7 assurdi divieti per le donne

Il movimento d’opinione per permettere alle donne di guidare in Arabia Saudita forse contribuirà a  risolvere una situazione incomprensibile ai più. La giornata per il diritto alle donne a guidare l’auto  che è stata celebrata il 26 ottobre 2013 ha dato una visibilità internazionale alla questione.

Tuttavia, nel mondo ci sono molti casi  di disparità dei diritti delle donne similmente assurdi.   L’articolo del Washington Post evidenzia sette casi: in India, il casco non e’ obbligatorio per le donne “per non sciupare la pettinatura” secondo i sostenitori di questa ridicola e pericolosa disparità, nello Yemen una testimonianza femminile vale solo la metà di quella di un uomo e una donna non può uscire di casa senza il permesso del marito- a meno che non si tratti di emergenza, in Vaticano e Arabia Saudita le donne non hanno diritto di voto e sempre in Arabia Saudita e in Marocco le donne stuprate possono essere considerate colpevoli per essere uscite senza un accompagnatore che le protegga, mentre in Ecuador possono abortire solo le donne considerate “malate  di mente” o dementi.

Volendo approfondire la condizione delle donne nel mondo si può consultare il Gender Gap Index a cura del World Economic Forum: nel rapporto 2013 l’Italia manco a dirlo è al 71 posto su 133 Paesi.   (Grazie a Bruno per la segnalazione)

Lampedusa

Striscione a Lampedusa (ALBERTO PIZZOLI/AFP/Getty Images)
Striscione a Lampedusa (ALBERTO PIZZOLI/AFP/Getty Images)

La sera del 9 ottobre 2013, cinque giorni dopo il naufragio al largo di Lampedusa dove hanno perso la vita più di 300 persone, il governo italiano ha abrogato il reato di clandestinità, previsto dalla legge Bossi-Fini. Sul suo blog, Fabio Sabatini aveva attaccato il provvedimento, definendolo:

“[..] una legge che ammette i respingimenti al paese di origine in base ad accordi con stati in cui la detenzione e la tortura per motivi politici sono all’ordine del giorno. Che attribuisce pregiudizialmente al migrante irregolare la responsabilità di un reato, e che prevede quindi il reato di favoreggiamento per chiunque porti in Italia dei migranti senza visto. Col risultato poco lusinghiero di costringere gli immigrati a buttarsi in mare nel tentativo disperato di raggiungere la riva a nuoto, o di creare le condizioni per l’incriminazione di quei pescherecci che salvano i naufraghi da morte certa.”

La modifica della legge arriva al termine della giornata che ha visto la presenza del presidente della Commissione europea Manuel Barroso e del primo ministro del governo italiano Enrico Letta, entrambi in visita a Lampedusa, dove sono stati duramente contestati dai residenti, che li hanno accolti al grido di “vergogna” e “assassini”. Letta ha chiesto scusa per le inadempienze del governo italiano, ma le sue parole non sono state particolarmente apprezzate:

In molti pensano che la completa abolizione della legge Bossi Fini, che dal 2009 ha criminalizzato l’immigrazione irregolare, sia un primo passo per lavorare a norme più rispettose dei diritti civili: la campagna di Repubblica per la sua abolizione ha raccolto in 48 ore più di 85 mila firme.

Il 2013 dovrebbe essere l’anno europeo della cittadinanza. È legittimo chiedersi quali possano essere i percorsi di inclusione anche per coloro che stanno ai margini e provare a mettere in discussione uno status quo che rischia di escludere molti. La ricostruzione di un percorso condiviso, di un nuovo patto sociale che possa coinvolgere uomini e donne del nostro Paese attraverso la maturazione di possibilità di azione e responsabilità della casa comune non può essere frutto di una modifica massiva degli articoli della Carta Costituzionale. Ci sono parti della Costituzione rimaste non attuate e che hanno ancora oggi una loro forza. Pensando ad esempio all’art.10 sul diritto all’asilo ci si rende conto della distanza delle nostre normative rispetto a quanto sancito nella Carta Su Twitter l’hashtag #bossifini da’ voce ai diversi punti di vista sull’abolizione della legge:

Ai morti in mare sono stati concessi gli onori dei funerali di stato, ma solo l’abolizione del reato di clandestinità ha evitato che i sopravvisuti fossero incriminati. Alcuni dei superstiti hanno dichiarato di non avere ricevuto soccorso da tre pescherecci, ma il vicepremier Angelino Alfano, ha replicato che non erano stati visti. Secondo il blogdieles la verità è un’altra:

[..] Angelino Alfano non può non sapere che la Bossi-Fini PROIBISCE DI PRESTARE SOCCORSO AI BARCONI. La pena è fino a 15 anni di galera (reato di favoreggiamento dei clandestini o dello sbarco di clandestini) !! Si, avete letto bene. Quella legge proibisce di prestare soccorso ai migranti che sono in difficoltà in mare. Le vite umane? NON VALGONO UN CAZZO. Quello che valeva, per il legislatore, era tenere in piedi il governo facendo un regalone agli alleati leghisti!

