[:it]Coding & gadgeting[:]

[:it]La BBC ha annunciato la sua nuova iniziativa Make it digital: un milione di schedine programmabili per ogni ragazzo che frequenta l’equivalente della nostra prima media, 5000 corsi per giovani disoccupati, un’intera stagione di programmi radio e tv dedicati al digitale, una partnership con 50 organizzazioni che si occupano di promuovere il “coding” (l’insegnamento dei rudimenti della programmazione) e una serie di eventi specifici e dedicati alle scuole.

In Italia mi pare ne abbia parlato solo Punto Informatico.

Confesso che l’idea di una grande iniziativa di alfabetizzazione digitale mi era subito parsa molto interessante, soprattutto in questa parte d’Europa, dove siamo negli  ultimi posti in tutte le classifiche che riguardano il digitale, a causa di infrastrutture carenti e competenze scarse.

Al massimo noi avremmo potuto fare una serie tv intitolata “Digitale da incubo”,  sulla falsa riga delle “cucine da incubo”: già me lo vedo il tecnico che scopre la scuola che paga tre contratti ADSL e non lo sa ma  ha  il laboratorio che  non funziona e la LIM scollegata.

Va detto che da noi ci stiamo impegando ocon la faccenda del coding nelle scuole: siamo stati il paese che ha aderito con più entusiasmo alla “Hour of Code” europea, tanto che qualcuno comincia a chiedersi se non stiamo esagerando.

E’ davvero necessario che tutti diventiamo programmatori?  In inglese si sono  parole diverse per indicare mestieri diversi, il programmer e il coder: il programmer sta al coder, come il designer sta all’artista di produzione. Il programmer o analista e’ quello che analizza il problema e astrae la soluzione, mentre il coder e’ quello che realizza il codice sul computer, sulla base delle specifiche date dal programmer.   In effetti quello che a scuola si dovrebbe insegnare è il “computational thinking” ovvero la capacità di formulare un problema e trovare una soluzione praticabile da un computer o da una persona.

Detto questo non sottovaluterei  l’idea che tutti diventiamo capaci di scrivere due righe di coding: non aspiriamo ad essere matematici, ma una minima dimestichezza con i numeri ci aiuta nella vita quotidiana (tralascio che al mercato alla domanda “perché mettete il prezzo all’etto e al chilo?” la risposta e’ stata “la gente non sa farsi il conto”), cosi’ ad esempio esistono già  sistemi di controllo per la casa che utilizzano interfacce di programmazione  “scratch like” (cioè che usano la stessa logica del linguaggio Scratch).

Quello che vale la pena di segnalare è che la lodevole iniziativa della BBC ha già  sollevato qualche dubbio. Donald Clark commenta a suo modo Make it digital: la considera un’iniziativa di marketing, per rilanciare la TV fra i giovani, denuncia che  la schedina Microbit che verrà donata agli studentiè  una schifezza, che Raspberry è inadatto all’apprendimento e che in futuro non serviranno programmatori, ma project manager e addetti alle vendite.  Ma di sicuro questa parte è assolutamente condivisibile:

Have we learnt nothing about launching gadgetry in education? How many reports do we need that stress teacher training, support and proper planning? What teachers don’t need, is yet another poorly planned, alien-looking gadget, parachuted into schools and classrooms, hard on the heels of the last one, the Raspberry Pi, with no real training

Quindi alla fine si converge sempre li: per far funzionare le cose a scuola, serve prima di tutto la formazione degli insegnanti. Il resto è junkware.[:]

[:it]Scuola, tablet e Jarabe De Palo[:]

[:it]IMG_0235Oggi in metro, ho letto un articolo che mi e’ piaciuto molto: tema è  l’1:1 computing, ovvero il fatto che ogni bambino abbia un suo dispositivo (pc, netbook, tablet) a scuola.

L’articolo comincia con un errore: dice sono 20 che se ne parla, perché i primi esperimenti sono del 1985. Quindi in realta’ sono TRENTA ANNI che se ne parla, ma evidentemente anche all’autore pareva eccessivo. Il primo progetto di 1:1 computing era di Apple e si chiamava Apple Classrooms of Tomorrow (ACOT)  e aveva coinvolto due classi.

Persino io avevo già scritto un articolo sul tema per Apogeonline nel 1998 Il computer a scuola secondo Microsoft in cui  raccontavo degli esiti del progetto Anytime, Anywhere Learning di Microsoft, dove tra l’altro facevo qualche riflessione sugli spazi (le famose classi 3.0, destrutturate, o chiamatele come volete).

Insomma l’articolo mi ha molto divertito: affronta le 5 questioni critiche dell’uso dei dispositivi digitali in classe. La prima domanda fatidica”MA con un pc (tablet, or whatever) a testa i bambini imparano di più?” e la risposta – in perfetto stile jarabe-de-palo – è: DIPENDE!  non ci vuole molto, ma tuttora TRENT’ANNI DOPO, due o tre piani nazionali di scuola digitale in Italia, clamorosi fallimenti in US sugli IPAD 1:1, abbandono del progetto LIM in Inghilterra, banalmente qualcuno lo dice semplicemente:

It’s only when one-to-one computing is an element in a well-conceived plan involving learning and teaching in the classroom that one-to-one can energize the learning environment. Without such a plan and the support and professional development that needs to accompany a well-conceived plan, some teachers will make good use, others “not so good” use. Thus, the overall impact could balance out and, in general, seem to not make much of a difference.

“Solo quando l’1:1 computing è uno degli elementi di un piano ben concepito che coinvolga apprendimento e insegnamento in classse, puo’ energizzare l’ambiente di apprendimento. Senza un tale piano, il supporto e lo sviluppo professionale necessario ad accompagnarlo, alcuni insegnanti ne faranno un buon uso, altri un uso un po’ meno buono. Quindi bilanciando l’impatto complessivo, l’impressione generale e che non faccia poi una gran differenza”

La mia traduzione non e’ il massimo ma spero che il concetto sia chiaro.  Anche le altre 4 domande sono interessanti e riguardano l’importanza di un supporto IT dentro la scuola (anche questo pare un concetto che nessuno ministero riesca ad interiorizzare), al fatto che 1:1 e BYOD possano convivere, che l’uso di filtri e meccanismi di protezione sui PC della scuola sono superati e che solo l’investimento sulle competenze permette un uso corretto del digitale (anche qui cose che ripetiamo da tempo).  L’articolo è qui, ma voglio tornare sull’1:1 computing.

