#TIMGirlsHackathon, inventrici di app

#TIMGirlsHackathon, una maratona sulla programmazione al femminile.

Il 15 gennaio si è svolta in 4 città italiane  – Torino, Venezia, Catania e Napoli – la seconda edizione della   #TIMGirlsHackathon. La prima si era svolta a novembre a Milano, Roma e Bologna.
L’evento promosso da TIM in collaborazione con Codemotion, ha l’obiettivo di avvicinare le ragazze al “coding” e contribuire a ridurre il gap digitale,  utilizzando la modalità dell’hackathon   che sta per hacker marathon, ovvero una no-stop di sviluppo software a squadre.
Utilizzando  App Inventor, un ambiente di sviluppo software creato dal  MIT, è possibile anche per chi non ha particolari competenze informatiche, sviluppare semplici applicazioni da usufruire su piattaforme mobili.
Nell’arco di 7 ore le ragazze che si sono iscritte alla maratona, hanno imparato i rudimenti di app inventor  – con il supporto dei mentor messi a disposizione da CodeMotion – per sviluppare un’app che promuovesse l’uso consapevole del web e il contrasto al cyberbullismo.2016-01-15 16.18.03

Eleonora Pantò, componente del Centro Studi di Informatica Giuridica di Ivrea-Torino e membro della  giuria di Torino, ha assistito alla presentazione  dei lavori da parte delle 13 squadre, tutte intitolate ad una Musa della Matematica (si consiglia al riguardo l’interessante applicazione Muse della MIST ,  di Adriano Parracciani), per un totale di circa 70 ragazze.
Quasi tutte le app sviluppate erano orientate  a supportare le vittime, attraverso la possibilità di condividere storie  fra pari;  qualcuno ha  previsto l’intervento di soggetti esterni fornendo i  riferimenti;  una app prevedeva anche la possiblità di coinvolgere il   potenziale aggressore per farlo riflettere su quanto stava accadendo. Tutte le app prevedevano anche contenuti informativi: le ragazze erano preparate sul tema e anche emotivamente coinvolte nel raccontare casi di cui erano a conoscenza.
La conoscenza e la riconoscibilità di certi comportamenti abusanti è sicuramente un primo passo per  difendersi, ma il messaggio che si è cercato di trasmettere è che i giovani  – e in questo caso specifico, le ragazze  – devono trovare o ri-trovare, la propria autostima,   senza timore di farsi avanti,  né di  dover raccontare qualche fallimento.
E’ importante che eventi come questo si moltiplichino, affinché  le ragazze non rinuncino a capire “come funziona” o   pensino  “non fa per me”. Il futuro non può perdersi il loro contributo.

(pubblicato su http://www.csigivreatorino.it/)

Imparare con i MOOC, come scegliere quelli giusti

C’e’ un filo che parte  dalla condivisione dei materiali educativi (oer), passa attraverso i corsi aperti online (opencourseware) e arriva fino ai  MOOC. MOOC significa Massive Open Online Course – Corsi Aperti Online Massivi offerti molto spesso da grandi e prestigiose Università in modo gratuito.

I primi esperimenti di corsi online aperti e con grandi numeri di iscritti risalgono al 2008 (#cck08)  ed erano focalizzati sulle interazioni online fra gli studenti. Uno degli aspetti interessanti stava nell’esplorazione di modelli per educazione online basati su percorsi multipli, non predefiniti. La potenzialità del video in rete,  grazie alla riduzione dei costi per la produzione e la facilità con cui è possibile accederli e condividerli, ha dato vita alla Khan Academy e alla  flipped classroom (classi capovolte) e al moltiplicarsi in rete di video-lezioni universitarie.

Il modello del MOOC non è quello dell’Università telematica, che ripropone l’organizzazione universitaria, con le iscrizioni alle diverse annualità, i corsi, gli esami, i crediti.  Con i MOOC lo studente ha la possibilità  di accedere ad un’offerta a buffet,  all-you-can-learn, in cui i corsi sono a disposizoine gratuitamente, non ci sono prerequisiti per accedere, non si paga nulla, e i contenuti sono di qualità, a volte anche eccellente.  Una barriera per l’accesso ai corsi, che presuppone comunque disporre di un minimo di competenze digitali, un pc e una connessione a banda larga, può essere quella linguistica, perché la maggior parte dell’offerta è in inglese.  Un’altra barriera  è che bisogna avere acquisito un metodo per imparare: se non si è capaci di autorganizzarsi, spesso non si arriva alla fine del corso. Ma soprattutto di fronte ad un’offerta molto ampia,  come scegliere quali corsi seguire? L’offerta è veramente smisurata e poco sistematizzata, e  nessuno  insegna ai propri studenti (ad eccezione degli amici Inquieti) come avvalersi questa opportunità, che può essere integrativa della propria offerta.

In questo post vorrei focalizzarmi proprio su questo tema, come scegliere un mooc  -o meglio- è possibile per uno studente autocostruirsi un percorso di studio coerente?

E’ stCBsOY7LW4AE9Mhsato molto interessante partecipare al primo #Moochour – una twitter chat che si è svolta il 14 aprile (qui lo storify). organizzata da @impactioneers che aveva come ospite Laurie Pickar, che si è inventata il No-Pay MBA.

