Biblioteche scolastiche e banda larga

Nel libro “Un Millimetro più in la”, Marino Sinibaldi intervistato da Giorgio Zanchini, si definisce ultrademocratico e cita Rodari “tutti gli usi della parola a tutti”. Il libro mi e’ piaciuto molto ma questo e’ il passaggio che ho apprezzato di più:

“[.. ]bisogna in tutti i modi permettere l’accesso di tutti ai prodotti e ai consumi culturali. Combattere (anzi rimuovere come dice il bell’articolo 3 della Costituzione) tutti gli ostacoli, tutti i divides, vecchi e nuovi. Ti indico due strumenti che sembrano stellarmente lontani nella storia dell’umanità: banda larga e biblioteche scolastiche. Forse e’ superfluo dire perché tutti i ragazzi italiani dovrebbero essere aiutati ad accedere liberamente, velocemente,economicamente alla Rete (però non vedo in giro un grande impegno a realizzare questo semplice obiettivo). Ma quello delle biblioteche scolastiche è un tema colpevolmente sottovalutato, non si fa nulla per arricchirle, quelle che ci sono rischiano di scomparire. Quando arrivai al ginnasio mi spiegarono che c’era una biblioteca e che ogni studente poteva indicare due libri da comprare per arricchirla. [..] Arrivavi a scuola e ti chiedevano di scegliere due libri. Significava dichiarare a un ragazzo l’importanza del luogo e dei libri”.

 

Condivido con Sinibaldi,   il ricordo di due libri  della biblioteca scolastica (no a noi non era richiesto di suggerire i titoli) in particolare: uno era I persuasori occulti di Vance Packard e l’altro era Elementi di Semiologia di Roland Barthes.  La biblioteca era il luogo centrale della scuola: si tenevano le riunioni del consiglio di Istituto. Si faceva anche teatro, ad esempio La lezione di Ionesco, con la regia di Massimo Scaglione.

Il tema delle biblioteche scolastiche è molto caro anche a Gino Roncaglia, che come Sinibaldi non vede una contrapposizione fra l’online e l’offline.

Entrambi riconoscono che il modo di leggere e’ cambiato: Sinibaldi ne fa più una question antropologica  “le dimensioni del tempo e della concentrazione stanno completamente mutando”   e sull’attenzione cita il prologo del Faust, in cui l’Impresario lamentava le condizioni in cui la gente arrivava a teatro ” Uno che arriva spinto dalla noia/ un altro appesantito da un pranzo luculliano/ e non pochi, può esserci di peggio?/hanno letto da poco un quotidiano” … si perché la lettura del quotidiano era considerata un’esperienza che turbava la sensibilità  e la concentrazione, oggi sembra un atto impegnativo e apprezzabile. Roncaglia invece sostiene che siano necessari  interventi di promozione della lettura digitale, attraverso  un migliore design delle tecnologia di lettura , sostenendo l’interoperabilità delle piattaforme, con particolare riferimento agli ambiti scolastici e universitari per i contenuti di apprendimento ” e andrebbe affiancato da una specifica attenzione verso le capacità delle piattaforme prescelte di garantire la diversità e la pluralità dell’offerta e di favorire la produzione e la fruizione di forme di testualità complessa e articolata.”

Il tema della complessità torna in un altro intervento di Roncaglia, che la rivendica per l’architettura interna dei contenuti sul web,  per non arrendersi ad un “Internet che ci rende stupidi”, fatto di frammenti che si focalizzano esclusivamete sugli aspettti di “conversazione”. Roncaglia ritiene che biblioteche e bibliotecari debbano controbilanciare la tendenza alla frammentazione per riconquistare una capacità di aggregazione e organizzazione, anche attraverso i strumenti di “content curation”  come scoop.it, paper.li, storify che come sostiene Linda D Behen, possono dare un nuovo ruolo alle biblioteche scolastiche.

 

The original  photo  is by Monica Bargmann  – Library Mistress -licence https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0/ ThankS

 

Fiducia o autostima? in ogni caso roba da donne

Internazionale sul numero 1055 dedica l’articolo di copertina al tema fiducia delle donne, ma poi in realtà l’articolo parla di “fiducia in se’ stesse” cioè di  autostima e sicurezza/insicurezza.. scelte editoriali che hanno  fatto discutere sia per il tiitolo sia per l’immagine di copertina  -una donna in costume catwoman/batman, che si presenta in lacrime e quindi fragile.

L’articolo in questione è la  traduzione  ddi The Confidence Gap pubblicato su  Atlantic lo scorso aprile che descrive  la nascita  del libro “The Confidence Code” di Katty Kay e Claire Shipman. Le due autrici, affermate giornaliste, a partire dalla propria  insufficiente fiducia in loro  stesse hanno effettuato ricerche e interviste sul tema.

Secondo studi che riportano,  il fattore “sicurezza in se stessi ” èpiù determinante della competenza nel favorire la carriera: chi è convinto delle proprie capacità è più convincente. Le donne sottostimano le proprie competenze, non si candidano per le promozioni se non sono sicure di avere il 100% delle competenze necessarie (agli uomini basta pensare di avere il 60%). E qual è l’origine di tutto questo secondo le due autrici? Forse una questione di cervello e di ormoni, testosterone e estrogeno, ma non è certo perché gli stimoli ambientali possono modificare il cervello o piuttosto otrebbe essere una questione di educazione. “Fare le brave in classe” premia a scuola ma non nella vita, e cosi’ le ragazzine imparano a evitare i rischi e gli errori, alla ricerca del perfezionismo. E non fanno sport, che insegna a perdere.

