#TIM la sua soddisfazione è il nostro miglior premio

Sono stata cliente Telecom/Tim per più di trent’anni per la telefonia fissa, ma mai utente linea dati: da più di venti anni utilizzo altri Internet Service Provider.

Per serie di sfortunati eventi il 4  dicembre 2016 decido di acquistare la SMART FIBRA di TIM. Niente di più semplice: comunico al mio provider l’intenzione di scindere il contratto e faccio la semplice procedura sul sito online di TIM. Una volta compilata la domanda compare una videata che dice “ORA NON DEVI FARE PIU NULLA” ,ma non si riceve nessuna mail di conferma o di ringraziamento. Come ho detto sono cliente dagli anni 80 e ho la “bolletta” domiciliata e mai un ritardo nel pagamento – ovvero TIM ha tutti i miei dati già in suo possesso.  Dopo una settimana di silenzio trovo uno spiraglio per contattare la TIM, il customer care su TWITTER!  ovviamene sono subito invitata a proseguire dicussione in privato e cosi’ inizia conversazione con   @TIM4USara. Faccio la mia prima richiesta l’8 dicembre dando come riferimento il numero di telefono fisso (ok e’ festa) pensando che da li sia facile per loro ricostruire la mia storia. Ricevo una risposta il 9 e mi chiedono  il codice fiscale dell’intestatario – ripeto hanno gia’ tutto, compreso il cc bancario.  Due giorni in cui sollecito  e non ho nessuna  risposta.

 

 

Confesso che non ho capito subito. Quale print? quale scontrino? ho fatto tutto online! Leggi tutto “#TIM la sua soddisfazione è il nostro miglior premio”

Scuola e lavoro devono parlare la stessa lingua?

La Ministra Valeria Fedeli ha presentato nella sua audizione alle camere del 27 gennaio fa le linee programmatiche del suo dicastero per i prossimi mesi. La Ministra ne ha ripreso alcuni passaggi nel suo recente intervento a Torino, in occasione del 60 anniversario della Scuola di Amministrazione Aziendale il 24 febbraio 2017, durante l’incontro intitolato “Scuola e lavoro, parlano la stessa lingua?”

L’incontro è stato aperto dal Rettore dell’Università di Torino e dalle Assessore all’Istruzione della Regione Piemonte e della Città di Torino. La presenza di tre donne è stata lo spunto per collegarsi alla proposta di riequilibrare i programmi scolastici inserendo eccellenze femminili. Nell’audizione è indicata l’intenzione di “far crescere il rispetto fra donne e uomini”: non si tratta di una questione secondaria in questo momento storico, in cui leader mondiali come Putin e Trump approvano leggi mirate a ridurre l’autonomia delle donne e in Italia ci sono decerebrati che insozzano una persona splendida come Bebe Vio.

“Ponti spezzati” e “tessuti strappati” sono state le metafore utilizzate per indicare il rapporto fra il mondo dell’educazione e il mondo del lavoro, tema centrale dell’incontro. Lavoro e scuola non parlano la stessa lingua e forse non devono necessariamente farlo, ma devono condividere lo stesso obiettivo. Quale dev’essere l’obiettivo quindi? L’acquisizione di competenze spendibili nel mondo del lavoro? La formazione di cittadine e cittadini consapevoli? Si tratta di due obiettivi disgiunti?

Il dato più drammatico del nostro Paese è la disoccupazione giovanile che supera il 40%. Secondo l’ultimo rapporto OCSE, presentato a Roma il 15 febbraio, in Italia abbiamo pochi giovani (la popolazione con meno di 15 anni è il 14% contro il 18.3 della media OCSE), pochi laureati (17,5% contro il 33,6%), una spesa per studente universitario bassa ma al tempo stesso la più alta percentuale di laureati disoccupati. Le lauree professionalizzanti danno buoni risultati in termini di occupazione ma sono ancora poco diffuse – soprattutto fra le ragazze – come pure i contratti di apprendistato: educazione e scuola sono mondi ancora distanti.

