Far fiorire la creatività

La differenza fra play e game in italiano non è immediatamente traducibile: detto malamente il game è un gioco con regole codificate, mentre il play è il gioco che si fa per svagarsi; in latino abbiamo  iocus e ludus, che un po’ si possono ricondurre a play e game, perché lo iocus era il divertimento,  mentre il ludus era gioco fisico, studiato; in greco paidià e agon/athlon, rimandano al gioco dei bambini e il secondo alla gara degli adulti (agonistico/atletico). Il ludi magister era i l maestro di scuola: solitamente uno schiavo greco che insegnava ai bambini romani i primi rudimenti del leggere, scrivere e far di conto. Crescendo si acquisiscono capacità di comunicare  e di fare:  attraverso la parola si comunica e attraverso l’appropriazione del gioco si attiva il pensiero, comunicando e facendo si  acquisisce la facoltà di riflettere e creare.

Un bell’articolo  di Peter Gray, tradotto e pubblicato da Internazionale nel dicembre 2013, con il titolo Lasciateli giocare, dice tra l’altro “Tutti i piccoli mammiferi giocano. Perché sprecano tempo e corrono rischi per giocare, quando potrebbero starsene tranquilli nella loro tana?”  Per rispondere a queste domande, lo psicologo ha intervistato antropologi:  i bambini di tutte le culture attraverso il gioco imitano gli adulti e si preparano al futuro.  Gray sostiene che i bambini di oggi non hanno più tempo per giocare ed è molto critico verso i test standardizzati: dichiara che le scuole asiatiche preparano studenti che hanno risultati migliori nei test, ma che sono poco creativi e motivati. La standardizzazione sta uccidendo la creatività:  infatti negli ultimi dieci anni i dati dei  Torrance tests of creative thinking (Ttct) sono in costante diminuizione, secondo Gray la “creatività non si insegna, si lascia fiorire”. Con il gioco di gruppo si acquisiscono abilità sociali: gioca solo chi ha voglia, bisogna negoziare bisogni e desideri di tutti, si impara a gestire la propria rabbia e paura.

La Lego, che di gioco se ne intende, lo sa bene e ha inventato un modo per favorire l’innovazione nelle aziende, utilizzando ca va sans dire, i suoi mattoncini (ma in realtà ormai ci sono pezzi di ogni tipo): si chiama Lego Serious Play e pare sia servito anche a loro per uscire dalla crisi.  Il metodo consiste nel trovare risposte a domande attraverso la costruzione, “lasciando che siano le mani a guidare” e con la convinzione che un oggetto  intorno al quale discutere, rende la discussione molto più “concreta”. La demo  a cura di OtherWise ospitata da Engim è stata molto convincente.

Come si fa a far fiorire la creatività?  Esistono sicuramente  sistemi e metodi (una lettura molto utile è  il blog “nuovo e utile“)  per allenarsi e il gioco sicuramente e’ uno di quelli.

“Non comprate un nuovo videogame: fatene uno. Non scaricate l’ultima app: disegnatela. Non usate semplicemente il vostro telefono: programmatelo”. Così, in un recente discorso, il Presidente Barack Obama si è rivolto agli studenti americani per stimolarli a imparare un nuovo linguaggio, quello della programmazione – il cosiddetto “coding” –, sostenendo la campagna “Hour of Code ”, lanciata da Code.org per la diffusione delle scienze informatiche. ”  Così Luca Indemini apre il suo articolo su LaStampa  in cui esplora il mondo della programmazione nella scuola italiana, veicolato attraverso il gioco.

Italian Scratch Festival da tre anni,  promuove l’insegnamento dell’informatica attraverso la progettazione di un videgioco. Anche quest’anno abbiamo visto ragazzi di prima e seconda superiore, che hanno ideato e realizzato in un periodo che va da uno a tre mesi, in totale autonomia, videogiochi più o meno complessi, lavorando sulla grafica, sulla musica e sulla meccanica del gioco. Ma all’Italian Scratch Festival hanno partecipato anche i ragazzi che con i minipc (come arduino, raspberrypi) hanno inventato oggetti come macchine fotografiche e c’era pure chi si è costruito da solo la stampante 3D. ISF Maker

La Turin Maker Faire è stata un’altra bella occasione di vedere creatività all’opera, grazie alle stampanti 3D, o attraversso luci e parti i movimento  bambini che non sanno ancora leggere imparano a programmare.   L’alfabetizzazione di domani sarà la capacità di controllare come gli oggetti interagiscono fra di loro e con noi  e solo attraverso tecnologie open questo saraà  patrimonio di tutti per evitare che l’Internet delle cose, diventi un incubo  secondo Massimo Banzi e Bruce Sterling  Banzi Sterling Turin Maker FAire

L’Università di Ferrara ha scelto un bel titolp Torino capitale dell’apprendimento ludico :  JamToday porta  a Torino la prima maratona di sviluppo di giochi per imparare. Un percorso iniziato da due anni con il progetto Boogames, perché i videogiochi possono essere anche un’opportunità di sviluppo.

logo

Turin Jam Today è un esperimento per sviluppare in 48 ore un serious game che serva a sviluppare competenze ICT: una cosa veramente da matti, un ingrediente fondamentale per il gioco.

 

 

 

Il tablet fa la differenza?