Su Internazionale c’e’ anche la risposta di Jessica Valenti che dal  Guardian, ha dichiarato che la visione di The Confidence Code, ignora gli ostacoli istituzionali e che la questione non sta nella scarsa autostima delle donne.   La mancanza di fiducia  è il riflesso di una cultura che non dà alle donne alcuna ragione per sentirsi sicure di sé.

A entrambe risponde Luisa Muraro  rigettando la visione delle giornaliste che propongono un manuale sull’autostima e la visione della Valenti che rimanda a un deus ex machina che risolve la questione per conto delle donne, ovvero il “femminismo di stato”.  Tuttavia la Muraro riconosce alle giornaliste  il merito di mettere al centro le donne: la libertà nasce dalla propria iniziativa.  E contemporaneamente che la sfiducia femminile richiede un ripensamento del femminismo. La Muraro si spinge oltre dicendo che i segnali della rivoluzione femminista ci sono ma sono sempre meno leggibili, e parte proprio dalla scelta di Internazionale di usare la parola “fiducia”, che non va confusa con autostima e sicurezza e che non si costruisce dal confronto di una lei con un lui ma fra una lei e un’altra lei.

Confesso che a una prima lettura ho trovato l’articolo di Kay e Shipman convincente: e’ vero siamo molto brave a sottostimarci e non ci perdoniamo  fallimenti di cui tendiamo a farci interamente carico – mentre i successi sono sempre pura fortuna, e tentiamo sempre di trovare una via negoziale agli accordi. Molte mie amiche non hanno mai chiesto un aumento di stipendio, pur essendo consapevoli di svolgere ruoli per i quali i colleghi maschi sono più pagati. Personalmente ho chiesto quando ritenevo di lavorare meglio di colleghi uomini  e non ho sempre ottenuto, anzi tutt’altro. Ho fatto l’errore di riconoscere nell’articolo dei “pattern” ma   stabilire relazioni di causa effetto è un’altra cosa e nella discussione con mio marito, lui per primo mi ha fatto notare come non si possa addossare alle donne la causa di comportamenti  acquisiti da modelli culturali  di solida tradizione.

Se anche la  capitana di Facebook, Sheryl Sandberg, dice di sentirsi un’imbrogliona nel ruolo che ricopre,c’e’ qualcosa che non funziona: ma lei non può essere un modello per chi  non prende aerei privati per partecipare a riunioni con miliardari. Forse Muraro ha ragione quando dice che la fiducia delle donne si costruisce nel rapporto fra donne e nel riconoscimento reciproco e allora il problema è che non abbiamo ancora modelli convincenti  a cui rapportarci.  Del resto abbiamo il voto da poco meno di cinquant’anni, e anche l’anima l’abbiamo acquisita di recente…

 

 

 

Turin Jam Today: la game jam per serious game .. sul serio!

E’ stata davvero una bella esperienza organizzare la Turin Jam TOday che si è svolta dal 13 al 15 giugno 2014.

Le game jam sono maratone no stop di programmazione (come le hackaton) che hanno l’obiettivo di produrre risultati concreti come un’app o un videogame o un serious game.

La più famosa è la Global Game Jam: l’ultima edizione che si è svolta a gennaio 2014 ha coinvolto 23,198 jammers registrati in 488 località distribuite 72 Paesi e ha prodotto 4,290 progetti di gioco, una di quelle località era proprio Torino e l’evento è stato organizzato dalla T-Union, una associazione che riunisce aziende torinesi di videogioco.

Il mio coinvolgimento con il gioco è legato al tema dell’apprendimento e della didattica. Il primo esperimento risale al 1997, durante l’esperienza del Laboratorio Telematico di Collegno con il progetto di Didattica Collaborativa: l’obiettivo era imparare ad usare le tecnologie digitali per collaborare a distanza.

Molto dopo, nel 2012, l’idea dell’Italian Scratch Festival:   un concorso nazionale per sviluppare videogiochi utilizzano il linguaggio scratch, inventato al MIT per favorire l’espressività di bambini e ragazzi, e soprattutto un modo per insegnare informatica nel biennio delle superiori.

Poi all’inizio del 2014 il progetto JamToday – che prende il titolo da una citazione di Alice nel Paese delle Meraviglie

“The rule is, jam tomorrow and jam yesterday – but never jam today.” – Lewis Carroll

e il format  proprio dalla Global Game Jam: obiettivo del progetto è favorire l’adozione dei serious game nella didattica, attraverso la costruzione di un circuito europeo per la realizzazione di game jam  finalizzati alla realizzazione di serious game nella didattica.

Da febbraio si è  lavorato ad organizzare  la Turin Jam Today: il supporto di Marco Mazzaglia è stato senza dubbio decisivo, soprattutto perché lui aveva già organizzato la GGJ di Torino cosi’ come quello di Agnese Vellar di I3P che ha messo a disposizione la sede e il suo supporto nella promozione dell’evento.  Trovata la sede, è stata avviate  la fase di promozione e di ricerca di partner. e sono stati organizzati eventi di preparazione.  Come sempre ci sono cose che sono andate meglio del previsto e altre che invece non hanno funzionato, soprattutto in termini di visibilita’ ( sui siti di alcuni dei soggetti  direttamente coinvolti non c’era traccia dell’evento).  E’ un vero peccato inoltre che non ci sia sensibilità da parte di agenzie formative alla richiesta dei ragazzi che vorrebbero formarsi in questo settore: se da un lato si può comprendere che si tratta di piccoli numeri in termini occupazionali, dall’altra sembra tuttavia un’occasione sprecata.