L’Alternanza Scuola Lavoro (ASL), valutata molto positivamente dall’OCSE che a regime coinvolgerà 1 milione e mezzo di studenti delle scuole superiori (Licei inclusi, cosa che non trova tutti d’accordo) e che sarà estesa alle Lauree professionalizzanti, sembra essere uno strumento utile per ricostruire questo ponte spezzato. La Ministra Fedeli ha tenuto a sottolineare che l’obiettivo dell’Alternanza non è trovare un lavoro ma aiutare gli studenti a costruirsi competenza e conoscenza su mondi esterni. Non si può comunque ignorar il tessuto produttivo italiano, fatto prevalentemente di piccole e medie imprese che hanno limiti strutturali nell’accoglienza delle studentesse e degli studenti. E’ auspicabile che la cabina di regia dell’ASL utilizzi questa fase preparatoria per raccogliere dati ed esperienze, per capire cosa ha funzionato e cosa invece no, e che oltre a concretizzare rapidamente la promessa Carta dei diritti degli studenti in ASL, supporti le aziende e le scuole, nell’individuare modelli efficaci affinché ai ragazzi venga offerta una reale opportunità di crescita e non qualcosa di diverso.

Fedeli ha rivendicato il primato di questo governo nell’aver investito 3 miliardi nella scuola e aver affrontato la stabilizzazione dei precari. Mettere al centro le persone significa anche che il successo della Buona Scuola andrà misurato su quanto riuscirà a ridurre le diseguaglianze nelle scuole del Paese . Il richiamo all’Agenda 2030 delle Nazioni Unite e all’obiettivo 4 “Educazione di qualità” non deve far pensare solo ad un contesto globale, ma dovrà guidare l’azione del governo soprattutto verso quel milione di bambini e adolescenti in situazione di povertà economica ed educativa che si trovano prevalentemente in Campania, Calabria, Puglia e Sicilia.

Fra le molte cose non citate nell’incontro, il Piano Nazionale Scuola Digitale. Forse non è stato considerato un tema pertinente.

E’ necessario ribadire che gli investimenti in dotazioni tecnologiche, rischiano di restare sottoutilizzati. Non si può immaginare di fare una didattica innovativa che utilizzi tecnologie digitali senza una connettività adeguata (intesa anche come wifi in classe). Dare alle scuole l’accesso alle reti a banda larga a condizioni sostenibili è il primo investimento da fare e non si può pensare di lasciare alle singole scuole l’iniziativa, perché in alcuni casi non è strutturalmente possibile, per le condizioni di contesto.

Le resistenze culturali a cambiare il modo di fare lezione sono ancora molto forti ed è necessario un cambiamento culturale. Non è solo un problema italiano: nel suo libro The Class, Sonia Livingstone che ha seguito per un intero anno a Londra una classe di tredicenni a scuola e anche a casa per indagare il loro rapporto con il digitale, descrive lezioni in cui quando va bene la lavagna interattiva è usata come proiettore. A differenza di qualche anno fa, oggi gli insegnanti sanno utilizzare meglio strumenti digitali e per questo è necessario ragionare su modalità di sviluppo professionale diverse da affiancare alla formazione: si tratta di una sfida che deve passare anche attraverso nuovi modelli organizzativi e nuove figure professionali.

A Torino pur non essendo previsto uno spazio domande, è stata data la possibilità al coordinamento ricercatori precari di un breve incontro con la Ministra dopo la fine dell’evento. Rispetto e ascolto sono concetti ricorrenti nell’audizione e senza dubbio elementi necessari e fondamentali per quei ponti, che se non proprio spezzati, sembrano pericolanti.

Mettiamoci in gioco

 

Il Creative Europe Desk Italia Media e Film Commission Torino Piemonte hanno organizzano il convegno “Mettersi in gioco”  il 21 febbraio 2017 dalle ore 11 (presso la Sede di Via Cagliari 40 a Torino).

E’ stata l’occasione per parlare dell’industria dei videogiochi in Italia, delle opportunità di finanziamento e soprattutto parlare di convergenza tra filiere nel settore creativo e innovativo.

Dopo i saluti di  Silvia Sandrone, Creative Europe Desk Media Italia, è partita la tavola rotonda moderata da EMilio Cozzi, giornalista del Sole24ore a cui ho partecipato insieme a   Marco Mazzaglia, T-Union; Federica D’Urso, Analista dei media e consulente Direzione Generale Cinema, Mibact, Thalita Malagò, AESVI | Associazione Editori Sviluppatori Videogiochi Italiani; Massimo Arvat, Aprodoc | Associazione Piemontese Produttori Documentari.

Si è parlato del bando Creative Europe e di come potrebbe essere modificato per rispondere meglio alle esigenze degli sviluppatori di videogiochi, della nuova legge sul cinema che introduce nuovi contributi anche per i  videogiochi. scoltare dalla voce di Thalita Malagò i risultati della terza indagine di AESVI sull’industria dei videogiochi in Italia. 

