che si paga per ora (nel caso i corsi abbiano una durata prestabilita) e infine una classificazione per profilo, ovvero sei hobbysta, professional o alla ricerca di un lavoro? La pagina è questa –

In un’ora di #moochour ho imparato che i #mooc potrebbero rappresentare il prossimo caso di “economia degli asset dormienti” grazie a persone come Laurie Pickard, che i #mooc non cambieranno le università ma cambieranno gli studenti, che avranno un impatto sul mercato del lavoro e che  l’Europa deve cambiare passo.

Tanto materiale su cui riflettere anche per noi di @Eumoocs 

* Titolo della foto: Massive Young Stars Trigger Stellar Birth, from NASA Multimedia Page. by @Temari09 [:en]There is a thread that starts from the sharing of educational reources (oer), passes through the open online courses (OpenCourseWare) and get up to the MOOC. MOOC means Massive Online Open Courses, often offered by large and prestigious universities for free.

The first experiments of  open online course and with large numbers of students  go back into 2008 (# cck08) and were focused on the interaction amongs online students. One of the interesting aspects was the exploration of models for online education based on multiple paths, not defined one. The potential of the video in the network, thanks to the  costs reduction for the production and the ease  you can access and share them, gave birth to the Khan Academy and the flipped classroom and the proliferation of recorded video-lectures available online,

The model of the MOOC is not Telematic University: they propose  the same university organization, with inscriptions to annual  courses, exams, credits. With MOOC the student has the opportunity to access an buffet à la cart, all-you-can-learn, in which courses are available for free, there are no prerequisites to enter, do not pay anything, and the contents have good quality, sometimes also excellent. A barrier to access to courses, which  however request a minimum of digital skills, a PC and a broadband connection, can be linguistic, because most of the offer is in English. Another barrier is that you got a method to learn: if you are not able to self-organize, often do not get to the end of the course. But especially in the face of a very broad offer, how to choose which courses to follow? The offer is really huge and little systematized, and nobody teaches his students how to take advantages of this opportunity, which can be integrative of its offer.

In this post I want to focus on this issue, how to choose a Mooc or – better-  is it possible for a student to build itself a coherent course of study?

It was  very interesting to participate in the first #Moochour – a Twitter chat that took place on April 14 (here the Storify), it was organized by @impactioneers with Laurie Pickar as guest, who has invented the No-Pay MBA.

Laurie decided to build itself a path equivalent to a Master in Business Admistration, enrolling at MOOC promoted by Universities of the highest level: its story is told here. Laurie Pickard, American and graduate, is currently living in Uganda, for family reasons. He documented his project on his blog No-Pay MBA and has now decided to capitalize on her expertise by offering a similar service, through the No-Pay-MBA 2.0, also if she says it will not be completely free.  She said that in 5 days received 50 accessions, when she launched the idea. Then she had an article in Fortune  and now has 1200 pre-registered.

During #moochour,  5 questions were posed:

What is the value of Mooc for you? – Which was answered, the possibility of learning what I like, the convenience, flexibility, the ability to be upgraded without having to physically go to college, curiosity

then:

Which Mooc do you recommend to a friend? and then there is’ a Mooc that ignited a change in your life and how? How did you choose to subscribe to a MOOC? What will be the next step for the MOOC?

Each of these questions had interesting answers based on the experiences of the participants, who have changed business strategies or came up with new projects (as Laurie i.e.). The next step for Mooc following to  Laurie is that companies will begin to use them to hire people (a French article says that recruiters consider positively the participation for the MOOC, because shows curiosity and interest, and I would add capacity ‘to self-organize , proactiveness’ and excellent time management). Another aspect will be the value of the degree that might be questioned

My question was about how to recognize a the quality of a Mooc and I got  unexpected answer: the quality of the assignments,  in contrast to the idea that it is the “VIP” teacher  to make a quality  MOOC. Another key aspect for deciding what mooc to enroll is the word of mouth, the evaluation of friends and other opinions: again a surprise, it’s not the reputation of the University,