Gli sforzi sono stati ampiamente ripagati dall’entusiasmo e dalla partecipazione dei 50 jammers che si sono cimentati con un tema veramente difficile da affrontare:  sviluppare un serious game che coinvolgesse insegnanti e allievi nell’acquisizione di competenze di programmazione (coding literacy).   I lavori sono cominciati con la costituzione dei gruppi attraverso lo speed grouping (ci si trova in gruppi che dopo 5-6 minuti, si sciolgono e si ricostituiscono in modo iterativo, portandosi sempre dietro un compagno), successivamente si passa alla fase creativa in cui si cerca l’idea che deve convincere tutti, poi alla fase realizzativa in cui si fanno i conti con le risorse disponibili e lo scarso tempo a disposizione, fino alla fase finale, in cui bisogna chiudere  e presentare il lavoro svolto, a cui segue la fase di valutazione e infine la premiazione, momento importante ma non cosi tanto, perché la parte più divertente è stato il tempo passato con gli altri.

Capisco perché  le hackaton stanno avendo una grande diffusione: la bellezza di lavorare con gli altri, di con-correre (nel senso di correre insieme) con persone che non si conoscono  e che hanno competenze complementari  per realizzare qualcosa che prima di tutto deve piacere a chi la realizza, vedere l’idea prendere forma in poco tempo,  che per forza di cose rimane un abbozzo e che magari continuerà in altre forme per altre vie…    un’esperienza che consiglio davvero a  tutti, anche a chi come me, l’ha vissuta da organizzatore:  ne vale davvero la pena.

 

 

[:it]Ottomarzo senza di te [:]

[:it]Caterina Cara Caterina

ti scrivo perché dopodomani  è l’ottomarzo. Quest’anno che si fa?

Ci hai lasciato in balia di noi stesse e noi non ci siamo organizzate. Ci hai raccomandato le donne che coltivano giardini in Niger e ci hai chiesto di volerci bene..  ma ci manchi, mi manchi Caterina.[:]

[:it]Cyberbullismo, internet e norme sociali[:]

[:it]17Come si può definire il cyber-bullismo? che differenza c’è con il bullismo? Quali sono le responsabilità delle famiglie? quali sono le ripercussioni psicologiche per chi subisce attacchi di cyberbullismo?

Questi alcuni dei quesiti dibattuti nella tavola rotonda organizzata da Elsa Italia e Centro Studi di Informatica Giudirica di Ivrea-Torino  il 5 marzo all’Università di Torino, intorno presentazione del libro di Mauro Ozenda  e Laura Bissolotti – Sicuri in Rete – Hoepli, 2o11.

Il volume, una buona guida per famiglie e insegnanti, frutto di anni di esperienza degli autori di corsi rivolti alle scuole e alle famiglie, affronta con un linguaggio semplice e un approccio positivo gli aspetti più o meno problematici dell’uso della rete da parte dei minori:i virus, videogiohi, pornografia, motori di ricerca sicuri, chat, privacy e proprietà intellettuale sono alcuni dei temi trattati sempre con competenza e precisione.

L’incontro aveva anche l’obiettivo di presentare il lavoro fatto da Centro Studi di informatica Giuridica di Ivrea-Torino (Cisg) in riferimento alla consultazione pubblica lanciata dal MISE sul cyberbullismo. Difficile sintetizzare tre ore di dibattito multidisciplinare: di seguito solo alcuni appunti.

L’Avv. Monica Senor (@masenor) partendo dal concetto che il minore ha diritto di accesso ad internet ma ha anche il diritto di essere protetto, ha sottolineato che esistono già nella legislazione strumenti efficaci per contrastare l’esposizione a contenuti illeciti, quali  la pedopornografia, mentre non è stata ancora adottata dall’Italia la direttiva contro il grooming (adescamento). Nello specifico del cyberbullismo, c’è confusione e  mistificazione, vedi il comunicato di SavetheChildren che lo definiva erroneamente come la maggiore preoccupaizone dei giovani, confondendolo con il bullismo  (ecco l’articolo che spiega l’errore). La mancanza di definizione di cyberbullismo non permette di delimitare il campo di cui si discute: secondo it’s complicate di danah boyd, il bullismo è un’aggressione fisica o psicologica, ripetuta nel tempo, con uno squilibrio di forze ma non c’e’ una specificità di “cyberbullismo” che viene definito dalla boyd “drama”, come un generico “hate speech”.  – Il suo articolo descrive molto meglio quanto fin qui ho tentato di riassumere.

Il codice penale con l’articolo 612 bis  prevede la tutela per chi è oggetto di atti persecutori (stalking), che sembrano coprire anche i casi di bullismo e cyberbullismo: “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita.”

Anche il dott. Alberto Rossetti, psicologo, non vede una separazione fra bullismo e cyberbullismo, infatti esiste una continuità fra identità analogica e digitale, con confini sfumati. Qui le sue riflessioni in merito.