Le slide che ho presentato sono qui ; ho raccontato  la storia del progetto europeo BooGAmes, della nostra proposta per un curriculum sul videogioco a scuola, di  JamToday e di ResponSEAble

Questa è stata l’occasione pubblica per presentate  T-Union e Aprodoc, perché l’obiettivo di questa giornata è  favorire maggiori interazioni e collaborazioni fra videogamer e documentaristi.

 

 

Furtare e collavorare

Oggi ero alle poste per ritirare un pacco: nell’attesa leggo un avviso, relativo al fatto che a settembre sono stati derubati e fanno riferimento a oggetti “furtati”… qualcuno ha cancellato “furtati” e ha corretto con “trafugati”. La domanda se “furtare” esiste e’ già stata affrontata da Treccani  che lo ritrova addirittura nel Boccaccio.

Cosi mi ritorna anche in mente “collavorare”   adoperata da Nicola Palmarini nel saggio Lavorare o collaborare? Networking sociale e modelli organizzativi del futuro (Egea, 2012) e inserita da Terccani nei neologismi del 2014.  Basta davvero inventarsi una parola in un libro e citarla in un articolo di giornale per diventare un neologismo?

Dopo rottamare, rosicare, quest’anno Zingarelli include selfie e svapare..

#dilloinitaliano  e va bene, ma non è così semplice 🙂

 

Boo-Games Sviluppare l’industria europea del gioco digitale

Dal 2012 lavoro al progetto Boogames, Boosting the European Game Industry, che ha come obiettivo lo sviluppo dell’industria del videogioco in Europa.  In questi due anni, è cambiata molto la percezione del videogame in Italia, e oggi se ne parla anche sui quotidiani. Ecco il bell’articolo che Simone Arcagni firma oggi su Nova- inserto del sole 24 ore, con una mia intervista.

Gaming in network NòvaBoo-Games – Boosting the European Games Industry nasce nel 2012 ed è un programma europeo per sostenere l’industria del gioco. Come dichiara lo stesso progetto: “In particolare si concentra sulle sfide che gli amministratori ancora non conoscono a fondo o che già affrontano poiché, visto l’impatto economico e sociale dei giochi digitali, le questioni relative al settore fanno ormai parte dei programmi politici.”

Alla base c’è l’idea di creare un network e uno scambio tra regioni europee dividendole (in fatto di industria del game) tra quelle “sviluppate” e quelle “apprendiste”. Non si tratta di un progetto tecnologico in senso stretto, quanto di un vero e proprio scambio di conoscenze, modi, strategie: l’attenzione è quindi rivolta alle politiche più che alle tecniche. La prima parte del progetto – come ci spiega Eleonora Pantò, Learning, inclusion and social innovation program developer di Csp Piemonte e referente del progetto Boo Games – è stata quella di affrontare le analisi territoriali: si è quindi approntata una mappa regionale. L’area di Parigi, per esempio, è risultata tra le più attive potendo contare su un incubatore digitale, Cap Digital, con un ramo specializzato nel gioco (Digital Games) molto attivo  e un evento internazionale come Game Paris”. Anche l’Olanda ha delle eccellenze in questo campo, per esempio il Dutch Game Garden, incubatore dell’industria del gaming della città di Utrecht. L’incubatore di idee e di talenti sembra essere una delle formule più sviluppate e tra quelle preferite nelle politiche regionali; e infatti si segnalano incubatori particolarmente attivi nel mondo del gaming anche a Stoccarda e a Karlshrue dove è attivo il GEElab Europe, un incubatore ma soprattutto un vero e proprio centro di ricerca e sviluppo sul gaming.

Questa prima fase è stata fondamentale per capire quali regioni sono attive, e quindi se possono contare su corsi universitari attivati, se sono state realizzate delle politiche fiscali mirate al settore, se sono stati organizzati contest e così via. I risultati di questo screening europeo per i game sono stati raccolti in una pubblicazione, una “Guida alle buone pratiche” che può essere liberamente consultata sul sito di Boo Games. Esiste, inoltre, anche un “Boo Games Regional Analysis Report”, anche quello consultabile liberamente sul sito.

Finita questa prima fase ora Boo Games si sta preparando al secondo step: l’implementazione. Ogni regione deve scegliere un modello tra quelli selezionati, farlo proprio, modificarlo per renderlo accessibile alle proprie specificità e quindi implementare. Al momento si sono attivate Malta e Sofia che hanno scelto i modelli di riferimento e stanno quindi lavorando per trasferire le pratiche. Malta ha scelto il modello della scuola interdisciplinare di Salisburgo e il sistema di voucher, e quindi un sostegno economico che prevede l’accesso ai giovani a piccoli finanziamenti mirati all’acquisto di macchinari, consulenze o salari per sviluppare un progetto di gaming. Mentre Sofia guarda al modello del serious gaming di Coventry (Serious Gaming Institute). Orientandosi così verso lo sviluppo di game in cui alla componente ludica se ne affianca una formativa.

