Scegliere o decidere?

Torino non è più quella di una volta:  ora è particolarmente frizzante per occasioni di confronto e di approfondimento. Oggi,  30 marzo 2017 si poteva scegliere fra Share Italy e Biennale Democrazia, domani  il Festival della Psicologia e qualche giorno fa  la Lectio del Professor Norberto Patrignani al Centro Sereno Regis – intitolato Slow Tech Per un’informatica buona pulita e giusta  

Ho avuto il piacere di conoscere il prof Patrignani  nel 2010 quando invitai  lui,   Massimo Banzi e altri a parlare di informatica etica e aperta per l’Associazione Dschola. Ogni volta   in cui lui parla in eventi pubblici cerco di esserci. Patrignani arriva dall’Olivetti e insegna Computer Ethics al Politecnico di Torino, si definisce post – pessimista nei confronti dell’impatto delle tecnologie informatiche sulle nostre vite.  Del suo intervento molto denso, riporto la citazione di  Weizenbaum , uno dei padri dell’Intelligenza Artificiale,  creatore di Eliza il primo programma che adottando un linguaggio naturale, dava l’impressione all’interlocutore di comprendere la conversazione: come dire  la nonna dei chat bot odierni.  Weizenbaum nel suo libro Computer Power and Human Reason: From Judgment To Calculation sostiene che non bisogna far prendere decisioni a un computer, perché  decidere  richiede saggezza, comprensione, amore mentre per fare scelte ci si basa su processi matematici  che non prevedono emozioni.

Già oggi molte Intelligenze Artificiali (AI)  governano processi complessi e prendono decisioni al posto degli umani, ad esempio in borsa.  I linguaggi di programmazione  e gli algoritmi incorporano culture e valori di chi li ha programmati o  si basano su visioni del mondo parziali. Comprereste un’auto che potrebbe decidere di sacrificarvi sulla base di valutazioni di premi assicurativi?  Molto meno drammaticamente siamo già quotidianamente esposti a sistemi di profilazione che pensano di conoscerci e ci offrono una visione della realtà su misura per noi o per chi può pagare di più e avere interesse a condizionare le nostre scelte politiche.

Un assistente automatico per gli anziani può comportarsi allo stesso modo in Giappone e in Europa?  Un sistema di tracciamento volti oppure per interpretare emozioni fatto male perché non tiene  conto di differenza di eta’ e culture che conseguenze può avere?   Oppure se la vediamo in un altro modo,  può essere un vantaggio che sia un sistema AI a decidere perche’ magari è meno influenzabile?  mi viene in mente il libro di Sherry Turkle, Alone Together, in cui il ragazzo preferiva chiedere consigli ad un computer piuttosto che al padre su come avvicinare una ragazza, perché il computer aveva di sicuro una casistica più ampia.

Il mondo sta diventando sempre più complesso e opaco.

Non conosciamo gli algoritmi, non sappiamo quando usiamo un software che cosa effettivamente succede: ci fidiamo. Usiamo tecnologia che non sappiamo costruire e non sappiamo in fondo come funziona, e fanno così anche gli scienziati.  Questo è stato il punto di partenza dell’intervento di Alessandro Della Corte alla Biennale Democrazia che ha dibattuto con Lucio Russo e Mario Rasetti.   Il metodo scientifico, basato sulla dimostrazione, contrapposto al principio di autorità, permette di discutere e verificare. Usare il metodo dimostrativo, richiede capacità argomentativa che è strettamente legata alla democrazia.  Della Corte e Russo hanno parlato di pensiero vivo e pensiero morto, dove il primo è quello di chi fa ricerca e il secondo  è quello di chi compie azioni ripetitive, e  hanno citato  Federigo Enriques e le “istruzioni di emergenza” per fermare il degrado dell’istruzione, ripartendo dalla conoscenza dei classici.

In un bel libro che ho iniziato ma fatico a finire, “La realtà non è come ci appare” anche  Carlo Rovelli,  fa riferimento ai filosofi dell’antichità e al’importanza di “salvare i fenomeni”  per spiegare le relazioni fra tempo, spazio e materia.

