The Class: Living and Learning in the Digital Age

Che cosa vuole dire imparare? Quali sono gli obiettivi della scuola ed educazione? In che rapporto sono oggi questi tre aspetti della gestione della conoscenza? Che significato hanno le tecnologie digitali per i giovani? Come si colloca la scuola nella vita quotidiana dei tredicenni di oggi?

Il libro “The class – living and learning in the digital age”  traccia una risposta a queste domande attraverso un’analisi etnografica durata un intero anno, seguendo un’intera classe di ragazzi fra i 12 e i13 anni di una scuola secondaria pubblica della periferia di Londra, fuori e dentro la scuola.

Il libro prende il via delle prospettive teoriche degli autori sull’apprendimento e quindi quali sono le domande che si pongono nell’indagine, descrive la metodologia usata e finalmente la descrizione su cosa significa vivere e imparare e le loro connessioni, ma soprattutto disconnessioni fra i tre mondi da loro abitati: scuola, famiglia e amici.

La vita quotidiana nella tarda modernità richiede di conciliare approcci ambivalenti verso i cambiamenti socio-tecnici che sono visti come minaccia e promessa. Siamo sempre di più messi in condizione di prendere decisioni in questa società che non dà più certezze, ma che spinge all’individualismo, alla ricerca di successo e di prestigio. I genitori sono più ansiosi, dedicano più tempo al lavoro e meno alla famiglia, i ragazzi stanno bene a casa anche se sono più preoccupati per il loro futuro. La scuola rappresenta ancora un contesto specifico di accordi, regole ed aspettative  ma che non necessariamente definiscono che cosa significhi essere educati. L’accesso all’educazione è fornito e valorizzato per i suoi benefici economici all’individuo e all’economia e la scuola favorisce la competizione individuale, per costruire buoni cittadini, che siano al tempo stesso in grado di auto controllo  e auto regolazione. I ragazzi devono trovare la propria automotivazione nella società del rischio individualizzato.

Osservando gli studenti dentro e fuori la classe, intervistando le famiglie, visitando le loro case, osservandoli nei momenti di comunità con gli amici, emerge quanto questi mondi siano separati e intenzionali a restarlo. Gli insegnanti temono che i ragazzi portino in classe le tensioni che vivono in famiglia e le famiglie non sembrano interessati a capire quello che i ragazzi fanno in classe o con il computer.  La vita condivisa con gli amici è uno spazio di libertà, uno spazio per il se’ fuori dal controllo della famiglia e della scuola: in questo i social rappresentano uno spazio non controllabile per gli adulti.  Le famiglie hanno imparato a vivere insieme separatamente e le mura delle case non costituiscono più il confine con il mondo esterno, quello degli amici: debbono trovare faticosamente una mediazione fra il calore e il rispetto interno e l’esigenza di crescita e apertura verso l’esterno dei giovani.

Le conclusioni degli autori sono articolate e descritte attraverso il caso di un concorso annuale scolastico che ha riassunto in modo paradigmatico le tensioni e le pressioni di tutto un anno, dimostrando una tendenza a mantenere lo status quo –  e le esistenti diseguaglianze all’intero della classe. Nota positiva rilevano come l’incertezza della privacy nelle comunicazioni, renda sempre più di valore le interazioni di persona.

 

Recensione: Felici e sfruttati

cena obamaHo appena finito di leggere  “Felici e sfruttati – Capitalismo digitale ed eclissi del lavoro” di Carlo Formenti e ho capito perché a un certo punto, circa sei mesi fa, ho avuto una personalissima crisi di rigetto e saturazione verso tutta la retorica intorno al cosidetto “2.0”, alla “partecipazione”, alla declinazione del “crowd” in tutte le sue forme.

Questo libro ha avuto il grande pregio di farmi riflettere su quanto ironicamente Formenti descrive così:

 

 

“Internet diventa la metafora irresistibile di una nuova era in cui tutto appare più facile e “leggero”; cadono le barriere geografiche e politiche che impediscono a tutti gli esseri umani di dialogare fra loro; l’economia si sbarazza dei vincoli della scarsità , promettendo ricchezze senza limiti grazie alla possibilità di produrre e distribuire a costo zero un’infinita gamma di servizi e prodotti immateriali; le gerarchie sociali, politiche ed economiche si appiattiscono in un mondo che regala a tutti il diritto di parlare, associarsi liberamente, creare delle nuove industrie”.

Insomma è brutto sentirsi un “pollo” che si è bevuto una serie di favolette. Ma se per qualcuno il risveglio può essere stato doloroso, e qui penso ad alcuni giovani che si sono trovati nel 2000 nel giro di qualche mese da manager superpagati a disoccupati, personalmente non ho mai amato i “portali commerciali” della bolla dot.com né ho mai pensato che il web2.0 avesse finalmente! permesso il riscatto delle masse (rispetto all’esecrato e passivo web1.0). E se la crisi del 2008 ha fatto aumentare il divario fra ricchi e poveri, trasformando i  knowledge worker da élite, profetizzata da Toffler, ad una tipologia di “precariato” non so se questo si possa davvero ascrivere alla cultura digitale.