La terribile tragedia di barconi rovesciati non accenna ad arrestarsi: la sera dell’11 ottobre un altro naufragio ha provocato la morte di 50 persone: la scorsa estate, i morti a pochi metri dal mare erano stati allineati sulla spiaggia in mezzo agli ombrelloni dei villeggianti.

Sono 250 mila i morti inghiottiti dal mare Mediteranneo negli ultimi 20 anni, e si è trattato soprattutto di migranti diretti verso Lampedusa secondo Jose’ Angel Oropeza, Direttore dell’Ufficio di Coordinamento per il Mediterraneo dell’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni), che sottolinea come sia necessario intervenire nei paesi di transito come la Libia, per evitare che l’unica possibilità per raggiungere l’Europa sia rischiare la vita in mare.

Il Consiglio europeo, su proposta della Commissaria Cecilia Malmstrom, a seguito della tragedia, ha deciso di rafforzare il programma Frontex, per sostenere la lotta alla “criminalità e all’immigrazione clandestina”. Eppure questa strategia non pare aver contribuito a fermare stragi e naufragi. Un articolo sul sito “Sbilanciamoci” descrive le attività dell’agenzia e conclude:

In sintesi: le attività di sorveglianza e controllo delle frontiere esterne svolte da Frontex hanno come priorità quella di impedire l’arrivo dei migranti irregolari in Europa e sembrano lasciare in secondo piano le attività di pronto soccorso in mare.Lo stesso Special Rapporteur delle Nazioni Unite sui diritti dei Migranti, Francois Crépeau, ha avuto occasione di dichiarare che Frontex è “un servizio di intelligence e informazione, i cui obiettivi di sicurezza sembrano lasciare in ombra le considerazioni relative ai diritti umani”. In realtà Frontex è una vera e propria macchina da guerra contro i migranti ed è scandaloso che il suo rafforzamento venga riproposto oggi a seguito della strage di Lampedusa del 4 ottobre.

Andrea Segre, regista di vari documentari sulla condizione dei migranti in Italia, tra cui Sangue Verde e Mare chiuso, sottolinea come le politiche di contrasto all’immigrazione clandestina basate su operazioni militari non possono funzionare per “un motivo semplice e quasi banale”:

Il problema sta nel fatto che esistono persone al mondo che hanno necessità di viaggiare, o per salvarsi la pelle o per cercare una vita migliore, ma non hanno il diritto di farlo perché altre persone, la cui pelle e la cui vita sono tendenzialmente molto più al sicuro della loro, hanno deciso di negarglielo. Queste persone non stanno ferme a casa a rispettare l’ordine di quelli che stanno bene. Cercano di raggiungere le terre dove stanno quelli che vorrebbero impedirglielo. E siccome in mezzo al viaggio trovano ostacoli naturali e soprattutto militari (le operazioni di contrasto all’immigrazione clandestina di cui sopra) allora si fanno aiutare da gente che dà a loro qualche sgangherato e pericoloso mezzo per superare quegli ostacoli e che per farlo si fa pagare caro puntando sulla loro disperazione e sulla corruttibilità di buona parte degli operatori coinvolti nei controlli delle frontiere.[..]
Si ma allora? Come si fa?
Si spostano i finanziamenti dal contrasto all’immigrazione illegale alla creazione di canali di emigrazione legale.
Si creano servizi e agenzie che danno informazioni su come e dove emigrare o su come e dove fuggire.
Ma così vengono tutti qui?
Non è vero.
La maggior parte di chi deve scappare da regimi e guerre, cerca rifugio vicino casa per sperare di tornarci quando le guerre finiscono o i regimi cadono.