L’esaltazione dei classici greci, come base per la formazione di un pensiero scientifico, è stata però ridimensionata da un’insegnante di lettere intervenuto per ricordare come la riscoperta del classicismo fosse al cuore delle Repubblica di Weimar, da cui poi hanno avuto origine fascismo e nazismo.

Anche in quel caso forse, la propaganda aveva avuto il sopravvento sull’argomentazione, come purtroppo vediamo sempre di più nelle azioni e nei discorsi di chi governa nel mondo.

 

 

 

 

 

 

 

#TIM la sua soddisfazione è il nostro miglior premio

Sono stata cliente Telecom/Tim per più di trent’anni per la telefonia fissa, ma mai utente linea dati: da più di venti anni utilizzo altri Internet Service Provider.

Per serie di sfortunati eventi il 4  dicembre 2016 decido di acquistare la SMART FIBRA di TIM. Niente di più semplice: comunico al mio provider l’intenzione di scindere il contratto e faccio la semplice procedura sul sito online di TIM. Una volta compilata la domanda compare una videata che dice “ORA NON DEVI FARE PIU NULLA” ,ma non si riceve nessuna mail di conferma o di ringraziamento. Come ho detto sono cliente dagli anni 80 e ho la “bolletta” domiciliata e mai un ritardo nel pagamento – ovvero TIM ha tutti i miei dati già in suo possesso.  Dopo una settimana di silenzio trovo uno spiraglio per contattare la TIM, il customer care su TWITTER!  ovviamene sono subito invitata a proseguire dicussione in privato e cosi’ inizia conversazione con   @TIM4USara. Faccio la mia prima richiesta l’8 dicembre dando come riferimento il numero di telefono fisso (ok e’ festa) pensando che da li sia facile per loro ricostruire la mia storia. Ricevo una risposta il 9 e mi chiedono  il codice fiscale dell’intestatario – ripeto hanno gia’ tutto, compreso il cc bancario.  Due giorni in cui sollecito  e non ho nessuna  risposta.

 

 

Confesso che non ho capito subito. Quale print? quale scontrino? ho fatto tutto online!

 

 

 

insomma ho dovuto rimandare a TIM lo snapshot della loro videata che confermava l’acquisto, quella che dice “da questo momento non devi fare più  nulla!” – e sono passati otto  giorni

 

 

 

dopo UNDICI giorni, scopriamo che ho sbagliato la richiesta ..

“Ciao Eleonora, dal repato ci comunicano che dalle verifiche effettuate, l’ordine è stato emesso in data odierna ma immediatamente anullato da rete per ko consistenza, in quanto risulti attivo con altro gestore Adsl mentre nell’ordine ec-xxxx  hai richiesto Adsl per cliente RTG. Devi ripetere l’ordine con richiesta di sovrascrittura dati nella sezione Entra in TIM presente nella homepage del nostro sito, il form di compilazione per sovrascrittura è diverso da quello per clt new Adsl e ti verrà chiesto il codice migrazione. Buona giornata da TIM.”

A parte che non capisco quasi niente ma voleva dire che la richiesta è stata annullata. E’ come se fossi andata in un negozio  di cui sono cliente da 30 anni e il venditore che dovrebbe avere un po’ di interesse nei miei confronti, non capisce la mia domanda e  mi butta fuori dal negozio

“Vuole un etto di mortagilla? Se ne vada e torni quando e’ in grado di fare un’ordinazioni come si deve”

Un po’ come al check in in aeroporto a Torino quando  mi è stato detto “la prossima volta si metta in condizione di fare un controllo decente”  dall’addetta infastidita dai miei braccialetti – anche in quel caso  non ero una cliente pagante ma qualcos’altro.  

C’e’ voluto qualche giorno per capire la faccenda di  quel cavolo di codice di migrazione, perche secondo l’altro provider era TIM che doveva mandarlo a loro.

Nonostante tutto-  riprovo l’11 gennaio 2017.   In data 8 febbraio riscrivo alla simpatica @TIM4USara, stessa manfrina, devo rimandare il “print dello scontrino”.