Tra le Regioni che hanno partecipato alle attività di Boo Games è rappresentata anche l’Italia con l’Umbria e il Piemonte. Referente per Csp che collabora con la Regione Piemonte è Eleonora Pantò che spiega come il Piemonte non abbia ancora scelto la pratica. E’ ancora nella fase del rapporto teorico sulla trasferibilità, la fase in cui si riuniscono gli stakeholder regionali e si pensa a modelli da adottare (un incubatore?). Intanto si sono organizzate manifestazioni sul modello delle Game Jam internazionali che hanno riunito produttori, sviluppatori e studi interessati. Incontri informali per scambiare idee, progetti e per fare network. La difficoltà a reperire fondi – spiega Pantò – è tanta, così come difficile è cercare di convincere gli investitori (pubblici e privati) che quello del gaming non è solo un settore in crescita in tutto il mondo, ma è anche un settore potenzialmente molto vasto che comprende diversi aree e campi. Come nel caso del serious game che ha a che fare con ambiti come l’educational e l’informazione e che, come a Torino stanno provando a fare, può avere a che fare anche con la riabilitazione cognitiva.

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L’industria – appunto – ancora non c’e’, ma cominciano ad esserci percorsi universitari  – come dimostra l’evento New Game Designer organizzato dal Laboratorio Pong dell’Università di Milano il 1 luglio 2014, a cui CSP è stato invitato dal prof. Maggiorini, mentre a Genova la Film Commission ha deciso che investirà per far partire un incubatore specifico sul videogioco e l’ha annunciato organizzando  uno specifico evento  – Game Happens.

New Game Designer
Lo Stand T-Union – CSP al NGD
Federico Fasce, durante la sua presentazone al Game happens
Federico Fasce, durante la sua presentazione al Game happens

Anche l’AESVI, l’Associazione Italiana degli sviluppatori di videogioco, ha capito che gli sviluppatori indipendenti in Italia cominciano a costituire una massa critica e ha avviato un programma ad hoc per favorire la loro presenza all’estero, e ha ri-lanciato un censimento nazionale in collaborazione con Università Bocconi. Oltre alle Game Jam che si susseguono e moltiplicano,  in autunno sono previsti eventi interessanti a Milano (Games Week e Italian GAme Developers Summit)  ma qualcosa si sta muovendo anche a Torino: oltre al tradizionale appuntamento con la VIEW Conference, che quest’anno vira dalla computer graphics al video game, ci potrebbero essere delle interessanti novità. Torino potrebbe essere un interessante caso di studio, a partire  dalla  T-union, un gruppo di  microaziende che grazie all’intuizione di Marco Mazzaglia, evangelist e veterano del settore, che sta cercando di costituirsi come un’entità unica, in grado di moltiplicare le potenzialita’ dei singoli. Grazie a BooGames abbiamo avuto l’opportunità di conoscere  tante interessanti esperienze in giro per l’Europa, di incubatori, fiere e contest che sostengono questo settore che riserverà sicuramente interessanti sorprese in futuro.

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L’incubatore Perfekt Futur di Karlruhe dentro una ex stazione ferroviaria

Biblioteche scolastiche e banda larga

Nel libro “Un Millimetro più in la”, Marino Sinibaldi intervistato da Giorgio Zanchini, si definisce ultrademocratico e cita Rodari “tutti gli usi della parola a tutti”. Il libro mi e’ piaciuto molto ma questo e’ il passaggio che ho apprezzato di più:

“[.. ]bisogna in tutti i modi permettere l’accesso di tutti ai prodotti e ai consumi culturali. Combattere (anzi rimuovere come dice il bell’articolo 3 della Costituzione) tutti gli ostacoli, tutti i divides, vecchi e nuovi. Ti indico due strumenti che sembrano stellarmente lontani nella storia dell’umanità: banda larga e biblioteche scolastiche. Forse e’ superfluo dire perché tutti i ragazzi italiani dovrebbero essere aiutati ad accedere liberamente, velocemente,economicamente alla Rete (però non vedo in giro un grande impegno a realizzare questo semplice obiettivo). Ma quello delle biblioteche scolastiche è un tema colpevolmente sottovalutato, non si fa nulla per arricchirle, quelle che ci sono rischiano di scomparire. Quando arrivai al ginnasio mi spiegarono che c’era una biblioteca e che ogni studente poteva indicare due libri da comprare per arricchirla. [..] Arrivavi a scuola e ti chiedevano di scegliere due libri. Significava dichiarare a un ragazzo l’importanza del luogo e dei libri”.