Don Alberto Zanini è un prete salesiano che insegna all’Istituto Agnelli ed è  responsabile didattico  del progetto Juventus College, un Liceo Scientifico particolare, disegnato per permettere ai ragazzi di poter continuare a studiare mentre si allenano e coltivano il loro talento sportivo. Ci siamo incontrati a settembre 2013: i ragazzi del Liceo Juventus hanno a disposizione tecnologie avanzate ma non è sempre facile coinvolgerli, vista l’eccezionalità dell’esperienza che vivono. La scommessa sta proprio nel capire se  le tecnologie, possono  dare una marcia in più all’apprendimento. Don Alberto è una persona che approfondisce e ricerca: ha attraversato l’Italia per conoscere  le esperienze più avanzate e mi ha posto più volte  la domanda: ma in Piemonte cosa si fa?

Così gli ho raccontato di Dschola e del progetto Scuola digitale in Piemonte, che è stata esperienza d’avanguardia. dato che nel 2010 sono state allestite 28 classi con un netbook per ogni studente ovvero 700 netbook distribuiti e configurati, con assistenza e formazione. Il grande progetto del ministro Profumo per finanziare Classi 2.0 e Scuola 2.0, dopo bandi e graduatorie è stato congelato dalla ministra Carrozza ad oggi non si  sa se i finanziamenti arriveranno mai.  Per le  scuole italiane, esclusa la Lombardia dove  si stanno investendo 15 milioni nel processo della scuola digitale, non  è previsto alcun piano di rilancio. Due mini bandi in chiusura d’anno 2013 del MIUR hanno promesso qualche ridottissimo finanziamento in  infrastrutture e in competenze per gli insegnanti. Il bando sulle competenze prevedeva un investimento di circa 600 mila euro per tutta l’Italia e sono 665 mila i docenti in organico di diritto.

Mentre altrove si susseguono convegni su tablet school 1 e 2, si sperimentano nuovi modelli di editoria scolastica, si lavora sulla statistica e sugli opendata, si sperimentano fablab nella scuola, in questo Piemonte dormiente, Don Alberto ha organizzato per il 21 febbraio al Teatro Agnelli un seminario per raccontare cosa si fa qui con i (pochi) tablet a scuola.

La mattina è iniziata con tre giovanissimi talenti: una concertista d’arpa, un pilota di rally automobilistici e un giovane calciatore dello Juventus college che dichiarano le difficoltà a conciliare studio e attività artistica/agonistica: per loro le tecnologie che rendono possibile una scuola flessibile negli tempi e negli spazi sono fondamentali.

A seguire con ritmo serrato le esperienze di tre classi. Una media che utilizza la soluzione della Samsung school: è prevista la dimostrazione pratica dell’uso di Geogebra, i ragazzi sono bravissimi ma la rete collassa ripetutamente (la modalità di accesso contemporaneo di tutti i tablet richiede una rete molto ben carrozzata); si passa alla seconda scuola – l’Istituto Immacolata di Pinerolo che ha sperimentato il tablet nelle lezioni di storia e filosofia: hanno usato notability  per prendere appunti e fanno la presentazione con videoscribe, ma la parte più coinvolgente è  stata l’idea di organizzare un vero banchetto in stile antica Roma; infine i ragazzi del Liceo Giusti di Torino presentano “Un anno con Virgilio” ebook reperibile su iTunes, realizzato  con il supporto della Prof Francesca Salvadori  (scuolalvento)  utilizzando ibook author. Segue qualche riflessione dei ragazzi che sanno di essere privilegiati perché dispongono di  queste tecnologie (sono tutte scuole paritarie quelle intervenute)  ma pur abilitando maggiori possibilità espressive non le considerano sostitutive di libri e quaderni.

Si va verso la chiusura della mattina con Dario Zucchini, che sottolinea l’importanza di una buona infrastruttura di rete, che permetta ai ragazzi di utilizzare i propri dispositivi, orientando le famiglie a comprare smartphone con schermi grandi, quelli che lui chiama “teletablet”e suggerisce che gli insegnanti adottino anche le “app” oltre che i libri di testo, tenendo anche conto che gli smartphone hanno sensori che sono strumenti di misurazione utili per la didattica.   La mia presentazione è un po’ provocatoria, parlo di scuole virtuali, flessibili e senza insegnanti, di fablab a scuola e di scuole senza orari e senza classi, di scuole che sono un gioco. Avrei voluto raccontare l’episodio della ballerina che andava male a scuola citato nel famoso video di Ken Robinson(Come la scuola uccide la creatività) per collegarmi idealmente all’inizio della mattinata ma il tempo corre veloce, per chi fosse curioso le mie slide

Ci si divide in gruppi per discutere: io sono nel gruppo didattica, con una quarantina fra docenti e insegnanti. Si parla di didattica per competenze  e di valutazione autentica, le cose interessanti che fanno i ragazzi non servono per superare la licenza media o l’esame di maturità, e ci si dimostra anche poco coerenti ai loro occhi. C’è una forte esigenza di approfondire, di avere  riferimenti per formarsi. Don Alberto chiude i lavori dicendo “Mi pare che ci sia stato un buon clima” e chi c’era può confermare.

Per continuare il discorso segnalo i seminari Geek DSchola: il primo su tablet e app per la didattica sarà il 14 marzo alle 14.30 all’ITI Majorana di Grugliasco

Sempre connessi, sempre esposti, sempre da soli?

