Come si finanzia GlobalVoices e altre storie


Il tema del finanziamento dei media è un argomento delicato di questi tempi: oltre che in Italia, dove il monopolio televisivo ed editoriale crea ben note storture, la crisi del modello giornalistico tradizionale, aggravata dalla congiuntura economica, non sembra ancora avviata a modelli alternativi
Chris Anderson non è andato molto per il sottile in questa intervista in cui dichiara che parole come “media” e “news” non vogliono dire piu’ nulla in questo secolo e che occuparsi di media non sarà più una professione ma un hobby.

GlobalVoicesOnline non è una testata tradizionale: non ci sono giornalisti professionisti, ma volontari che si occupano di raccogliere le voci e le notizie dai blogger di tutto il mondo, soprattutto del mondo meno ascoltato, e le traducono in inglese in modo che possano avere una maggiore diffusione, e poi ci sono altri volontari che ritraducono dall’inglese in lingue locali: una sorta di clearing house linguistica 😉 Tuttavia ci sono dei costi vivi da sostenere anche per una struttura così leggera e distribuita: da un anno a questa parte, i manager della community hanno battuto varie strade per trovare soldi e modelli di autofinanziamento a lungo termine e a quanto pare ci sono riusciti, come descrive la stessa Georgia, managing director in questo articolo.
Negli articoli di GlobalVoices gli editor cercano sempre di riportare gli umori dei blogger, soprattutto in caso di conflitti, come nel caso dell’invasione dell’Ossezia o della guerra fra Israele e Palestina: per questo ragione è ancora più importante e apprezzabile che ci sia la massima trasparenza sui conti, perchè solo un ente indipendente dai governi può permettersi di lavorare in questo modo.

E se fosse davvero la residualità e la marginalità di queste iniziative a renderle meno vulnerabili? ma se come dice Anderson, che in fondo qualcuna fin qui l’ha azzeccata, il mestiere di giornalista è roba d’altri tempi, come si farà ad avere le notizie che ci interessano?
la soluzione è nel trovare un modello economico adeguato?
la rete può rappresentare un vantaggio in questo senso?
siamo nell’epoca del socialmoney?

Kiva è una community che gestisce microcredito internazionale: si possono finanziare progetti in Paesi terzi con quote minima è di 25$. Nella community italiana da tempo si discute su come vengono impiegati i soldi che sono dati in prestito e la lettura dei bilanci, da parte di chi è in grado di farlo, sembra dimostrare che su un prestito da 100 dollari, ben 65 se ne vanno in costi di gestione.

Infine il caso Zopa.it uno dei portali di prestito sociale che opera in Italia è stato sospeso ai primi di luglio dalla Banca d’Italia: non sembra poi che fosse un fulmine a ciel sereno, se come dice il Sole24ore la procedura è stata avviata a febbraio: perché nessuno è stato avvisato prima?

Con Miran Pecenik parlavamo nel 1998 di banche e Internet: in quella chiacchierata, ci occupavamo delle opportunità tecnologiche, ma poi alla fine come sempre, sono le persone che hanno fatto la differenza.

Reblog this post [with Zemanta]