Biblioteche scolastiche e banda larga

Nel libro “Un Millimetro più in la”, Marino Sinibaldi intervistato da Giorgio Zanchini, si definisce ultrademocratico e cita Rodari “tutti gli usi della parola a tutti”. Il libro mi e’ piaciuto molto ma questo e’ il passaggio che ho apprezzato di più:

“[.. ]bisogna in tutti i modi permettere l’accesso di tutti ai prodotti e ai consumi culturali. Combattere (anzi rimuovere come dice il bell’articolo 3 della Costituzione) tutti gli ostacoli, tutti i divides, vecchi e nuovi. Ti indico due strumenti che sembrano stellarmente lontani nella storia dell’umanità: banda larga e biblioteche scolastiche. Forse e’ superfluo dire perché tutti i ragazzi italiani dovrebbero essere aiutati ad accedere liberamente, velocemente,economicamente alla Rete (però non vedo in giro un grande impegno a realizzare questo semplice obiettivo). Ma quello delle biblioteche scolastiche è un tema colpevolmente sottovalutato, non si fa nulla per arricchirle, quelle che ci sono rischiano di scomparire. Quando arrivai al ginnasio mi spiegarono che c’era una biblioteca e che ogni studente poteva indicare due libri da comprare per arricchirla. [..] Arrivavi a scuola e ti chiedevano di scegliere due libri. Significava dichiarare a un ragazzo l’importanza del luogo e dei libri”.

 

Condivido con Sinibaldi,   il ricordo di due libri  della biblioteca scolastica (no a noi non era richiesto di suggerire i titoli) in particolare: uno era I persuasori occulti di Vance Packard e l’altro era Elementi di Semiologia di Roland Barthes.  La biblioteca era il luogo centrale della scuola: si tenevano le riunioni del consiglio di Istituto. Si faceva anche teatro, ad esempio La lezione di Ionesco, con la regia di Massimo Scaglione.

Il tema delle biblioteche scolastiche è molto caro anche a Gino Roncaglia, che come Sinibaldi non vede una contrapposizione fra l’online e l’offline.

Entrambi riconoscono che il modo di leggere e’ cambiato: Sinibaldi ne fa più una question antropologica  “le dimensioni del tempo e della concentrazione stanno completamente mutando”   e sull’attenzione cita il prologo del Faust, in cui l’Impresario lamentava le condizioni in cui la gente arrivava a teatro ” Uno che arriva spinto dalla noia/ un altro appesantito da un pranzo luculliano/ e non pochi, può esserci di peggio?/hanno letto da poco un quotidiano” … si perché la lettura del quotidiano era considerata un’esperienza che turbava la sensibilità  e la concentrazione, oggi sembra un atto impegnativo e apprezzabile. Roncaglia invece sostiene che siano necessari  interventi di promozione della lettura digitale, attraverso  un migliore design delle tecnologia di lettura , sostenendo l’interoperabilità delle piattaforme, con particolare riferimento agli ambiti scolastici e universitari per i contenuti di apprendimento ” e andrebbe affiancato da una specifica attenzione verso le capacità delle piattaforme prescelte di garantire la diversità e la pluralità dell’offerta e di favorire la produzione e la fruizione di forme di testualità complessa e articolata.”

Il tema della complessità torna in un altro intervento di Roncaglia, che la rivendica per l’architettura interna dei contenuti sul web,  per non arrendersi ad un “Internet che ci rende stupidi”, fatto di frammenti che si focalizzano esclusivamete sugli aspettti di “conversazione”. Roncaglia ritiene che biblioteche e bibliotecari debbano controbilanciare la tendenza alla frammentazione per riconquistare una capacità di aggregazione e organizzazione, anche attraverso i strumenti di “content curation”  come scoop.it, paper.li, storify che come sostiene Linda D Behen, possono dare un nuovo ruolo alle biblioteche scolastiche.

 

The original  photo  is by Monica Bargmann  – Library Mistress -licence https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0/ ThankS

 

Fiducia o autostima? in ogni caso roba da donne

Internazionale sul numero 1055 dedica l’articolo di copertina al tema fiducia delle donne, ma poi in realtà l’articolo parla di “fiducia in se’ stesse” cioè di  autostima e sicurezza/insicurezza.. scelte editoriali che hanno  fatto discutere sia per il tiitolo sia per l’immagine di copertina  -una donna in costume catwoman/batman, che si presenta in lacrime e quindi fragile.

L’articolo in questione è la  traduzione  ddi The Confidence Gap pubblicato su  Atlantic lo scorso aprile che descrive  la nascita  del libro “The Confidence Code” di Katty Kay e Claire Shipman. Le due autrici, affermate giornaliste, a partire dalla propria  insufficiente fiducia in loro  stesse hanno effettuato ricerche e interviste sul tema.