In occasione del Safer Internet Day 2014,  l’IIS Maxwell di Nichelino ha organizzato “Connettiti con rispetto” una serie di incontri  con l’obiettivo di sensibilizzare i ragazzi e le famiglie sul tema della sicurezza online.

Con i ragazzi è stato semplice affrontare il tema: con un minimo di coinvolgimento sono stati molto reattivi e mi hanno dato l’occasione per fare un piccolo mini sondaggio: tutti avevano uno smartphone e un profilo facebook,  hanno dichiarato di saper gestire la configurazione delle privacy mentre  secondo loro i genitori non lo sapevano fare, molti avevano un profilo su ask.fm mentre nessuno conosceva snapchat, sembravano molto consapevoli sul tema facebook è gratis perché lucra sui nostri dati. Come mi aspettavo, con loro non serve  affrontare il tema sul piano tecnico: molte cose non le sanno ma non sono interessati ad approfondire: un po’ come se ad un incontro su come difendersi dalle molestie telefoniche ci spiegassero la commutazione di circuito o di pacchetto.

I genitori che hanno trovato il  tempo di partecipare erano  suddivisi fra  spaventati e molto spaventati. Mi è sembrato che meno si conosce il web e più si è preoccupati di non cogliere i pericoli potenziali (ma un estraneo può entrare nella chat fra mio figlio e un amico?) mentre quelli un po’ più competenti,  considerano i social media come una perdita di tempo (odio facebook e non ho un profilo).  Anche con i genitori, il tema non è tanto quello della competenza tecnologica – che se c’è facilita molte cose perché quello che non si conosce fa sempre più paura – ma -di nuovo- quello del dialogo e della presenza: discutere di quello che capita sui social o con lo smartphone è un primo passo per parlarsi. Un consiglio? stabilire dei confini e delle regole, aiuta sopratutto con i bambini più piccoli..

Le  slide che ho preparato per i ragazzi sono qui e per i genitori sono qui.

Attraverso i corsi organizzati con AssoSecurity e il progetto Safetykids@school,  si voleva sensibilizzare gli insegnanti su questi temi per arrivare alla definizione di un curriculum di online safety come avviene in molti paesi europei, previa la formazione e la partecipazione ad una community. Le dichiarazioni dell’ex ministra Carrozza sul tema della formazione specifica alla rete, in occasione della giornata della protezione dati, mi hanno lasciato molto perplessa: la motivazione fondamentale è stata che non c’erano soldi. Le cose non sembrano migliorare con la nuova ministra. Eppure ci sono chiare indicazioni da parte dell‘Europa sulla necessità di aumentare queste competenze e di lavorare per una internet migliore per tutti.

danah boyd “it’s complicated: un lavoro di ricerca durato dieci anni, con interviste ai ragazzi che nell’introduzione dichiara che i ragazzi attraverso la rete fanno il loro debutto in società e interagiscono con i loro network publics cercando di costruirsi una loro identità, nel processo classico che fa di un adolescente un adulto. Il libro sembra promettere molto bene, perché si colloca nel solco di un’altra grande ricercatrice che è la prof Sonia Livingstone, che da anni attraverso il mega progettoEuKids Online, monitora l’uso della rete da parte di ragazzi, per cercare di contrastare il  dilagante “moral panic”.

Un po’ diverso il tono del libro di Sherry Turkle, che con il suo “Alone together” (Insieme ma soli in ita)  qualche anno fa, parlava della disumanizzazione dovuta al fatto che i ragazzi non sarebbero in grado di capire la differenza fra rapportarsi fra un umano e un robot: tesi in qualche modo ripresa anche nel documentario “In real life” di Beeba Kidron, dove affrontare varie situazioni limite, tra cui  ragazzi assuefatti dalla pornografia  che non sarebbero più in grado di avere relazioni sentimentali normali.  Non sarà un caso che siano tutte donne le ricercatrici  più famose che si occupano di questi temi.

Purtroppo casi drammatici e situazioni limite esistono e non vanno ignorate, ma non si può demonizzare la rete.

Nessuno si focalizza sull’uso del telefono e della radio nelle finte telefonate della Zanzara  (vedi il caso di Onida sulla commissione dei saggi voluta da Napolitano oppure la denuncia di Barca su DeBenedetti che suggerisce i ministri a Renzi), e nessuno propone leggi per regolamentare le dirette telefoniche in radio…

Prossimo appuntamento il 5 marzo presso Università di Torino, per parlare di Cyberbullismo, Internet e nativi digitali con Mauro Ozenda, autore del libro “Sicuri in rete“.