Sabato a Torino c’e’ stato il primo CoderDojo, grazie agli amici del MuPin e tante altre realtà e persone che si sono coordinat questi bambini di 7-8 anni si muovevano con disinvoltura sui loro laptop, grazie al fatto di avere genitori competenti e in grado di sostenere quella spesa, e non ho potuto fare a meno di pensare ad alcune scuole e ai laboratori che mettono a disposizione. Non vorrei essere fraintesa, non penso che nella vita tutti debbano fare i programmatori, ma la scommessa della scuola sta proprio nel dare a tutti le stesse possibilità, soprattutto a quelli che nessuno accompagna al coderdojo.

 

 

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Turin Jam Today: la game jam per serious game .. sul serio!

E’ stata davvero una bella esperienza organizzare la Turin Jam TOday che si è svolta dal 13 al 15 giugno 2014.

Le game jam sono maratone no stop di programmazione (come le hackaton) che hanno l’obiettivo di produrre risultati concreti come un’app o un videogame o un serious game.

La più famosa è la Global Game Jam: l’ultima edizione che si è svolta a gennaio 2014 ha coinvolto 23,198 jammers registrati in 488 località distribuite 72 Paesi e ha prodotto 4,290 progetti di gioco, una di quelle località era proprio Torino e l’evento è stato organizzato dalla T-Union, una associazione che riunisce aziende torinesi di videogioco.

Il mio coinvolgimento con il gioco è legato al tema dell’apprendimento e della didattica. Il primo esperimento risale al 1997, durante l’esperienza del Laboratorio Telematico di Collegno con il progetto di Didattica Collaborativa: l’obiettivo era imparare ad usare le tecnologie digitali per collaborare a distanza.

Molto dopo, nel 2012, l’idea dell’Italian Scratch Festival:   un concorso nazionale per sviluppare videogiochi utilizzano il linguaggio scratch, inventato al MIT per favorire l’espressività di bambini e ragazzi, e soprattutto un modo per insegnare informatica nel biennio delle superiori.

Poi all’inizio del 2014 il progetto JamToday – che prende il titolo da una citazione di Alice nel Paese delle Meraviglie

“The rule is, jam tomorrow and jam yesterday – but never jam today.” – Lewis Carroll

e il format  proprio dalla Global Game Jam: obiettivo del progetto è favorire l’adozione dei serious game nella didattica, attraverso la costruzione di un circuito europeo per la realizzazione di game jam  finalizzati alla realizzazione di serious game nella didattica.

Da febbraio si è  lavorato ad organizzare  la Turin Jam Today: il supporto di Marco Mazzaglia è stato senza dubbio decisivo, soprattutto perché lui aveva già organizzato la GGJ di Torino cosi’ come quello di Agnese Vellar di I3P che ha messo a disposizione la sede e il suo supporto nella promozione dell’evento.  Trovata la sede, è stata avviate  la fase di promozione e di ricerca di partner. e sono stati organizzati eventi di preparazione.  Come sempre ci sono cose che sono andate meglio del previsto e altre che invece non hanno funzionato, soprattutto in termini di visibilita’ ( sui siti di alcuni dei soggetti  direttamente coinvolti non c’era traccia dell’evento).  E’ un vero peccato inoltre che non ci sia sensibilità da parte di agenzie formative alla richiesta dei ragazzi che vorrebbero formarsi in questo settore: se da un lato si può comprendere che si tratta di piccoli numeri in termini occupazionali, dall’altra sembra tuttavia un’occasione sprecata.

Gli sforzi sono stati ampiamente ripagati dall’entusiasmo e dalla partecipazione dei 50 jammers che si sono cimentati con un tema veramente difficile da affrontare:  sviluppare un serious game che coinvolgesse insegnanti e allievi nell’acquisizione di competenze di programmazione (coding literacy).   I lavori sono cominciati con la costituzione dei gruppi attraverso lo speed grouping (ci si trova in gruppi che dopo 5-6 minuti, si sciolgono e si ricostituiscono in modo iterativo, portandosi sempre dietro un compagno), successivamente si passa alla fase creativa in cui si cerca l’idea che deve convincere tutti, poi alla fase realizzativa in cui si fanno i conti con le risorse disponibili e lo scarso tempo a disposizione, fino alla fase finale, in cui bisogna chiudere  e presentare il lavoro svolto, a cui segue la fase di valutazione e infine la premiazione, momento importante ma non cosi tanto, perché la parte più divertente è stato il tempo passato con gli altri.

Capisco perché  le hackaton stanno avendo una grande diffusione: la bellezza di lavorare con gli altri, di con-correre (nel senso di correre insieme) con persone che non si conoscono  e che hanno competenze complementari  per realizzare qualcosa che prima di tutto deve piacere a chi la realizza, vedere l’idea prendere forma in poco tempo,  che per forza di cose rimane un abbozzo e che magari continuerà in altre forme per altre vie…    un’esperienza che consiglio davvero a  tutti, anche a chi come me, l’ha vissuta da organizzatore:  ne vale davvero la pena.

 

 

Far fiorire la creatività

La differenza fra play e game in italiano non è immediatamente traducibile: detto malamente il game è un gioco con regole codificate, mentre il play è il gioco che si fa per svagarsi; in latino abbiamo  iocus e ludus, che un po’ si possono ricondurre a play e game, perché lo iocus era il divertimento,  mentre il ludus era gioco fisico, studiato; in greco paidià e agon/athlon, rimandano al gioco dei bambini e il secondo alla gara degli adulti (agonistico/atletico). Il ludi magister era i l maestro di scuola: solitamente uno schiavo greco che insegnava ai bambini romani i primi rudimenti del leggere, scrivere e far di conto. Crescendo si acquisiscono capacità di comunicare  e di fare:  attraverso la parola si comunica e attraverso l’appropriazione del gioco si attiva il pensiero, comunicando e facendo si  acquisisce la facoltà di riflettere e creare.