Secondo studi che riportano,  il fattore “sicurezza in se stessi ” èpiù determinante della competenza nel favorire la carriera: chi è convinto delle proprie capacità è più convincente. Le donne sottostimano le proprie competenze, non si candidano per le promozioni se non sono sicure di avere il 100% delle competenze necessarie (agli uomini basta pensare di avere il 60%). E qual è l’origine di tutto questo secondo le due autrici? Forse una questione di cervello e di ormoni, testosterone e estrogeno, ma non è certo perché gli stimoli ambientali possono modificare il cervello o piuttosto otrebbe essere una questione di educazione. “Fare le brave in classe” premia a scuola ma non nella vita, e cosi’ le ragazzine imparano a evitare i rischi e gli errori, alla ricerca del perfezionismo. E non fanno sport, che insegna a perdere.

Su Internazionale c’e’ anche la risposta di Jessica Valenti che dal  Guardian, ha dichiarato che la visione di The Confidence Code, ignora gli ostacoli istituzionali e che la questione non sta nella scarsa autostima delle donne.   La mancanza di fiducia  è il riflesso di una cultura che non dà alle donne alcuna ragione per sentirsi sicure di sé.

A entrambe risponde Luisa Muraro  rigettando la visione delle giornaliste che propongono un manuale sull’autostima e la visione della Valenti che rimanda a un deus ex machina che risolve la questione per conto delle donne, ovvero il “femminismo di stato”.  Tuttavia la Muraro riconosce alle giornaliste  il merito di mettere al centro le donne: la libertà nasce dalla propria iniziativa.  E contemporaneamente che la sfiducia femminile richiede un ripensamento del femminismo. La Muraro si spinge oltre dicendo che i segnali della rivoluzione femminista ci sono ma sono sempre meno leggibili, e parte proprio dalla scelta di Internazionale di usare la parola “fiducia”, che non va confusa con autostima e sicurezza e che non si costruisce dal confronto di una lei con un lui ma fra una lei e un’altra lei.

Confesso che a una prima lettura ho trovato l’articolo di Kay e Shipman convincente: e’ vero siamo molto brave a sottostimarci e non ci perdoniamo  fallimenti di cui tendiamo a farci interamente carico – mentre i successi sono sempre pura fortuna, e tentiamo sempre di trovare una via negoziale agli accordi. Molte mie amiche non hanno mai chiesto un aumento di stipendio, pur essendo consapevoli di svolgere ruoli per i quali i colleghi maschi sono più pagati. Personalmente ho chiesto quando ritenevo di lavorare meglio di colleghi uomini  e non ho sempre ottenuto, anzi tutt’altro. Ho fatto l’errore di riconoscere nell’articolo dei “pattern” ma   stabilire relazioni di causa effetto è un’altra cosa e nella discussione con mio marito, lui per primo mi ha fatto notare come non si possa addossare alle donne la causa di comportamenti  acquisiti da modelli culturali  di solida tradizione.

Se anche la  capitana di Facebook, Sheryl Sandberg, dice di sentirsi un’imbrogliona nel ruolo che ricopre,c’e’ qualcosa che non funziona: ma lei non può essere un modello per chi  non prende aerei privati per partecipare a riunioni con miliardari. Forse Muraro ha ragione quando dice che la fiducia delle donne si costruisce nel rapporto fra donne e nel riconoscimento reciproco e allora il problema è che non abbiamo ancora modelli convincenti  a cui rapportarci.  Del resto abbiamo il voto da poco meno di cinquant’anni, e anche l’anima l’abbiamo acquisita di recente…

 

 

 

Turin Jam Today: la game jam per serious game .. sul serio!

E’ stata davvero una bella esperienza organizzare la Turin Jam TOday che si è svolta dal 13 al 15 giugno 2014.

Le game jam sono maratone no stop di programmazione (come le hackaton) che hanno l’obiettivo di produrre risultati concreti come un’app o un videogame o un serious game.

La più famosa è la Global Game Jam: l’ultima edizione che si è svolta a gennaio 2014 ha coinvolto 23,198 jammers registrati in 488 località distribuite 72 Paesi e ha prodotto 4,290 progetti di gioco, una di quelle località era proprio Torino e l’evento è stato organizzato dalla T-Union, una associazione che riunisce aziende torinesi di videogioco.

Il mio coinvolgimento con il gioco è legato al tema dell’apprendimento e della didattica. Il primo esperimento risale al 1997, durante l’esperienza del Laboratorio Telematico di Collegno con il progetto di Didattica Collaborativa: l’obiettivo era imparare ad usare le tecnologie digitali per collaborare a distanza.

Molto dopo, nel 2012, l’idea dell’Italian Scratch Festival:   un concorso nazionale per sviluppare videogiochi utilizzano il linguaggio scratch, inventato al MIT per favorire l’espressività di bambini e ragazzi, e soprattutto un modo per insegnare informatica nel biennio delle superiori.