 

Condivido con Sinibaldi,   il ricordo di due libri  della biblioteca scolastica (no a noi non era richiesto di suggerire i titoli) in particolare: uno era I persuasori occulti di Vance Packard e l’altro era Elementi di Semiologia di Roland Barthes.  La biblioteca era il luogo centrale della scuola: si tenevano le riunioni del consiglio di Istituto. Si faceva anche teatro, ad esempio La lezione di Ionesco, con la regia di Massimo Scaglione.

Il tema delle biblioteche scolastiche è molto caro anche a Gino Roncaglia, che come Sinibaldi non vede una contrapposizione fra l’online e l’offline.

Entrambi riconoscono che il modo di leggere e’ cambiato: Sinibaldi ne fa più una question antropologica  “le dimensioni del tempo e della concentrazione stanno completamente mutando”   e sull’attenzione cita il prologo del Faust, in cui l’Impresario lamentava le condizioni in cui la gente arrivava a teatro ” Uno che arriva spinto dalla noia/ un altro appesantito da un pranzo luculliano/ e non pochi, può esserci di peggio?/hanno letto da poco un quotidiano” … si perché la lettura del quotidiano era considerata un’esperienza che turbava la sensibilità  e la concentrazione, oggi sembra un atto impegnativo e apprezzabile. Roncaglia invece sostiene che siano necessari  interventi di promozione della lettura digitale, attraverso  un migliore design delle tecnologia di lettura , sostenendo l’interoperabilità delle piattaforme, con particolare riferimento agli ambiti scolastici e universitari per i contenuti di apprendimento ” e andrebbe affiancato da una specifica attenzione verso le capacità delle piattaforme prescelte di garantire la diversità e la pluralità dell’offerta e di favorire la produzione e la fruizione di forme di testualità complessa e articolata.”

Il tema della complessità torna in un altro intervento di Roncaglia, che la rivendica per l’architettura interna dei contenuti sul web,  per non arrendersi ad un “Internet che ci rende stupidi”, fatto di frammenti che si focalizzano esclusivamete sugli aspettti di “conversazione”. Roncaglia ritiene che biblioteche e bibliotecari debbano controbilanciare la tendenza alla frammentazione per riconquistare una capacità di aggregazione e organizzazione, anche attraverso i strumenti di “content curation”  come scoop.it, paper.li, storify che come sostiene Linda D Behen, possono dare un nuovo ruolo alle biblioteche scolastiche.

 

The original  photo  is by Monica Bargmann  – Library Mistress -licence https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0/ ThankS

 

Fiducia o autostima? in ogni caso roba da donne

Internazionale sul numero 1055 dedica l’articolo di copertina al tema fiducia delle donne, ma poi in realtà l’articolo parla di “fiducia in se’ stesse” cioè di  autostima e sicurezza/insicurezza.. scelte editoriali che hanno  fatto discutere sia per il tiitolo sia per l’immagine di copertina  -una donna in costume catwoman/batman, che si presenta in lacrime e quindi fragile.

L’articolo in questione è la  traduzione  ddi The Confidence Gap pubblicato su  Atlantic lo scorso aprile che descrive  la nascita  del libro “The Confidence Code” di Katty Kay e Claire Shipman. Le due autrici, affermate giornaliste, a partire dalla propria  insufficiente fiducia in loro  stesse hanno effettuato ricerche e interviste sul tema.

Secondo studi che riportano,  il fattore “sicurezza in se stessi ” èpiù determinante della competenza nel favorire la carriera: chi è convinto delle proprie capacità è più convincente. Le donne sottostimano le proprie competenze, non si candidano per le promozioni se non sono sicure di avere il 100% delle competenze necessarie (agli uomini basta pensare di avere il 60%). E qual è l’origine di tutto questo secondo le due autrici? Forse una questione di cervello e di ormoni, testosterone e estrogeno, ma non è certo perché gli stimoli ambientali possono modificare il cervello o piuttosto otrebbe essere una questione di educazione. “Fare le brave in classe” premia a scuola ma non nella vita, e cosi’ le ragazzine imparano a evitare i rischi e gli errori, alla ricerca del perfezionismo. E non fanno sport, che insegna a perdere.