Un bell’articolo  di Peter Gray, tradotto e pubblicato da Internazionale nel dicembre 2013, con il titolo Lasciateli giocare, dice tra l’altro “Tutti i piccoli mammiferi giocano. Perché sprecano tempo e corrono rischi per giocare, quando potrebbero starsene tranquilli nella loro tana?”  Per rispondere a queste domande, lo psicologo ha intervistato antropologi:  i bambini di tutte le culture attraverso il gioco imitano gli adulti e si preparano al futuro.  Gray sostiene che i bambini di oggi non hanno più tempo per giocare ed è molto critico verso i test standardizzati: dichiara che le scuole asiatiche preparano studenti che hanno risultati migliori nei test, ma che sono poco creativi e motivati. La standardizzazione sta uccidendo la creatività:  infatti negli ultimi dieci anni i dati dei  Torrance tests of creative thinking (Ttct) sono in costante diminuizione, secondo Gray la “creatività non si insegna, si lascia fiorire”. Con il gioco di gruppo si acquisiscono abilità sociali: gioca solo chi ha voglia, bisogna negoziare bisogni e desideri di tutti, si impara a gestire la propria rabbia e paura.

La Lego, che di gioco se ne intende, lo sa bene e ha inventato un modo per favorire l’innovazione nelle aziende, utilizzando ca va sans dire, i suoi mattoncini (ma in realtà ormai ci sono pezzi di ogni tipo): si chiama Lego Serious Play e pare sia servito anche a loro per uscire dalla crisi.  Il metodo consiste nel trovare risposte a domande attraverso la costruzione, “lasciando che siano le mani a guidare” e con la convinzione che un oggetto  intorno al quale discutere, rende la discussione molto più “concreta”. La demo  a cura di OtherWise ospitata da Engim è stata molto convincente.

Come si fa a far fiorire la creatività?  Esistono sicuramente  sistemi e metodi (una lettura molto utile è  il blog “nuovo e utile“)  per allenarsi e il gioco sicuramente e’ uno di quelli.

“Non comprate un nuovo videogame: fatene uno. Non scaricate l’ultima app: disegnatela. Non usate semplicemente il vostro telefono: programmatelo”. Così, in un recente discorso, il Presidente Barack Obama si è rivolto agli studenti americani per stimolarli a imparare un nuovo linguaggio, quello della programmazione – il cosiddetto “coding” –, sostenendo la campagna “Hour of Code ”, lanciata da Code.org per la diffusione delle scienze informatiche. ”  Così Luca Indemini apre il suo articolo su LaStampa  in cui esplora il mondo della programmazione nella scuola italiana, veicolato attraverso il gioco.

Italian Scratch Festival da tre anni,  promuove l’insegnamento dell’informatica attraverso la progettazione di un videgioco. Anche quest’anno abbiamo visto ragazzi di prima e seconda superiore, che hanno ideato e realizzato in un periodo che va da uno a tre mesi, in totale autonomia, videogiochi più o meno complessi, lavorando sulla grafica, sulla musica e sulla meccanica del gioco. Ma all’Italian Scratch Festival hanno partecipato anche i ragazzi che con i minipc (come arduino, raspberrypi) hanno inventato oggetti come macchine fotografiche e c’era pure chi si è costruito da solo la stampante 3D. ISF Maker

La Turin Maker Faire è stata un’altra bella occasione di vedere creatività all’opera, grazie alle stampanti 3D, o attraversso luci e parti i movimento  bambini che non sanno ancora leggere imparano a programmare.   L’alfabetizzazione di domani sarà la capacità di controllare come gli oggetti interagiscono fra di loro e con noi  e solo attraverso tecnologie open questo saraà  patrimonio di tutti per evitare che l’Internet delle cose, diventi un incubo  secondo Massimo Banzi e Bruce Sterling  Banzi Sterling Turin Maker FAire

L’Università di Ferrara ha scelto un bel titolp Torino capitale dell’apprendimento ludico :  JamToday porta  a Torino la prima maratona di sviluppo di giochi per imparare. Un percorso iniziato da due anni con il progetto Boogames, perché i videogiochi possono essere anche un’opportunità di sviluppo.

logo

Turin Jam Today è un esperimento per sviluppare in 48 ore un serious game che serva a sviluppare competenze ICT: una cosa veramente da matti, un ingrediente fondamentale per il gioco.

 

 

 

[:it]Il tablet fa la differenza?[:]

[:it]Don Alberto Zanini è un prete salesiano che insegna all’Istituto Agnelli ed è  responsabile didattico  del progetto Juventus College, un Liceo Scientifico particolare, disegnato per permettere ai ragazzi di poter continuare a studiare mentre si allenano e coltivano il loro talento sportivo. Ci siamo incontrati a settembre 2013: i ragazzi del Liceo Juventus hanno a disposizione tecnologie avanzate ma non è sempre facile coinvolgerli, vista l’eccezionalità dell’esperienza che vivono. La scommessa sta proprio nel capire se  le tecnologie, possono  dare una marcia in più all’apprendimento. Don Alberto è una persona che approfondisce e ricerca: ha attraversato l’Italia per conoscere  le esperienze più avanzate e mi ha posto più volte  la domanda: ma in Piemonte cosa si fa?

Così gli ho raccontato di Dschola e del progetto Scuola digitale in Piemonte, che è stata esperienza d’avanguardia. dato che nel 2010 sono state allestite 28 classi con un netbook per ogni studente ovvero 700 netbook distribuiti e configurati, con assistenza e formazione. Il grande progetto del ministro Profumo per finanziare Classi 2.0 e Scuola 2.0, dopo bandi e graduatorie è stato congelato dalla ministra Carrozza ad oggi non si  sa se i finanziamenti arriveranno mai.  Per le  scuole italiane, esclusa la Lombardia dove  si stanno investendo 15 milioni nel processo della scuola digitale, non  è previsto alcun piano di rilancio. Due mini bandi in chiusura d’anno 2013 del MIUR hanno promesso qualche ridottissimo finanziamento in  infrastrutture e in competenze per gli insegnanti. Il bando sulle competenze prevedeva un investimento di circa 600 mila euro per tutta l’Italia e sono 665 mila i docenti in organico di diritto.

Mentre altrove si susseguono convegni su tablet school 1 e 2, si sperimentano nuovi modelli di editoria scolastica, si lavora sulla statistica e sugli opendata, si sperimentano fablab nella scuola, in questo Piemonte dormiente, Don Alberto ha organizzato per il 21 febbraio al Teatro Agnelli un seminario per raccontare cosa si fa qui con i (pochi) tablet a scuola.