Laurie ha deciso di autocostruirsi un percorso equivalente ad un Master in Business Admistration, iscrivendosi a MOOC promossi da Università di altissimo livello: la sua storia è raccontata qui  Laurie Pickard, americana e laureata, attualmente vive in  Uganda, per motivi famigliari. Ha documentato il suo progetto sul suo blog No-Pay MBA e ora ha deciso di mettere a frutto la sua esperienza offrendo un servizio analogo, attraverso il No-Pay-MBA 2.0, che però dice non sarà completamente gratuito.  Laura dichiara ch quando ha lanciato l’idea. in 5 giorni ha ricevuto 50 adesioni, dopo un articolo su Fortune ha avuto 1200 pre-registrati.

Durante il #moochour, sono state fatte 5 domande- la prima e’ stata

Qual è il valore dei Mooc per te?  – a cui è stato risposto, impare quello che mi piace, la convenienza, la flessibilità, la possibilità di essere aggiornati senza dover andare fisicamente in università, la curiosità

e poi:

Quale Mooc consiglieresti ad un amico?  C’è stato un Mooc che ha innescato un cambiamento nella tua vita e come? Come hai scelto di iscriverti a un MOOC? Quale sarà il prossimo passo dei MOOC?

Ognuna di queste domande ha avuto risposte interessanti basate sulle esperienze dei partecipanti, che hanno modificato strategie aziendali o si sono inventati nuovi progetti (come Laurie per altro). Interessante il tema che per Laurie il prossimo passo dei MOOC sarà quando le aziende cominceranno ad usarli per assumere le persone (un articolo francese dice che i recruiter considerano positivamente la partecipazione ai MOOC, perché indica curiosità e interesse, e io aggiungerei capacità di autorganizzarsi, proattività e ottima gestione del tempo). Un altro aspetto sarà il valore della laurea che potrebbe essere messo in discussione

La mia domanda è stata su come riconoscere un mooc di qualità e la risposta inaspettata: dalla qualità dei compiti assegnati, in controtendenza rispetto all’idea che sia il grande docente “VIP” a fare un MOOC di qualità. Altro aspetto fondamentale è stato il passaparola, la valutazione di amici e di altri pareri: di nuovo non sembra determinante la reputazione dell’Università che li eroga.

Un aspetto interessante è stato quello delle piattaforme: oltre ai soliti noti, Coursera, Udemy ecc sono state citate due piattaforme che non conoscevo, specializzate per sviluppatori software.  Una si chiama  The odinproject e l’altra  bloc.io  – the worl’s largest online bootcamp  Bloc.io offre corsi immersivi di media durata con veri tutor che ti seguono, non è gratuita ma invito tutti a visitare la pagina in cui confronta diversi sistemi di online learning in ambito web. I sistemi vengono rappresentati come parte di una galassia, e i corsi offerti  confrontati per durata, costo, per un indicatore di 500 ore di esperienza che considerano il minimo secondo la tesi per cui ci vogliono 10000 ore per acquisire davvero una competenza (cfr. Outliers, M. Gladwell), il costo che si paga per ora (nel caso i corsi abbiano una durata prestabilita) e infine una classificazione per profilo, ovvero sei hobbysta, professional o alla ricerca di un lavoro? La pagina è questa –

In un’ora di #moochour ho imparato che i #mooc potrebbero rappresentare il prossimo caso di “economia degli asset dormienti” grazie a persone come Laurie Pickard, che i #mooc non cambieranno le università ma cambieranno gli studenti, che avranno un impatto sul mercato del lavoro e che  l’Europa deve cambiare passo.

Tanto materiale su cui riflettere anche per noi di @Eumoocs 

* Titolo della foto: Massive Young Stars Trigger Stellar Birth, from NASA Multimedia Page. by @Temari09 

Coding & gadgeting

La BBC ha annunciato la sua nuova iniziativa Make it digital: un milione di schedine programmabili per ogni ragazzo che frequenta l’equivalente della nostra prima media, 5000 corsi per giovani disoccupati, un’intera stagione di programmi radio e tv dedicati al digitale, una partnership con 50 organizzazioni che si occupano di promuovere il “coding” (l’insegnamento dei rudimenti della programmazione) e una serie di eventi specifici e dedicati alle scuole.

In Italia mi pare ne abbia parlato solo Punto Informatico.

Confesso che l’idea di una grande iniziativa di alfabetizzazione digitale mi era subito parsa molto interessante, soprattutto in questa parte d’Europa, dove siamo negli  ultimi posti in tutte le classifiche che riguardano il digitale, a causa di infrastrutture carenti e competenze scarse.

Al massimo noi avremmo potuto fare una serie tv intitolata “Digitale da incubo”,  sulla falsa riga delle “cucine da incubo”: già me lo vedo il tecnico che scopre la scuola che paga tre contratti ADSL e non lo sa ma  ha  il laboratorio che  non funziona e la LIM scollegata.

Va detto che da noi ci stiamo impegando ocon la faccenda del coding nelle scuole: siamo stati il paese che ha aderito con più entusiasmo alla “Hour of Code” europea, tanto che qualcuno comincia a chiedersi se non stiamo esagerando.

E’ davvero necessario che tutti diventiamo programmatori?  In inglese si sono  parole diverse per indicare mestieri diversi, il programmer e il coder: il programmer sta al coder, come il designer sta all’artista di produzione. Il programmer o analista e’ quello che analizza il problema e astrae la soluzione, mentre il coder e’ quello che realizza il codice sul computer, sulla base delle specifiche date dal programmer.   In effetti quello che a scuola si dovrebbe insegnare è il “computational thinking” ovvero la capacità di formulare un problema e trovare una soluzione praticabile da un computer o da una persona.