Il 12 febbraio TIM4USara mi dice devo fare sovrascrittura della richiesta perche’ sulla linea era ancora attiva la portante dell’ADSL precedente – tralasciamo che pure gli altri nonostante la disdetta di un mese prima non avessero ancora staccato  – ma io non avevo capito che “fare sovrascrittura” significava che la richiesta era stata nuovamente annullata e che avrei dovuto fare un terzo tentativo.   Il 16 febbraio chiedo a che punto stanno le cose e finalmente il 18 febbraio  (la portante ADSL era stata staccata il 10) mi confermano che devo rifare la richiesta.

ricapitolando:

2 richieste annullate unilateralmente da TIM e che se non avessi avuto il contatto di @TIM4uSARa non avrei mai scoperto, perché  non arriva nessuna comunicazione ne via mail ne’ sul portale che le richieste non erano andate a buon fine.

76 giorni di attesa per non avere il servizio

4 mail di TIM di valutazione  del customer care sui social (due successive alla valutazione fatta)

1 cliente in meno per TIM

1 cliente in più Tiscali  con numero fisso trasportato (dal 15 marzo)

Ora vorrei sapere quanto spende la #TIM in pubblicità/sponsorizzazioni di #festivaldisanremo #CRM #SocialmediaCRM

 

Il TEDxTorino visto da una speaker

Ho aspettato la pubblicazione del video del mio TEDxTorino Talk per raccontare questa avventura.


Faccio parte di quelli  per cui i video del TED sono IL modo in cui si parla in pubblico.   Li ritengo una risorsa preziosa e nel 2011 ne scrivevo su questo blog. Il  TED  è stato il mio punto di partenza per  scoprire personaggi come  Ken Robinson, Jane McGonical, Alain de Botton, Steve Berlin Johnson, Sugata Mitra, Sal Khan e leggere i loro libri, come pure per approfondire tecniche di presentazione,  studiando Nancy Duarte e i suoi libri.

Detto questo, quando il mio collega Gian Luca Matteucci mi ha detto che avrei partecipato a TEDxTorino, semplicemente non ci ho  creduto.

Per capire cosa si prova (ovviamente con le dovute proporzioni) si può leggere “Doing a TED talk; the full story“.  Ho addomesticato  la mia paura di parlare in pubblico dalla quinta superiore, spinta (fisicamente) dalla mia prof a prendere la parola in un’assemblea. Ho partecipato ad un sacco di eventi come relatrice, moderatrice, discussant ma il TED è diverso.

Per me TEDxTorino è iniziato ai primi di novembre  e l’evento era previsto per fine gennaio.  Il primo contatto è stato con il curatore Enrico Gentina, con cui abbiamo concordato il tema e che mi ha dato subito molte informazioni su come sarebbero andate le cose  E’ stato Enrico e il suo approccio positivo a darmi qualche speranza sul fatto che avrei potuto farcela.

Ho avuto da subito il supporto di una super coach – Mavy Mereu, che ha l’età di mia figlia e si è laureata qualche giorno prima che ci incontrassimo di persona.  Mavy era il punto di contatto con il TED e  ha unito cortesia squisita e ferma insistenza, ma soprattutto è stata la mia prima e più convinta supporter.

Fino alla conferenza stampa a metà dicembre (le sei settimane passate piu’ veloci della storia)  non ne avevo ancora  praticamente parlato quasi con nessuno (sempre perché in fondo non ci credevo davvero).

Durante la conferenza stampa ho conosciuto  alcuni degli altri relatori, tra cui Guido Avigdor  e soprattutto ho incontrato Elisa Vola, la licenziataria di TEDxTorino, colei da cui tutto è partito, accogliente e super determinata e Claudio Vigoni che ha creduto nel ruolo di CSP in questo evento.

Nel frattempo lavoravo al talk che  iniziava a prendere forma:  volevo parlare di videogiochi e avevo molte cose da dire, sul loro impatto nell’apprendimento,  su quello che capitava a Torino, sulle dimensioni del mercato…   avevo scritto le prime versioni del talk : era zeppo di riferimenti e di numeri,  mi sono confrontata e ho chiesto aiuto ad amici come Marcello Bozzi ed Enrica Bricchetto, insegnanti eccezionali e altri amici che mi hanno aiutato con i loro spunti, consigli e suggerimenti.   Il talk  era un po’ troppo tecnico ed era lungo: avevo OTTO minuti e nelle prime versioni ci mettevo più di 12 minuti.