La mattina è iniziata con tre giovanissimi talenti: una concertista d’arpa, un pilota di rally automobilistici e un giovane calciatore dello Juventus college che dichiarano le difficoltà a conciliare studio e attività artistica/agonistica: per loro le tecnologie che rendono possibile una scuola flessibile negli tempi e negli spazi sono fondamentali.

A seguire con ritmo serrato le esperienze di tre classi. Una media che utilizza la soluzione della Samsung school: è prevista la dimostrazione pratica dell’uso di Geogebra, i ragazzi sono bravissimi ma la rete collassa ripetutamente (la modalità di accesso contemporaneo di tutti i tablet richiede una rete molto ben carrozzata); si passa alla seconda scuola – l’Istituto Immacolata di Pinerolo che ha sperimentato il tablet nelle lezioni di storia e filosofia: hanno usato notability  per prendere appunti e fanno la presentazione con videoscribe, ma la parte più coinvolgente è  stata l’idea di organizzare un vero banchetto in stile antica Roma; infine i ragazzi del Liceo Giusti di Torino presentano “Un anno con Virgilio” ebook reperibile su iTunes, realizzato  con il supporto della Prof Francesca Salvadori  (scuolalvento)  utilizzando ibook author. Segue qualche riflessione dei ragazzi che sanno di essere privilegiati perché dispongono di  queste tecnologie (sono tutte scuole paritarie quelle intervenute)  ma pur abilitando maggiori possibilità espressive non le considerano sostitutive di libri e quaderni.

Si va verso la chiusura della mattina con Dario Zucchini, che sottolinea l’importanza di una buona infrastruttura di rete, che permetta ai ragazzi di utilizzare i propri dispositivi, orientando le famiglie a comprare smartphone con schermi grandi, quelli che lui chiama “teletablet”e suggerisce che gli insegnanti adottino anche le “app” oltre che i libri di testo, tenendo anche conto che gli smartphone hanno sensori che sono strumenti di misurazione utili per la didattica.   La mia presentazione è un po’ provocatoria, parlo di scuole virtuali, flessibili e senza insegnanti, di fablab a scuola e di scuole senza orari e senza classi, di scuole che sono un gioco. Avrei voluto raccontare l’episodio della ballerina che andava male a scuola citato nel famoso video di Ken Robinson(Come la scuola uccide la creatività) per collegarmi idealmente all’inizio della mattinata ma il tempo corre veloce, per chi fosse curioso le mie slide

Ci si divide in gruppi per discutere: io sono nel gruppo didattica, con una quarantina fra docenti e insegnanti. Si parla di didattica per competenze  e di valutazione autentica, le cose interessanti che fanno i ragazzi non servono per superare la licenza media o l’esame di maturità, e ci si dimostra anche poco coerenti ai loro occhi. C’è una forte esigenza di approfondire, di avere  riferimenti per formarsi. Don Alberto chiude i lavori dicendo “Mi pare che ci sia stato un buon clima” e chi c’era può confermare.

Per continuare il discorso segnalo i seminari Geek DSchola: il primo su tablet e app per la didattica sarà il 14 marzo alle 14.30 all’ITI Majorana di Grugliasco[:]

[:it]Sempre connessi, sempre esposti, sempre da soli? [:]

[:it]In occasione del Safer Internet Day 2014,  l’IIS Maxwell di Nichelino ha organizzato “Connettiti con rispetto” una serie di incontri  con l’obiettivo di sensibilizzare i ragazzi e le famiglie sul tema della sicurezza online.

Con i ragazzi è stato semplice affrontare il tema: con un minimo di coinvolgimento sono stati molto reattivi e mi hanno dato l’occasione per fare un piccolo mini sondaggio: tutti avevano uno smartphone e un profilo facebook,  hanno dichiarato di saper gestire la configurazione delle privacy mentre  secondo loro i genitori non lo sapevano fare, molti avevano un profilo su ask.fm mentre nessuno conosceva snapchat, sembravano molto consapevoli sul tema facebook è gratis perché lucra sui nostri dati. Come mi aspettavo, con loro non serve  affrontare il tema sul piano tecnico: molte cose non le sanno ma non sono interessati ad approfondire: un po’ come se ad un incontro su come difendersi dalle molestie telefoniche ci spiegassero la commutazione di circuito o di pacchetto.

I genitori che hanno trovato il  tempo di partecipare erano  suddivisi fra  spaventati e molto spaventati. Mi è sembrato che meno si conosce il web e più si è preoccupati di non cogliere i pericoli potenziali (ma un estraneo può entrare nella chat fra mio figlio e un amico?) mentre quelli un po’ più competenti,  considerano i social media come una perdita di tempo (odio facebook e non ho un profilo).  Anche con i genitori, il tema non è tanto quello della competenza tecnologica – che se c’è facilita molte cose perché quello che non si conosce fa sempre più paura – ma -di nuovo- quello del dialogo e della presenza: discutere di quello che capita sui social o con lo smartphone è un primo passo per parlarsi. Un consiglio? stabilire dei confini e delle regole, aiuta sopratutto con i bambini più piccoli..

Le  slide che ho preparato per i ragazzi sono qui e per i genitori sono qui.

Attraverso i corsi organizzati con AssoSecurity e il progetto Safetykids@school,  si voleva sensibilizzare gli insegnanti su questi temi per arrivare alla definizione di un curriculum di online safety come avviene in molti paesi europei, previa la formazione e la partecipazione ad una community. Le dichiarazioni dell’ex ministra Carrozza sul tema della formazione specifica alla rete, in occasione della giornata della protezione dati, mi hanno lasciato molto perplessa: la motivazione fondamentale è stata che non c’erano soldi. Le cose non sembrano migliorare con la nuova ministra. Eppure ci sono chiare indicazioni da parte dell‘Europa sulla necessità di aumentare queste competenze e di lavorare per una internet migliore per tutti.

danah boyd “it’s complicated: un lavoro di ricerca durato dieci anni, con interviste ai ragazzi che nell’introduzione dichiara che i ragazzi attraverso la rete fanno il loro debutto in società e interagiscono con i loro network publics cercando di costruirsi una loro identità, nel processo classico che fa di un adolescente un adulto. Il libro sembra promettere molto bene, perché si colloca nel solco di un’altra grande ricercatrice che è la prof Sonia Livingstone, che da anni attraverso il mega progettoEuKids Online, monitora l’uso della rete da parte di ragazzi, per cercare di contrastare il  dilagante “moral panic”.