All digital: la debacle delle scuole di Los Angeles

Il progetto del distretto di Los Angeles (1124scuole) di dotare tutti i 640 mila studenti di iPad e’ stato temporaneamente sospeso  (iPad initiative on hold). L’investimento per risollevare i risultati un po’ scadenti degli studenti californiani e’ di 1 miliardo di dollari, a cui si sommano 373 milioni di dollari per infrastrutture wifi. Si tratta del programma  piu’ vasto negli Stati Uniti per la dotazioni digitali per gli studenti. La fase pilota del progetto prevedeva un investimento di 50 milioni di dollari per l’acquisto di 31 mila iPad di cui 25.000 iPad sono già stati distribuiti. I primi problemi si sono verificati già nella prima settimana:  gli studenti hanno  bypassato i blocchi per accedere ai social network per cui è stato vietato agli studenti di portare a casa gli iPad (ovviamente gli studenti hanno già dichiarato che troveranno nuovamente il modo di superare i controlli). Problemi anche sul lato dei costi che sono stati sottostimati: si parla di stime che andrebbero triplicate, t servirebbero almeno 152 formatori per insegnare la gestione dei tablet a scuola e gli eventuali problemi connessi, e si è stimato un costo annuo di manutenzione pari a 20 milioni di dollari, a cui si sommerebbero altri 600.000 dollari per migliorare la gestione della sicurezza. I nodi sembrano venire al pettine: le reti wifi non funzionano e anche i contenuti didattici forniti da Pearson e inclusi nella fornitura Apple non sono completi, anche se in ogni caso la fornitura scadrà ai tre anni. Nel comitato che gestisce l’operazione qualcuno ha messo in discussione la scelta degli iPad proponendo l’acquisto di più economici  e versatili notebok e il sovrintendente John Deasy ha dovuto smentire voci sulle sue presunte dimissioni. Dagli articoli non si capisce che formazione sia stata fatta agli insegnanti e se parallelamente sia stata fatta qualche iniziativa di formazione sul piano metodologico agli insegnanti, ma  da come stanno procedendo le cose non parrebbe. Speriamo che chi conosce il progetto di Los Angeles non dai giornali come me, scriva presto un utile “manuale delle cose da non fare per il digitale nella scuola”, farebbe sicuramente un miglior servizio di quelli che invocano una scuola “all digital”, magari evocando la Corea del Sud o la Finlandia come esempi, senza conoscere nulla dei rispettivi sistemi educativi e delle culture. A margine, mi permetto un momento di orgoglio Associazione Dschola: con il progetto Scuola Digitale in Piemonte, nel 2011 abbiamo impostato la prima introduzione “sostanziale” di netbook nella scuola.. Un percorso che e’ partito dall’analisi del progetto OLPC e che ha visto una prima sperimentazione in un numero ristretto di classi, certo si trattava di altre grandezze, solo 700 netbook per 28 classi, che tuttavia arrivavano in classe, pre configurati da altri studenti con a bordo una selezione di software predefinita’ in collaborazione con insegnanti, e un sistema di sicurezza per la navigazione. A corredo piattaforme di condivisione, formazione degli insegnanti e assistenza in caso di malfunzionamenti (che grazie alla configurazione blindata sono stati molto pochi). Il netbook si portava a casa dalle elementari alle superiori e gli studenti e le famiglie erano responsabilizzate. Un modello perfettibile, soprattutto sul piano didattico, sicuramente ha lasciato qualche docente e qualche studente scontento, ma che alla fine si è dimostrato molto solido.

Per chi fosse interessato segnalo il prossimo Open Day Dschola,  il 28 novembre alle 14.30 presso l’Ist. Avogadro di Torino.

Adattiva, creativa, sociale e personale ecco la nuova educazione

Oggi ho seguito in streaming in diretta @SirKenRobisons nel tuo talk per RSA “How to change education – from the ground up” –

RSA e’ l’ente che ha curato la sintesi del discorso di Ken Robinson “Changing education paradigm” attraverso la grafica

Tornando all’evendo odierno(1 luglio 2013) in circa 45 minuti e dopo i leggendari interventi  in cui Sir KEn Robinson ci aveva descritto i danni dell’educazione, questa volta avrebbe detto come ripararli.

Certo gli anni passano per tutti e oggi mi è sembrato più che altro un evento legato al lancio del suo nuovo libro: non era smagliante come nel famoso video per TED “la scuola uccide la creativita’”  che non per niente ha collezionato più di 14 milioni di viste online, e sicuramente avrò perso qualche passaggio e per questo rivedrò la registrazione.

Reiterando il concetto che il sistema educativo odierno  ha un retaggio che deriva da un’epoca industriale “un’azienda dove ogni 40 minuti suona una campana, e un gruppo di persone si sposta da una stanza all’altra per fare cose diverse, otto volte al giorno, avrebbe già chiuso, oggi”,  ha sostenuto che  il tema dell’educazione può essere affrontato  da due punti di vista: economico e culturale.  Gli imprenditori vorrebbero un’educazione che favorisse al massimo l’adattività e la creatività, mentre da un punto di vista culturale, si auspica un’educazione che sia più social, anche con riferimento al tema della democrazia e anche più personale, per favorire lo sviluppo dei propri talenti, che suppongo essere il tema del suo nuovo libro “Find your element” , sequel de “the Element” – che per inciso ho acquistato, iniziato e abbandonato in quanto noioso – le stesse cose le dice nel video di TED in 15 minuti.

La parte che mi è piaciuta di più è stata quella in cui ha citato il teatro  (il teatro è un po’ la metafora di tutto mi pare… chi si ricorda il libro di Brenda Laure “Computer as a theatre”) e in particolare Peter Brook  “Theatre can be a genuinely transformative experience”  per fare un parallelo fra attore -audience, insegnante-studenti.. e soprattutto per dire che il fulcro del processo educativo sta nell’incontro fra insegnante e studenti, che si tratta di un processo adattativo e complesso, un ecosistema  e che i policy maker dovrebbero investire su quello, non sul processo di “distribuzione” della conoscenza.

Proprio in questi giorni ho  letto un commento entusiasta a questo articolo “l’iPad nelle scuole olandesi” in cui  a partire dalla didattica basata sul digitale, la scuola si è riorganizzata consentendo  orari flessibili, tanto tutta l’attività è pianificata prima attraverso il digitale e se l’insegnante  non c’e’ si sta a casa, tanto si può studiare per conto proprio.

