Le tecnologie rivoluzionarie falliscono sempre al primo tentativo

panto_formare_1012009[Pubblicato su Form@are Erickson – 1 gennaio 2009]

L’idea visionaria
Sostenere che Internet, la banda larga e i computer a basso costo abbiano cambiato il modo in cui lavoriamo e in cui viviamo è ormai piuttosto scontato, se non fosse che questa affermazione è vera solo per un quinto della popolazione mondiale.

Secondo Internet World Stats (1) a fine 2008 la popolazione mondiale si attesta intorno a 6 miliardi e 676 milioni (6,676,120,288) di cui solo 1 miliardo e 463 milioni (1,463,632,361) di persone accede a Internet; esiste poi un forte squilibrio sulla distribuzione di coloro che accedono ad Internet: la popolazione africana è di poco superiore a quella europea (955 milioni contro 800), ma c’è un larghissimo scarto per quanto riguarda l’utilizzo di Internet: 5% contro 48%.

L’idea di un dispositivo a basso costo per avvicinare le masse all’Information Technology ha più di dieci anni, essendo stata concepita per la prima volta in occasione di un convegno a Bangalore nell’ottobre 1998 (2). La “Dichiarazione di Bangalore” stabiliva alcune ambiziose finalità per l’oggetto in questione, tra cui: promuovere lo sviluppo dell’infrastruttura IT, assicurare l’equità nell’accesso alle risorse digitali per ogni cittadino, favorire lo sviluppo economico attraverso la produzione di contenuti, hardware e software in ambito locale.

Nel 2001 fu prodotto il primo Simputer, un palmare spartano che il New York Times considerò l’invenzione informtica più importante per quell’anno, davanti a Windows XP e all’Apple G4 (3). Il Simputer non ha mai avuto diffusione al di fuori dal mercato indiano e forse per questa ragione, quando nella primavera 2005 Nicholas Negroponte lanciò la sua idea di un PC che costasse 100 dollari, pochi se ne ricordarono.

La “vision” di Negroponte è sempre stata al centro di accesi dibattiti. Ad esempio, la maggioranza dei membri della community Digital Divide Network (4) non era favorevole al modello del “personal” computing contrapposto a quello del “public” computing: venivano contestati le caratteristiche tecniche e il modello economico che prevedeva una fornitura minima di 1 milione di pezzi, acquistabili esclusivamente dai governi dei Paesi in via di sviluppo e non era chiaro come sarebbero stati risolti i problemi legati alla connessione Internet, alla fornitura di energia elettrica e alla formazione per gli insegnanti. Tutte questioni superabili con la creatività, secondo Papert e Negroponte che su Wired (5) dichiaravano che dare un PC a ogni bambino, avrebbe consentito ai Paesi poveri (emergenti, in via di sviluppo?) di poter essere “competitivi” nel mercato globale (6).

In occasione del Summit mondiale sulla Società dell’Informazione (7), svoltosi a Tunisi nel novembre del 2005, la curiosità per il progetto del PC da 100 dollari era al massimo: Negroponte raccontò della Fondazione One Laptop per Child (OLPC), del modello pedagogico che prevedeva un computer per ogni bambino, della necessità di ridurre la complessità dei software “obesi” che rallentavano le prestazioni dei PC, e soprattutto di come l’obiettivo fosse di produrre un oggetto che, lungi dall’essere perfetto, rispondesse ad alcuni requisiti.

Ne illustrò le caratteristiche tecniche assolutamente rivoluzionarie: robusto, alimentabile a manovella (un minuto di manovella per un’ora di funzionamento), in grado di funzionare con meno di 1 watt di potenza e con batterie standard per non inquinare, dotato di schermo in bianco e nero, microfono e altoparlanti, senza hard disk ma con flash memory, in grado di collegarsi in wi-fi attraverso reti mesh, disponibile in tutte le lingue: non un PC “dei poveri”, quindi, ma un concentrato di tecnologia allo stato dell’arte.

Il piano per la produzione e la distribuzione era imponente: avvio della produzione nel 2006, con distribuzione in almeno 6 grandi Paesi, di un numero compreso fra i 5 e 15 milioni di pezzi, per arrivare nel 2008 a 100-150 milioni; i PC sarebbero stati consegnati solo a insegnanti e studenti e progettati in modo da essere molto riconoscibili per scoraggiare un eventuale mercato nero. Per quanto riguardava i contenuti, tutto sarebbe stato offerto dalla rete e grazie al software libero e opensource sarebbe stata garantita la massima libertà di adattamento dei programmi, superando i problemi legati alla proprietà intellettuale.