Dal punto di vista del codice civile, l’Avv. Maria Grazia D’Amico (Csig Ivrea-Torino)  ha ricordato che non ci sono limiti di età per i danni civili: sono infatti due gli articoli di riferimento (2046 e 2048)  relativamente alla responsabilità del danno per illeciti commessi da minori. Nella nostra legislazioni i genitori hanno la presunzione di colpa e sta a loro dimostrare di aver correttamente educato i figli alla convivenza civile.

Dopo la famiglia, la scuola avrebbe il compito di educare ma oggi non c’è  ancora in Italia uno specifico impegno da parte del ministero dell’istruzione a investire nella costruzione di una cittadinanza digitale: l’azione europea Better internet for children, prevedeva entro il 2013 che tutti gli stati membri adottassero misure per introdurre nelle scuole l’insegnamento dell’uso sicuro di Internet.

Il prof Durante ha ritenuto poco utile la concezione strumentale delle tecnologie per affrontare il dibattito: dire che la rete è uno strumento e come tale non può essere né buono né cattivo, non ci aiuta. Di fatto siamo immersi in un contesto dove la dicotomia reale/virtuale non ha più senso: non basta spegnere la televisione per non essere immersi nella cultura televisiva. Interessante la riflessione sul tema web 2.0 come “condivisione”:  questo porta anche a condividere rapporti negativi, come appunto gli hate speech.

Il contributo del prof. Pagallo ha sottolineato come  sia in corso una rivoluzione e di come ne sia appena iniziata un’altra con i dispositivi mobili: alcuni Paesi come il Giappone hanno introdotto nelle scuole da 15 anni il tema della computer ethics, proprio per sostenere le persone nell’affrontare nuove situazioni. Pagallo  ha sollevato la questione sul fatto che il bullismo sia un fenomeno locale.  In particolare  questo punto, mi pare davvero discriminante: il cyberbullismo si sviluppa sempre come una prosecuzione di atti di bullismo che avvengono in classe, in palestra o in parrocchia, fra ragazzi e persone che si conoscono e si frequentano. Non esiste il cyberbullismo fra sconosciuti altrimenti si parla di hate speech,

La tavola si è conclusa con numerose riflessioni e contributi dal pubblico, che hanno evidenziato ulteriormente la difficoltà per gli adulti di avere un ruolo di guida e di esempio nell’uso sano e consapevole delle tecnologie da un lato e dall’altro dalla sempre più diffusa incapacità degli adulti, di porre dei limiti: la fase che stiamo vivendo richiede nuove norme, ma più che di articoli di legge, abbiamo bisogno di adeguare le norme sociali.

Forse non a caso  in Carnage  di Polanski (adattamento del testo “Il dio del massacro”)che racconta il rapporto fra le famiglie a seguito di un episodio di bullismo i ragazzi non si vedono mai.

Un particolare ringraziamento all’Avv. Mauro Alovisio per l’invito e per aver organizzato un panel davvero completo per la diversità e la complementarietà dei punti di vista.[:]

[:it]Il tablet fa la differenza?[:]

[:it]Don Alberto Zanini è un prete salesiano che insegna all’Istituto Agnelli ed è  responsabile didattico  del progetto Juventus College, un Liceo Scientifico particolare, disegnato per permettere ai ragazzi di poter continuare a studiare mentre si allenano e coltivano il loro talento sportivo. Ci siamo incontrati a settembre 2013: i ragazzi del Liceo Juventus hanno a disposizione tecnologie avanzate ma non è sempre facile coinvolgerli, vista l’eccezionalità dell’esperienza che vivono. La scommessa sta proprio nel capire se  le tecnologie, possono  dare una marcia in più all’apprendimento. Don Alberto è una persona che approfondisce e ricerca: ha attraversato l’Italia per conoscere  le esperienze più avanzate e mi ha posto più volte  la domanda: ma in Piemonte cosa si fa?

Così gli ho raccontato di Dschola e del progetto Scuola digitale in Piemonte, che è stata esperienza d’avanguardia. dato che nel 2010 sono state allestite 28 classi con un netbook per ogni studente ovvero 700 netbook distribuiti e configurati, con assistenza e formazione. Il grande progetto del ministro Profumo per finanziare Classi 2.0 e Scuola 2.0, dopo bandi e graduatorie è stato congelato dalla ministra Carrozza ad oggi non si  sa se i finanziamenti arriveranno mai.  Per le  scuole italiane, esclusa la Lombardia dove  si stanno investendo 15 milioni nel processo della scuola digitale, non  è previsto alcun piano di rilancio. Due mini bandi in chiusura d’anno 2013 del MIUR hanno promesso qualche ridottissimo finanziamento in  infrastrutture e in competenze per gli insegnanti. Il bando sulle competenze prevedeva un investimento di circa 600 mila euro per tutta l’Italia e sono 665 mila i docenti in organico di diritto.

Mentre altrove si susseguono convegni su tablet school 1 e 2, si sperimentano nuovi modelli di editoria scolastica, si lavora sulla statistica e sugli opendata, si sperimentano fablab nella scuola, in questo Piemonte dormiente, Don Alberto ha organizzato per il 21 febbraio al Teatro Agnelli un seminario per raccontare cosa si fa qui con i (pochi) tablet a scuola.

