Esiste una giustizia globale? No!

Michael WalzerIl 24 ottobre, si è presentata l’occasione di andare a sentire Michael Walzer al Collegio Carlo Alberto: così grazie alla comprensione dei miei ospiti che hanno accettato di accontentarsi di una pizza take away, non mi sono persa la “lecture” del professore, neo laureato ad honorem in giurisprudenza dall’Università di Modena.
La sala dell’austero collegio alle porte di Torino era gremita e il professore, dopo una breve prolusione a cura del prof. Viroli, ha iniziato la sua “lecture”… leggendo per noi il suo intervento. Ogni tanto perdevamo un po’ il filo, perché sul testo distribuito “Global and Local Justice”, non c’erano i riferimenti all’attualità . Insomma la teoria del prof. è che combattere la povertà è “the first object of our natural duty of help”, perché nella sfiga essere poveri è ancora peggio. Le sfighe possono essere catastrofi naturali o sociali, politiche (pur se è difficile distinguere quali siano quelle causate dall’uomo), e anche qui le sue parole sono molto chiare: “the obligation to stop a massacre falls on anyone, that is, on any state or coalition of states, capables of acting effectively. Individuals are not capables in such cases, and NGOs sometimes provide relief for the wounded, ase they did in Bosnia in the 1990, in the way that actually facilitate the ongoing killling.[…]Once again, the leaders of a military intervention don’t require a theory of the best regime to guide their efforts; they too should be minimalists.

Qui ho perso il filo e forse non ho capito bene, perche’ il prof. ha detto qualcosa del tipo, effettivamente il mio paese (US) ha qualche responsabilità su quanto è capitato in Iraq e in Pakistan, per questo è necessario il supporto dell’Unione Europea. Ma un sano realismo lo induce a dire che “Reparative justice as a political project is no less utopian that comprehensive global justice”.
La frase sulle banche non l’ho capita bene “I don’t suppose that we have a natural duty to work for the reform of the banking system. But this is probably obligatory work for people who live in the countries that the banks serve and who benefit for the service”, anche se per fortuna ci corre l’obbligo “to oppose governamental assistance (when it is our government) to predatory regimes”. Sarebbe anche meglio che i governi non lucrassero troppo sul business della ricostruzione di Paesi dilaniati da guerre civili, magari contribuendo a creare condizioni per cui gli aiuti non finiscano mai… (e qui mi viene in mente quanto è stato detto da un giornalista alla conferenza di Agoravox sull’emergenza rifiuti a Napoli, studiata a tavolino al solo scopo di trovare altri soldi, visto anche il decreto Napolitano del 1998).

Tralasciando la parte sulla differenza fra la “justice right now” e la “justice over the long run“, la parte per me più interessante del discorso è stata quando ha detto “Each collective self must determine itself by itself”, poi ha attaccato i “leftist” che pensano che gli oppressi non abbiano la coscienza di esserlo, sostenendo che ognuno è in grado di fare le battaglie per i propri diritti conoscendo il proprio contesto (gli insegnanti e gli studenti per la scuola, i medici, infermieri e pazienti per la sanità , i cittadini per le amministrazioni). Ma di nuovo non mi è chiaro cosa ci voglia dire con l’ultima frase “One way of expressing the political project that I am advocating in this lecture is to say that everyone should have the justice they need ritght now so that they are able to pursue the justice that they will never finally have.

Insomma non so se fosse l’ambiente o l’aver appena sostenuto un esame di etnoantropologia mi abbia portato ad avere una visione distorta, ma trovo il concetto di “natural duty” una contraddizione in termini, visto che viviamo di costruzioni culturali (a cominciare da quello che scegliamo di mangiare), mi è sembrato un discorso intriso di etnocentrismo e paternalismo culturale, in cui c’è qualcuno che sa cosa c’è da fare a prescindere, salvo poi scoprire che visto che non è così facile distinguere i “buoni” dai “cattivi”, forse è meglio lasciare che i “poveri” si autodetermino.

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