La progettazione e la realizzazione
Negroponte dedicò tutto il 2005 a pubblicizzare il suo laptop a basso costo, che avrebbe reso la conoscenza accessibile anche agli “ultimi” permettendone così il riscatto. Le obiezioni alla Clifford Stoll (8), sul fatto che occorresse soddisfare bisogni primari venivano facilmente respinte argomentando che si forniva l’educazione e non un PC.

Su YouTube sono disponibili vari filmati che testimoniano l’evoluzione del PC da 100 dollari: il primo prototipo (9) era arancione e dotato di maniglia, ma non aveva ancora le caratteristiche antenne per il wi-fi. All’hardware rivoluzionario si associava un’interfaccia fortemente innovativa, denominata Sugar, che abbandonava la metafora della scrivania: i destinatari sono bambini che non lavoreranno in ufficio e quindi oggetti come schedari (cartelle) per contenere pratiche (file) non hanno alcun senso.

A novembre 2007 l’OLPC/XO entra in produzione in uno stabilimento in Cina. Il costo iniziale è di 188 dollari. Sono stati avviati progetti pilota in una ventina di Paesi e nel marzo 2008, si avvia la distribuzione dei PC su larga scala: 240.000 sono consegnati in Perù e 110.000 in Uruguay. Contemporaneamente Libia, Nigeria e Thailandia, inizialmente favorevoli al progetto si ritirano. OLPC può contare sul sostegno di colossi come Google, AMD, Redhat.

Gli aspetti controversi 
Da qualsiasi parte lo si esamini, OLPC è un’idea rivoluzionaria e nasce per avere un impatto planetario: non è possibile rimanere indifferenti alle provocazioni che porta con sé.

Un argomento che ha catalizzato le discussioni è il prezzo: i 100 dollari sono un traguardo che appare irrealizzabile, tanto da essere definito un “marketing meme”, ovvero un’idea “virale” che ne rende immediatamente comprensibile la sostenibilità.

Il primo “Memorandum of Understanding” (protocollo di intesa) siglato con la Libia prevedeva un costo di 250 milioni di dollari, per la fornitura di 1,2 milioni di OLPC, un server per ogni scuola, un team per consulenti tecnici per l’avvio, la connessione satellitare e altre infrastrutture, ovvero un costo a PC superiore ai 200 dollari. (10)

Una cifra tutto sommato più che accessibile, ma lontana dall’obiettivo dichiarato, che costringe la Fondazione OLPC a ripensare il modello di business: la scelta è quella di “monetizzare” il valore “culturale” dell’OLPC, avviando la campagna “Get 1, Give 1”, ovvero donare un PC per ogni PC acquistato.

La scelta del modello pedagogico fortemente orientato al costruttivismo, non si adatta a tutti i sistemi educativi del mondo. Negroponte arriva a sostenere che in alcuni Paesi gli insegnanti non sono all’altezza del compito assegnato loro e che occorre dare gli strumenti in mano ai bambini in modo che possano avere un ruolo maggiore nel proprio processo di apprendimento:

[..] “In certe zone del mondo che non citerò, quasi un terzo degli insegnanti non si presenta mai a scuola. E una parte di essi si presenta in stato di ebbrezza. Così davvero, se si cerca di incidere sull’educazione, non è sufficiente formare insegnanti e costruire scuole. Per ottenere questo risultato, serviranno i prossimi 30 anni e sarà un processo lungo e lento. In questo senso, l’unica alternativa è agire sui bambini e questo è esattamente quello che fa One Laptop per Child. E’ il modo per dare a un bambino l’opportunità di avere un ruolo maggiore nel proprio apprendimento”. [traduzione dell’autrice]. (11)

Affermazioni pesanti, destabilizzanti: qualcuno sostiene che in alcuni paesi come Cina, India, Nigeria il progetto non ha successo per questa ragione, perché ha un eccessivo impatto sul sistema educativo. Se l’XO in mano ai bambini senza alcuna guida può provocare effetti indesiderati, Sali Fandjalan, collaboratore di una rivista web americana, durante il suo viaggio in Mali dichiara i bambini hanno bisogno di formazione per usare l’XO, dopo aver osservato il primo approccio di una bambina di 7 anni (12). Su Businessweek, Bruce Nussbaum dichiara che XO è una forma diversa di colonialismo:

Il disastro di OLPC ci offre molte lezioni. Una delle più importanti è che, al di là delle buone intenzioni, tecnologia, progettazione e innovazione non sono sufficienti a risolvere i problemi se ingnorano cultura locale e storia. Il laptop XO per i bambini più poveri del mondo è stato respinto in India, Cina e Nigeria come un’ulteriore forma di colonialismo occidentale. E lo è. [traduzione dell’autrice]. (13)

L’interfaccia estremamente innovativa, penalizza l’XO a favore dei nuovi ultraportatili che cominciano a essere distribuiti sul mercato e che hanno un approccio tradizionale.

L’OLPC è il miglior notebook progettato al mondo. Ma non è stato pensato per te. Rassegnati
. [traduzione dell’autrice] (14)

OLPC/XO non si può confrontare con altri PC solo in base al peso e al costo, o ai tempi di risposta, perché dietro l’OLPC ci sono considerazioni sia di carattere ambientale (protezione da sabbia, acqua, urti, consumo ridotto) sia legate a quelli che sono considerati i naturali destinatari dell’oggetto, ovvero i bambini.

L’innovazione di valore
Il libro “Strategia oceano blu. Vincere senza competere” (15) sostiene che per le aziende è più redditizio trovare nuovi mercati, dove non esistono squali che rendono “rosso” l’oceano: invece di segmentare la clientela occorre cercare punti in comune tra tutti i clienti, come base per creare una domanda di massa e ingenti profitti. Leggendo questo libro, mi ero chiesta come sarebbe stato possibile inventare prodotti/servizi per un cliente che non esiste ancora (sarebbe più corretto dire “di cui nessuno ha intercettato i bisogni”) basandosi sulla cosiddetta “innovazione di valore” anziché sull’innovazione tecnologica, ovvero su un costo che il “non cliente” sarebbe disposto a sostenere per avere un prodotto/servizio.

Negroponte ha impostato la sua campagna basandosi su un obiettivo in termini di “innovazione di valore”, “il laptop da 100 dollari”, individuando nei Paesi in via di sviluppo il “non cliente”. La sua intuizione ha svelato un “oceano blu”, prontamente occupato dai produttori come Asus con l’EeePC, che hanno sfruttato Negroponte come sponsor indiretto, perché con il suo “brand” personale, garantiva per la qualità di un PC a basso costo.

Asus ha individuato una fascia di “non clienti” con un maggior potere d’acquisto (le donne? gli studenti?) rispetto ai bambini del terzo mondo, a cui ha proposto una soluzione basata su un “target di costo”, ovvero non basata su innovazione tecnologico ma su “innovazione di valore” e facendo diventare un fattore vincente, la riduzione della complessità dell’interfaccia, strizzando, nel contempo, l’occhio al mondo “nerd” proponendo un portatile basato su Linux.

La crisi
A gennaio 2009 OLPC/XO non ha raggiunto gli obiettivi che si era prefissato: la seconda fase della campagna “Get 1 Give1” ha venduto circa 500.000 pezzi, nonostante rispetto alla prima fase abbia potuto contare sul migliore distributore a livello mondiale, cioè Amazon. La crisi economica e finanziaria ha costretto la fondazione a dimezzare il personale, tanto che qualcuno ha modificato lo slogan in “Keep One, Fire One” (uno lo tieni, uno lo licenzi).

Continua l’agguerrita concorrenza con Intel, accusata da Negroponte di aver sabotato l’XO, soprattutto in America Latina. Intel, intende il progetto Classmate non come un’iniziativa per dare un PC a un bambino, ma piuttosto “un tentativo di costruire un’infrastruttura scalabile e sostenibile” (16): più di un milione di PC sono stati donati a studenti di tutto il mondo, Italia compresa.

Visioni che possono cambiare il mondo?
Negroponte ha dimostrato che la sua vision era realizzabile, ma nonostante il “sogno” dell’XO catalizzi molti dibattiti in rete, non sembra esserci particolare interesse dal mondo accademico a valutarne l’impatto sui sistemi educativi o sull’apprendimento.