La mattina è iniziata con tre giovanissimi talenti: una concertista d’arpa, un pilota di rally automobilistici e un giovane calciatore dello Juventus college che dichiarano le difficoltà a conciliare studio e attività artistica/agonistica: per loro le tecnologie che rendono possibile una scuola flessibile negli tempi e negli spazi sono fondamentali.

A seguire con ritmo serrato le esperienze di tre classi. Una media che utilizza la soluzione della Samsung school: è prevista la dimostrazione pratica dell’uso di Geogebra, i ragazzi sono bravissimi ma la rete collassa ripetutamente (la modalità di accesso contemporaneo di tutti i tablet richiede una rete molto ben carrozzata); si passa alla seconda scuola – l’Istituto Immacolata di Pinerolo che ha sperimentato il tablet nelle lezioni di storia e filosofia: hanno usato notability  per prendere appunti e fanno la presentazione con videoscribe, ma la parte più coinvolgente è  stata l’idea di organizzare un vero banchetto in stile antica Roma; infine i ragazzi del Liceo Giusti di Torino presentano “Un anno con Virgilio” ebook reperibile su iTunes, realizzato  con il supporto della Prof Francesca Salvadori  (scuolalvento)  utilizzando ibook author. Segue qualche riflessione dei ragazzi che sanno di essere privilegiati perché dispongono di  queste tecnologie (sono tutte scuole paritarie quelle intervenute)  ma pur abilitando maggiori possibilità espressive non le considerano sostitutive di libri e quaderni.

Si va verso la chiusura della mattina con Dario Zucchini, che sottolinea l’importanza di una buona infrastruttura di rete, che permetta ai ragazzi di utilizzare i propri dispositivi, orientando le famiglie a comprare smartphone con schermi grandi, quelli che lui chiama “teletablet”e suggerisce che gli insegnanti adottino anche le “app” oltre che i libri di testo, tenendo anche conto che gli smartphone hanno sensori che sono strumenti di misurazione utili per la didattica.   La mia presentazione è un po’ provocatoria, parlo di scuole virtuali, flessibili e senza insegnanti, di fablab a scuola e di scuole senza orari e senza classi, di scuole che sono un gioco. Avrei voluto raccontare l’episodio della ballerina che andava male a scuola citato nel famoso video di Ken Robinson(Come la scuola uccide la creatività) per collegarmi idealmente all’inizio della mattinata ma il tempo corre veloce, per chi fosse curioso le mie slide

Ci si divide in gruppi per discutere: io sono nel gruppo didattica, con una quarantina fra docenti e insegnanti. Si parla di didattica per competenze  e di valutazione autentica, le cose interessanti che fanno i ragazzi non servono per superare la licenza media o l’esame di maturità, e ci si dimostra anche poco coerenti ai loro occhi. C’è una forte esigenza di approfondire, di avere  riferimenti per formarsi. Don Alberto chiude i lavori dicendo “Mi pare che ci sia stato un buon clima” e chi c’era può confermare.

Per continuare il discorso segnalo i seminari Geek DSchola: il primo su tablet e app per la didattica sarà il 14 marzo alle 14.30 all’ITI Majorana di Grugliasco[:]

[:it]Sempre connessi, sempre esposti, sempre da soli? [:]

[:it]In occasione del Safer Internet Day 2014,  l’IIS Maxwell di Nichelino ha organizzato “Connettiti con rispetto” una serie di incontri  con l’obiettivo di sensibilizzare i ragazzi e le famiglie sul tema della sicurezza online.

Con i ragazzi è stato semplice affrontare il tema: con un minimo di coinvolgimento sono stati molto reattivi e mi hanno dato l’occasione per fare un piccolo mini sondaggio: tutti avevano uno smartphone e un profilo facebook,  hanno dichiarato di saper gestire la configurazione delle privacy mentre  secondo loro i genitori non lo sapevano fare, molti avevano un profilo su ask.fm mentre nessuno conosceva snapchat, sembravano molto consapevoli sul tema facebook è gratis perché lucra sui nostri dati. Come mi aspettavo, con loro non serve  affrontare il tema sul piano tecnico: molte cose non le sanno ma non sono interessati ad approfondire: un po’ come se ad un incontro su come difendersi dalle molestie telefoniche ci spiegassero la commutazione di circuito o di pacchetto.

I genitori che hanno trovato il  tempo di partecipare erano  suddivisi fra  spaventati e molto spaventati. Mi è sembrato che meno si conosce il web e più si è preoccupati di non cogliere i pericoli potenziali (ma un estraneo può entrare nella chat fra mio figlio e un amico?) mentre quelli un po’ più competenti,  considerano i social media come una perdita di tempo (odio facebook e non ho un profilo).  Anche con i genitori, il tema non è tanto quello della competenza tecnologica – che se c’è facilita molte cose perché quello che non si conosce fa sempre più paura – ma -di nuovo- quello del dialogo e della presenza: discutere di quello che capita sui social o con lo smartphone è un primo passo per parlarsi. Un consiglio? stabilire dei confini e delle regole, aiuta sopratutto con i bambini più piccoli..

Le  slide che ho preparato per i ragazzi sono qui e per i genitori sono qui.