Un po’ diverso il tono del libro di Sherry Turkle, che con il suo “Alone together” (Insieme ma soli in ita)  qualche anno fa, parlava della disumanizzazione dovuta al fatto che i ragazzi non sarebbero in grado di capire la differenza fra rapportarsi fra un umano e un robot: tesi in qualche modo ripresa anche nel documentario “In real life” di Beeba Kidron, dove affrontare varie situazioni limite, tra cui  ragazzi assuefatti dalla pornografia  che non sarebbero più in grado di avere relazioni sentimentali normali.  Non sarà un caso che siano tutte donne le ricercatrici  più famose che si occupano di questi temi.

Purtroppo casi drammatici e situazioni limite esistono e non vanno ignorate, ma non si può demonizzare la rete.

Nessuno si focalizza sull’uso del telefono e della radio nelle finte telefonate della Zanzara  (vedi il caso di Onida sulla commissione dei saggi voluta da Napolitano oppure la denuncia di Barca su DeBenedetti che suggerisce i ministri a Renzi), e nessuno propone leggi per regolamentare le dirette telefoniche in radio…

Prossimo appuntamento il 5 marzo presso Università di Torino, per parlare di Cyberbullismo, Internet e nativi digitali con Mauro Ozenda, autore del libro “Sicuri in rete“.[:]

[:it]All digital: la debacle delle scuole di Los Angeles[:en]All digital: the Los Angeles schools debacle[:]

[:it]Il progetto del distretto di Los Angeles (1124scuole) di dotare tutti i 640 mila studenti di iPad e’ stato temporaneamente sospeso  (iPad initiative on hold). L’investimento per risollevare i risultati un po’ scadenti degli studenti californiani e’ di 1 miliardo di dollari, a cui si sommano 373 milioni di dollari per infrastrutture wifi. Si tratta del programma  piu’ vasto negli Stati Uniti per la dotazioni digitali per gli studenti. La fase pilota del progetto prevedeva un investimento di 50 milioni di dollari per l’acquisto di 31 mila iPad di cui 25.000 iPad sono già stati distribuiti. I primi problemi si sono verificati già nella prima settimana:  gli studenti hanno  bypassato i blocchi per accedere ai social network per cui è stato vietato agli studenti di portare a casa gli iPad (ovviamente gli studenti hanno già dichiarato che troveranno nuovamente il modo di superare i controlli). Problemi anche sul lato dei costi che sono stati sottostimati: si parla di stime che andrebbero triplicate, t servirebbero almeno 152 formatori per insegnare la gestione dei tablet a scuola e gli eventuali problemi connessi, e si è stimato un costo annuo di manutenzione pari a 20 milioni di dollari, a cui si sommerebbero altri 600.000 dollari per migliorare la gestione della sicurezza. I nodi sembrano venire al pettine: le reti wifi non funzionano e anche i contenuti didattici forniti da Pearson e inclusi nella fornitura Apple non sono completi, anche se in ogni caso la fornitura scadrà ai tre anni. Nel comitato che gestisce l’operazione qualcuno ha messo in discussione la scelta degli iPad proponendo l’acquisto di più economici  e versatili notebok e il sovrintendente John Deasy ha dovuto smentire voci sulle sue presunte dimissioni. Dagli articoli non si capisce che formazione sia stata fatta agli insegnanti e se parallelamente sia stata fatta qualche iniziativa di formazione sul piano metodologico agli insegnanti, ma  da come stanno procedendo le cose non parrebbe. Speriamo che chi conosce il progetto di Los Angeles non dai giornali come me, scriva presto un utile “manuale delle cose da non fare per il digitale nella scuola”, farebbe sicuramente un miglior servizio di quelli che invocano una scuola “all digital”, magari evocando la Corea del Sud o la Finlandia come esempi, senza conoscere nulla dei rispettivi sistemi educativi e delle culture. A margine, mi permetto un momento di orgoglio Associazione Dschola: con il progetto Scuola Digitale in Piemonte, nel 2011 abbiamo impostato la prima introduzione “sostanziale” di netbook nella scuola.. Un percorso che e’ partito dall’analisi del progetto OLPC e che ha visto una prima sperimentazione in un numero ristretto di classi, certo si trattava di altre grandezze, solo 700 netbook per 28 classi, che tuttavia arrivavano in classe, pre configurati da altri studenti con a bordo una selezione di software predefinita’ in collaborazione con insegnanti, e un sistema di sicurezza per la navigazione. A corredo piattaforme di condivisione, formazione degli insegnanti e assistenza in caso di malfunzionamenti (che grazie alla configurazione blindata sono stati molto pochi). Il netbook si portava a casa dalle elementari alle superiori e gli studenti e le famiglie erano responsabilizzate. Un modello perfettibile, soprattutto sul piano didattico, sicuramente ha lasciato qualche docente e qualche studente scontento, ma che alla fine si è dimostrato molto solido.

Per chi fosse interessato segnalo il prossimo Open Day Dschola,  il 28 novembre alle 14.30 presso l’Ist. Avogadro di Torino.[:en]The project in  Los Angeles district (1124 schools) to equip all 640 thousand students with iPad was temporarily suspended (iPad initiative on hold ).