A me non sembra un modello così esaltante soprattutto avendo appena letto quest’articolo dell’Economist Catching on at last – New technology is poised to disrupt America’s schools, and then the world’s in cui si parla della fortissima pressione dei fornitori di soluzioni informatiche verso la scuola: nel 2011 il picco di investimenti sull’educazione è  stato quasi ai livelli della bolla delle dot.com nei primi anni 2000, e di vari altri aspetti, come quello dell’uso dei learning analytics (ovvero la profilazione degli studenti attraverso i dati forniti dai vari ambienti di apprendimento) e di come tutto questo alla fine emargini comunque gli studenti più deboli, e infine di come una didattica fortemente basata sul digitale possa avvalersi di facilitatori che non sono necessariamente degli insegnanti (paventando un demansionamento degli insegnanti).

E se invece il modello della  “blended school” fosse un’opportunità anche per gli insegnanti più capaci e meritevoli? quest’opuscolo How Blended Learning Can Improve the Teaching Profession  sostiene che attraverso il digitale anche gli insegnanti potrebbero essere messi in condizione di lavorare meglio.

Alla fine la lettura più interessante, suggerita da un twitter durante la conferenza di Sir Robinson, proprio parlando dell’incontro fra insegnanti e allievi, è stato l’articolo dell’Harvard Magazine “Twilight of the Lecture” in cui il prof. Manzur, racconta di aver scoperto – con un po’ di sgomento – che i suoi studenti, ripetevano con profitto quello che veniva loro insegnato senza capirlo in profondità… e di come poi sia passato all’idea di farli discutere fra loro per chiarirsi i concetti: la parte migliore è dove dice che gli studenti erano molto arrabbiati di dover imparare da soli, visto che pagavano una retta salata e di fare esami su cose che non avevano studiato prima.

Questo mi ha ricordato quanto aveva raccontato @iamarf – alias Andrea Robert Formiconi – che si descrive nel suo profilo twitter “Sconvolto da come si possa studiare senza imparare niente vorrei capire qualcosa sull’apprendimento …” e che oggi  cita sul suo post “che cos’e’ che non va” il prof. Persico che osservava la stessa situazione  – allievi che studiano senza capire – già nel 1956.

Alla fine il punto è sempre quello: chiamiamolo “critical thinking” o “problem based education” o “inquiry based education”…si tratta di imparare a ragionare, a mettere in relazione a costruire ipotesi, e in quel caso il ragazzino velocissimo a verificare sul suo iPad se il prof ha detto una sciocchezza può essere  una risorsa e non un noioso saputello.

La scuola senza futuro

Il libro di Norberto Bottani “Requiem per la scuola? Ripensare il futuro dell’istruzione” affronta una questione centrale per descrivere i sistemi di istruzione nel mondo, ovvero che  si tratti di sistemi equi e giusti, in grado di ridurre le discriminazioni sociali, ma la triste conclusione è che  la scuola ha tradito questa promessa.  Bottani, già funzionario OCSE è un esperto di educazione e di sistemi di valutazione: il suo libro contiene molte domande e poche risposte.

Le metafore da dissesto geologico continuano: dopo il mini saggio sull’Università che parla di valanghe, qui si parla di frane, di un sistema costruito senza fondamenta, che non ha chiaro nemmeno cosa si debba insegnare.

La scuola nata alla fine dell’Ottocento come   progetto educativo per costruire le moderne nazioni, aveva la finalità di formare manodopera istruita ma anche cittadini malleabili, facilmente guidabili, disciplinati ed in grado di adeguarsi alle regole della nascente burocrazia: ma questa funzione è andata in crisi. Bottani scrive:

“L’apparato scolastico annaspa anche perché le norme sociali, i criteri di autorità, i principi da rispettare nelle società postmoderne non sono più quelli in auge nelle società agricole o industriali. L’evoluzione sociale è stata rapidisssima, troppo veloce  per un apparato come quello scolastico plasmato in funzione di una rappresentazione sociale ormai superata, anzi scomparsa. Sono saltate le connessioni tra società e scuola  che la rendevano efficace e indispensabile.”

Forse Bottani ha ragione, è tramontata l’epoca di una scuola pubblica, accessibile a tutti ma che penalizza i più deboli (Scuola, ricerca shock dell’Ocse sui voti: “I prof favoriscono ragazze e ceti alti”) e che ha contribuito ad una  una società più istruita ma in cui le diseguaglianze di reddito sono aumentate. Bottani cita Galino e Illich e studi vari tra cui il Millenium Cohort Study-2 del 2000, che dimostra come a tre anni, i figli di genitori laureati hanno un vantaggio di 10 mesi rispetto all’età media, che dimostra che pur se  le differenze sociali non le crea la scuola, al tempo stesso non contribuisce a ridurle.

Il libro merita la lettura, una buona sintesi è l’intervista a Norberto Bottani da parte di Alessandra Cenerini sul sito dell’ADI.