Lampedusa – estremo avamposto dell’Italia nel Mediterraneo – è un’isola di 20 mq che ospita circa 6mila abitanti con un economia basata sulla pesca e sul turismo, ma che da alcuni anni ha fronteggiato spesso nell’indifferenza l’emergenza degli sbarchi e dei morti. Dal 2003, Claudio Baglioni, cantautore italiano organizza sull’isola un festival canoro con ospiti italiani e stranier per attirare l’attenzione sul tema dell’immigrazione irregolare. I cittadini lampedusani hanno dato grande prova di ospitalità pagando un prezzo altissimo con il crollo delle presenze turistiche. Inevitabile che dopo un decennio la popolazione sia stremata: nel video seguente alcuni cittadini esasperati denunciano situazioni di convivenza dfficile, furti ed aggressioni.

video youreporter “l’altra verità”

Fabrizio Gatti, giornalista dell’Espresso, settimanale di politica, che ha provato sulla propria pelle nel 2005 l’esperienza di naufrago ed è stato soccorso da un abitante dell’isola, ha lanciato una campagna per Lampedusa al Nobel per la pace che ad oggi (11 ottobre) ha già raccolto più di 50 mila firme. Non manca tuttavia un’amara riflessione sul tema, dal blog “diecieventicinque”

La proposta di assegnare un premio del genere a Lampedusa è carica degli stessi sentimenti positivi e genuini che avevano mosso i promotori del premio per l’Africa, ed è già a rischio di subire la stessa strumentalizzazione politica. Premiare chi opera bene è logicamente corretto. Se le donne africane e Lampedusa oggi sono esempi massimi di coraggio bisogna ancor prima chiedersi perché e da chi queste persone siano state costrette ad avere coraggio al posto degli altri. Condannare moralmente chi opera male sarebbe a quel punto altrettanto corretto.

È un’Italia poco accogliente e solidale, quella che emerge dai commenti in rete o sui social network. È l’Italia che offende un proprio ministro, che si indigna perché il lutto nazionale sia stato dichiarato per vittime non italiane”. Marina Boscaino propone la scuola come il punto da cui ripartire:

“Ho trascorso ore a parlare con gli studenti. Dopo Lampedusa, ho avuto la netta percezione che l’unica via d’uscita, l’unica speranza che ci rimane è provare a trasmettere – a inoculare, con la costanza di un impegno incessante – a individui in formazione i germi della solidarietà e dell’accoglienza; il sentimento di un’uguaglianza effettiva tra tutti gli esseri umani; la complessità di una visione critica. Non sono stati – a muovermi – i tanti bellissimi articoli che sono usciti in quell’occasione; né le tante – sincere – manifestazioni di cordoglio che si sono susseguite. Ma la quantità – impensabile e persino imprevedibile, considerando le dimensioni della catastrofe – di manifestazioni di disumana grettezza, di lurida protervia di chi fa della propria casuale nascita nella parte giusta del mondo la matrice di rivendicazioni, atteggiamenti, dichiarazioni o atti che fanno vergognare di essere nati in questo Paese.”

Inutile nascondere che l’abolizione di una legge, per quanto odiosa e incivile, non fermerà gli sbarchi di persone disperate, che fuggono dalle pallottole e gas letali, dalla fame e dalla guerra: per questo è fondamentale l’appello per un canale umanitario verso l’Europa e per un diritto d’asilo europeo, come proposto dall’appello del progetto Melting Pot:

Si tratta invece oggi di mettere al centro i diritti. Di mettere al bando la legge Bossi-Fini e aprire invece, a livello europeo, un canale umanitario affinché chi fugge dalla guerra possa chiedere asilo alle istituzioni europee senza doversi imbarcare alimentando il traffico di essere umani e il bollettino dei naufragi.
Nessun appalto dei diritti, nessuna sollevazione di responsabilità ai governi europei, piuttosto la necessità che l’Europa cambi profondamente la sua politica di controllo delle frontiere, di gestione delle crisi umanitarie, la sua politica comune in materia di diritto d’asilo: convertendo le operazioni di pattugliamento in operazioni volte al soccorso delle imbarcazioni, gestendo in maniera condivisa le domande di protezione superando le gabbie del regolamento Dublino, aprendo canali umanitari che permettano di presentare le richieste di protezione direttamente alle istituzioni europee presenti nei Paesi Terzi per ottenere un permesso di ingresso nell’Unione, dove le domande vengano esaminate con le medesime garanzie previste dall’attuale normativa europea, senza per questo affievolire in alcun modo il diritto di accesso diretto al Vecchio continente e gli obblighi degli Stati Membri. Alle Istituzioni italiane, ai Presidenti delle Camere, ai Ministri della Repubblica, chiediamo di farsi immediatamente carico di questa richiesta.
Alle Istituzioni europee di mettersi immediatamente al lavoro per rendere operativo un canale umanitario verso l’Europa.
Alle Associazioni tutte, alle organizzazioni umanitarie, ai collettivi ed ai comitati, rivolgiamo l’invito di mobilitarsi in queste prossime ore ed in futuro per affermare
IL DIRITTO D’ASILO EUROPEO