The investment to revive the results a bit ‘ poor students and Californians ‘ of $ 1 billion , which will add $ 373 million for infrastructure wifi .This is the  more extensive program in the United States for the digital equipment for students. The pilot phase of the project involved an investment of 50 million dollars for the purchase of 31 thousand iPad,  which 25,000 have already been distributed. The first problems occurred in the first week  students bypassed the block to access the social network – for these reason it was forbidden for students to take home the iPad (of course students have already declared that they will find a way to overcome the re- controls). There are also problems  on the cost side that have been underestimated: estimated costs should be tripled and it would need at least 152 trainers to teach the management of the tablet at school and any related problems, and it is estimated an annual cost of maintenance of 20 million dollars , which would be added another 600,000 dollars to improve safety management. The nodes appear to be coming home to roost: wifi networks don’t work and also the educational content provided by Pearson and Apple included in the delivery aren’t complete, although in each case the provision will expire in three years. In the committee that manages the operation has anyone questioned the choice of iPad proposing the purchase of cheaper and more versatile notebok: Superintendent John Deasy had to refute rumors about his alleged resignation. From the articles it’s not possibile to understand it teaches were trained  in terms of methodology. I hope that someone who knows the project of Los Angeles in deep,  will  soon write an useful “guide of things to do for digital school” , would definitely a better service to those who call a school “all digital “, perhaps evoking South Korea and Finland as examples , without knowing anything of their education systems and cultures.

On the sidelines, I beg a moment of pride as Dschola Association: with the project Digital School in Piedmont, in 2011 we set up the first introduction of “substantial” netbook in school. We started with an analysis of the OLPC project and wiht a first trial in a small number of classes, then the model was used for 700 netbook for 28 classes. The provided netbooks, was provided to  the pupils, pre- configured by other older students with a selection of default software on board,  selected in collaboration with teachers , and equipped  for a safe navigation. Teachers were provided by a content sharing platforms, teacher training and assistance in the event of a malfunction (which thanks to the reinforced configuration were very few). The netbook is brought home from elementary and high school students and their families were accountable, A perfectible model, especially in terms of training, that maybe left some faculty and some student discontent  but in the end it proved to be very solid.

For those interested Dschola mark next Open Day on 28 November at 14.30 at the Institute . Avogadro di Torino .[:]

[:it]Adattiva, creativa, sociale e personale ecco la nuova educazione[:en] Adaptive, creative, social and personal is the new education[:]

[:it]Oggi ho seguito in streaming in diretta @SirKenRobisons nel tuo talk per RSA “How to change education – from the ground up” –

RSA e’ l’ente che ha curato la sintesi del discorso di Ken Robinson “Changing education paradigm” attraverso la grafica

Tornando all’evendo odierno(1 luglio 2013) in circa 45 minuti e dopo i leggendari interventi  in cui Sir KEn Robinson ci aveva descritto i danni dell’educazione, questa volta avrebbe detto come ripararli.

Certo gli anni passano per tutti e oggi mi è sembrato più che altro un evento legato al lancio del suo nuovo libro: non era smagliante come nel famoso video per TED “la scuola uccide la creativita’”  che non per niente ha collezionato più di 14 milioni di viste online, e sicuramente avrò perso qualche passaggio e per questo rivedrò la registrazione.

Reiterando il concetto che il sistema educativo odierno  ha un retaggio che deriva da un’epoca industriale “un’azienda dove ogni 40 minuti suona una campana, e un gruppo di persone si sposta da una stanza all’altra per fare cose diverse, otto volte al giorno, avrebbe già chiuso, oggi”,  ha sostenuto che  il tema dell’educazione può essere affrontato  da due punti di vista: economico e culturale.  Gli imprenditori vorrebbero un’educazione che favorisse al massimo l’adattività e la creatività, mentre da un punto di vista culturale, si auspica un’educazione che sia più social, anche con riferimento al tema della democrazia e anche più personale, per favorire lo sviluppo dei propri talenti, che suppongo essere il tema del suo nuovo libro “Find your element” , sequel de “the Element” – che per inciso ho acquistato, iniziato e abbandonato in quanto noioso – le stesse cose le dice nel video di TED in 15 minuti.

La parte che mi è piaciuta di più è stata quella in cui ha citato il teatro  (il teatro è un po’ la metafora di tutto mi pare… chi si ricorda il libro di Brenda Laure “Computer as a theatre”) e in particolare Peter Brook  “Theatre can be a genuinely transformative experience”  per fare un parallelo fra attore -audience, insegnante-studenti.. e soprattutto per dire che il fulcro del processo educativo sta nell’incontro fra insegnante e studenti, che si tratta di un processo adattativo e complesso, un ecosistema  e che i policy maker dovrebbero investire su quello, non sul processo di “distribuzione” della conoscenza.

Proprio in questi giorni ho  letto un commento entusiasta a questo articolo “l’iPad nelle scuole olandesi” in cui  a partire dalla didattica basata sul digitale, la scuola si è riorganizzata consentendo  orari flessibili, tanto tutta l’attività è pianificata prima attraverso il digitale e se l’insegnante  non c’e’ si sta a casa, tanto si può studiare per conto proprio.

A me non sembra un modello così esaltante soprattutto avendo appena letto quest’articolo dell’Economist Catching on at last – New technology is poised to disrupt America’s schools, and then the world’s in cui si parla della fortissima pressione dei fornitori di soluzioni informatiche verso la scuola: nel 2011 il picco di investimenti sull’educazione è  stato quasi ai livelli della bolla delle dot.com nei primi anni 2000, e di vari altri aspetti, come quello dell’uso dei learning analytics (ovvero la profilazione degli studenti attraverso i dati forniti dai vari ambienti di apprendimento) e di come tutto questo alla fine emargini comunque gli studenti più deboli, e infine di come una didattica fortemente basata sul digitale possa avvalersi di facilitatori che non sono necessariamente degli insegnanti (paventando un demansionamento degli insegnanti).

E se invece il modello della  “blended school” fosse un’opportunità anche per gli insegnanti più capaci e meritevoli? quest’opuscolo How Blended Learning Can Improve the Teaching Profession  sostiene che attraverso il digitale anche gli insegnanti potrebbero essere messi in condizione di lavorare meglio.

Alla fine la lettura più interessante, suggerita da un twitter durante la conferenza di Sir Robinson, proprio parlando dell’incontro fra insegnanti e allievi, è stato l’articolo dell’Harvard Magazine “Twilight of the Lecture” in cui il prof. Manzur, racconta di aver scoperto – con un po’ di sgomento – che i suoi studenti, ripetevano con profitto quello che veniva loro insegnato senza capirlo in profondità… e di come poi sia passato all’idea di farli discutere fra loro per chiarirsi i concetti: la parte migliore è dove dice che gli studenti erano molto arrabbiati di dover imparare da soli, visto che pagavano una retta salata e di fare esami su cose che non avevano studiato prima.