Bottani cita anche il lavoro di Sugata Mitra, e le sue teorie sulla descolarizzazione a partire dal progetto “il buco nel muro” (the hole in the wall): si tratta di un esperimento svolto nell’India rurale, in cui un computer  e inserito in buco in un muro.  I bambini  accedono al PC senza guida, e imparano in modo autonomo ad usarlo,  dimostrando così che si può imparare senza insegnanti. Mitra ha vinto un milione di dollari per questo progetto.  Forse anche a  seguito di questo premio, qualcuno ha cominciato a seminare qualche dubbio, come Audrey Watters, che nel suo blog si pone qualche domanda su  chi ha finanziato il progetto – una società indiana che offre servizi di elearning- sul fatto che ci sia un video TED di 15 minuti e non una vera ricerca, che non ci siano bambine nel gruppo di scolari che usano il computer nel muro, che si utilizzino insegnanti inglesi in pensione come tutor per  i bambini indiani del computer nel muro, e sul fatto che si propagandi un’istruzione tecno individualista.  Altre sette domande sul progetto di  Mitra se le pone  Donald Clark, specialista inglese di elearning in pensione, sostenendo che la ricerca non è solida, che i bambini hanno imparato a fare “drag&drop” e altre cose superficiali, e che tutto il progetto assomiglia all’idea dell’India che ci ha dato il film “The Millionaire“.

Insomma il futuro dell’istruzione nessuno lo immagina: si pensa a cambiare la formazione degli insegnanti e anche a cambiare gli spazi della scuola, ma non si sa cosa rispondere al perché si studia (Prof. io il diploma me lo compro) e cosa si debba studiare.

La scuola è oggi uno dei pochi spazi sociali dove si incontra “l’altro”, dove  si impara a mettersi in relazione e a convivere civilmente, dove si cresce imparando insieme, meglio che da soli.

Ma come sarà – se esisterà  ancora – la scuola del futuro? sarà globalizzata? un modello universale, misurato da test internazionali, dove si usano dovunque gli stessi strumenti tecnologici? impermeabile alla storia e alla cultura dei diversi territori?

La Città di Torino, con il progetto Smile ha invitato aziende, centri di ricerca, associazioni a  discutere di smart city: servirebbe davvero un dibattito sulla cittadinanza intelligente che prescindesse dalla scuola, o almeno dalla scuola che conosciamo.

English: The 7th illustration from the Italian novel Heart by Edmondo de Amicis; it appears in the November chapter, on Friday, 18.
English: The 7th illustration from the Italian novel Heart by Edmondo de Amicis; it appears in the November chapter, on Friday, 18.

L’Università fra 50 anni

Valanga sull'everest

“I cambiamenti storici sono come le valanghe. Il punto di partenza è il fianco di una montagna coperto di neve che sembra solido. Tutti i cambiamenti si verificano sotto la superficie e sono piuttosto invisibili. Ma qualcosa sta per succedere. La cosa impossibile è dire quando” (*)

Questa citazione di Norman Davies è contenuta nel rapporto “An Avalanche is coming – Higher Education and the Revolution Ahead”  a cura dell’IPPR– Insitute for Public Policy Research, ente indipendente di ricerca britannico, sul futuro delle Università. Il rapporto prevede grandi opportunità e cambiamenti per le università nei prossimi 50 anni.

I fattori che contribuiscono al cambiamento sono legati alla crisi economica e alla globalizzazione, alla crescita del costo dell’istruzione superiore inversamente proporzionale al valore dei titoli di studio, alla disponibilità dei contenuti in formato digitale.  Alcune cose che mi hanno colpito:

  • la produzione di articoli scientifici è cresciuta in modo esponenziale negli ultimi anni, e con questa cresce l’esigenza di “sintesi”; spesso i migliori “sintetizzatori” sono esterni alle università  ma ciononostante  le pubblicazioni accademiche continuano ad essere sovrastimate all’interno delle università;
  • nei criteri di valutazione delle università, la ricerca pesa circa per il 50% e questo non ha spesso impatto sugli studenti; la ricerca richiede ingenti investimenti per lungo periodo: ciò significa che sarà sempre più difficile per chi è in fondo alla classifica poter risalire, anche perché ci sono meno grandi corporation rispetto a 20 anni fa
  • l’identità di una università è legata ai suoi edifici e alle sue strutture
  • ci sono università che pagano il viaggio agli studenti per e dalla loro sede, per attirare i maggiori talenti e perchè di solito ci si ferma a lavorare dove si è studiato
  • le migliori università del mondo, sono le stesse che lo erano già prima della seconda guerra mondiale
  • in Gran Bretagna, è partito il progetto Futurelearn, che a partire dall’esperienza della Open University, ha federato un buon numero di Università per offrire corsi online aperti e gratuiti di massa (MOOC).

Gli autori ipotizzano l’affermarsi in futuro di 5 possibili modelli che non sono mutualmente esclusivi: l’università d’elite, l’università di massa, l’università di nicchia, l’università locale e il modello dell’apprendimento permanente. In conclusione prevedono la combinazione di due modelli:  da un lato lo studente-consumatore che guida il mercato con le proprie scelte, dall’altro università che non sono confinate dentro le nazioni e che competono su un mercato mondiale della conoscenza.

A leggere questo rapporto,  il primo pensiero è stato all’asfittico sistema universitario italiano, ma ripensandoci il rapporto sembra avere una prospettiva che include solo Regno Unito, Stati Uniti e India, guarda caso tutti anglo-parlanti.. all’appello mancano altri giganti economici (la Cina per esempio), vedremo la valanga da che parte arriverà.