Attraverso i corsi organizzati con AssoSecurity e il progetto Safetykids@school,  si voleva sensibilizzare gli insegnanti su questi temi per arrivare alla definizione di un curriculum di online safety come avviene in molti paesi europei, previa la formazione e la partecipazione ad una community. Le dichiarazioni dell’ex ministra Carrozza sul tema della formazione specifica alla rete, in occasione della giornata della protezione dati, mi hanno lasciato molto perplessa: la motivazione fondamentale è stata che non c’erano soldi. Le cose non sembrano migliorare con la nuova ministra. Eppure ci sono chiare indicazioni da parte dell‘Europa sulla necessità di aumentare queste competenze e di lavorare per una internet migliore per tutti.

danah boyd “it’s complicated: un lavoro di ricerca durato dieci anni, con interviste ai ragazzi che nell’introduzione dichiara che i ragazzi attraverso la rete fanno il loro debutto in società e interagiscono con i loro network publics cercando di costruirsi una loro identità, nel processo classico che fa di un adolescente un adulto. Il libro sembra promettere molto bene, perché si colloca nel solco di un’altra grande ricercatrice che è la prof Sonia Livingstone, che da anni attraverso il mega progettoEuKids Online, monitora l’uso della rete da parte di ragazzi, per cercare di contrastare il  dilagante “moral panic”.

Un po’ diverso il tono del libro di Sherry Turkle, che con il suo “Alone together” (Insieme ma soli in ita)  qualche anno fa, parlava della disumanizzazione dovuta al fatto che i ragazzi non sarebbero in grado di capire la differenza fra rapportarsi fra un umano e un robot: tesi in qualche modo ripresa anche nel documentario “In real life” di Beeba Kidron, dove affrontare varie situazioni limite, tra cui  ragazzi assuefatti dalla pornografia  che non sarebbero più in grado di avere relazioni sentimentali normali.  Non sarà un caso che siano tutte donne le ricercatrici  più famose che si occupano di questi temi.

Purtroppo casi drammatici e situazioni limite esistono e non vanno ignorate, ma non si può demonizzare la rete.

Nessuno si focalizza sull’uso del telefono e della radio nelle finte telefonate della Zanzara  (vedi il caso di Onida sulla commissione dei saggi voluta da Napolitano oppure la denuncia di Barca su DeBenedetti che suggerisce i ministri a Renzi), e nessuno propone leggi per regolamentare le dirette telefoniche in radio…

Prossimo appuntamento il 5 marzo presso Università di Torino, per parlare di Cyberbullismo, Internet e nativi digitali con Mauro Ozenda, autore del libro “Sicuri in rete“.[:]

[:it]La sfiducia analogica che ci rende curiosi[:]

[:it]Rileggo l’articolo di Ilvo Diamanti su Repubblica di oggi (13 gennaio 2014) dal titolo “La sfiducia digitale che ci rende infelici”  e ogni volta mi sembra un po’ peggio.

L’articolo ha attirato la mia attenzione perché fra le varie citazioni, c’era anche quella  “Cittadini digitali”, ultima fatica di Rosanna De Rosa, studiosa di comunicazione politica con una lunga storia di frequentazione della rete e di democrazia online (nel 2000 pubblicò per Apogeo “Fare Politica in Internet”).

Il concetto di fondo dell’articolo è una evidente forzatura nella correlazione fra partecipazione online e sfiducia nel prossimo, basandosi sui dati  dal rapporto “Gli Italiani e lo Stato”, di cui ho trovato una sintesi qui ma non il testo completo su http://www.agcom.it.

Tra l’altro gli stessi dati erano già  stati commentati in modo più asettico dallo stesso giornalista il 30 dicembre in quest’articolo “Gli italiani: meno tasse, basta partiti – E l’Europa non piace più –  Sì all’elezione diretta del Capo dello Stato”  in quel caso, la questione della partecipazione online era vista come fattore positivo, come antidoto alla sfiducia nelle istituzioni. Cosa sarà capitato in queste due settimane?

Nell’articolo ci sono cose varie tra cui, l’idea che la Rete favorisce la partecipazione anti-politica, grazie alla dis-intermediazione, ovvero bypassa la mediazione, diventando un “medium” antitetico agli altri media.. Affermazioni che hanno suscitato un po’ di sconcerto e una serie di domande rivolte da Vittorio Zambardino (pioniere della versione online di Repubblica) a Diamanti e al direttore di Repubblica, pubblicate su Wired.it 

La Rete mi ha abituato ad essere molto più critica verso gli “old media” ..persino Piero Angela lo guardo con occhi diversi (la puntata natalizia di SuperQuark sul cervello aveva ben poco di scientifico).

Ma torniamo a Repubblica.. e al medium tradizionale, visto che oggi disponevo di copia cartacea. A casa, sfogliando il giornale lo sguardo  cade sull’inchiesta allarmistica di turno intitolata “Se la crisi dvuota le culle” sul tracollo demografico dell’Europa, in cui si prevede un incremento degli abitanti della Nigeria (!) e della Cina mentre  in Italia non si fanno figli. Il tutto correlato da immagini e da un grafico, che attira la nostra attenzione:

Repubblica_originale

Se si confrontano i numeri con la rappresentazione grafica si nota una certa dissonanza, perché la lunghezza delle barre non è consistente rispetto ai valori, così come non sembra corretto indicare percentuali di valori che non sono quelli delle barre.

Ecco i due grafici corretti: Repubblica_dati

Evidentemente per rafforzare il titolo, serviva far sembrare graficamente più “corposo” il numero dei “Nati stranieri” rispetto a “Nati italiani”.

