Gratis?

Oggi l’inserto chip&salsa del manifesto conteneva un bel po’ di cosette interessanti: in particolare segnalo l’articolo di Bernardo Parrella, voce fuori dal coro con la sua visione critica di quanto accade in rete; questa volta il suo accorato “warning” è dedicato alla nuova teoria di Chris Anderson, editorialista Wired e scopritore del valore della “lunga coda”, sul tema della freeconomy, come nuovo modello economico. E’ da un annetto che Anderson scrive di come il gratis, sarà la prossima frontiera economica. Che poi gratta gratta, come sappiamo tutti, nessuno ti da niente per niente, e che quello che ricevi gratis da una parte lo ripaghi direttamente o indirettamente da un’altra parte. E’ pur vero che produrre beni digitali ha dei costi molto ridotti perché non servono materie prime per produrli, nè energie per spostarli e farli arrivare a destinazione, ma che ne e’ dei costi sostenuti dalla collettivita’ (infrastrutture pubbliche), dai destinatari (i dispositivi per usare i beni digitali, l’energia necessaria), agli ideatori e produttori (se non altro per autosostenersi)?

E’ allora il rischio e’ che si tratti di una mistificazione per farci regredire sempre più al ruolo di consumatori-bambini- onnivori di cose che in realtà non ci servono, come ad esempio i voli (quasi) regalati che hanno un pesante impatto ambientale. E con cosa paghiamo i beni digitali gratuiti? con informazioni su di noi, fornite in parte in modo volontario in parte inmodo consapevole (vedi articolo di Carola Frediani sulla dataveglianza) e con il nostro tempo attraverso il lavoro volontario svolto grazie al cosidetto “2.0” (vedi articolo di Nicola Bruno sullo speciale di First Monday sulle prospettive critiche del 2.0).

Sulla carta stampata e’ in atto una specie di guerra fredda verso i social network: dichiarandoli fazioni come Facebook (Internazionale ha tradotto questo) o nati per la raccolta di pubblicita’ come MySpace (l’Espresso), persino l’Economist ha da dire la sua .

Si tratta pur sempre di fenomeni che interessano numeri ragguadervoli, centinaia di migliaia di utenti, prigionieri di servizi da cui non ci si può cancellare e che dopo una breve infanzia devono dimostrare se davvero (s)muovono il mercato pubblicitario e di conseguenza editoriale… Murdoch ha comprato Linkedin perché prevede di perdere gli introiti provenienti dagli annunci per le offerte di lavoro sulla carta stampata.. se sia stata una mossa affrettata o meno, lo scopriremo ben presto, perche’ comunque credo molto in Surowiecki, ovvero che “senso comune” sia diverso da “popolo bue”.

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