Detto questo non sottovaluterei  l’idea che tutti diventiamo capaci di scrivere due righe di coding: non aspiriamo ad essere matematici, ma una minima dimestichezza con i numeri ci aiuta nella vita quotidiana (tralascio che al mercato alla domanda “perché mettete il prezzo all’etto e al chilo?” la risposta e’ stata “la gente non sa farsi il conto”), cosi’ ad esempio esistono già  sistemi di controllo per la casa che utilizzano interfacce di programmazione  “scratch like” (cioè che usano la stessa logica del linguaggio Scratch).

Quello che vale la pena di segnalare è che la lodevole iniziativa della BBC ha già  sollevato qualche dubbio. Donald Clark commenta a suo modo Make it digital: la considera un’iniziativa di marketing, per rilanciare la TV fra i giovani, denuncia che  la schedina Microbit che verrà donata agli studentiè  una schifezza, che Raspberry è inadatto all’apprendimento e che in futuro non serviranno programmatori, ma project manager e addetti alle vendite.  Ma di sicuro questa parte è assolutamente condivisibile:

Have we learnt nothing about launching gadgetry in education? How many reports do we need that stress teacher training, support and proper planning? What teachers don’t need, is yet another poorly planned, alien-looking gadget, parachuted into schools and classrooms, hard on the heels of the last one, the Raspberry Pi, with no real training

Quindi alla fine si converge sempre li: per far funzionare le cose a scuola, serve prima di tutto la formazione degli insegnanti. Il resto è junkware.

Scuola, tablet e Jarabe De Palo

IMG_0235Oggi in metro, ho letto un articolo che mi e’ piaciuto molto: tema è  l’1:1 computing, ovvero il fatto che ogni bambino abbia un suo dispositivo (pc, netbook, tablet) a scuola.

L’articolo comincia con un errore: dice sono 20 che se ne parla, perché i primi esperimenti sono del 1985. Quindi in realta’ sono TRENTA ANNI che se ne parla, ma evidentemente anche all’autore pareva eccessivo. Il primo progetto di 1:1 computing era di Apple e si chiamava Apple Classrooms of Tomorrow (ACOT)  e aveva coinvolto due classi.

Persino io avevo già scritto un articolo sul tema per Apogeonline nel 1998 Il computer a scuola secondo Microsoft in cui  raccontavo degli esiti del progetto Anytime, Anywhere Learning di Microsoft, dove tra l’altro facevo qualche riflessione sugli spazi (le famose classi 3.0, destrutturate, o chiamatele come volete).

Insomma l’articolo mi ha molto divertito: affronta le 5 questioni critiche dell’uso dei dispositivi digitali in classe. La prima domanda fatidica”MA con un pc (tablet, or whatever) a testa i bambini imparano di più?” e la risposta – in perfetto stile jarabe-de-palo – è: DIPENDE!  non ci vuole molto, ma tuttora TRENT’ANNI DOPO, due o tre piani nazionali di scuola digitale in Italia, clamorosi fallimenti in US sugli IPAD 1:1, abbandono del progetto LIM in Inghilterra, banalmente qualcuno lo dice semplicemente:

It’s only when one-to-one computing is an element in a well-conceived plan involving learning and teaching in the classroom that one-to-one can energize the learning environment. Without such a plan and the support and professional development that needs to accompany a well-conceived plan, some teachers will make good use, others “not so good” use. Thus, the overall impact could balance out and, in general, seem to not make much of a difference.

“Solo quando l’1:1 computing è uno degli elementi di un piano ben concepito che coinvolga apprendimento e insegnamento in classse, puo’ energizzare l’ambiente di apprendimento. Senza un tale piano, il supporto e lo sviluppo professionale necessario ad accompagnarlo, alcuni insegnanti ne faranno un buon uso, altri un uso un po’ meno buono. Quindi bilanciando l’impatto complessivo, l’impressione generale e che non faccia poi una gran differenza”

La mia traduzione non e’ il massimo ma spero che il concetto sia chiaro.  Anche le altre 4 domande sono interessanti e riguardano l’importanza di un supporto IT dentro la scuola (anche questo pare un concetto che nessuno ministero riesca ad interiorizzare), al fatto che 1:1 e BYOD possano convivere, che l’uso di filtri e meccanismi di protezione sui PC della scuola sono superati e che solo l’investimento sulle competenze permette un uso corretto del digitale (anche qui cose che ripetiamo da tempo).  L’articolo è qui, ma voglio tornare sull’1:1 computing.

Sabato a Torino c’e’ stato il primo CoderDojo, grazie agli amici del MuPin e tante altre realtà e persone che si sono coordinat questi bambini di 7-8 anni si muovevano con disinvoltura sui loro laptop, grazie al fatto di avere genitori competenti e in grado di sostenere quella spesa, e non ho potuto fare a meno di pensare ad alcune scuole e ai laboratori che mettono a disposizione. Non vorrei essere fraintesa, non penso che nella vita tutti debbano fare i programmatori, ma la scommessa della scuola sta proprio nel dare a tutti le stesse possibilità, soprattutto a quelli che nessuno accompagna al coderdojo.

 

 

 

Turin Jam Today: la game jam per serious game .. sul serio!

E’ stata davvero una bella esperienza organizzare la Turin Jam TOday che si è svolta dal 13 al 15 giugno 2014.

Le game jam sono maratone no stop di programmazione (come le hackaton) che hanno l’obiettivo di produrre risultati concreti come un’app o un videogame o un serious game.

La più famosa è la Global Game Jam: l’ultima edizione che si è svolta a gennaio 2014 ha coinvolto 23,198 jammers registrati in 488 località distribuite 72 Paesi e ha prodotto 4,290 progetti di gioco, una di quelle località era proprio Torino e l’evento è stato organizzato dalla T-Union, una associazione che riunisce aziende torinesi di videogioco.