So benissimo che ci sono casi molto più eclatanti di cattivo giornalismo e questo è davvero cercare il pelo nell’uovo ma davvero basta con questa storia della Rete cattiva, che alimenta i peggiori sentimenti versus Media tradizionali buoni perché mediati

Preferisco un approccio come quello citato in questo articolo di Global Voices Online, “No”, the Brilliant and Optimistic Campaign that Boosted a Revolution, che sostiene che dobbiamo raccontare e documentare  drammi e tragedie ma con un complemento di speranza e approccio positivo, per realizzare quel cambiamento che stiamo cercando. [Anche per questo post, grazie a Bruno]

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[:it]Amazon vs Gruppo Trasporti Torinesi: e-commerce sabaudo[:]

[:it]Amazon e’ una multinazionale basata negli Stati Uniti: fa sempre notizia, l’ultima e’ che vogliono sperimentare le consegne con i Droni. Da tempo si parla di condizioni di lavoro non proprio ottimali ,addirittura di sorveglianti neonazisti.

Gruppo Trasporti Torinesi è l’azienda che gestisce i mezzi pubblici a Torino: dopo un anno in cui la giunta comunale  ha discusso la vendita per ripianare problemi di bilancio che porterebbero la città fuori da dal patto di stabilita’, si sta procedendo con la vendita della quota di minoranza (49%)

Per Amazon sono un cliente,  per GTT un utente, che non può scegliere di comprare da un altro. Amazon mi offre un servizio eccellente, trovo tutto quello che mi serve a prezzi imbattibili e tutto funziona perfettamente. Ho acquistato varie volte, anche prima che Amazon aprisse in Italia. Nell’ultimo ordine oltre a varie cose c’era un macinacaffe’ – sottomarca offerto da un partner. Il macinino e’ arrivato danneggiato per una botta ha preso durante la consegna: ho segnalato, mandato foto dell’oggetto danneggiato. Ho protestato visto che in una settimana la cosa non si era ancora risolta: in dieci giorni mi  è arrivato un nuovo macinacaffe’ e il rimborso (c’e’ una garanzia totale sui partner) di 13, 5o euro.

GTT ha lanciato il suo servizio di tessere ricaricabili: per avere un abbonamento annuale ora bisogna dotarsi della nuova BIP card. Per averla è necessario mandare online la scansione della carta di identita’ e una fototessera (bisogna essere un po’ bravini con photoshop per fare una fototessera decente che rispetti il numero di kbyte a disposizione). Una volta fatta la domanda ti promettono che ci vorrano non piu’ di 4 settimane per ricevere a casa la tessera. QUATTRO SETTIMANE per inviare una tessera di plastica nella stessa citta’. CE NE HANNO MESSE OTTO; la richiesta partita il 26 settembre, ha prodotto l’emissione della tessera il 4 novembre e la spedizione l’11, la consegna il 21.  Dopo averla ricevuta ho fatto il caricamento del costo dell’abbonamento 310 euro anticipati per un anno utilizzando il sito di ecommerce della GTT, anche li non proprio immediato. La procedura va apparentemente a buon fine ma l’abbonamento partira’ il 1 dicembre. Putrroppo la tessera utilizzata per la prima volta oggi (4 dicembre) risulta illeggibile. Chiamando il numero verde stampato sulla tessera mi ricordo che avevo gia’ fatto quell’errore; e’ lo stesso numero sul sito BIP Piemonte, ma non serve a nulla quello e’ il numero verde regionale a cui potete chiedere informazioni sulla sanita, sui buoni scuola ma non sulle tessera che avete in mano, Il numero giusto e’ un altro, e dopo l’attesa di rito l’operatore mi dice senza troppa gentilezza che devo andare presso uno dei loro uffici a farmi sostituire la tessera probabilmente danneggiata.

L’ufficio GTT  – bonta’ loro e’ aperto in pausa pranzo  – si trova alla stazione ferroviaria (ma non c’e’ nessun cartello che lo indica),  dove l’operatore poco gentile  mi chiede come prima cosa  la ricevuta del pagamento effettuato, cerco la mail sullo smartphone, e quando gliela mostro non la guarda perché in realtà può vederla dal suo monitor.

Mi dileggiano un po’ dicendo che sono stata carina ad andarli a trovare ma non c’era bisogno visto che avevo fatto tutto correttamente online. Tuttavia sulla tessera i soldi non ci sono. Finalmente provvedono a caricare i soldi sulla tessera.

79 giorni per avere un abbonamento ai mezzi pubblici e solo alla fine recandomi di persona negli uffici.

Una storiella stupida, ma è dura stare dalla parte di buoni….[:]

[:it]All digital: la debacle delle scuole di Los Angeles[:en]All digital: the Los Angeles schools debacle[:]