Devo dire che anche il fascino delle folle collaborative autoorganizzate (vedi Shirky, Surowiecki) dopo una prima fase di infatuazione, mi si era già molto ridimensionato leggendo “La liberta ritrovata” di Schirmacherr ed in particolare condivido con Formenti l’aggettivo “aberrante” affibbiato al Turco Meccanico di Amazon [una interessante lettura su Quora sono le risposte alla domanda “qual è l’uso più creativo del turco meccanico di Amazon” su cui mi riprometto sempre di scrivere un post].

Non so se la rete favorisca come sostiene Formenti la “femminilizzazione del lavoro” perché le donne sono più adattabili, flessibili e disponibili ad accettare compensi inferiori, creando una concorrenza al ribasso con i colleghi maschi, ma personalmente constato che favorisca”la socialità individualizzata” o “l’individualismo socializzato”, in cui si lavora per la maggior parte del tempo da soli partecipando a team distribuiti in rete.

Questa larga parte di società in rete è quella che ha contribuito, negli Stati Uniti al succeso di Obama, ma non ci si faccia illusioni: ai piani alti i posti sono già tutti occupati da un’esigua rapprensentanza di quella “classe creativa” descritta da Florida. Nella nuova geografia che si sta delineando in cui l’Occidente importa modelli di flessibilizzazione e precarizzazione tipica dei paesi in via di sviluppo, i paesi emergenti si occidentalizzano importando tecnologie e stili di vita. In questo panorama Obama e la lobby delle internet company, usano la rete come arma strategica per imporre un’egemonia culturale. [E’ interessante in questo senso leggere questo post di Ethan Zuckermann su come si possa percepire in modo diverso il concetto di libertà di parola, visto da una prospettiva cinese]

Come dichiara lo stesso autore, dopo aver descritto un nuovo capitalismo che appare più subdolo di quello classico perché ci rende appunto “felici e sfruttati”, nel libro manca la pars construens che viene sintetizzata con un appello ad “una sinistra degna di tale nome” perché si ricostruisca un’identità di classe.

 

Due libri sui nuovi giornalismi

Giornalismo e nuovi mediaIl libro di Sergio Maistrello appena uscito per Apogeo, si intitola “Giornalismo e Nuovi Media” e si apre con una preoccupazione per i prossimi anni e si chiude con un messaggio positivo. Il testo si divide in due parti: la prima più introduttiva su come stia cambiando il rapporto con l’informazione, trasformandoci tutti in potenziali emittenti, in cui si parla di pertinenza e qualitò, identita’ e reputazione.

Nella seconda parte, Maistrello ci racconta come le grandi testate mondiali e anche le principali testate italiane abbiano affrontato negli ultimi dieci-quindici anni la sfida delle rete, con l’istitutizione delle continuous news desk, che sostanzia la transizione dal meccanismo della deadline – “la chiusura” a quello attuale, dell’aggiornamento continuo. Ho trovato tante cose interessanti su questo libro di cui consiglio la lettura, compreso il capitolo sulla nuova professione del giornalista e a questo proposito consiglio anche la lettura di questo articolo, che spiega perchè i giornalisti dovrebbero anche imparare a programmare.

More about Giornalismo partecipativo

Il viaggio in treno verso Genova per partecipare al Genovacamp 2010 (*) è stata l’occasione per finire il libro di Gennaro Carotenuto, sul Giornalismo Partecipativo uscito a Dicembre per Nuovi Mondi.

Un libro completamente diverso: mentre Maistrello vede nel giornalista partecipativo soprattutto una persona che trovandosi nei pressi di un incidente o di una catastrofe, abbia la prontezza e la compentenza per utilizzare la rete, Carotenuto si focalizza soprattutto sulla caduta di credibilità di grandi testate e sul problema della concentrazione dell’informazione nelle mani di pochi, e vede quindi come unica possibilità per l’informazione, “la biodiversità informativa”, titolando uno dei tre capitoli che costituiscono l’opera come “La Riforma Agraria dell’informazione”. Carotenuto descrive le responsabilità dei giornali nel sostenere le guerre di Bush, e cita vari passaggi in cui Riotta si scaglia contro i blog, come pure Lucia Annunziata che dichiara che il “”compito del giornalismo è orientare l’opinione pubblica”, orientare non informare”” per rimarcare un certo modo di interpretare la professione giornalistica.

Dal libro di Carotenuto vorrei citare questo passaggio di Olivero Beha

“Sviluppare un rapporto differente con la ricerca dei fattti, la loro verifica, il controllo incrociato, l’attendibilità , l’autorevolezza e tutte le categorie indispensabili alla nostra sopravvivenza informativa. Ma cosa intendo per “sopravvivenza informativa”? Direi tutto, giacché dai nostri bisogni/problemi quotidiani all’informazione politica indispensabile per una democrazia che non consista semplicemente in un raggiro formale della volontà popolare, il criterio onnicomprensivo è che debbo sapere per poter scegliere: prodotti, partiti, persone.”.