Su Internazionale c’e’ anche la risposta di Jessica Valenti che dal  Guardian, ha dichiarato che la visione di The Confidence Code, ignora gli ostacoli istituzionali e che la questione non sta nella scarsa autostima delle donne.   La mancanza di fiducia  è il riflesso di una cultura che non dà alle donne alcuna ragione per sentirsi sicure di sé.

A entrambe risponde Luisa Muraro  rigettando la visione delle giornaliste che propongono un manuale sull’autostima e la visione della Valenti che rimanda a un deus ex machina che risolve la questione per conto delle donne, ovvero il “femminismo di stato”.  Tuttavia la Muraro riconosce alle giornaliste  il merito di mettere al centro le donne: la libertà nasce dalla propria iniziativa.  E contemporaneamente che la sfiducia femminile richiede un ripensamento del femminismo. La Muraro si spinge oltre dicendo che i segnali della rivoluzione femminista ci sono ma sono sempre meno leggibili, e parte proprio dalla scelta di Internazionale di usare la parola “fiducia”, che non va confusa con autostima e sicurezza e che non si costruisce dal confronto di una lei con un lui ma fra una lei e un’altra lei.

Confesso che a una prima lettura ho trovato l’articolo di Kay e Shipman convincente: e’ vero siamo molto brave a sottostimarci e non ci perdoniamo  fallimenti di cui tendiamo a farci interamente carico – mentre i successi sono sempre pura fortuna, e tentiamo sempre di trovare una via negoziale agli accordi. Molte mie amiche non hanno mai chiesto un aumento di stipendio, pur essendo consapevoli di svolgere ruoli per i quali i colleghi maschi sono più pagati. Personalmente ho chiesto quando ritenevo di lavorare meglio di colleghi uomini  e non ho sempre ottenuto, anzi tutt’altro. Ho fatto l’errore di riconoscere nell’articolo dei “pattern” ma   stabilire relazioni di causa effetto è un’altra cosa e nella discussione con mio marito, lui per primo mi ha fatto notare come non si possa addossare alle donne la causa di comportamenti  acquisiti da modelli culturali  di solida tradizione.

Se anche la  capitana di Facebook, Sheryl Sandberg, dice di sentirsi un’imbrogliona nel ruolo che ricopre,c’e’ qualcosa che non funziona: ma lei non può essere un modello per chi  non prende aerei privati per partecipare a riunioni con miliardari. Forse Muraro ha ragione quando dice che la fiducia delle donne si costruisce nel rapporto fra donne e nel riconoscimento reciproco e allora il problema è che non abbiamo ancora modelli convincenti  a cui rapportarci.  Del resto abbiamo il voto da poco meno di cinquant’anni, e anche l’anima l’abbiamo acquisita di recente…

 

 

 

Turin Jam Today: la game jam per serious game .. sul serio!

E’ stata davvero una bella esperienza organizzare la Turin Jam TOday che si è svolta dal 13 al 15 giugno 2014.

Le game jam sono maratone no stop di programmazione (come le hackaton) che hanno l’obiettivo di produrre risultati concreti come un’app o un videogame o un serious game.

La più famosa è la Global Game Jam: l’ultima edizione che si è svolta a gennaio 2014 ha coinvolto 23,198 jammers registrati in 488 località distribuite 72 Paesi e ha prodotto 4,290 progetti di gioco, una di quelle località era proprio Torino e l’evento è stato organizzato dalla T-Union, una associazione che riunisce aziende torinesi di videogioco.

Il mio coinvolgimento con il gioco è legato al tema dell’apprendimento e della didattica. Il primo esperimento risale al 1997, durante l’esperienza del Laboratorio Telematico di Collegno con il progetto di Didattica Collaborativa: l’obiettivo era imparare ad usare le tecnologie digitali per collaborare a distanza.

Molto dopo, nel 2012, l’idea dell’Italian Scratch Festival:   un concorso nazionale per sviluppare videogiochi utilizzano il linguaggio scratch, inventato al MIT per favorire l’espressività di bambini e ragazzi, e soprattutto un modo per insegnare informatica nel biennio delle superiori.

Poi all’inizio del 2014 il progetto JamToday – che prende il titolo da una citazione di Alice nel Paese delle Meraviglie

“The rule is, jam tomorrow and jam yesterday – but never jam today.” – Lewis Carroll

e il format  proprio dalla Global Game Jam: obiettivo del progetto è favorire l’adozione dei serious game nella didattica, attraverso la costruzione di un circuito europeo per la realizzazione di game jam  finalizzati alla realizzazione di serious game nella didattica.