Il mio coinvolgimento con il gioco è legato al tema dell’apprendimento e della didattica. Il primo esperimento risale al 1997, durante l’esperienza del Laboratorio Telematico di Collegno con il progetto di Didattica Collaborativa: l’obiettivo era imparare ad usare le tecnologie digitali per collaborare a distanza.

Molto dopo, nel 2012, l’idea dell’Italian Scratch Festival:   un concorso nazionale per sviluppare videogiochi utilizzano il linguaggio scratch, inventato al MIT per favorire l’espressività di bambini e ragazzi, e soprattutto un modo per insegnare informatica nel biennio delle superiori.

Poi all’inizio del 2014 il progetto JamToday – che prende il titolo da una citazione di Alice nel Paese delle Meraviglie

“The rule is, jam tomorrow and jam yesterday – but never jam today.” – Lewis Carroll

e il format  proprio dalla Global Game Jam: obiettivo del progetto è favorire l’adozione dei serious game nella didattica, attraverso la costruzione di un circuito europeo per la realizzazione di game jam  finalizzati alla realizzazione di serious game nella didattica.

Da febbraio si è  lavorato ad organizzare  la Turin Jam Today: il supporto di Marco Mazzaglia è stato senza dubbio decisivo, soprattutto perché lui aveva già organizzato la GGJ di Torino cosi’ come quello di Agnese Vellar di I3P che ha messo a disposizione la sede e il suo supporto nella promozione dell’evento.  Trovata la sede, è stata avviate  la fase di promozione e di ricerca di partner. e sono stati organizzati eventi di preparazione.  Come sempre ci sono cose che sono andate meglio del previsto e altre che invece non hanno funzionato, soprattutto in termini di visibilita’ ( sui siti di alcuni dei soggetti  direttamente coinvolti non c’era traccia dell’evento).  E’ un vero peccato inoltre che non ci sia sensibilità da parte di agenzie formative alla richiesta dei ragazzi che vorrebbero formarsi in questo settore: se da un lato si può comprendere che si tratta di piccoli numeri in termini occupazionali, dall’altra sembra tuttavia un’occasione sprecata.

Gli sforzi sono stati ampiamente ripagati dall’entusiasmo e dalla partecipazione dei 50 jammers che si sono cimentati con un tema veramente difficile da affrontare:  sviluppare un serious game che coinvolgesse insegnanti e allievi nell’acquisizione di competenze di programmazione (coding literacy).   I lavori sono cominciati con la costituzione dei gruppi attraverso lo speed grouping (ci si trova in gruppi che dopo 5-6 minuti, si sciolgono e si ricostituiscono in modo iterativo, portandosi sempre dietro un compagno), successivamente si passa alla fase creativa in cui si cerca l’idea che deve convincere tutti, poi alla fase realizzativa in cui si fanno i conti con le risorse disponibili e lo scarso tempo a disposizione, fino alla fase finale, in cui bisogna chiudere  e presentare il lavoro svolto, a cui segue la fase di valutazione e infine la premiazione, momento importante ma non cosi tanto, perché la parte più divertente è stato il tempo passato con gli altri.

Capisco perché  le hackaton stanno avendo una grande diffusione: la bellezza di lavorare con gli altri, di con-correre (nel senso di correre insieme) con persone che non si conoscono  e che hanno competenze complementari  per realizzare qualcosa che prima di tutto deve piacere a chi la realizza, vedere l’idea prendere forma in poco tempo,  che per forza di cose rimane un abbozzo e che magari continuerà in altre forme per altre vie…    un’esperienza che consiglio davvero a  tutti, anche a chi come me, l’ha vissuta da organizzatore:  ne vale davvero la pena.

 

 

Far fiorire la creatività

La differenza fra play e game in italiano non è immediatamente traducibile: detto malamente il game è un gioco con regole codificate, mentre il play è il gioco che si fa per svagarsi; in latino abbiamo  iocus e ludus, che un po’ si possono ricondurre a play e game, perché lo iocus era il divertimento,  mentre il ludus era gioco fisico, studiato; in greco paidià e agon/athlon, rimandano al gioco dei bambini e il secondo alla gara degli adulti (agonistico/atletico). Il ludi magister era i l maestro di scuola: solitamente uno schiavo greco che insegnava ai bambini romani i primi rudimenti del leggere, scrivere e far di conto. Crescendo si acquisiscono capacità di comunicare  e di fare:  attraverso la parola si comunica e attraverso l’appropriazione del gioco si attiva il pensiero, comunicando e facendo si  acquisisce la facoltà di riflettere e creare.

Un bell’articolo  di Peter Gray, tradotto e pubblicato da Internazionale nel dicembre 2013, con il titolo Lasciateli giocare, dice tra l’altro “Tutti i piccoli mammiferi giocano. Perché sprecano tempo e corrono rischi per giocare, quando potrebbero starsene tranquilli nella loro tana?”  Per rispondere a queste domande, lo psicologo ha intervistato antropologi:  i bambini di tutte le culture attraverso il gioco imitano gli adulti e si preparano al futuro.  Gray sostiene che i bambini di oggi non hanno più tempo per giocare ed è molto critico verso i test standardizzati: dichiara che le scuole asiatiche preparano studenti che hanno risultati migliori nei test, ma che sono poco creativi e motivati. La standardizzazione sta uccidendo la creatività:  infatti negli ultimi dieci anni i dati dei  Torrance tests of creative thinking (Ttct) sono in costante diminuizione, secondo Gray la “creatività non si insegna, si lascia fiorire”. Con il gioco di gruppo si acquisiscono abilità sociali: gioca solo chi ha voglia, bisogna negoziare bisogni e desideri di tutti, si impara a gestire la propria rabbia e paura.