A gennaio quando mancavano poco meno di quattro settimane  bisognava mandare il testo quasi definitivo e io lo mandai. E subito dopo l’ho cambiato,  grazie al supporto di Massimo e Lara,  che mi hanno aiutato a trovare una chiave più narrativa.

La prima prova si è svolta una domenica sera davanti ad un gruppo di volontari del TED e con Enrico, Elisa, Mavy e gli altri dello staff. Non avevo ancora imparato bene il discorso così l’ho letto – sette minuti e mezzo senza prendere fiato! Per fortuna me lo fanno rifare a braccio, mi hanno dato ottimi consigli per rendere la storia più efficace e informazioni su come avrei dovuto muovermi sul palco.. ma soprattutto sembrava che  fosse davvero piaciuto. Li ho conosciuto Rosy Sinicropi,  il suo progetto Self Portrait e la sua grande carica umana.

Le ultime due settimane di gennaio  sono state intense, limando  e rifacendo, provando e riprovando, registrandomi e riascoltandomi…   (e ho tralasciato tutte le questioni rispetto all’estetica: il TED dà pure le linee guida su come vestirsi e c’e’ un bellissimo TED sul linguaggio del corpo)  e con un po’ di agitazione siamo arrivati  alla prova finale, il giorno prima dell’evento.

Durante la presentazione ho  chiesto a Mavy di aiutarmi con le slide… è stata bravissima e io non ho dovuto preoccuparmene,  ma lei era agitata quanto me.

Che sollievo poi godersi le presentazioni degli altri e che belle persone che ho avuto la fortuna di incontrare e conoscere grazie al TEDxTorino.  Ho chiacchierato con Gian Luca Boggia alla cena di gala che  mi ha spiegato il mondo dell’economia carceraria.  Così ho prenotato e sono andata a cena in carcere alle Vallette (potete prenotare qui http://liberamensa.org/).  Restando in tema di cene, ho scambiato due parole con Luca Iaccarino e gli ho detto che avevamo parlato di lui con Rosa del mare (nonostante le 1500 trattorie ha capito subito che parlavamo di Rosa dei Venti Di Albissola). Con Lele Rozza e Miguel Angel Belletti spero continueremo a  parlare ancora di scuole innovative.

Non saprei che consigli dare che non siano già stati scritti, detti e persino disegnati, su come prepararsi per fare un TEDx talk: l’esercizio più difficile   per me è stato concentrare in pochi minuti tante cose che volevo dire, frutto di anni di lavoro e di studio e concordo con chi dice che l’uso delle slide è sopravvalutato.

Ancora una volta grazie  ancora e ancora a tutti quelli che mi hanno sopportato (mio marito in primis), aiutato, consigliato, sostenuto e a tutti gli amici dello staff di TEDxTorino e un consiglio a tutti, non perdetevi TEDxTorino 2018.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

The Class: Living and Learning in the Digital Age

Che cosa vuole dire imparare? Quali sono gli obiettivi della scuola ed educazione? In che rapporto sono oggi questi tre aspetti della gestione della conoscenza? Che significato hanno le tecnologie digitali per i giovani? Come si colloca la scuola nella vita quotidiana dei tredicenni di oggi?

Il libro “The class – living and learning in the digital age”  traccia una risposta a queste domande attraverso un’analisi etnografica durata un intero anno, seguendo un’intera classe di ragazzi fra i 12 e i13 anni di una scuola secondaria pubblica della periferia di Londra, fuori e dentro la scuola.

Il libro prende il via delle prospettive teoriche degli autori sull’apprendimento e quindi quali sono le domande che si pongono nell’indagine, descrive la metodologia usata e finalmente la descrizione su cosa significa vivere e imparare e le loro connessioni, ma soprattutto disconnessioni fra i tre mondi da loro abitati: scuola, famiglia e amici.

