Etnografia di Linkedin

Bounty hunterOgni tanto mi imbatto in profili /qualifiche su Linkedin che trovo straordinarie, nel senso fuori dall’ordinario. Linkedin è una vetrina, più di altri social network: di fatto, fino a qualche mese fa, ci si poteva solo descrivere in base alle esperienze e in base al numero di “connessioni” (amici collegati).

Inizialmente nessun tipo di interazione era previsto con gli altri partecipanti, a differenza di altri network arrivati dopo e/o partiti da presupposti non professionali, tanto che l’unico elemento distintivo era di essere “top linkedin” ovvero avere tantissime connessioni, non importa se di persone sconosciute (pratica deplorata dal network, ma di fatto attuata attraverso vari trucchi dai partecipanti).

Una serie di limiti impediva di mettersi direttamente in contatto con persone non già conosciute e l’unico sistema era quello dell’essere amici di un amico, che potesse garantire che la persona che richiede la connessione meritasse quell’onore. Dopo la quantità , ha cominciato ad essere importante anche la qualità del legame, e quindi ecco gli “endorsement” in cui si deve spiegare da qualche posizione si descrive il collega, se da capo, subalterno, partner in affari. Linkedin serve per trovare/offrire lavoro e alcuni annunci sono veicolati esclusivamente all’interno del network e danno una preferenza alle candidature corredate di ottime referenze (endorsement appunto). Murdoch pensando che in un prossimo futuro i suoi giornali non avrebbero più avuto introiti dalla pubblicazione degli annunci di lavoro, si è comprato Linkedin, che ora fornisce ai propri iscritti informazioni “profilate” in base alle aziende e alle esperienze.

Negli ultimi tempi, anche Linkedin si sta adeguando all’idea che la rete serve per comunicare: si puo’ addirittura mettere una propria foto, disporre di un forum di discussione se si appartiene ad un determinato gruppo e si sta diffondendo la creazione di gruppi territoriali anche in Italia, sulla scia del primo gruppo Milan-in.

Tornando ai profili, trovo molto istruttivo studiare come le persone si descrivono: vorrei iniziare un monitoraggio delle professioni (per me, almeno) più inusuali.

Una delle parole che danno maggiori soddisfazioni ai professional è:

hunter (=cacciatore)

oltre alla prevedibile marea di “head hunter” (“cacciatori di teste”), ovvero coloro che scovano professionisti per conto di aziende, e che quindi vivono di linkedin, ci sono alcune varianti interessanti:

il “talent hunter” che mi da l’idea di essere un po’ piu’ attento alle qualità personali di chi deve “piazzare”

il “celebrity hunter” sarà colui che sa dove scovare i divi del momento e magari portarli a qualche “party esclusivo”

poi nella migliore tradizione etnoantropologica, ci sono anche i cacciatori-raccoglitori: “technologist hunter gatherer” e gli “idea hunter gatherer”, che probabilmente non hanno solo bisogno di cacciare, ma sanno anche come “tesaurizzare” le idee e le tecnologie migliori

lo “sponsor hunter” è una figura davvero interessante

e ci avviciniamo al top della classifica…

il “chied trend hunter”  suppongo colui che anticipa le mode.. utile in qualche caso ma dannoso in altri, se facciamo l’esempio di Mark Penn, autore di Microtrend, che ha fatto vincere le elezioni a Bill Clinton, ma ha affossato la di lui moglie Hillary…

il “cool hunter” ovvero- il cacciatore del “fico” o del “ganzo”

ma il vincitore della categoria è sicuramente

il Bounty Hunter in a galaxy far far away

alla prossima puntata!! (grazie a Dario, che pensavo che se lo fosse inventato il cool hunter, e invece esiste!)

Una risposta a “Etnografia di Linkedin”

  1. io credo che al di là delle romantiche definizioni, l’indicatore che descrive ciò che un piazzista di talenti è realmente, è ciò che la stessa persona ha fatto, mentre svolgeva il suo lavoro di organizzatore e gestore delle risorse umane a disposizione

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