La Lego, che di gioco se ne intende, lo sa bene e ha inventato un modo per favorire l’innovazione nelle aziende, utilizzando ca va sans dire, i suoi mattoncini (ma in realtà ormai ci sono pezzi di ogni tipo): si chiama Lego Serious Play e pare sia servito anche a loro per uscire dalla crisi.  Il metodo consiste nel trovare risposte a domande attraverso la costruzione, “lasciando che siano le mani a guidare” e con la convinzione che un oggetto  intorno al quale discutere, rende la discussione molto più “concreta”. La demo  a cura di OtherWise ospitata da Engim è stata molto convincente.

Come si fa a far fiorire la creatività?  Esistono sicuramente  sistemi e metodi (una lettura molto utile è  il blog “nuovo e utile“)  per allenarsi e il gioco sicuramente e’ uno di quelli.

“Non comprate un nuovo videogame: fatene uno. Non scaricate l’ultima app: disegnatela. Non usate semplicemente il vostro telefono: programmatelo”. Così, in un recente discorso, il Presidente Barack Obama si è rivolto agli studenti americani per stimolarli a imparare un nuovo linguaggio, quello della programmazione – il cosiddetto “coding” –, sostenendo la campagna “Hour of Code ”, lanciata da Code.org per la diffusione delle scienze informatiche. ”  Così Luca Indemini apre il suo articolo su LaStampa  in cui esplora il mondo della programmazione nella scuola italiana, veicolato attraverso il gioco.

Italian Scratch Festival da tre anni,  promuove l’insegnamento dell’informatica attraverso la progettazione di un videgioco. Anche quest’anno abbiamo visto ragazzi di prima e seconda superiore, che hanno ideato e realizzato in un periodo che va da uno a tre mesi, in totale autonomia, videogiochi più o meno complessi, lavorando sulla grafica, sulla musica e sulla meccanica del gioco. Ma all’Italian Scratch Festival hanno partecipato anche i ragazzi che con i minipc (come arduino, raspberrypi) hanno inventato oggetti come macchine fotografiche e c’era pure chi si è costruito da solo la stampante 3D. ISF Maker

La Turin Maker Faire è stata un’altra bella occasione di vedere creatività all’opera, grazie alle stampanti 3D, o attraversso luci e parti i movimento  bambini che non sanno ancora leggere imparano a programmare.   L’alfabetizzazione di domani sarà la capacità di controllare come gli oggetti interagiscono fra di loro e con noi  e solo attraverso tecnologie open questo saraà  patrimonio di tutti per evitare che l’Internet delle cose, diventi un incubo  secondo Massimo Banzi e Bruce Sterling  Banzi Sterling Turin Maker FAire

L’Università di Ferrara ha scelto un bel titolp Torino capitale dell’apprendimento ludico :  JamToday porta  a Torino la prima maratona di sviluppo di giochi per imparare. Un percorso iniziato da due anni con il progetto Boogames, perché i videogiochi possono essere anche un’opportunità di sviluppo.

logo

Turin Jam Today è un esperimento per sviluppare in 48 ore un serious game che serva a sviluppare competenze ICT: una cosa veramente da matti, un ingrediente fondamentale per il gioco.

 

 

 

Il tablet fa la differenza?

Don Alberto Zanini è un prete salesiano che insegna all’Istituto Agnelli ed è  responsabile didattico  del progetto Juventus College, un Liceo Scientifico particolare, disegnato per permettere ai ragazzi di poter continuare a studiare mentre si allenano e coltivano il loro talento sportivo. Ci siamo incontrati a settembre 2013: i ragazzi del Liceo Juventus hanno a disposizione tecnologie avanzate ma non è sempre facile coinvolgerli, vista l’eccezionalità dell’esperienza che vivono. La scommessa sta proprio nel capire se  le tecnologie, possono  dare una marcia in più all’apprendimento. Don Alberto è una persona che approfondisce e ricerca: ha attraversato l’Italia per conoscere  le esperienze più avanzate e mi ha posto più volte  la domanda: ma in Piemonte cosa si fa?

Così gli ho raccontato di Dschola e del progetto Scuola digitale in Piemonte, che è stata esperienza d’avanguardia. dato che nel 2010 sono state allestite 28 classi con un netbook per ogni studente ovvero 700 netbook distribuiti e configurati, con assistenza e formazione. Il grande progetto del ministro Profumo per finanziare Classi 2.0 e Scuola 2.0, dopo bandi e graduatorie è stato congelato dalla ministra Carrozza ad oggi non si  sa se i finanziamenti arriveranno mai.  Per le  scuole italiane, esclusa la Lombardia dove  si stanno investendo 15 milioni nel processo della scuola digitale, non  è previsto alcun piano di rilancio. Due mini bandi in chiusura d’anno 2013 del MIUR hanno promesso qualche ridottissimo finanziamento in  infrastrutture e in competenze per gli insegnanti. Il bando sulle competenze prevedeva un investimento di circa 600 mila euro per tutta l’Italia e sono 665 mila i docenti in organico di diritto.

Mentre altrove si susseguono convegni su tablet school 1 e 2, si sperimentano nuovi modelli di editoria scolastica, si lavora sulla statistica e sugli opendata, si sperimentano fablab nella scuola, in questo Piemonte dormiente, Don Alberto ha organizzato per il 21 febbraio al Teatro Agnelli un seminario per raccontare cosa si fa qui con i (pochi) tablet a scuola.