Sono reperibili alcuni dati sulla valutazione di alcune iniziative di “one-to-one” computing (17) sostenute da Intel negli Stati Uniti: in sintesi le valutazioni sono positive pur se riferite a sperimentazioni di medie/piccole dimensioni (il 38% delle sperimentazioni coinvolge da 75 a 250 studenti, mentre il 40% si attesta intorno ai 1000 studenti, e il restante 10% include più di 5000 studenti). Nel 2008 si registrano “da moderati a significativi miglioramenti” nei risultati degli studenti per il 78% delle iniziative avviate, con un significativo incremento rispetto alla situazione del 2006, che vedeva lo stesso dato al 30%.

GESCI – Global E-Schools and Community Iniative – è un ente non profit irlandese che fornisce ai Ministeri dell’Educazione dei Paesi Emergenti il supporto all’avvio di progetti di ICT. GESCI ha pubblicato nel gennaio 2009 un report per identificare e valutare differenti opzioni tecnologiche, valutarne i benefici e il cosiddetto TCO (18) o costo di possesso. In questo documento viene preso in esame anche il modello XO (19), di cui si analizza in modo approfondito i vantaggi e l’approccio costruzionista di Papert, utile a comprendere alcune difficoltà emerse nella sperimentazione pilota svolta in Etiopia alla fine del 2007. Le conclusioni sono abbastanza prevedibili: l’introduzione della sola tecnologia non provoca radicali cambiamenti, come non può farlo il media che trasporta il messaggio del cambiamento, e occorre tenere conto degli aspetti culturali e degli ingenti costi prima di decidere di adottare l’XO.

Come ha dichiarato Muhammad Yunus, “il banchiere dei poveri” (20),”Nicholas ha dato il via a una situazione completamente nuova, il mondo dovrebbe essergli grato per questo” o almeno dargliene atto.

Note
(1) Internet World Stats http://www.internetworldstats.com/stats.htm
(2) Simputer history http://www.simputer.org/simputer/history/
(3) Amida Simputer http://www.amidasimputer.com/simputer/
(4) Digital Divide Network http://www.digitaldividenetwork.org/
(5) Leahy, S., Laptops for Kids With No Power, Wired, 06/06/2005 http://www.wired.com/culture/lifestyle/news/2005/06/67667
(6) Bullis, K., A Hundred-Dollar Laptop for Hungry Minds, Technology Review, 28/09/2005http://www.technologyreview.com/computing/14793/?a=f
(7) Word Summit of Information Summit, http://www.itu.int/wsis/index.html
(8) Stoll, C., Confessioni di un eretico high-tech, Garzanti, 2001 http://erewhon.ticonuno.it/riv/rete/sesti/stoll.htm
(9) Demo of first One Laptop Per Child prototype http://www.youtube.com/watch?v=FqjpVfn1l2k&feature=related
(10) The OLPC XO “$100 Laptop” Is Now the $150 Dollar Laptophttp://www.olpcnews.com/prototypes/olpc/olpc_xo_100_dollar_laptop.html
(11) Nicholas Negroponte at NetEvents http://www.olpctalks.com/nicholas_negroponte/negroponte_netevents.html
(12) OLPC XO Goes to Africa, Part I
http://www.laptopmag.com/news/interviews/olpc-xo-goes-to-africa-part-ii.aspx
(13) One Laptop Per Child Versus Intel–Who Speaks for India and China?http://www.businessweek.com/innovate/NussbaumOnDesign/archives/2008/
01/one_laptop_per.html

(14) OLPC: the best designed notebook in the world http://blogs.zdnet.com/storage/?p=258
(15) Chan, W. K., Renée, M., Strategia oceano blu. Vincere senza competere, ETAS, 2005
(16) Annunziata, L.,Intel spiega Classmate – Punto Informatico, anno xiii n. 3141 mercoledi 14 gennaio 2009 http://punto-informatico.it/2523509/PI/Interviste/intel-spiega-classmate.aspx
(17) One to One computing Blueprint http://www.k12blueprint.com/k12/blueprint/index.php
(18) Wikipedia.it,Total Cost of Ownership http://it.wikipedia.org/wiki/Total_Cost_of_Ownership
(19). 1:1 Technologies/Computing in the Developing World – Challenging the Digital Divide by M. Hooker,http://www.gesci.org/index.php?option=com_content&task=view&id=35&Itemid=41
(20) Wikipedia.it, Muhammad_Yunus http://it.wikipedia.org/wiki/Muhammad_YunusSito ufficiale http://laptop.org
OLPC – TV – http://olpc.tv/
Blog ufficiale http://blog.laptop.org/
Wiki ufficiale http://wiki.laptop.org/go/The_OLPC_Wiki

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