Da Facebook a Franti

School RoomAula in una scuola della Virginia
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La puntata della trasmissione Report intitolata “Come tu mi insegni” del 19 aprile 2009 tracciava un quadro disperante della scuola e delle università italiane.. riduzione del personale, edifici fatiscenti, dirigenti che hanno attuato l’autonomia in modo un po’ troppo personalistico, ispezioni inutili, direttori regionali insabbiatori, concorsi truccati…  senza parlare delle riformicchie a metà e del fatto che la scuola non ha i mezzi e le forze per stare al passo con quello che capita fuori dalle sue aule dal punto di vista tecnologico, economico e culturale. La globalizzazione rende questi temi attuali in ogni parte del mondo, ma nonostante questo, nessuno ha ancora avuto la forza di affrontare in modo sistematico la questione di una  scuola che deve adeguarsi  a una società post industriale. Di seguito qualche appunto su fatti della settimana.

Tecnologia. Al convegno del Majorana abbiamo discusso del ruolo degli insegnanti rispetto ai social network e alla diffusa inconsapevolezza di allievi e docenti nell’utilizzare questi strumenti (Guastavigna  a questo proposito scrive un’amara riflessione su Digital Naif e io avevo parlato di coloni digitali), si è sottolineata la schizofrenia di certi regolamenti inapplicabili per loro natura, come quello del Ministro Fioroni sui cellulari a scuola …  eppura la frontiera delle tecnologie educative è quella dell’1:1 computing (1 pc 1 bambino)  e i cellulari di oggi possono essere a tutti gli effetti utilizzati come tecnologia educativa..(per gli interessati segnalo “From toy to tools: cellphones in learning”)

Economia. L’attuale crisi americana è il frutto delle politiche educative degli ultimi dieci anni: questa in sintesi la tesi di un rapporto McKinsey appena pubblicato, intitolato The Economic Impact of the Achievement Gap in America’s Schools. Tesi  abbracciata dal famoso giornalista Thomas Friedman sul NewYork Times (autore del famoso testo sulla globalizzazione The world is flat) ma fortemente avversata da insegnanti che non accettano una tesi riduzionista, che non tiene conto degli indici di povertà degli US: insomma come dire,tesi rispedita al mittente. L’America non fallisce per colpa della scuola, ma e’ la scuola ad essere fallita per prima… per seguire il dibattito il rimando è al post di Stephen Downes

Cultura. In Corea del Sud è in corso un acceso dibattito sul fatto che si debbano vietare le punizioni corporali, tradizionalmente considerate come una forma di attenzione da parte dell’insegnante. La cosa più interessante dell’intero dibattito è che si considerano le sanzioni della cultura occidentale, come la sospensione e la bocciatura, molto più crudeli e severe delle bacchettate sul fondoschiena. E lo stesso bullismo in forma diverse  è un fenomeno che non ha confini: dalla mamma giapponese che scrive sul suo blog del suo bambino  con ritardo mentale vittima,  ai ragazzi cileni che ne hanno fatto un video. Eppure già DeAmicis nell’esecratissimo libro Cuore, ha un bullo in classe, il famoso Franti…  cos’è che oggi impedisce di analizzare il bullismo a scuola in una prospettiva meno allarmante?

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