La mattina è iniziata con tre giovanissimi talenti: una concertista d’arpa, un pilota di rally automobilistici e un giovane calciatore dello Juventus college che dichiarano le difficoltà a conciliare studio e attività artistica/agonistica: per loro le tecnologie che rendono possibile una scuola flessibile negli tempi e negli spazi sono fondamentali.

A seguire con ritmo serrato le esperienze di tre classi. Una media che utilizza la soluzione della Samsung school: è prevista la dimostrazione pratica dell’uso di Geogebra, i ragazzi sono bravissimi ma la rete collassa ripetutamente (la modalità di accesso contemporaneo di tutti i tablet richiede una rete molto ben carrozzata); si passa alla seconda scuola – l’Istituto Immacolata di Pinerolo che ha sperimentato il tablet nelle lezioni di storia e filosofia: hanno usato notability  per prendere appunti e fanno la presentazione con videoscribe, ma la parte più coinvolgente è  stata l’idea di organizzare un vero banchetto in stile antica Roma; infine i ragazzi del Liceo Giusti di Torino presentano “Un anno con Virgilio” ebook reperibile su iTunes, realizzato  con il supporto della Prof Francesca Salvadori  (scuolalvento)  utilizzando ibook author. Segue qualche riflessione dei ragazzi che sanno di essere privilegiati perché dispongono di  queste tecnologie (sono tutte scuole paritarie quelle intervenute)  ma pur abilitando maggiori possibilità espressive non le considerano sostitutive di libri e quaderni.

Si va verso la chiusura della mattina con Dario Zucchini, che sottolinea l’importanza di una buona infrastruttura di rete, che permetta ai ragazzi di utilizzare i propri dispositivi, orientando le famiglie a comprare smartphone con schermi grandi, quelli che lui chiama “teletablet”e suggerisce che gli insegnanti adottino anche le “app” oltre che i libri di testo, tenendo anche conto che gli smartphone hanno sensori che sono strumenti di misurazione utili per la didattica.   La mia presentazione è un po’ provocatoria, parlo di scuole virtuali, flessibili e senza insegnanti, di fablab a scuola e di scuole senza orari e senza classi, di scuole che sono un gioco. Avrei voluto raccontare l’episodio della ballerina che andava male a scuola citato nel famoso video di Ken Robinson(Come la scuola uccide la creatività) per collegarmi idealmente all’inizio della mattinata ma il tempo corre veloce, per chi fosse curioso le mie slide

Ci si divide in gruppi per discutere: io sono nel gruppo didattica, con una quarantina fra docenti e insegnanti. Si parla di didattica per competenze  e di valutazione autentica, le cose interessanti che fanno i ragazzi non servono per superare la licenza media o l’esame di maturità, e ci si dimostra anche poco coerenti ai loro occhi. C’è una forte esigenza di approfondire, di avere  riferimenti per formarsi. Don Alberto chiude i lavori dicendo “Mi pare che ci sia stato un buon clima” e chi c’era può confermare.

Per continuare il discorso segnalo i seminari Geek DSchola: il primo su tablet e app per la didattica sarà il 14 marzo alle 14.30 all’ITI Majorana di Grugliasco

Sempre connessi, sempre esposti, sempre da soli?

In occasione del Safer Internet Day 2014,  l’IIS Maxwell di Nichelino ha organizzato “Connettiti con rispetto” una serie di incontri  con l’obiettivo di sensibilizzare i ragazzi e le famiglie sul tema della sicurezza online.

Con i ragazzi è stato semplice affrontare il tema: con un minimo di coinvolgimento sono stati molto reattivi e mi hanno dato l’occasione per fare un piccolo mini sondaggio: tutti avevano uno smartphone e un profilo facebook,  hanno dichiarato di saper gestire la configurazione delle privacy mentre  secondo loro i genitori non lo sapevano fare, molti avevano un profilo su ask.fm mentre nessuno conosceva snapchat, sembravano molto consapevoli sul tema facebook è gratis perché lucra sui nostri dati. Come mi aspettavo, con loro non serve  affrontare il tema sul piano tecnico: molte cose non le sanno ma non sono interessati ad approfondire: un po’ come se ad un incontro su come difendersi dalle molestie telefoniche ci spiegassero la commutazione di circuito o di pacchetto.

I genitori che hanno trovato il  tempo di partecipare erano  suddivisi fra  spaventati e molto spaventati. Mi è sembrato che meno si conosce il web e più si è preoccupati di non cogliere i pericoli potenziali (ma un estraneo può entrare nella chat fra mio figlio e un amico?) mentre quelli un po’ più competenti,  considerano i social media come una perdita di tempo (odio facebook e non ho un profilo).  Anche con i genitori, il tema non è tanto quello della competenza tecnologica – che se c’è facilita molte cose perché quello che non si conosce fa sempre più paura – ma -di nuovo- quello del dialogo e della presenza: discutere di quello che capita sui social o con lo smartphone è un primo passo per parlarsi. Un consiglio? stabilire dei confini e delle regole, aiuta sopratutto con i bambini più piccoli..

Le  slide che ho preparato per i ragazzi sono qui e per i genitori sono qui.