(versione estesa dell’articolo scritto l’11 ottobre 2013 e pubblicato su GlobalVoicesOnline in Italiano)

Il Sangue Verde al cinema Baretti a Torino


Gennaio 2010, a Rosarno in Calabria sembra scoppiata la guerra civile: a undici mesi di distanza, il 28-29 novembre ci saranno le elezioni, unico comune italiano che rinnova in questi giorni il consiglio comunale, dopo anni di commissariamento per infiltrazione mafiosa ma per i braccianti sembra non essere cambiato nulla, secondo quanto scrive Davide Galati su VociGlobali.it

Il 29 novembre 2010 alle ore 21 il Cineteatro Baretti a Torino, ospiterà la proiezione del documentario “Il Sangue Verde” di Andrea Segre.

L’evento è promosso da Associazione Voci Globali, Associazione Nessuno e Associazione Quintiliano – Ingresso 2 euro + offerta libera

“Le manifestazioni di rabbia degli immigrati mettono a nudo le condizioni di degrado e ingiustizia in cui vivono quotidianamente migliaia di braccianti africani, sfruttati da un’economia fortemente influenzata dal potere mafioso della ‘Ndrangheta. Per un momento l’Italia si accorge di loro, ne ha paura, reagisce con violenza, e in poche ore Rosarno viene “sgomberata” e il problema “risolto”. Ma i volti e le storie dei protagonisti degli scontri di Rosarno dicono che non è così. Scovarle e dare loro voce è oggi forse l’unica via per restituire al Paese la propria memoria: quella di quei di giorni di violenza e quella del proprio recente quanto rimosso passato di miseria rurale”

Scheda del film

“Il sangue verde”, di Andrea Segre, prodotto da ZaLab, coprodotto da Aeternam Films e patrocinato da Amnesty International, ricostruisce gli eventi e le violenze di Rosarno del gennaio 2010 attraverso il racconto di sette migranti africani. Girato tra Rosarno, Caserta e Roma, propone un resoconto di quei giorni e di quelli che seguirono, raccogliendo le voci di chi, pur protagonista, viene spesso lasciato nel silenzio, restituendo così la dignità del racconto in prima persona ad Abraham, John, Amadou, Zongo, Jamadu, Abraham e Kalifa.

Tutti parlano, senza rancore, di cosa è successo dal loro punto di vista e descrivono com’era, e com’è ora, la loro vita in Italia. Gli scontri di Rosarno, e il successivo trasferimento forzato di oltre un migliaio di migranti che vi abitavano, hanno mostrato come la tratta e lo sfruttamento lavorativo dei migranti e l’assenza di misure concrete contro la xenofobia e il razzismo costituiscano una miscela esplosiva, che mette a rischio i diritti umani di tutti.
Presentato il 3 settembre alla 67ma Mostra del Cinema di Venezia, e vincitore del premio “Selezione Cinema Doc Autori” nell’ambito delle Giornate degli autori, “Il sangue verde” è impegnato in numerose proiezioni in diverse città italiane.


ASSOCIAZIONE VOCI GLOBALI

Voci Globali è un progetto polivalente e volontario basato sul citizen journalism e altre forme partecipative di comunicazione, nonché sulle relative attività a livello di territorio. Obiettivo primario è quello di dare spazio a voci e questioni spesso dimenticate o ignorate dai media mainstream su temi quali Paesi in via di sviluppo, violazione dei diritti umani, giustizia sociale, tutela delle minoranze, rispetto della libertà di espressione, cyber-attivismo, digital divide.
Ampio lo spazio previsto anche per vicende legate agli immigrati e ai fenomeni migratori, nonché più in generale all’attualità del villaggio globale raccontata in presa diretta dai cittadini-reporter.

ASSOCIAZIONE NESSUNO

Nata nel 2006 da un gruppo di giovani che hanno un forte legame con la città di Torino. L’Associazione vuole inserirsi nel panorama di cambiamento ed evoluzione della città nell’ambito della cultura, dell’arte e della società . Dotata di una struttura flessibile e dinamica, sfrutta le numerose e diverse competenze dei propri soci per individuare e sviluppare modelli innovativi di partecipazione e comunicazione non convenzionale in ambito culturale e sociale.
L’Associazione Nessuno ha come propri capisaldi la partecipazione, l’apertura, la progettualità “a rete” e inclusiva, nella convinzione che la realtà di oggi richieda un ripensamento profondo dei propri modelli di “fare cultura” e “fare società ”