An interesting aspect was that of platforms: in addition to the well known, Coursera, Udemy etc. they  cited two platforms that I didn’t know, specialized ofr software developers. One is called The odinproject and the other is  bloc.io  – the worl’s largest online bootcamp . Bloc.io offers immersive courses with real tutors who follow you, it’s not b free but I invite everyone to visit the page that compares the different systems of online learning in the web. The systems are represented as part of a galaxy, and the courses offered compared by duration, cost, for an indicator of 500 hours of experience that consider the minimum in accordance with the thesis that it takes 10,000 hours to naster a skill (see. Outliers, M. Gladwell), the hour/cost you pay  (if the courses have a fixed term) and finally a classification for profile, like hobbyist,  professional and looking job seeker. The page is this

In an hour of #moochour I learned that #mooc could represent the next case of “economy of dormant assets” because of people like Laurie Pickard, that they  will not change  universities but will change students and they will have an impact on the market Labour, and that Europe must change tack.

So much food for thought for us  in @Eumoocs 

* Titolo della foto: Massive Young Stars Trigger Stellar Birth, from NASA Multimedia Page. by @Temari09 [:]

[:it]Coding & gadgeting[:]

[:it]La BBC ha annunciato la sua nuova iniziativa Make it digital: un milione di schedine programmabili per ogni ragazzo che frequenta l’equivalente della nostra prima media, 5000 corsi per giovani disoccupati, un’intera stagione di programmi radio e tv dedicati al digitale, una partnership con 50 organizzazioni che si occupano di promuovere il “coding” (l’insegnamento dei rudimenti della programmazione) e una serie di eventi specifici e dedicati alle scuole.

In Italia mi pare ne abbia parlato solo Punto Informatico.

Confesso che l’idea di una grande iniziativa di alfabetizzazione digitale mi era subito parsa molto interessante, soprattutto in questa parte d’Europa, dove siamo negli  ultimi posti in tutte le classifiche che riguardano il digitale, a causa di infrastrutture carenti e competenze scarse.

Al massimo noi avremmo potuto fare una serie tv intitolata “Digitale da incubo”,  sulla falsa riga delle “cucine da incubo”: già me lo vedo il tecnico che scopre la scuola che paga tre contratti ADSL e non lo sa ma  ha  il laboratorio che  non funziona e la LIM scollegata.

Va detto che da noi ci stiamo impegando ocon la faccenda del coding nelle scuole: siamo stati il paese che ha aderito con più entusiasmo alla “Hour of Code” europea, tanto che qualcuno comincia a chiedersi se non stiamo esagerando.

E’ davvero necessario che tutti diventiamo programmatori?  In inglese si sono  parole diverse per indicare mestieri diversi, il programmer e il coder: il programmer sta al coder, come il designer sta all’artista di produzione. Il programmer o analista e’ quello che analizza il problema e astrae la soluzione, mentre il coder e’ quello che realizza il codice sul computer, sulla base delle specifiche date dal programmer.   In effetti quello che a scuola si dovrebbe insegnare è il “computational thinking” ovvero la capacità di formulare un problema e trovare una soluzione praticabile da un computer o da una persona.

Detto questo non sottovaluterei  l’idea che tutti diventiamo capaci di scrivere due righe di coding: non aspiriamo ad essere matematici, ma una minima dimestichezza con i numeri ci aiuta nella vita quotidiana (tralascio che al mercato alla domanda “perché mettete il prezzo all’etto e al chilo?” la risposta e’ stata “la gente non sa farsi il conto”), cosi’ ad esempio esistono già  sistemi di controllo per la casa che utilizzano interfacce di programmazione  “scratch like” (cioè che usano la stessa logica del linguaggio Scratch).

