Le ragioni dell’educazione 3.0

[Pubblicato su Forum PA  – 1 aprile 2016]

Bambini e giovani si affidano ad Internet sempre di più: comunicano e condividono, imparano e giocano, le tecnologie sono il loro futuro: gli adulti devono assumersi la responsabilità di costruire le condizioni perché essi sviluppino una relazione sana e positiva con questo ambiente e sviluppino diverse “culture dell’informazione” (notizie, dati, documenti, codice,ecc). Comincia così il documento scritto a due mani da Divina Frau- Meigs e Lee Hibbard, intitolato “Education 3.0 and Internet Governance“ che sostiene che il futuro dell’educazione debba essere parte del dibattito sulla governance di Internet in cui bambini e giovani siano soggetto attivo nella definizione delle politiche, emancipandosi dal ruolo di “gruppo protetto”.

Per ottenere questo risultato è necessario che l’alfabetizzazione ai media e all’informazione (MIL – Media and Information literacy) sia inserita nei programmi scolastici, consentendo il passaggio dall’educazione 2.0 – in cui le tecnologie dell’informazione e della comunicazione sono strumenti di supporto – all’educazione 3.0 basata sulla MIL, orientata a sviluppare competenze utili per la cooperazione, la creatività, l’innovazione sociale, i diritti umani. L’educazione 3.0 implica il superamento dell’approccio di Internet come mero strumento, focalizzato sull’uso delle tecnologie, per affrontare Internet come un ambiente in cui si intersecano tre diversi tipi di alfabetizzazione: al computer, ai media e all’info-documentale. In questo ambiente servono competenze per ricerca, selezione, remix, networking, per elaborazioni, integrando big data e media, utilizzando pensiero critico e capacità creative. L’acquisizione di queste competenze è possibile a condizione che la governance di Internet continui a poggiare sui pilastri da cui è partita: apertura, interoperabilità, universalità, neutralità e diversità.

L’educazione ai media, intesa come interazione critica con i media, è oggi strettamente connessa alla democrazia perché con i social media si vincono le elezioni e la tentazione di usarli per fomentare populismo, radicalizzazione e terrorismo è fortissima. In un’epoca in cui tutti siamo produttori oltre che consumatori di conoscenza è fondamentale acquisire le capacità per imparare a distinguere le notizie vere da quelle false, per evitare processi sommari o la diffusione di informazioni scorrette.

Il rapporto fra media ed educazione, giornalismo e pensiero critico è cruciale per la realizzazione dell’Agenda Digitale europea, per questo servono veri investimenti nell’alfabetizzazione digitale e nella produzione dei contenuti, perché le competenze tecniche non sono sufficienti e solo con il pensiero critico si può contrastare radicalizzazione ed estremismo.

Nell’epoca del passaparola elettronico, chi fornisce notizie e informazioni non è riconoscibile ed è sempre più difficile valutarne l’affidabilità, anche per i professionisti. Per questo motivo l’Unione Europea finanzia il progetto Reveal che ha l’obiettivo di fornire strumenti semi automatici per verificare l’attendibilità delle informazioni, utile ai giornalisti ma accessibili a tutti. Ma in rete si trovano altri strumenti e materiali utili come Verification handbook -– un manuale per la verifica delle notizie e Firstdraftnews.com che offre vari strumenti e tutorial per analizzare foto e altre fonti dalla rete, che possono essere usati anche in classe per analizzare e decostruire foto, video e false notizie.

L’eccesso di informazione non si è trasformato nell’età dell’oro del giornalismo: la velocità ostacola la verifica e non lascia tempo per pensare, con il rischio di trasformare le notizie in “propaganda”. Con la propaganda si fa la guerra, si nutre l’ignoranza e con la disinformazione si rafforzano gli stereotipi e l’odio.

L’analisi della propaganda è al centro del lavoro di Renee Hobbs, ricercatrice americana, che con il suo progetto “Mind Over Media” analizza le connessioni fra educazione ai media, propaganda e radicalizzazione. La radicalizzazione è un processo con cui un singolo o un gruppo adottano ideali estremi di carattere politico, religioso o sociale volti a stravolgere lo status quo e/o le idee contemporanee e la libertà di espressione. La convinzione di agire per una giusta causa, bisogno di avventura ed empowerment, la povertà e la disoccupazione sono i tratti caratteristici della radicalizzazione secondo la Hobbs, che sostiene che invece quando le persone hanno competenze di alfabetizzazione digitale, riconoscono obiettivi personali, aziendali e politici e acquisiscono la capacità di parlare a nome di chi non può farlo e con queste competenze sono in grado di migliorare il mondo che li circonda.

Karin Heremans, direttrice del Royal Atheneum di Antwerpm racconta sul sito klasse.be, di uno di suoi studenti che un giorno le ha chiesto di pregare a scuola e poi dopo qualche tempo ha abbandonato la scuola, la famiglia e gli amici ed è partito per la Siria, per donare la sua vita ad Allah. Il sito cerca di dare un aiuto ad altri insegnanti per affrontare situazioni come queste: ad esempio spesso questi ragazzi non vogliono discutere perché credono di aver già trovato tutte le risposte su Internet.

Tutelare la libertà di espressione e riconoscere l’hate speech, contrastare tutte le polarizzazioni che portano a radicalizzazione e terrorismo, sorvegliare nel rispetto delle libertà individuali: serve parlarne, approfondire e discutere, senza demonizzare Internet e social media, ma cercando di capire se la scuola mantiene ancora la promessa di una vita migliore.

I legami fra educazione, giornalismo e radicalizzazione sono stati uno dei temi della conferenza Media and Learning che si è svolta a Bruxelles il 9 e 10 marzo. La conferenza è stata organizzata dall’Associazione Media and Learning, che ho guidato in questi ultimi tre anni, in collaborazione al Ministero Fiammingo dell’Educazione e con il supporto dell’Unione Europea.