Un webdocumentario su Haiti dopo il terremoto

Campo-profughi ad Haiti (foto concessa dagli autori di Solidar'IT in Haiti)Giordano Cossu e Benoit Cassegrain sono i due web-reporter fondatori di Solidar’IT in Haiti [in inglese, come tutti i link che seguono salvo diversamente indicato], iniziativa globale e spontanea nata a seguito del Crisis Camp di Parigi con l’obiettivo di usare al meglio Internet e altre tecnologie per aiutare le popolazioni colpite dal terremoto ad Haiti il 12 gennaio scorso [it]. Si tratta di un progetto giornalistico e multimediale, indipendente e non-profit, che punta a raccontare e documentare il post-terremoto tramite la voce diretta dei cittadini haitiani, ampiamente esclusi dal progetto di ricostruzione e tuttora in piena emergenza.

Come ci racconta Giordano Cossu in una intervista via Skype, i due sono partiti a fine luglio 2010 alla volta di Haiti, rimanendoci per un paio di mesi, così da raccogliere le testimonianze dirette di quanti vivono ancora in larga parte sotto teloni bucati:

“Abbiamo percepito molta frustrazione, a tutti i livelli, non solo dalle persone disagiate nei campi, ma anche da parte di chi cerca di darsi da fare per organizzare e trovare soluzioni. È a queste voci che tentiamo di dare spazio e visibilità , per evitare che l’informazione su Haiti sia – come è al momento – al 95% quella fornita dalle ONG attive sul campo (che hanno necessariamente un’agenda da seguire).”

Il materiale raccolto vedrà la luce in un web-documentario, la cui uscita è prevista entro fine anno. Nel frattempo si avvale di un ricco spazio multimediale con contenuti in inglese e francese:

Il blog multimediale è un modo per comunicare il “work-in-progress” del nostro web-documentario, e la sua particolarità è proprio quella di permettere di ascoltare direttamente le testimonianze più significative.

Per scelta gli articoli si limitano a spiegare il contesto, lasciando i contenuti “forti” all’interno degli spezzoni video e audio. Solo ascoltando le voci e guardando le immagini si può comprendere la realtà di Haiti: non basta leggere!

Per quanto riguarda la forma del web-documentario, è un formato piuttosto nuovo (esiste solo da un paio d’anni, ma in rapida diffusione) e offre opportunità molto creative per suggerire associazioni tra i vari argomenti, e lasciare allo spettatorela scelta nella sequenza di video e servizi.

A tutt’oggi nelle tendopoli si Haiti si vive in condizioni che di umano hanno ben poco, e che mettono in ulteriore difficoltà le persone più deboli, come le donne, i malati e i bambini.

La violenza sulle donne è uno dei problemi che esistevano già prima del terremoto, ma dopo è letteralmente esploso, nonostante le istituzioni tendano a minimizzare: nei campi manca l’elettricità e quindi di notte non c’è illuminazione, i servizi igienici spesso non sono separati per uomini e donne, e ciò crea una situazione oggettivamente più pericolosa e aumenta la sensazione di grave frustrazione e insicurezza.

Le immagini e le voci di Solidar’IT raccontano in che modo le organizzazioni locali di donne stanno affrontando il problema:

Nella “scatola del dolore” le donne imbucano lettere anonime dove raccontano soprusi e violenze: dal non avere diritto al cibo alla violenza sessuale da parte del padre. La scatola viene aperta una volta alla settimana e la lettura collettiva aiuta le donne a non sentirsi sole, e porta alla luce situazioni terribili, oltre che avviare un processo educativo sui propri diritti.

Lettere in una scatola

Marie Sofonie è una giovane donna che è fuggita a causa di questa situazione: oggi collabora al progetto AYITI SMS SOS che permette la segnalazione, anonima e via SMS gratuiti, di casi di violenze e traffico di esseri umani. AYITI SMS SOS è stato messo in piedi da Survivors Connect, che ad Haiti si appoggia alla Fondation Espoir e ad altre assoziazioni di donne locali. Gli SMS sono inviati a un numero gratuito e poi riportati su una mappa, grazie alla piattaforma di crowdsourcing Ushahidi e al servizio Frontline SMS (strumenti già illustrati nel post Tecnologia per la trasparenza: lezioni utili e riflessioni generali [it]).

Marie Sofonie è la persona che si occupa di leggere gli SMS (che hanno già superato il migliaio) e collabora al blog di Solidar’IT: è così che la sua voce diventa globale.