Da febbraio si è  lavorato ad organizzare  la Turin Jam Today: il supporto di Marco Mazzaglia è stato senza dubbio decisivo, soprattutto perché lui aveva già organizzato la GGJ di Torino cosi’ come quello di Agnese Vellar di I3P che ha messo a disposizione la sede e il suo supporto nella promozione dell’evento.  Trovata la sede, è stata avviate  la fase di promozione e di ricerca di partner. e sono stati organizzati eventi di preparazione.  Come sempre ci sono cose che sono andate meglio del previsto e altre che invece non hanno funzionato, soprattutto in termini di visibilita’ ( sui siti di alcuni dei soggetti  direttamente coinvolti non c’era traccia dell’evento).  E’ un vero peccato inoltre che non ci sia sensibilità da parte di agenzie formative alla richiesta dei ragazzi che vorrebbero formarsi in questo settore: se da un lato si può comprendere che si tratta di piccoli numeri in termini occupazionali, dall’altra sembra tuttavia un’occasione sprecata.

Gli sforzi sono stati ampiamente ripagati dall’entusiasmo e dalla partecipazione dei 50 jammers che si sono cimentati con un tema veramente difficile da affrontare:  sviluppare un serious game che coinvolgesse insegnanti e allievi nell’acquisizione di competenze di programmazione (coding literacy).   I lavori sono cominciati con la costituzione dei gruppi attraverso lo speed grouping (ci si trova in gruppi che dopo 5-6 minuti, si sciolgono e si ricostituiscono in modo iterativo, portandosi sempre dietro un compagno), successivamente si passa alla fase creativa in cui si cerca l’idea che deve convincere tutti, poi alla fase realizzativa in cui si fanno i conti con le risorse disponibili e lo scarso tempo a disposizione, fino alla fase finale, in cui bisogna chiudere  e presentare il lavoro svolto, a cui segue la fase di valutazione e infine la premiazione, momento importante ma non cosi tanto, perché la parte più divertente è stato il tempo passato con gli altri.

Capisco perché  le hackaton stanno avendo una grande diffusione: la bellezza di lavorare con gli altri, di con-correre (nel senso di correre insieme) con persone che non si conoscono  e che hanno competenze complementari  per realizzare qualcosa che prima di tutto deve piacere a chi la realizza, vedere l’idea prendere forma in poco tempo,  che per forza di cose rimane un abbozzo e che magari continuerà in altre forme per altre vie…    un’esperienza che consiglio davvero a  tutti, anche a chi come me, l’ha vissuta da organizzatore:  ne vale davvero la pena.

 

 

Ottomarzo senza di te

Caterina Cara Caterina

ti scrivo perché dopodomani  è l’ottomarzo. Quest’anno che si fa?

Ci hai lasciato in balia di noi stesse e noi non ci siamo organizzate. Ci hai raccomandato le donne che coltivano giardini in Niger e ci hai chiesto di volerci bene..  ma ci manchi, mi manchi Caterina.

Cyberbullismo, internet e norme sociali

17Come si può definire il cyber-bullismo? che differenza c’è con il bullismo? Quali sono le responsabilità delle famiglie? quali sono le ripercussioni psicologiche per chi subisce attacchi di cyberbullismo?

Questi alcuni dei quesiti dibattuti nella tavola rotonda organizzata da Elsa Italia e Centro Studi di Informatica Giudirica di Ivrea-Torino  il 5 marzo all’Università di Torino, intorno presentazione del libro di Mauro Ozenda  e Laura Bissolotti – Sicuri in Rete – Hoepli, 2o11.

Il volume, una buona guida per famiglie e insegnanti, frutto di anni di esperienza degli autori di corsi rivolti alle scuole e alle famiglie, affronta con un linguaggio semplice e un approccio positivo gli aspetti più o meno problematici dell’uso della rete da parte dei minori:i virus, videogiohi, pornografia, motori di ricerca sicuri, chat, privacy e proprietà intellettuale sono alcuni dei temi trattati sempre con competenza e precisione.

L’incontro aveva anche l’obiettivo di presentare il lavoro fatto da Centro Studi di informatica Giuridica di Ivrea-Torino (Cisg) in riferimento alla consultazione pubblica lanciata dal MISE sul cyberbullismo. Difficile sintetizzare tre ore di dibattito multidisciplinare: di seguito solo alcuni appunti.