Questo mi ha ricordato quanto aveva raccontato @iamarf – alias Andrea Robert Formiconi – che si descrive nel suo profilo twitter “Sconvolto da come si possa studiare senza imparare niente vorrei capire qualcosa sull’apprendimento …” e che oggi  cita sul suo post “che cos’e’ che non va” il prof. Persico che osservava la stessa situazione  – allievi che studiano senza capire – già nel 1956.

Alla fine il punto è sempre quello: chiamiamolo “critical thinking” o “problem based education” o “inquiry based education”…si tratta di imparare a ragionare, a mettere in relazione a costruire ipotesi, e in quel caso il ragazzino velocissimo a verificare sul suo iPad se il prof ha detto una sciocchezza può essere  una risorsa e non un noioso saputello.[:en]Today I followed the streaming of @SirKenRobisons in his talk for RSA “How to change education – from the ground up” –

RSA is the organization that realized the graphical edition of the speech of Ken Robinson “Changing education paradigm”

The today’s talk (Jul,1 2013) in about 45 minutes, had the aim to describe how to fix education, after his previous talks in which he described the troubles in education.

Of course, the years pass for everyone and today the event  maybe was an opportunity to  launch the new Robinson book: he was not brilliant as in the famous video for TED “ken_robinson_says_schools_kill_creativity'”  that collected more than 14 millions views, and maybe I missed something, so I will  watch again the recorded version of the talk.

He reiterated the concept that the education system today has a legacy that is derived from the industrial era, today a company where every 40 minutes a bell rings, and a group of people move from room to room to do different things, eight times per day wouldn’t be alive yet.
He argued that the issue of education can be approached from two points of view: economic and cultural. Entrepreneurs want an education that favored the maximum adaptivity and creativity, while from a cultural point of view, education should be more social, also with reference to the issue of democracy and even more personal, to encourage the development of talents, which I suppose to be the central thesis of his new book “Find your element”, sequel to “the Element” – which incidentally I purchased, started and abandoned as boring – the same things he says in the video in the TED 15 minutes.

The part I liked the most was the one in which he cited the theater (the theater is a bit ‘the metaphor of all I think … who remember the book ” Computer as a theater ” by Brenda Laurel), and in particular Peter Brook’s” Theatre can be a genuinely transformative experience ” to draw a parallel between actor and audience, teacher-student ..
The most important point is that the core of the educational process is the encounter between teacher and students, that it is an adaptive process and complex an ecosystem and that policy makers should invest on that, not on the process of “knowledge distribution”

Just in this day in an Italian newspaper published a news about the SteveJobs school in Nederland that from next september will give an iPad to every student, allowing flexiblity in the time pupils will stay at school and also if the teacher is absent for a short time, is not a problem for the student as all the lessons are on available and ready on the iPad.

Some of my network contact published enthusiastic comments to this news: I didn’t completely agree as I just read this article
Catching on at last – New technology is poised to disrupt America’s schools, and then the world’s,. The article speaks about the tremendous pressure of suppliers of IT solutions to the schools: in 2011, the peak of investment on education was almost to the levels of the dot.com bubble in the early 2000s, and various other aspects, related to the use of learning analytics (ie, profiling of students through the data provided by the various learning environments) and how all this eventually marginalize the weaker students, and finally as a teaching methodology heavily based on digital media can make use of facilitators that are not necessarily “full” teachers (fearing a demotion of teachers).

And what if the blended school model could be an opportunity also for the better teachers? This presentation How Blended Learning Can Improve the Teaching Profession  argues that through digital technology, teachers may be allowed to work better.

At the end of the day, the most interesting reading, as suggested by a twitter during the conference of Sir Robinson, just related to the relation between teachers and students, was the Harvard Magazine article
“Twilight of the Lecture”  where the prof. Manzur, said he found out – with a little dismay – that his students repeated perfectly what they were taught without understanding it in depth … and how then ihe suggested them to discuss with each other to clarify the concepts: the best part is where he says that the students were very angry to have to learn on their own, since they paid expensive fee and take exams on things that had not studied before.

We could talk about “critical thinking”, or “problem based education” or “inquiry based education” but it’s about learning to think, to put things into relations, to build hypotheses, and in that case the little girl that through her iPad is very fast in  checking  if the teacher said nonsense can be a resource and not a boring know-all.[:]

[:it]La scuola senza futuro[:]

[:it]Il libro di Norberto Bottani “Requiem per la scuola? Ripensare il futuro dell’istruzione” affronta una questione centrale per descrivere i sistemi di istruzione nel mondo, ovvero che  si tratti di sistemi equi e giusti, in grado di ridurre le discriminazioni sociali, ma la triste conclusione è che  la scuola ha tradito questa promessa.  Bottani, già funzionario OCSE è un esperto di educazione e di sistemi di valutazione: il suo libro contiene molte domande e poche risposte.

Le metafore da dissesto geologico continuano: dopo il mini saggio sull’Università che parla di valanghe, qui si parla di frane, di un sistema costruito senza fondamenta, che non ha chiaro nemmeno cosa si debba insegnare.

La scuola nata alla fine dell’Ottocento come   progetto educativo per costruire le moderne nazioni, aveva la finalità di formare manodopera istruita ma anche cittadini malleabili, facilmente guidabili, disciplinati ed in grado di adeguarsi alle regole della nascente burocrazia: ma questa funzione è andata in crisi. Bottani scrive:

“L’apparato scolastico annaspa anche perché le norme sociali, i criteri di autorità, i principi da rispettare nelle società postmoderne non sono più quelli in auge nelle società agricole o industriali. L’evoluzione sociale è stata rapidisssima, troppo veloce  per un apparato come quello scolastico plasmato in funzione di una rappresentazione sociale ormai superata, anzi scomparsa. Sono saltate le connessioni tra società e scuola  che la rendevano efficace e indispensabile.”

Forse Bottani ha ragione, è tramontata l’epoca di una scuola pubblica, accessibile a tutti ma che penalizza i più deboli (Scuola, ricerca shock dell’Ocse sui voti: “I prof favoriscono ragazze e ceti alti”) e che ha contribuito ad una  una società più istruita ma in cui le diseguaglianze di reddito sono aumentate. Bottani cita Galino e Illich e studi vari tra cui il Millenium Cohort Study-2 del 2000, che dimostra come a tre anni, i figli di genitori laureati hanno un vantaggio di 10 mesi rispetto all’età media, che dimostra che pur se  le differenze sociali non le crea la scuola, al tempo stesso non contribuisce a ridurle.