Attraverso i corsi organizzati con AssoSecurity e il progetto Safetykids@school,  si voleva sensibilizzare gli insegnanti su questi temi per arrivare alla definizione di un curriculum di online safety come avviene in molti paesi europei, previa la formazione e la partecipazione ad una community. Le dichiarazioni dell’ex ministra Carrozza sul tema della formazione specifica alla rete, in occasione della giornata della protezione dati, mi hanno lasciato molto perplessa: la motivazione fondamentale è stata che non c’erano soldi. Le cose non sembrano migliorare con la nuova ministra. Eppure ci sono chiare indicazioni da parte dell‘Europa sulla necessità di aumentare queste competenze e di lavorare per una internet migliore per tutti.

danah boyd “it’s complicated: un lavoro di ricerca durato dieci anni, con interviste ai ragazzi che nell’introduzione dichiara che i ragazzi attraverso la rete fanno il loro debutto in società e interagiscono con i loro network publics cercando di costruirsi una loro identità, nel processo classico che fa di un adolescente un adulto. Il libro sembra promettere molto bene, perché si colloca nel solco di un’altra grande ricercatrice che è la prof Sonia Livingstone, che da anni attraverso il mega progettoEuKids Online, monitora l’uso della rete da parte di ragazzi, per cercare di contrastare il  dilagante “moral panic”.

Un po’ diverso il tono del libro di Sherry Turkle, che con il suo “Alone together” (Insieme ma soli in ita)  qualche anno fa, parlava della disumanizzazione dovuta al fatto che i ragazzi non sarebbero in grado di capire la differenza fra rapportarsi fra un umano e un robot: tesi in qualche modo ripresa anche nel documentario “In real life” di Beeba Kidron, dove affrontare varie situazioni limite, tra cui  ragazzi assuefatti dalla pornografia  che non sarebbero più in grado di avere relazioni sentimentali normali.  Non sarà un caso che siano tutte donne le ricercatrici  più famose che si occupano di questi temi.

Purtroppo casi drammatici e situazioni limite esistono e non vanno ignorate, ma non si può demonizzare la rete.

Nessuno si focalizza sull’uso del telefono e della radio nelle finte telefonate della Zanzara  (vedi il caso di Onida sulla commissione dei saggi voluta da Napolitano oppure la denuncia di Barca su DeBenedetti che suggerisce i ministri a Renzi), e nessuno propone leggi per regolamentare le dirette telefoniche in radio…

Prossimo appuntamento il 5 marzo presso Università di Torino, per parlare di Cyberbullismo, Internet e nativi digitali con Mauro Ozenda, autore del libro “Sicuri in rete“.

All digital: la debacle delle scuole di Los Angeles

Il progetto del distretto di Los Angeles (1124scuole) di dotare tutti i 640 mila studenti di iPad e’ stato temporaneamente sospeso  (iPad initiative on hold). L’investimento per risollevare i risultati un po’ scadenti degli studenti californiani e’ di 1 miliardo di dollari, a cui si sommano 373 milioni di dollari per infrastrutture wifi. Si tratta del programma  piu’ vasto negli Stati Uniti per la dotazioni digitali per gli studenti. La fase pilota del progetto prevedeva un investimento di 50 milioni di dollari per l’acquisto di 31 mila iPad di cui 25.000 iPad sono già stati distribuiti. I primi problemi si sono verificati già nella prima settimana:  gli studenti hanno  bypassato i blocchi per accedere ai social network per cui è stato vietato agli studenti di portare a casa gli iPad (ovviamente gli studenti hanno già dichiarato che troveranno nuovamente il modo di superare i controlli). Problemi anche sul lato dei costi che sono stati sottostimati: si parla di stime che andrebbero triplicate, t servirebbero almeno 152 formatori per insegnare la gestione dei tablet a scuola e gli eventuali problemi connessi, e si è stimato un costo annuo di manutenzione pari a 20 milioni di dollari, a cui si sommerebbero altri 600.000 dollari per migliorare la gestione della sicurezza. I nodi sembrano venire al pettine: le reti wifi non funzionano e anche i contenuti didattici forniti da Pearson e inclusi nella fornitura Apple non sono completi, anche se in ogni caso la fornitura scadrà ai tre anni. Nel comitato che gestisce l’operazione qualcuno ha messo in discussione la scelta degli iPad proponendo l’acquisto di più economici  e versatili notebok e il sovrintendente John Deasy ha dovuto smentire voci sulle sue presunte dimissioni. Dagli articoli non si capisce che formazione sia stata fatta agli insegnanti e se parallelamente sia stata fatta qualche iniziativa di formazione sul piano metodologico agli insegnanti, ma  da come stanno procedendo le cose non parrebbe. Speriamo che chi conosce il progetto di Los Angeles non dai giornali come me, scriva presto un utile “manuale delle cose da non fare per il digitale nella scuola”, farebbe sicuramente un miglior servizio di quelli che invocano una scuola “all digital”, magari evocando la Corea del Sud o la Finlandia come esempi, senza conoscere nulla dei rispettivi sistemi educativi e delle culture. A margine, mi permetto un momento di orgoglio Associazione Dschola: con il progetto Scuola Digitale in Piemonte, nel 2011 abbiamo impostato la prima introduzione “sostanziale” di netbook nella scuola.. Un percorso che e’ partito dall’analisi del progetto OLPC e che ha visto una prima sperimentazione in un numero ristretto di classi, certo si trattava di altre grandezze, solo 700 netbook per 28 classi, che tuttavia arrivavano in classe, pre configurati da altri studenti con a bordo una selezione di software predefinita’ in collaborazione con insegnanti, e un sistema di sicurezza per la navigazione. A corredo piattaforme di condivisione, formazione degli insegnanti e assistenza in caso di malfunzionamenti (che grazie alla configurazione blindata sono stati molto pochi). Il netbook si portava a casa dalle elementari alle superiori e gli studenti e le famiglie erano responsabilizzate. Un modello perfettibile, soprattutto sul piano didattico, sicuramente ha lasciato qualche docente e qualche studente scontento, ma che alla fine si è dimostrato molto solido.