[:it]Il progetto del distretto di Los Angeles (1124scuole) di dotare tutti i 640 mila studenti di iPad e’ stato temporaneamente sospeso  (iPad initiative on hold). L’investimento per risollevare i risultati un po’ scadenti degli studenti californiani e’ di 1 miliardo di dollari, a cui si sommano 373 milioni di dollari per infrastrutture wifi. Si tratta del programma  piu’ vasto negli Stati Uniti per la dotazioni digitali per gli studenti. La fase pilota del progetto prevedeva un investimento di 50 milioni di dollari per l’acquisto di 31 mila iPad di cui 25.000 iPad sono già stati distribuiti. I primi problemi si sono verificati già nella prima settimana:  gli studenti hanno  bypassato i blocchi per accedere ai social network per cui è stato vietato agli studenti di portare a casa gli iPad (ovviamente gli studenti hanno già dichiarato che troveranno nuovamente il modo di superare i controlli). Problemi anche sul lato dei costi che sono stati sottostimati: si parla di stime che andrebbero triplicate, t servirebbero almeno 152 formatori per insegnare la gestione dei tablet a scuola e gli eventuali problemi connessi, e si è stimato un costo annuo di manutenzione pari a 20 milioni di dollari, a cui si sommerebbero altri 600.000 dollari per migliorare la gestione della sicurezza. I nodi sembrano venire al pettine: le reti wifi non funzionano e anche i contenuti didattici forniti da Pearson e inclusi nella fornitura Apple non sono completi, anche se in ogni caso la fornitura scadrà ai tre anni. Nel comitato che gestisce l’operazione qualcuno ha messo in discussione la scelta degli iPad proponendo l’acquisto di più economici  e versatili notebok e il sovrintendente John Deasy ha dovuto smentire voci sulle sue presunte dimissioni. Dagli articoli non si capisce che formazione sia stata fatta agli insegnanti e se parallelamente sia stata fatta qualche iniziativa di formazione sul piano metodologico agli insegnanti, ma  da come stanno procedendo le cose non parrebbe. Speriamo che chi conosce il progetto di Los Angeles non dai giornali come me, scriva presto un utile “manuale delle cose da non fare per il digitale nella scuola”, farebbe sicuramente un miglior servizio di quelli che invocano una scuola “all digital”, magari evocando la Corea del Sud o la Finlandia come esempi, senza conoscere nulla dei rispettivi sistemi educativi e delle culture. A margine, mi permetto un momento di orgoglio Associazione Dschola: con il progetto Scuola Digitale in Piemonte, nel 2011 abbiamo impostato la prima introduzione “sostanziale” di netbook nella scuola.. Un percorso che e’ partito dall’analisi del progetto OLPC e che ha visto una prima sperimentazione in un numero ristretto di classi, certo si trattava di altre grandezze, solo 700 netbook per 28 classi, che tuttavia arrivavano in classe, pre configurati da altri studenti con a bordo una selezione di software predefinita’ in collaborazione con insegnanti, e un sistema di sicurezza per la navigazione. A corredo piattaforme di condivisione, formazione degli insegnanti e assistenza in caso di malfunzionamenti (che grazie alla configurazione blindata sono stati molto pochi). Il netbook si portava a casa dalle elementari alle superiori e gli studenti e le famiglie erano responsabilizzate. Un modello perfettibile, soprattutto sul piano didattico, sicuramente ha lasciato qualche docente e qualche studente scontento, ma che alla fine si è dimostrato molto solido.

Per chi fosse interessato segnalo il prossimo Open Day Dschola,  il 28 novembre alle 14.30 presso l’Ist. Avogadro di Torino.[:en]The project in  Los Angeles district (1124 schools) to equip all 640 thousand students with iPad was temporarily suspended (iPad initiative on hold ).

The investment to revive the results a bit ‘ poor students and Californians ‘ of $ 1 billion , which will add $ 373 million for infrastructure wifi .This is the  more extensive program in the United States for the digital equipment for students. The pilot phase of the project involved an investment of 50 million dollars for the purchase of 31 thousand iPad,  which 25,000 have already been distributed. The first problems occurred in the first week  students bypassed the block to access the social network – for these reason it was forbidden for students to take home the iPad (of course students have already declared that they will find a way to overcome the re- controls). There are also problems  on the cost side that have been underestimated: estimated costs should be tripled and it would need at least 152 trainers to teach the management of the tablet at school and any related problems, and it is estimated an annual cost of maintenance of 20 million dollars , which would be added another 600,000 dollars to improve safety management. The nodes appear to be coming home to roost: wifi networks don’t work and also the educational content provided by Pearson and Apple included in the delivery aren’t complete, although in each case the provision will expire in three years. In the committee that manages the operation has anyone questioned the choice of iPad proposing the purchase of cheaper and more versatile notebok: Superintendent John Deasy had to refute rumors about his alleged resignation. From the articles it’s not possibile to understand it teaches were trained  in terms of methodology. I hope that someone who knows the project of Los Angeles in deep,  will  soon write an useful “guide of things to do for digital school” , would definitely a better service to those who call a school “all digital “, perhaps evoking South Korea and Finland as examples , without knowing anything of their education systems and cultures.

On the sidelines, I beg a moment of pride as Dschola Association: with the project Digital School in Piedmont, in 2011 we set up the first introduction of “substantial” netbook in school. We started with an analysis of the OLPC project and wiht a first trial in a small number of classes, then the model was used for 700 netbook for 28 classes. The provided netbooks, was provided to  the pupils, pre- configured by other older students with a selection of default software on board,  selected in collaboration with teachers , and equipped  for a safe navigation. Teachers were provided by a content sharing platforms, teacher training and assistance in the event of a malfunction (which thanks to the reinforced configuration were very few). The netbook is brought home from elementary and high school students and their families were accountable, A perfectible model, especially in terms of training, that maybe left some faculty and some student discontent  but in the end it proved to be very solid.

For those interested Dschola mark next Open Day on 28 November at 14.30 at the Institute . Avogadro di Torino .[:]