Il libro merita la lettura, una buona sintesi è l’intervista a Norberto Bottani da parte di Alessandra Cenerini sul sito dell’ADI.

Bottani cita anche il lavoro di Sugata Mitra, e le sue teorie sulla descolarizzazione a partire dal progetto “il buco nel muro” (the hole in the wall): si tratta di un esperimento svolto nell’India rurale, in cui un computer  e inserito in buco in un muro.  I bambini  accedono al PC senza guida, e imparano in modo autonomo ad usarlo,  dimostrando così che si può imparare senza insegnanti. Mitra ha vinto un milione di dollari per questo progetto.  Forse anche a  seguito di questo premio, qualcuno ha cominciato a seminare qualche dubbio, come Audrey Watters, che nel suo blog si pone qualche domanda su  chi ha finanziato il progetto – una società indiana che offre servizi di elearning- sul fatto che ci sia un video TED di 15 minuti e non una vera ricerca, che non ci siano bambine nel gruppo di scolari che usano il computer nel muro, che si utilizzino insegnanti inglesi in pensione come tutor per  i bambini indiani del computer nel muro, e sul fatto che si propagandi un’istruzione tecno individualista.  Altre sette domande sul progetto di  Mitra se le pone  Donald Clark, specialista inglese di elearning in pensione, sostenendo che la ricerca non è solida, che i bambini hanno imparato a fare “drag&drop” e altre cose superficiali, e che tutto il progetto assomiglia all’idea dell’India che ci ha dato il film “The Millionaire“.

Insomma il futuro dell’istruzione nessuno lo immagina: si pensa a cambiare la formazione degli insegnanti e anche a cambiare gli spazi della scuola, ma non si sa cosa rispondere al perché si studia (Prof. io il diploma me lo compro) e cosa si debba studiare.

La scuola è oggi uno dei pochi spazi sociali dove si incontra “l’altro”, dove  si impara a mettersi in relazione e a convivere civilmente, dove si cresce imparando insieme, meglio che da soli.

Ma come sarà – se esisterà  ancora – la scuola del futuro? sarà globalizzata? un modello universale, misurato da test internazionali, dove si usano dovunque gli stessi strumenti tecnologici? impermeabile alla storia e alla cultura dei diversi territori?

La Città di Torino, con il progetto Smile ha invitato aziende, centri di ricerca, associazioni a  discutere di smart city: servirebbe davvero un dibattito sulla cittadinanza intelligente che prescindesse dalla scuola, o almeno dalla scuola che conosciamo.

English: The 7th illustration from the Italian novel Heart by Edmondo de Amicis; it appears in the November chapter, on Friday, 18.
English: The 7th illustration from the Italian novel Heart by Edmondo de Amicis; it appears in the November chapter, on Friday, 18.
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[:it]L’Università fra 50 anni[:]

Valanga sull'everest

[:it]“I cambiamenti storici sono come le valanghe. Il punto di partenza è il fianco di una montagna coperto di neve che sembra solido. Tutti i cambiamenti si verificano sotto la superficie e sono piuttosto invisibili. Ma qualcosa sta per succedere. La cosa impossibile è dire quando” (*)

Questa citazione di Norman Davies è contenuta nel rapporto “An Avalanche is coming – Higher Education and the Revolution Ahead”  a cura dell’IPPR– Insitute for Public Policy Research, ente indipendente di ricerca britannico, sul futuro delle Università. Il rapporto prevede grandi opportunità e cambiamenti per le università nei prossimi 50 anni.

I fattori che contribuiscono al cambiamento sono legati alla crisi economica e alla globalizzazione, alla crescita del costo dell’istruzione superiore inversamente proporzionale al valore dei titoli di studio, alla disponibilità dei contenuti in formato digitale.  Alcune cose che mi hanno colpito:

  • la produzione di articoli scientifici è cresciuta in modo esponenziale negli ultimi anni, e con questa cresce l’esigenza di “sintesi”; spesso i migliori “sintetizzatori” sono esterni alle università  ma ciononostante  le pubblicazioni accademiche continuano ad essere sovrastimate all’interno delle università;
  • nei criteri di valutazione delle università, la ricerca pesa circa per il 50% e questo non ha spesso impatto sugli studenti; la ricerca richiede ingenti investimenti per lungo periodo: ciò significa che sarà sempre più difficile per chi è in fondo alla classifica poter risalire, anche perché ci sono meno grandi corporation rispetto a 20 anni fa
  • l’identità di una università è legata ai suoi edifici e alle sue strutture
  • ci sono università che pagano il viaggio agli studenti per e dalla loro sede, per attirare i maggiori talenti e perchè di solito ci si ferma a lavorare dove si è studiato
  • le migliori università del mondo, sono le stesse che lo erano già prima della seconda guerra mondiale
  • in Gran Bretagna, è partito il progetto Futurelearn, che a partire dall’esperienza della Open University, ha federato un buon numero di Università per offrire corsi online aperti e gratuiti di massa (MOOC).

Gli autori ipotizzano l’affermarsi in futuro di 5 possibili modelli che non sono mutualmente esclusivi: l’università d’elite, l’università di massa, l’università di nicchia, l’università locale e il modello dell’apprendimento permanente. In conclusione prevedono la combinazione di due modelli:  da un lato lo studente-consumatore che guida il mercato con le proprie scelte, dall’altro università che non sono confinate dentro le nazioni e che competono su un mercato mondiale della conoscenza.

A leggere questo rapporto,  il primo pensiero è stato all’asfittico sistema universitario italiano, ma ripensandoci il rapporto sembra avere una prospettiva che include solo Regno Unito, Stati Uniti e India, guarda caso tutti anglo-parlanti.. all’appello mancano altri giganti economici (la Cina per esempio), vedremo la valanga da che parte arriverà.

(*)  Ogni riferimento all’attuale situazione politica è assolutamente accidentale.. in fondo ci sono voluti 9 anni da Breznev alla caduta del muro,  ed era solo il 2009 quanto Grillo voleva candidarsi alle primarie del PD [:]