La vita quotidiana nella tarda modernità richiede di conciliare approcci ambivalenti verso i cambiamenti socio-tecnici che sono visti come minaccia e promessa. Siamo sempre di più messi in condizione di prendere decisioni in questa società che non dà più certezze, ma che spinge all’individualismo, alla ricerca di successo e di prestigio. I genitori sono più ansiosi, dedicano più tempo al lavoro e meno alla famiglia, i ragazzi stanno bene a casa anche se sono più preoccupati per il loro futuro. La scuola rappresenta ancora un contesto specifico di accordi, regole ed aspettative  ma che non necessariamente definiscono che cosa significhi essere educati. L’accesso all’educazione è fornito e valorizzato per i suoi benefici economici all’individuo e all’economia e la scuola favorisce la competizione individuale, per costruire buoni cittadini, che siano al tempo stesso in grado di auto controllo  e auto regolazione. I ragazzi devono trovare la propria automotivazione nella società del rischio individualizzato.

Osservando gli studenti dentro e fuori la classe, intervistando le famiglie, visitando le loro case, osservandoli nei momenti di comunità con gli amici, emerge quanto questi mondi siano separati e intenzionali a restarlo. Gli insegnanti temono che i ragazzi portino in classe le tensioni che vivono in famiglia e le famiglie non sembrano interessati a capire quello che i ragazzi fanno in classe o con il computer.  La vita condivisa con gli amici è uno spazio di libertà, uno spazio per il se’ fuori dal controllo della famiglia e della scuola: in questo i social rappresentano uno spazio non controllabile per gli adulti.  Le famiglie hanno imparato a vivere insieme separatamente e le mura delle case non costituiscono più il confine con il mondo esterno, quello degli amici: debbono trovare faticosamente una mediazione fra il calore e il rispetto interno e l’esigenza di crescita e apertura verso l’esterno dei giovani.

Le conclusioni degli autori sono articolate e descritte attraverso il caso di un concorso annuale scolastico che ha riassunto in modo paradigmatico le tensioni e le pressioni di tutto un anno, dimostrando una tendenza a mantenere lo status quo –  e le esistenti diseguaglianze all’intero della classe. Nota positiva rilevano come l’incertezza della privacy nelle comunicazioni, renda sempre più di valore le interazioni di persona.

 

Scuola e lavoro devono parlare la stessa lingua?

La Ministra Valeria Fedeli ha presentato nella sua audizione alle camere del 27 gennaio fa le linee programmatiche del suo dicastero per i prossimi mesi. La Ministra ne ha ripreso alcuni passaggi nel suo recente intervento a Torino, in occasione del 60 anniversario della Scuola di Amministrazione Aziendale il 24 febbraio 2017, durante l’incontro intitolato “Scuola e lavoro, parlano la stessa lingua?”

L’incontro è stato aperto dal Rettore dell’Università di Torino e dalle Assessore all’Istruzione della Regione Piemonte e della Città di Torino. La presenza di tre donne è stata lo spunto per collegarsi alla proposta di riequilibrare i programmi scolastici inserendo eccellenze femminili. Nell’audizione è indicata l’intenzione di “far crescere il rispetto fra donne e uomini”: non si tratta di una questione secondaria in questo momento storico, in cui leader mondiali come Putin e Trump approvano leggi mirate a ridurre l’autonomia delle donne e in Italia ci sono decerebrati che insozzano una persona splendida come Bebe Vio.

“Ponti spezzati” e “tessuti strappati” sono state le metafore utilizzate per indicare il rapporto fra il mondo dell’educazione e il mondo del lavoro, tema centrale dell’incontro. Lavoro e scuola non parlano la stessa lingua e forse non devono necessariamente farlo, ma devono condividere lo stesso obiettivo. Quale dev’essere l’obiettivo quindi? L’acquisizione di competenze spendibili nel mondo del lavoro? La formazione di cittadine e cittadini consapevoli? Si tratta di due obiettivi disgiunti?

Il dato più drammatico del nostro Paese è la disoccupazione giovanile che supera il 40%. Secondo l’ultimo rapporto OCSE, presentato a Roma il 15 febbraio, in Italia abbiamo pochi giovani (la popolazione con meno di 15 anni è il 14% contro il 18.3 della media OCSE), pochi laureati (17,5% contro il 33,6%), una spesa per studente universitario bassa ma al tempo stesso la più alta percentuale di laureati disoccupati. Le lauree professionalizzanti danno buoni risultati in termini di occupazione ma sono ancora poco diffuse – soprattutto fra le ragazze – come pure i contratti di apprendistato: educazione e scuola sono mondi ancora distanti.