Anche Ralph è un giovane haitiano che collabora con la ONG Internews alla produzione di una trasmissione giornaliera, ENDK, e lavora per un radio locale: ogni giorno visita una tendopoli diversa, registra voci e fa interviste, realizzando poi un reportage di alcuni minuti, ritrasmesso il giorno successivo da tutte le emittenti di Port-au-Prince. Quella di Ralph è un’altra voce locale raccolta e rilanciata da Solidar’IT per raccontare Haiti con le parole di chi ci vive oggi.

Il sito del progetto ospita tante altre storie, tra cui quella di Radio Boukman, la radio comunitaria di Citè Soleil, il quartiere più pericoloso di Port-au-Prince, che gestisce un programma di prevenzione uragani (tema assai attuale) senza alcun sostegno internazionale, o quella del Caravan, che attraverso sketch teatrali e danza, fornisce alla popolazione importanti nozioni sull’educazione sanitaria.

Sono oltre un milione e mezzo le persone che vivono sotto teli di plastica bucati, la ricostruzione non è partita, mentre su Haiti è calato il silenzio: si vedono già per la strada e nei campi bambini malnutriti, riconoscibili dai capelli arancioni. Gli Stati Uniti hanno stanziato oltre miliardo di dollari ma si tratta di fondi che non sono ancora stati sbloccati, aiuti che ad Haiti non si sono visti.

Ancora fino all’agosto scorso, gli unici Paesi che avevano rilasciato gli aiuti promessi erano Norvegia, Estonia, Australia e Brasile; molti ora vivono in una tenda solo perché sono riusciti a comprarla di tasca propria.

Gli haitiani si sentono esclusi anche dalle stesse ONG che gestiscono i campi-profughi: non danno loro informazioni e prevedono per il trasferimento delle persone tempi di 18 o 24 mesi, del tutto inadeguati in una zona a rischio di uragani. E mentre il governo è assente, è la società civile a darsi da fare. Un esempio sono i 50 campi-profughi (su un totale di circa 460 solo a Port-au-Prince) gestiti dai giovani dell’associazione FNJD, che si aiutano condividendo e gestendo al meglio il poco che hanno.

La seconda parte delle riprese del web-documentario di Giordano Cossu e Benoit Cassegrain verrà realizzata nel mese di novembre, con approfondimenti sulle condizioni in cui operano quanti cercano di ricostruire, interviste a chi gestisce gli appalti e altre voci locali.

Ovviamente Solidar’IT in Haiti non manca di usare i vari social media: oltre al sito centrale, è possibile seguire il progetto via Facebook e Twitter, mentre per le donazioni dirette si può utilizzare Ulule, piattaforma di crowdfunding.

[Articolo scritto per Global Voices in Italiano]

A seguito della Social Media Week, Emanuela Signorini mi ha fatto un paio di domande, in particolare sull’importanza di tradurre i post. Quello che è scaturito è qui sul blog dell’Associazione Web Content Manager. Ne riporto un breve passaggio: “Sembrerà strano ma pur se con Internet è possibile entrare in contatto con chiunque nel mondo, secondo Ethan Zuckermann viviamo una condizione di “cosmopolitismo immaginario”. Anche in Rete infatti, tendiamo a frequentare una ristretta cerchia di persone che la pensano come noi e condividono le nostre stesse passioni, così come leggiamo notizie su giornali che sono in linea con le nostre opinioni: questo ci colloca in una rete di uniformità , che ci fa percepire la realtà come dall’interno di una “bolla”.
In questo senso anche i socialmedia possono essere ghettizzanti: su Facebook questo fenomeno è molto più forte, per le sue peculiarità , mentre ad esempio Twitter rende più immediato e semplice il passaggio da una “bolla” ad un’altra.
qui l’intero pezzo

Troppa trasparenza può essere dannosa?

Qualche anno fa, sembrava fantascienza immaginare di poter tracciare l’iter di una propria istanza dentro i nebulosi meandri della pubblica amministrazione, come si traccia un pacco spedito con un vettore: oggi si possono identificare più facilmente i responsabili di alcuni processi e magari mandare qualche mail… anche se spesso il tutto si traduce in un rimbalzo da un ufficio ad un altro, con una frustrazione ancora maggiore perché c’è la consepevolezza che si potrebbe fare meglio.

Se lato amministrazioni pubbliche, l’esempio di data.gov , forse finora il maggior sucesso di Obama, ha dimostrato che i dati raccolti sono una ricchezza che può essere restituita alla cittadinanza, lato cittadini è sempre più chiaro che la tecnologia è un grande alleato nel monitoraggio puntuale e costante dell’operato delle amministrazioni medesime, oltre che nella denuncia di abusi.