L’Avv. Monica Senor (@masenor) partendo dal concetto che il minore ha diritto di accesso ad internet ma ha anche il diritto di essere protetto, ha sottolineato che esistono già nella legislazione strumenti efficaci per contrastare l’esposizione a contenuti illeciti, quali  la pedopornografia, mentre non è stata ancora adottata dall’Italia la direttiva contro il grooming (adescamento). Nello specifico del cyberbullismo, c’è confusione e  mistificazione, vedi il comunicato di SavetheChildren che lo definiva erroneamente come la maggiore preoccupaizone dei giovani, confondendolo con il bullismo  (ecco l’articolo che spiega l’errore). La mancanza di definizione di cyberbullismo non permette di delimitare il campo di cui si discute: secondo it’s complicate di danah boyd, il bullismo è un’aggressione fisica o psicologica, ripetuta nel tempo, con uno squilibrio di forze ma non c’e’ una specificità di “cyberbullismo” che viene definito dalla boyd “drama”, come un generico “hate speech”.  – Il suo articolo descrive molto meglio quanto fin qui ho tentato di riassumere.

Il codice penale con l’articolo 612 bis  prevede la tutela per chi è oggetto di atti persecutori (stalking), che sembrano coprire anche i casi di bullismo e cyberbullismo: “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita.”

Anche il dott. Alberto Rossetti, psicologo, non vede una separazione fra bullismo e cyberbullismo, infatti esiste una continuità fra identità analogica e digitale, con confini sfumati. Qui le sue riflessioni in merito.

Dal punto di vista del codice civile, l’Avv. Maria Grazia D’Amico (Csig Ivrea-Torino)  ha ricordato che non ci sono limiti di età per i danni civili: sono infatti due gli articoli di riferimento (2046 e 2048)  relativamente alla responsabilità del danno per illeciti commessi da minori. Nella nostra legislazioni i genitori hanno la presunzione di colpa e sta a loro dimostrare di aver correttamente educato i figli alla convivenza civile.

Dopo la famiglia, la scuola avrebbe il compito di educare ma oggi non c’è  ancora in Italia uno specifico impegno da parte del ministero dell’istruzione a investire nella costruzione di una cittadinanza digitale: l’azione europea Better internet for children, prevedeva entro il 2013 che tutti gli stati membri adottassero misure per introdurre nelle scuole l’insegnamento dell’uso sicuro di Internet.

Il prof Durante ha ritenuto poco utile la concezione strumentale delle tecnologie per affrontare il dibattito: dire che la rete è uno strumento e come tale non può essere né buono né cattivo, non ci aiuta. Di fatto siamo immersi in un contesto dove la dicotomia reale/virtuale non ha più senso: non basta spegnere la televisione per non essere immersi nella cultura televisiva. Interessante la riflessione sul tema web 2.0 come “condivisione”:  questo porta anche a condividere rapporti negativi, come appunto gli hate speech.

Il contributo del prof. Pagallo ha sottolineato come  sia in corso una rivoluzione e di come ne sia appena iniziata un’altra con i dispositivi mobili: alcuni Paesi come il Giappone hanno introdotto nelle scuole da 15 anni il tema della computer ethics, proprio per sostenere le persone nell’affrontare nuove situazioni. Pagallo  ha sollevato la questione sul fatto che il bullismo sia un fenomeno locale.  In particolare  questo punto, mi pare davvero discriminante: il cyberbullismo si sviluppa sempre come una prosecuzione di atti di bullismo che avvengono in classe, in palestra o in parrocchia, fra ragazzi e persone che si conoscono e si frequentano. Non esiste il cyberbullismo fra sconosciuti altrimenti si parla di hate speech,

La tavola si è conclusa con numerose riflessioni e contributi dal pubblico, che hanno evidenziato ulteriormente la difficoltà per gli adulti di avere un ruolo di guida e di esempio nell’uso sano e consapevole delle tecnologie da un lato e dall’altro dalla sempre più diffusa incapacità degli adulti, di porre dei limiti: la fase che stiamo vivendo richiede nuove norme, ma più che di articoli di legge, abbiamo bisogno di adeguare le norme sociali.

Forse non a caso  in Carnage  di Polanski (adattamento del testo “Il dio del massacro”)che racconta il rapporto fra le famiglie a seguito di un episodio di bullismo i ragazzi non si vedono mai.

Un particolare ringraziamento all’Avv. Mauro Alovisio per l’invito e per aver organizzato un panel davvero completo per la diversità e la complementarietà dei punti di vista.