(*)  Ogni riferimento all’attuale situazione politica è assolutamente accidentale.. in fondo ci sono voluti 9 anni da Breznev alla caduta del muro,  ed era solo il 2009 quanto Grillo voleva candidarsi alle primarie del PD 

Eduskill: nuovi media per nuovi modelli educativi

Nel post precedente avevo iniziato una riflessione, in preparazione della giornata del 14 aprile per #eduskill, in cui sono stata invitata con Domenico Chiesa, presidente nazionale del Cidi, Pier Cesare Rivoltella, docente dell’Università Cattolica di Milano e Carlo Infante a parlare di nuovi media, modelli educativi e cittadinanza digitale.

Domenico Chiesa ha detto giustamente che non basta il pc nello zainetto per cambiare la scuola, che la scuola si cambia dal di dentro  e che bisognerebbe smetterla di difendere un lumino spento. Carlo Infante ha sottolineato che il web 20 è un “update antropologico” e con le tecnologie mobili si e’ aperta l’epoca del “performing media” con un nuovo uso del corpo.  Ha proposto anche un “baratto” competenze/conoscenze fra gli allievi e gli insegnanti.

Pier Cesare Rivoltella ha articolato il proprio intervento su 3 punti: il mito del “nativo digitale” come alibi per gli adulti, che sarebbe a dire “se non li capiamo é perché sono diversi da noi” e soprattutto ha insistito sul fatto che non esistono mutazioni genetiche nel cervello dei cosiddetti nativi (GRAZIE!); il secondo punto ha sottolineato come i new media sono ormai parte della nostra vita, attraverso i media indossabili e siamo assistendo ad un “riposizionamento sociale e concettuale” dei nuovi media – che ormai non sono più né strumenti né ambienti, ma costituiscono un vero e proprio tessuto connettivo; infine ha affrontato il tema della media education dicendo che c’e’ una stasi, che non si discute più di analisi di forme testuali e della nuova etica che riguarda i nuovi consum-attori.

Pensavo di parlare di “moral panic” in connessione con l’uso della rete, ma grazie alle sollecitazioni degli interventi che mi hanno preceduto ho modificato un po’ il mio contributo.

Rispetto al tema “un pc nello zainetto”  anche se sono daccordo che le tecnologie da sole non cambiano la scuola è innegabile che la “vision” di Negroponte con il suo progetto di dare un pc a ogni bambino ha avuto conseguenze sia sull’educazione, sia sul mercato dei PC/netbook/tablet. E’ altrettanto innegabile che secondo  Negroponte i bambini non hanno bisogno di maestri e questo lo racconta da un po’ anche Sugata Mitra con il suo progetto “Buco nel muro”  un concetto che se i Pink Floyd sostenevano gia’ negli anni 70, non e’ facile da mandare giù.

E’ di questi giorni la notizia che dai primi dati, l’OLPC non ha prodotto risultati apprezzabili sul piano dell’apprendimento: ma con una lettura un po’ più approfondita, si scopre che il report  della Inter-American Development Bank (IDB) rivela anche un aumento delle capacità cognitive. Forse bisognerebbe imparare a scrivere meglio gli articoli e anche a fare le valutazioni.

Sul tema dell’uso dei media, mi è sembrato utile sottolineare come il video stia  rivoluzionando il sistema dell’educazione: forse il modello della Khan Academy non è destinato a restare nei secoli ma di sicuro un bel po’ di fermento lo sta portando nel mondo dell’educazione: e se la pedagogia di Freire aveva già teorizzato l’insegnante come motivarore/facilitatore, la flipped classroom è qualcosa che si affaccia sul mondo dove gli insegnanti sono tanti e diversi fra loro.

Infine un discorso sui contenuti che vengono insegnati a scuola con particolare riferimento all’informatica: è necessario dare supporto e formazione nella scuola perche’ si abbandoni il modello addestrativo e si renda possibile un insegnamento che privilegi il coinvolgimento e la creatività. Oggi questo è possibile grazie all’esistenza di componenti hardware a basso costo come Arduino e linguaggi visuali come Scratch anche un bambino può costruire piccoli robot, giochi che reagiscono a determinate sollecitazione, realizzare videogiochi o cartoni animati. Con CSP Dschola è stato  avviato un percorso da alcuni anni che riunisce tutte queste sperimentazioni: eticommunity  e dscholatv, “progetto olpc “, “un pc per ogni bambino“, “scuola digitale in piemonte”,arduino a scuola”,   fino alle ultime iniziative come il workshop Medea sull‘Uso e riuso del video nell’educaizione”  e ll‘Italian Scratch Festival che si chiuderà  il 19 maggio 2012.

Molto interessanti le domande del pubblico, che hanno sollevato temi importanti come quello della qualita’ dell’informazione, della memoria e dell’oblio, del ruolo delle famiglie, della televisione come media imprescindibile..  per chi non c’era ci sono le sintesi video qui per una sintesi efficace della mattina c’e’ lo storify qui

Peccato non aver potuto partecipare alle altre iniziative in programma come le walk talk: complimenti ad Acmos  e Urban experience, Performing Media

 

Eduskill per la cittadinanza digitale

Sabato 14 aprile dalle 9.30 alle 1230 parteciperò al seminario “Eduskill: nuovi media per nuovi modelli educativi” nell’evento promosso da Performing Media Lab e Urban Experience in collaborazione con AcmosStati Generali dell’InnovazioneLibera.