Il progetto Technology for transparency, promosso da Global Voices, attraverso una rete globale di ricercatori realizzerà una mappa online dei progetti che tramite la tecnologia hanno l’obiettivo di promuovere la trasparenza, l’affidabilità politica e la partecipazione civica in America Latina, Africa sub-sahariana, Sud-Est asiatico, Asia del Sud, Cina, Europa centrale e orientale. Avviato nei primi mesi del 2010, ha prodotto alcune prime riflessioni e lezioni che è possibile leggere qui, di cui, quella che mi pare più significativa e anche più ovvia è che non esistono tecnologie vincenti, ma che è necessario scegliere lo strumento più efficace secondo il contesto.

Freedom Fone è una di queste tecnologie che agli occhi di chi vive nel primo mondo può apparire obsoleta e scomoda: un’applicazione che implementa menù vocali per fornire informazioni e raccoglierne, attraverso semplici telefonate. Tuttavia, dove non esistono infrastrutture e anche l’alfabetizzazione è di la da venire, si capisce immediatamente quanto possa essere prezioso nel fornire indicazioni in caso di epidemie o come mezzo per raccogliere e divulgare informazioni.

Parallelamente all’aumento della richiesta di trasparenza, di dati, processi e decisioni, aumentano gli studi che dimostrano come un eccesso di trasparenza sia inopportuno, se non addirittura pericoloso per la coesione sociale.

Lessing è stato il primo, un anno fa, titolando il suo articolo Contro la trasparenza, a temere che l’eccesso di trasparenza, avrebbe di fatto paralizzato l’attività del Congresso o permesso di tirare delle conclusioni inesatte dall’incrocio dei dati, ipotizzando cause ed effetti, perchè i “dati non costituiscono prove, ma danno dei suggerimenti”.

Collegare indizi corretti per arrivare a conclusioni sbagliate è un rischio sempre presente in molte attività umane (come Doctor House insegna 😉 e Lessing ha sicuramente ragione quando dice che la luce del sole può disinfettare ma quando è eccessiva può provocare insolazioni, ma mi trovo più d’accordo con internet artizan e nello specifico con il suo post Open data doesn’t empower citizen: “[…]opening up data is a technocrat friendly activity whereas empowering communities is messy and difficult. So we’ll continue to be told that we can improve public services and create future economic growth by linking data rather than tackling power.

Bene vengano quindi i progetti raccolti da Technology for Transparency, iniziative che spesso partono dal basso e li restano.

Giornata Mondiale Malattie Rare

Giornata Malattie RareLe malattie rare sono quelle che hanno un’incidenza inferiore a 5 casi su 10 mila abitanti: tuttavia in Europa sono piu’ di 3o milioni le persone affette da queste malattie, anche se non esistono dati certi a livello mondiale.

La Giornata Mondiale delle Malattie Rare ha l’obiettivo di fare conoscere le problematiche connesse a queste patologie ed in particolare sostenere la necessità dell screening neonatale, che in alcuni casi può essere determinante per la qualità della vita futura del bambino, e sostenere inoltre la necessità della ricerca farmaceutica, anche per i farmaci “orfani” ovvero quelli che non offrono rientri “commerciali” di grandi entità .

In Italia nascere in Toscana o in Emilia Romagna può fare una grande differenza, perché in Toscana lo screening neonatale è obbligatorio, mentre ad esempio l’Emilia Romagna è una delle Regioni che non aderisce al Registro nazionale, realizzato presso il centro malattie rare dell’Istituto Superiore di Sanità .

Norma Lelli   ha preparato per Global Voices Online questo bel post in inglese e in italiano che vale la pena di leggere per saperne di più, perché “da soli siamo rare, insieme siamo forti”.

Voci globali crescono con lastampa.it

Dopo alcune settimane di lavoro preparatorio, a partire di un’idea di Bernardo Parrella e Anna Masera, prende il via Voci Globali: il meglio della blogosfera internazionale, partnership tra lastampa.it e Global Voices Online in italiano.

Su Voci Globali si potranno leggere in italiano post provenienti da tutto il mondo: alcuni sono nomi ben noti della blogosfera mondiale, mentre altri sono meno conosciuti al pubblico italiano, questo è l’elenco dei primi blog che abbiamo selezionato.

La redazione virtuale, costituita da traduttori che vivono ai quattro angoli dal globo e che collaborano anche a Global Voices Online, si occupa di scegliere, tradurre e pubblicare post ritenuti più significativi: i post saranno rilasciati con licenza aperta e saranno commentabili.