Quello che vale la pena di segnalare è che la lodevole iniziativa della BBC ha già  sollevato qualche dubbio. Donald Clark commenta a suo modo Make it digital: la considera un’iniziativa di marketing, per rilanciare la TV fra i giovani, denuncia che  la schedina Microbit che verrà donata agli studentiè  una schifezza, che Raspberry è inadatto all’apprendimento e che in futuro non serviranno programmatori, ma project manager e addetti alle vendite.  Ma di sicuro questa parte è assolutamente condivisibile:

Have we learnt nothing about launching gadgetry in education? How many reports do we need that stress teacher training, support and proper planning? What teachers don’t need, is yet another poorly planned, alien-looking gadget, parachuted into schools and classrooms, hard on the heels of the last one, the Raspberry Pi, with no real training

Quindi alla fine si converge sempre li: per far funzionare le cose a scuola, serve prima di tutto la formazione degli insegnanti. Il resto è junkware.[:]

[:it]Scuola, tablet e Jarabe De Palo[:]

[:it]IMG_0235Oggi in metro, ho letto un articolo che mi e’ piaciuto molto: tema è  l’1:1 computing, ovvero il fatto che ogni bambino abbia un suo dispositivo (pc, netbook, tablet) a scuola.

L’articolo comincia con un errore: dice sono 20 che se ne parla, perché i primi esperimenti sono del 1985. Quindi in realta’ sono TRENTA ANNI che se ne parla, ma evidentemente anche all’autore pareva eccessivo. Il primo progetto di 1:1 computing era di Apple e si chiamava Apple Classrooms of Tomorrow (ACOT)  e aveva coinvolto due classi.

Persino io avevo già scritto un articolo sul tema per Apogeonline nel 1998 Il computer a scuola secondo Microsoft in cui  raccontavo degli esiti del progetto Anytime, Anywhere Learning di Microsoft, dove tra l’altro facevo qualche riflessione sugli spazi (le famose classi 3.0, destrutturate, o chiamatele come volete).

Insomma l’articolo mi ha molto divertito: affronta le 5 questioni critiche dell’uso dei dispositivi digitali in classe. La prima domanda fatidica”MA con un pc (tablet, or whatever) a testa i bambini imparano di più?” e la risposta – in perfetto stile jarabe-de-palo – è: DIPENDE!  non ci vuole molto, ma tuttora TRENT’ANNI DOPO, due o tre piani nazionali di scuola digitale in Italia, clamorosi fallimenti in US sugli IPAD 1:1, abbandono del progetto LIM in Inghilterra, banalmente qualcuno lo dice semplicemente:

It’s only when one-to-one computing is an element in a well-conceived plan involving learning and teaching in the classroom that one-to-one can energize the learning environment. Without such a plan and the support and professional development that needs to accompany a well-conceived plan, some teachers will make good use, others “not so good” use. Thus, the overall impact could balance out and, in general, seem to not make much of a difference.

“Solo quando l’1:1 computing è uno degli elementi di un piano ben concepito che coinvolga apprendimento e insegnamento in classse, puo’ energizzare l’ambiente di apprendimento. Senza un tale piano, il supporto e lo sviluppo professionale necessario ad accompagnarlo, alcuni insegnanti ne faranno un buon uso, altri un uso un po’ meno buono. Quindi bilanciando l’impatto complessivo, l’impressione generale e che non faccia poi una gran differenza”

La mia traduzione non e’ il massimo ma spero che il concetto sia chiaro.  Anche le altre 4 domande sono interessanti e riguardano l’importanza di un supporto IT dentro la scuola (anche questo pare un concetto che nessuno ministero riesca ad interiorizzare), al fatto che 1:1 e BYOD possano convivere, che l’uso di filtri e meccanismi di protezione sui PC della scuola sono superati e che solo l’investimento sulle competenze permette un uso corretto del digitale (anche qui cose che ripetiamo da tempo).  L’articolo è qui, ma voglio tornare sull’1:1 computing.

Sabato a Torino c’e’ stato il primo CoderDojo, grazie agli amici del MuPin e tante altre realtà e persone che si sono coordinat questi bambini di 7-8 anni si muovevano con disinvoltura sui loro laptop, grazie al fatto di avere genitori competenti e in grado di sostenere quella spesa, e non ho potuto fare a meno di pensare ad alcune scuole e ai laboratori che mettono a disposizione. Non vorrei essere fraintesa, non penso che nella vita tutti debbano fare i programmatori, ma la scommessa della scuola sta proprio nel dare a tutti le stesse possibilità, soprattutto a quelli che nessuno accompagna al coderdojo.

 

 

 [:]