 “Esperienze educative e partecipative per la cittadinanza interattiva”. Seminari, passeggiate radioguidate, talk lab a cura di

Una due giorni organizzata per approfondire il tema dell’innovazione, focalizzando l’attenzione sull’uso educativo, creativo e sociale delle tecnologie digitali. E’ in questo senso che il neologismo performing media definisce l’azione, il mettersi in gioco, la partecipazione, l’apprendimento al tempo del web 2.0.

La scuola come palestra per la cittadinanza digitale è un bel tema su cui discutere.. nel seguito alcune riflessioni forse un po’ frammentarie.

Nella newsletter che ho ricevuto oggi dalla Fondazione Rosselli, Poggi e  Mandrile, in un contributo intitolato “Per una cittadinanza digitale”, dichiarano:

“Se però è vero che le tecnologie, e in particolare quelle dell’informazione e della comunicazione, hanno cambiato la nostra vita, così non è per la scuola, specialmente quella italiana. Anche se qualcosa si sta muovendo, esiste una resistenza generalizzata all’impiego delle tecnologie da parte dei sistemi educativi e dei docenti.”

Poi proseguono dicendo che in Italia c’e’ una situazione a macchia di leopardo per la diffusione delle tecnologie a scuola,  che è necessario scongiurare il rischio che esse siano fonti di ulteriori disparità e che potrebbero rappresentare una opportunità per l’apprendimento, soprattutto se si punterà  su

l’asimmetria relazionale tra docente e discente non si gioca più sul sapere o sulle conoscenze possedute (peraltro, e in una certa misura, facilmente reperibili sulla Rete), ma sulle chiavi interpretative offerte ai ragazzi per leggere la realtà in modo critico (ad esempio è tutt’altro che banale selezionare le informazioni, confrontarle con le conoscenze pregresse, valutarne l’affidabilità).

Argomentazioni ampiamente condivise da chi si occupa di ricerca in questo settore. Le conoscenze facilmente reperibili in rete, stanno facendo emergere modelli come quello della Khan Academy in cui molti  preferiscono i video online per imparare la matematica al prof. in carne e ossa in classe.

Ma spesso questa navigazione della rete, un ambiente cognitivo sempre più complesso genera ansia nei genitori e negli adulti in genere, che si preoccupano di dare ai propri ragazzi basi etiche e competenze che gli tengano al sicuro dai “pericoli della rete”, come il cyber bullismo, il marketing, il sexting, ecc

Le prime ricerche sull’etica dei piccoli navigatori, dimostrano come spesso le loro decisioni online siano impulsive e orientate a ottenere immediati vantaggi per sé stessi, piuttosto che per la comunità. Urge quindi attrezzare gli insegnanti / genitori strumenti adeguati per educarli a una corretta presenza digitale. CommonSense mette a disposizione vari materiali didattici (es. cyberbulling) per dare un supporto agli insegnanti  ad affrontare questi temi.

Altro aspetto della cittadinanza digitale è  l’alfabetizzazione mediale, perché oggi si comunica attraverso immagini e video, quasi quanto lo si fa con le parole…  [segue..]

Hashtag x Twitter: #pmlab #eduskill #urbexp

Learning Through Sharing

The bava has invaded Bologna. Be very afraid.

Ho avuto il piacere e l’onore di essere invitata alla conferenza “Learning Through Sharing: Open Resources, Open Practices, Open Communication” che si è svolto a Bologna il 29 e 30 marzo organizzato presso il CILTA dell’Università di Bologna, dove ho fatto l’intervento di apertura.

EuroCall e’ un’associazione internazionale di docenti di lingua straniera: nella giornata che ho trascorso con loro ho potuto farmi una vaga idea di quali siano le specificità dell’insegnamento linguistico e dell’uso delle OER applicato a questo contesto.

L’organizzazione della conferenza era molto curata e anceh innovativa: nelle diverse sessioni parallele, i power point erano banditi: tutti i contributi a seguito della call for paper sono stai pubblicati in anticipo, in modo che potessero essere letti in anticipo e discussi durante la sessione in presenza.

C’era un clima molto costruttivo e di grande passione per la propria professione, oltre che normali divergenze sul ruolo dell’insegnante come “peer” o “facilitator”, se si possa essere buoni insegnanti anche se non si padroneggiano le tecnologie digitali oppure se fare “amici” su Facebook i propri allievi non sia un’invasione di spazi. Interessante anche capire come in un panorama che vede sempre più sfumati confini fra apprendimento formale e non formale, l’adozione di un sistema di eportfolio come Mahara (ne avevamo ragionato con la Provincia di Torino, ma poi non se ne e’ fatto nulla purtroppo) integrato con Moodle dalla Open University della Catalunya permetta agli studenti di valorizzare anche altre attività extra curriculari.

Ho partecipato ad una sessione pratica, in cui con un mazzo di carte progettato ad hoc dalla Open University inglese e dal gruppo LORO, abbiamo riflettuto sulle ragioni che ci spingono a riusare i materiali didattici di altri, e quindi imparare  a costruire e descrivere le nostre risorse in modo che altri le riusino. Le carte sono in licenza CC quindi si possono modificare ed adattare.

Questa è la mia presentazione :

 

E’ stato un grandissimo piacere conoscere Ana Beaven, Sarah Guth, Melinda Dooly, Tita Beaven, Anna Comas Quinn, Mjriam Hauck e tutto il comitato organizzativo di EuroCall, oltre che ringraziare Orsola Brizio per avermi messo in contatto con loro.

Spero che le nostre strade si incrocino ancora.