“Meet the boss” all’Erasmian European Youth Parliament

Erasmian European Youth ParliamentTorino è la Capitale Europea dei Giovani del 2010, dopo Rotterdam e prima di Anversa nel 2011 e la prima iniziativa è l’Erasmian European Youth Parliament, in svolgimento dal 7 al 14 febbraio. 175 studenti delle superiori che arrivano da 16 paesi europei hanno lavorato tutta la settimana, suddivisi in varie commissioni, per discutere di ecosostenibilità . Al termine dei lavori voteranno in un’assemblea pubblica la risoluzione da consegnare al Parlamento Europeo (degli adulti).

All’interno della manifestazione è stata organizzato l’evento Meet the Boss, in cui gli studenti hanno avuto l’opportunità di confrontarsi con personalità della città , politici e manager a cui fare domande difficili. Per i casi della vita mi sono trovata a fare il “boss”, nonostante un terribile raffreddore, a tavola con una ventina di ragazzi provenienti da Olanda, Germania, Inghilterra, Italia, Rep. Ceca, Turchia, Romania e un manager della Toro Assicurazioni.
Meet the boss EEYP
Il mio tavolo doveva affrontare il tema dell’ecosostenibilità dal punto di vista economico: i ragazzi erano molto consapevoli che porre vincoli alle imprese per passare a metodi di produzione più compabili con la natura, avrebbe potuto comportare maggiori costi e possibili spostamenti della produzione in altri paesi e quindi ci chiedevano quali potevano essere le leve per convincere gli imprenditori a non trasferire le produzioni anche a fronte di costi maggiori.

Questi ragazzi affrontavano le questioni con un respiro “europeo” pur sapendo che poi ogni paese sarebbe stato libero di definire localmente lequestioni di ordine ecomico e sociale. Abbiamo parlato anche dell’importanza dell’educazione e di come l’idea dell’ecosostenibilità dovrebbe essere insegnata a scuola (ho lanciato l’idea del bollino verde da dare alle scuole): così è emerso che due ragazzi olandesi studiavano cinese mandarino a scuola e che avevano in progetto di partire alla fine della scuola per andare in Cina: una nota positiva, che tutta la chiacchierata sulla necessita’ di proteggere il mercato europeo, mi aveva un po’ intristito.

Soprattutto pensando all’altra iniziativa sul clima a cui ho collaborato, ovvero Global Change, e in particolare ai Climat Debt Agent il cui motto e’ “I paesi ricchi del mondo sono responsabili dei cambi climatici, mentre i paesei poveri ne pagano gli oneri. I paesi ricchi hanno un debito climatico enorme da pagere. Agiamo ora per ricordare ai politici i loro debiti”

Sicuramente i ragazzi dell’EEYP erano più bravi delle loro scuole (anche se alla domanda con quali criteri siete stati selezionati non mi hanno risposto) e durante la serata anche molto calati nel loro ruolo di delegati europei… ma erano davvero molto molto “professional” e devo dire sufficientemente ironici. Mi è rimasta molta curiosità di sapere come sarebbe finita la loro settimana…

A marzo sarà la volta di “Democrazia 2.0” e del convegno della stampa studentesca, a giugno ci sarà il “Future Campus” e a settembre l’assemblea delle associazioni universitarie europee “Thinking Pot”, che riunirà più di mille studenti… una bella occasione per far conoscere la nostra città a tanti ragazzi.

Global Voices per la trasparenza dei governi

Corruption Perception Index 2009
Indice Corruzione Percepita 2009
Che fine faranno i soldi raccolti attraverso gli SMS per Haiti? Come facciamo ad essere sicuri che saranno usati in modo corretto e non finiranno nelle tasche sbagliate? Le tecnologie digitali possono aiutare i cittadini ad avere un maggior controllo sui propri amministratori? Possono davvero facilitare una maggiore partecipazione degli stessi cittadini ai processi decisionali? A partire da queste domande il progetto Rising Voices (il progetto per la formazione ai social media a cura di GlobalVoices) ha lanciato il network per le Tecnologie applicate alla Trasparenza.

Entro la primavera del 2010, un gruppo globale di ricercatori documenteranno almeno 32 casi di studio che utilizzano le tecnologie più innovative per realizzare progetti sulla trasparenza operanti al di fuori dell’America Settentrionale e dell’Europa Occidentale: i primi tre sono gia’ disponibili sul sito Technology for Trasparency. Il progetto e’ aperto ed è possibile collaborare iscrivendosi al sito e restare informati attraverso facebook, internet e con i podcast.
Per conoscere meglio il progetto, è possibile leggere l’articolo su Global Voices.