L’Alternanza Scuola Lavoro (ASL), valutata molto positivamente dall’OCSE che a regime coinvolgerà 1 milione e mezzo di studenti delle scuole superiori (Licei inclusi, cosa che non trova tutti d’accordo) e che sarà estesa alle Lauree professionalizzanti, sembra essere uno strumento utile per ricostruire questo ponte spezzato. La Ministra Fedeli ha tenuto a sottolineare che l’obiettivo dell’Alternanza non è trovare un lavoro ma aiutare gli studenti a costruirsi competenza e conoscenza su mondi esterni. Non si può comunque ignorar il tessuto produttivo italiano, fatto prevalentemente di piccole e medie imprese che hanno limiti strutturali nell’accoglienza delle studentesse e degli studenti. E’ auspicabile che la cabina di regia dell’ASL utilizzi questa fase preparatoria per raccogliere dati ed esperienze, per capire cosa ha funzionato e cosa invece no, e che oltre a concretizzare rapidamente la promessa Carta dei diritti degli studenti in ASL, supporti le aziende e le scuole, nell’individuare modelli efficaci affinché ai ragazzi venga offerta una reale opportunità di crescita e non qualcosa di diverso.

Fedeli ha rivendicato il primato di questo governo nell’aver investito 3 miliardi nella scuola e aver affrontato la stabilizzazione dei precari. Mettere al centro le persone significa anche che il successo della Buona Scuola andrà misurato su quanto riuscirà a ridurre le diseguaglianze nelle scuole del Paese . Il richiamo all’Agenda 2030 delle Nazioni Unite e all’obiettivo 4 “Educazione di qualità” non deve far pensare solo ad un contesto globale, ma dovrà guidare l’azione del governo soprattutto verso quel milione di bambini e adolescenti in situazione di povertà economica ed educativa che si trovano prevalentemente in Campania, Calabria, Puglia e Sicilia.

Fra le molte cose non citate nell’incontro, il Piano Nazionale Scuola Digitale. Forse non è stato considerato un tema pertinente.

E’ necessario ribadire che gli investimenti in dotazioni tecnologiche, rischiano di restare sottoutilizzati. Non si può immaginare di fare una didattica innovativa che utilizzi tecnologie digitali senza una connettività adeguata (intesa anche come wifi in classe). Dare alle scuole l’accesso alle reti a banda larga a condizioni sostenibili è il primo investimento da fare e non si può pensare di lasciare alle singole scuole l’iniziativa, perché in alcuni casi non è strutturalmente possibile, per le condizioni di contesto.

Le resistenze culturali a cambiare il modo di fare lezione sono ancora molto forti ed è necessario un cambiamento culturale. Non è solo un problema italiano: nel suo libro The Class, Sonia Livingstone che ha seguito per un intero anno a Londra una classe di tredicenni a scuola e anche a casa per indagare il loro rapporto con il digitale, descrive lezioni in cui quando va bene la lavagna interattiva è usata come proiettore. A differenza di qualche anno fa, oggi gli insegnanti sanno utilizzare meglio strumenti digitali e per questo è necessario ragionare su modalità di sviluppo professionale diverse da affiancare alla formazione: si tratta di una sfida che deve passare anche attraverso nuovi modelli organizzativi e nuove figure professionali.

A Torino pur non essendo previsto uno spazio domande, è stata data la possibilità al coordinamento ricercatori precari di un breve incontro con la Ministra dopo la fine dell’evento. Rispetto e ascolto sono concetti ricorrenti nell’audizione e senza dubbio elementi necessari e fondamentali per quei ponti, che se non proprio spezzati, sembrano pericolanti.

Mettiamoci in gioco

 

Il Creative Europe Desk Italia Media e Film Commission Torino Piemonte hanno organizzano il convegno “Mettersi in gioco”  il 21 febbraio 2017 dalle ore 11 (presso la Sede di Via Cagliari 40 a Torino).

E’ stata l’occasione per parlare dell’industria dei videogiochi in Italia, delle opportunità di finanziamento e soprattutto parlare di convergenza tra filiere nel settore creativo e innovativo.