Per chi fosse interessato segnalo il prossimo Open Day Dschola,  il 28 novembre alle 14.30 presso l’Ist. Avogadro di Torino.

Adattiva, creativa, sociale e personale ecco la nuova educazione

Oggi ho seguito in streaming in diretta @SirKenRobisons nel tuo talk per RSA “How to change education – from the ground up” –

RSA e’ l’ente che ha curato la sintesi del discorso di Ken Robinson “Changing education paradigm” attraverso la grafica

Tornando all’evendo odierno(1 luglio 2013) in circa 45 minuti e dopo i leggendari interventi  in cui Sir KEn Robinson ci aveva descritto i danni dell’educazione, questa volta avrebbe detto come ripararli.

Certo gli anni passano per tutti e oggi mi è sembrato più che altro un evento legato al lancio del suo nuovo libro: non era smagliante come nel famoso video per TED “la scuola uccide la creativita’”  che non per niente ha collezionato più di 14 milioni di viste online, e sicuramente avrò perso qualche passaggio e per questo rivedrò la registrazione.

Reiterando il concetto che il sistema educativo odierno  ha un retaggio che deriva da un’epoca industriale “un’azienda dove ogni 40 minuti suona una campana, e un gruppo di persone si sposta da una stanza all’altra per fare cose diverse, otto volte al giorno, avrebbe già chiuso, oggi”,  ha sostenuto che  il tema dell’educazione può essere affrontato  da due punti di vista: economico e culturale.  Gli imprenditori vorrebbero un’educazione che favorisse al massimo l’adattività e la creatività, mentre da un punto di vista culturale, si auspica un’educazione che sia più social, anche con riferimento al tema della democrazia e anche più personale, per favorire lo sviluppo dei propri talenti, che suppongo essere il tema del suo nuovo libro “Find your element” , sequel de “the Element” – che per inciso ho acquistato, iniziato e abbandonato in quanto noioso – le stesse cose le dice nel video di TED in 15 minuti.

La parte che mi è piaciuta di più è stata quella in cui ha citato il teatro  (il teatro è un po’ la metafora di tutto mi pare… chi si ricorda il libro di Brenda Laure “Computer as a theatre”) e in particolare Peter Brook  “Theatre can be a genuinely transformative experience”  per fare un parallelo fra attore -audience, insegnante-studenti.. e soprattutto per dire che il fulcro del processo educativo sta nell’incontro fra insegnante e studenti, che si tratta di un processo adattativo e complesso, un ecosistema  e che i policy maker dovrebbero investire su quello, non sul processo di “distribuzione” della conoscenza.

Proprio in questi giorni ho  letto un commento entusiasta a questo articolo “l’iPad nelle scuole olandesi” in cui  a partire dalla didattica basata sul digitale, la scuola si è riorganizzata consentendo  orari flessibili, tanto tutta l’attività è pianificata prima attraverso il digitale e se l’insegnante  non c’e’ si sta a casa, tanto si può studiare per conto proprio.

A me non sembra un modello così esaltante soprattutto avendo appena letto quest’articolo dell’Economist Catching on at last – New technology is poised to disrupt America’s schools, and then the world’s in cui si parla della fortissima pressione dei fornitori di soluzioni informatiche verso la scuola: nel 2011 il picco di investimenti sull’educazione è  stato quasi ai livelli della bolla delle dot.com nei primi anni 2000, e di vari altri aspetti, come quello dell’uso dei learning analytics (ovvero la profilazione degli studenti attraverso i dati forniti dai vari ambienti di apprendimento) e di come tutto questo alla fine emargini comunque gli studenti più deboli, e infine di come una didattica fortemente basata sul digitale possa avvalersi di facilitatori che non sono necessariamente degli insegnanti (paventando un demansionamento degli insegnanti).

E se invece il modello della  “blended school” fosse un’opportunità anche per gli insegnanti più capaci e meritevoli? quest’opuscolo How Blended Learning Can Improve the Teaching Profession  sostiene che attraverso il digitale anche gli insegnanti potrebbero essere messi in condizione di lavorare meglio.

Alla fine la lettura più interessante, suggerita da un twitter durante la conferenza di Sir Robinson, proprio parlando dell’incontro fra insegnanti e allievi, è stato l’articolo dell’Harvard Magazine “Twilight of the Lecture” in cui il prof. Manzur, racconta di aver scoperto – con un po’ di sgomento – che i suoi studenti, ripetevano con profitto quello che veniva loro insegnato senza capirlo in profondità… e di come poi sia passato all’idea di farli discutere fra loro per chiarirsi i concetti: la parte migliore è dove dice che gli studenti erano molto arrabbiati di dover imparare da soli, visto che pagavano una retta salata e di fare esami su cose che non avevano studiato prima.

Questo mi ha ricordato quanto aveva raccontato @iamarf – alias Andrea Robert Formiconi – che si descrive nel suo profilo twitter “Sconvolto da come si possa studiare senza imparare niente vorrei capire qualcosa sull’apprendimento …” e che oggi  cita sul suo post “che cos’e’ che non va” il prof. Persico che osservava la stessa situazione  – allievi che studiano senza capire – già nel 1956.

Alla fine il punto è sempre quello: chiamiamolo “critical thinking” o “problem based education” o “inquiry based education”…si tratta di imparare a ragionare, a mettere in relazione a costruire ipotesi, e in quel caso il ragazzino velocissimo a verificare sul suo iPad se il prof ha detto una sciocchezza può essere  una risorsa e non un noioso saputello.