Nonostante le differenze profonde fra i due autori nell’approccio alla questione, la conclusione in entrambi i casi è che le possibilità offerta da cittadini informati che concorrono a produrre informazione, porterà vantaggi superiori agli svantaggi.

(*) E’ uscito l’ebook di GenovaCamp 2010-

Genovacamp2010È disponibile nella libreria l’ebook creato durante il Genovacamp 2010 tenuto a Genova (nomen omen) il maggio scorso. Si tratta del primo titolo della collana di Polinformazione a cura di QuintadiCopertina ed è un vero e proprio libro interattivo, in cui navigare attraverso percorsi cronologici, tematici o nominali. Centinaia di richiami interni ed esterni permettono di creare un proprio percorso di lettura rivivendo l’evento organizzato da Cittadini Digitali.

E’ scaricabile gratuitamente e nella sessione sugli alfabeti digitali c’è anche la sintesi del mio intervento di presentazione su YouCapital.

Strategia Oceano Blu

Cover Strategia oceano bluQuesto libro, che letto ormai un paio di anni fa mi aveva molto entusiasmato,  poi come qnon sono riuscita a finirlo. Sara’ che questi best seller americani (da “The long tail” a “Wikinomics” a “The world is flat“) esprimono la loro teoria nelle prime pagine e poi diventano noiosi e ripetitivi. Ricordo che, per Oceano Blu, l’esempio che piu’ mi aveva colpito era quello del “Cirque du Soleil”, forse perche’ cosi’ lontano dal mondo dell’ICT e della tecnologia in genere.

Leggendo quel libro, ho pensato, come credo tanti altri: la fanno facile gli autori, ma come si fa a farsi venire in mente un prodotto/servizio per un cliente che non esiste ancora (sarebbe piu’ corretto dire “di cui nessuno ha intercettato i bisogni”) basandosi sulla cosiddetta “innovazione di valore” anziché sull’innovazione tecnologica, ovvero su un costo che il non-cliente sarebbe disposto a sostenere per avere un certo prodotto/servizio.

Negroponte, un signore che sa il fatto suo, ha impostato la sua campagna basandosi su un obiettivo in termini di “innovazione di valore”, “il laptop da 100 $” individuando nei paesi in via di sviluppo il “non cliente”.

Tuttavia “l’oceano blu” e’ stato conquistato da Asus con il suo EeePC, anche sfruttando Negroponte come sponsor indiretto, che con il suo “brand” personale, garantiva per un PC che nonostante il basso costo potesse essere di grande qualita’ .

Asus ha individuato una fascia di “non clienti” con un maggior potere d’acquisto (le donne? gli studenti?), a cui ha proposto una soluzione basata su un “target di costo”, ovvero non basata su innovazione tecnologica (la tecnologia e’ tutta matura e quindi a basso costo) ma su “innovazione di valore” e facendo diventare un fattore vincente, – la riduzione della complessità dell’interfaccia, quello che per un “cliente” classico, poteva essere una “diminutio”, ma al contempo strizzando l’occhio al mondo “nerd”, proponendo un portatile basato su Linux.

Morale: gli EeePC sono andati esauriti in tempo brevissimo e l’oceano blu, sta rapidamente diventanto “rosso”.

La concorrenza pero’ sara’ su una fascia leggermente superiore, perche’ si parla di schermi un po’ piu’ grandi (8,9 pollici) con tecnologia nuova (chip Atom) e costo intorno ai 500$: praticamente in contemporanea sono stati annunciati (oggi ?) gli ultra portatili di ACER – Aspire e di HP – Compaq 2133.

Non va sottostimato nemmeno l’impatto sul mondo del software: grande successo per Linux (non più relegato a una cosa per “nerd) fino all’annuncio di Microsoft da un lato di prorogare il supporto su XP fino al 2010 e di (anticipare?) l’annuncio di Windows 7.

Essendo una di questi “non clienti” mi sono chiesta chi potevano essere gli altri e l’ho chiesto a Linkedin.

vacanze,tempo di letture

leggere lolita a teheranPer me esistono due categorie di libri, quelli che ti tolgono la voglia di leggere e quelli che te la fanno venire. Non e’ detto che i primi siano necessariamente scritti male o noiosi, nè che gli altri siano necessariamene dei capolavori. Ma questi ultimi sono porte che si aprono e ti fanno intravedere altre porte ancora più interessanti di quella appena aperta.

Chiudi-libri ora non me ne vengono in mente (è per fortuna perche’ il loro potere e’ nefasto), ma ho appena finito un apri-libri: “Leggere Lolita a Teheran”

In una Teheran bombardata, alcune studentesse e la loro insegnante, nel nome della letteratura occidentale si ricreano uno spazio di libertà “mentale”, circoscritto in un salotto, per sopportare la doppia oppressione in quanto persone e donne. Quegli incontri settimanali danno corpo e sostanza alle eroine dei romanzi ma anche alle giovani, che posso uscire dai loro mantelli e riacquistare anch’esse fisicità .

Impossibilre resistere quindi all’invito a leggere o rileggere Lolita, il Grande Gatsby, Orgoglio e pregiudizio, Daisy Miller…

scheda su anobii