Dopo i saluti di  Silvia Sandrone, Creative Europe Desk Media Italia, è partita la tavola rotonda moderata da EMilio Cozzi, giornalista del Sole24ore a cui ho partecipato insieme a   Marco Mazzaglia, T-Union; Federica D’Urso, Analista dei media e consulente Direzione Generale Cinema, Mibact, Thalita Malagò, AESVI | Associazione Editori Sviluppatori Videogiochi Italiani; Massimo Arvat, Aprodoc | Associazione Piemontese Produttori Documentari.

Si è parlato del bando Creative Europe e di come potrebbe essere modificato per rispondere meglio alle esigenze degli sviluppatori di videogiochi, della nuova legge sul cinema che introduce nuovi contributi anche per i  videogiochi. scoltare dalla voce di Thalita Malagò i risultati della terza indagine di AESVI sull’industria dei videogiochi in Italia. 

Le slide che ho presentato sono qui ; ho raccontato  la storia del progetto europeo BooGAmes, della nostra proposta per un curriculum sul videogioco a scuola, di  JamToday e di ResponSEAble

Questa è stata l’occasione pubblica per presentate  T-Union e Aprodoc, perché l’obiettivo di questa giornata è  favorire maggiori interazioni e collaborazioni fra videogamer e documentaristi.

 

 

TedxTorino – Ready, Steady… Go!

E’ proprio vero? sono proprio io che Domenica 29 gennaio 2017 salirò sul palco al Lingotto?  Non ci credo ancora del tutto… non ci credevo per davvero quando me l’hanno proposto e anche adesso che mancano due giorni mi sembra ancora incredibile.

il titolo che ho scelto è “videogiochi per crescere”  – racconterò  in una manciata di minuti che rapporto può esistere fra la scuola e i videogiochi….

 

 

Turin Lean Startup

Alla fine del 2015, in un momento in cui si fanno bilanci e  propositi, mi sono iscritta a Turin Lean Startup che si è svolto presso the Doers l’ultimo di week di gennaio 2016. A parte qualche esitazione quando ho realizzato che dopo una settimana di lavoro, il mio venerdi sarebbe finito alle 23 e poi avrei avuto il sabato e domenica impegnati, e che mi sarei persa la Turin Game Jam, sono molto contenta di aver deciso di partecipare.  La ragione principale per cui mi aveva attirato e’ che non si tratta di un’hackaton ma di un evento educativo, dove si apprende un metodo.

Pensavo di non essere il target ideale per ragioni anagrafiche, ma mi sono ricreduta abbastanza in fretta: fra i miei colleghi c’era una certa eterogeneita’ di provenienza ed età e.. sorpresa! molte donne e ragazze.

Non conoscevo nulla del metodo Lean Startup né in generale conosco molto di questo mondo, ma mi è parso molto strutturato e plausibile: grazie anche agli ottimi organizzatori e mentori, che sono stati chiari ed efficaci (Speakers Cosimo Panetta e Irene Cassarino, The Doers).

Sono due i concetti chiave del Lean Startup: Fail fast, Succed faster  e Get Out of the Building

Il problema della maggior parte delle  startup  – così ci è stato detto -è che si appassionano alla propria idea, investono energie e risorse per realizzare il progetto/idea/prodotto per poi scoprire amaramente che non c’e’ un mercato/interesse per quella magnifica app/servizio/gioco. Quindi come fare per evitare quest’errore? Si tratta di focalizzarsi sul problema e non sulla soluzione, e validare/mettere alla prova quello che pensiamo. Il processo si itera quante volte è necessario, ed è fondamentale il “Get Out of the Building” – codificato da Steve Blank per il Customer Development serve  per confrontarsi con il mondo reale: parlare/intervistare i potenziali clienti,  senza aver nulla da vendere è un’esperienza che si è rivelata costruttivamente frustrante.

Molto interessante anche la presentazione sul crowdfunding di Alberto Giusti – 42 accelerator: un mondo tutto da scoprire, per imparare anche che la regolamentazione precoce di certi processi, li soffoca (vedi legge

Attorno alle idee presentate dai partecipanti la prima sera, si sono costruite le squadre: molte proposte buone e promettenti (almeno per me) non hanno superato la validazione del pubblico e questo ha un po’ giocato sull’umore/entusiasmo delle squadre. Altre come la mia, non avevano esattamente una finalità di business, ma è stato un esercizio davvero interessante e ringrazio ancora i colleghi della mia squadra per averci creduto.

javelinCredo he questo metodo sia efficace non solo per le startup, ma anche per altri progetti: evitare di innamorarsi troppo della propria idea e verificarne l’effettiva applicabilità, cambiare strada il prima possibile avendo in mente il cliente/utente, è qualcosa che dovremmo tenere tutti più  a mente.

#TIMGirlsHackathon, inventrici di app

#TIMGirlsHackathon, una maratona sulla programmazione al femminile.

Il 15 gennaio si è svolta in 4 città italiane  – Torino, Venezia, Catania e Napoli – la seconda edizione della   #TIMGirlsHackathon. La prima si era svolta a novembre a Milano, Roma e Bologna.
L’evento promosso da TIM in collaborazione con Codemotion, ha l’obiettivo di avvicinare le ragazze al “coding” e contribuire a ridurre il gap digitale,  utilizzando la modalità dell’hackathon   che sta per hacker marathon, ovvero una no-stop di sviluppo software a squadre.
Utilizzando  App Inventor, un ambiente di sviluppo software creato dal  MIT, è possibile anche per chi non ha particolari competenze informatiche, sviluppare semplici applicazioni da usufruire su piattaforme mobili.
Nell’arco di 7 ore le ragazze che si sono iscritte alla maratona, hanno imparato i rudimenti di app inventor  – con il supporto dei mentor messi a disposizione da CodeMotion – per sviluppare un’app che promuovesse l’uso consapevole del web e il contrasto al cyberbullismo.2016-01-15 16.18.03

Eleonora Pantò, componente del Centro Studi di Informatica Giuridica di Ivrea-Torino e membro della  giuria di Torino, ha assistito alla presentazione  dei lavori da parte delle 13 squadre, tutte intitolate ad una Musa della Matematica (si consiglia al riguardo l’interessante applicazione Muse della MIST ,  di Adriano Parracciani), per un totale di circa 70 ragazze.
Quasi tutte le app sviluppate erano orientate  a supportare le vittime, attraverso la possibilità di condividere storie  fra pari;  qualcuno ha  previsto l’intervento di soggetti esterni fornendo i  riferimenti;  una app prevedeva anche la possiblità di coinvolgere il   potenziale aggressore per farlo riflettere su quanto stava accadendo. Tutte le app prevedevano anche contenuti informativi: le ragazze erano preparate sul tema e anche emotivamente coinvolte nel raccontare casi di cui erano a conoscenza.
La conoscenza e la riconoscibilità di certi comportamenti abusanti è sicuramente un primo passo per  difendersi, ma il messaggio che si è cercato di trasmettere è che i giovani  – e in questo caso specifico, le ragazze  – devono trovare o ri-trovare, la propria autostima,   senza timore di farsi avanti,  né di  dover raccontare qualche fallimento.
E’ importante che eventi come questo si moltiplichino, affinché  le ragazze non rinuncino a capire “come funziona” o   pensino  “non fa per me”. Il futuro non può perdersi il loro contributo.

(pubblicato su http://www.csigivreatorino.it/)

Quelli che .. oh yeah

Quelli che hanno torto e comunque insistono e fino ad avere l’ultima parola, oh yeah!

Quelli che ti invitano a partecipare al loro evento  con un giorno di anticipo, oh yeah

Quelli che ti invitano ma poi non ti invitano piu’, oh yeah

Quelli che vi sono molto vicina, oh yeah

Quelli che non mi avete coinvolto, oh yeah

Quelli che era ho detto una cosa ma era sottointeso che era un’altra, oh  yeah

Quelli che vengono a casa tua e ti dicono “ho lasciato la bambina in maccchina e devo andare via subito perche’ questa e’ una brutta zona”, oh yeah

Quelli che scusaci se non ti abbiamo avvisato, ma ci e’ passato di mente, oh yeah

Quelli che ma se lo sciopero è un diritto, perche’ non ci pagano, oh yeah

Quelli che l’ho fatto perché lo facevano tutti, ma ora sono pentito, oh yeah

Quelli che non ve lo meritate, oh yeah

Quelli che ve lo meritate, oh yeah