Poi all’inizio del 2014 il progetto JamToday – che prende il titolo da una citazione di Alice nel Paese delle Meraviglie

“The rule is, jam tomorrow and jam yesterday – but never jam today.” – Lewis Carroll

e il format  proprio dalla Global Game Jam: obiettivo del progetto è favorire l’adozione dei serious game nella didattica, attraverso la costruzione di un circuito europeo per la realizzazione di game jam  finalizzati alla realizzazione di serious game nella didattica.

Da febbraio si è  lavorato ad organizzare  la Turin Jam Today: il supporto di Marco Mazzaglia è stato senza dubbio decisivo, soprattutto perché lui aveva già organizzato la GGJ di Torino cosi’ come quello di Agnese Vellar di I3P che ha messo a disposizione la sede e il suo supporto nella promozione dell’evento.  Trovata la sede, è stata avviate  la fase di promozione e di ricerca di partner. e sono stati organizzati eventi di preparazione.  Come sempre ci sono cose che sono andate meglio del previsto e altre che invece non hanno funzionato, soprattutto in termini di visibilita’ ( sui siti di alcuni dei soggetti  direttamente coinvolti non c’era traccia dell’evento).  E’ un vero peccato inoltre che non ci sia sensibilità da parte di agenzie formative alla richiesta dei ragazzi che vorrebbero formarsi in questo settore: se da un lato si può comprendere che si tratta di piccoli numeri in termini occupazionali, dall’altra sembra tuttavia un’occasione sprecata.

Gli sforzi sono stati ampiamente ripagati dall’entusiasmo e dalla partecipazione dei 50 jammers che si sono cimentati con un tema veramente difficile da affrontare:  sviluppare un serious game che coinvolgesse insegnanti e allievi nell’acquisizione di competenze di programmazione (coding literacy).   I lavori sono cominciati con la costituzione dei gruppi attraverso lo speed grouping (ci si trova in gruppi che dopo 5-6 minuti, si sciolgono e si ricostituiscono in modo iterativo, portandosi sempre dietro un compagno), successivamente si passa alla fase creativa in cui si cerca l’idea che deve convincere tutti, poi alla fase realizzativa in cui si fanno i conti con le risorse disponibili e lo scarso tempo a disposizione, fino alla fase finale, in cui bisogna chiudere  e presentare il lavoro svolto, a cui segue la fase di valutazione e infine la premiazione, momento importante ma non cosi tanto, perché la parte più divertente è stato il tempo passato con gli altri.

Capisco perché  le hackaton stanno avendo una grande diffusione: la bellezza di lavorare con gli altri, di con-correre (nel senso di correre insieme) con persone che non si conoscono  e che hanno competenze complementari  per realizzare qualcosa che prima di tutto deve piacere a chi la realizza, vedere l’idea prendere forma in poco tempo,  che per forza di cose rimane un abbozzo e che magari continuerà in altre forme per altre vie…    un’esperienza che consiglio davvero a  tutti, anche a chi come me, l’ha vissuta da organizzatore:  ne vale davvero la pena.

 

 

Far fiorire la creatività

La differenza fra play e game in italiano non è immediatamente traducibile: detto malamente il game è un gioco con regole codificate, mentre il play è il gioco che si fa per svagarsi; in latino abbiamo  iocus e ludus, che un po’ si possono ricondurre a play e game, perché lo iocus era il divertimento,  mentre il ludus era gioco fisico, studiato; in greco paidià e agon/athlon, rimandano al gioco dei bambini e il secondo alla gara degli adulti (agonistico/atletico). Il ludi magister era i l maestro di scuola: solitamente uno schiavo greco che insegnava ai bambini romani i primi rudimenti del leggere, scrivere e far di conto. Crescendo si acquisiscono capacità di comunicare  e di fare:  attraverso la parola si comunica e attraverso l’appropriazione del gioco si attiva il pensiero, comunicando e facendo si  acquisisce la facoltà di riflettere e creare.

Un bell’articolo  di Peter Gray, tradotto e pubblicato da Internazionale nel dicembre 2013, con il titolo Lasciateli giocare, dice tra l’altro “Tutti i piccoli mammiferi giocano. Perché sprecano tempo e corrono rischi per giocare, quando potrebbero starsene tranquilli nella loro tana?”  Per rispondere a queste domande, lo psicologo ha intervistato antropologi:  i bambini di tutte le culture attraverso il gioco imitano gli adulti e si preparano al futuro.  Gray sostiene che i bambini di oggi non hanno più tempo per giocare ed è molto critico verso i test standardizzati: dichiara che le scuole asiatiche preparano studenti che hanno risultati migliori nei test, ma che sono poco creativi e motivati. La standardizzazione sta uccidendo la creatività:  infatti negli ultimi dieci anni i dati dei  Torrance tests of creative thinking (Ttct) sono in costante diminuizione, secondo Gray la “creatività non si insegna, si lascia fiorire”. Con il gioco di gruppo si acquisiscono abilità sociali: gioca solo chi ha voglia, bisogna negoziare bisogni e desideri di tutti, si impara a gestire la propria rabbia e paura.

La Lego, che di gioco se ne intende, lo sa bene e ha inventato un modo per favorire l’innovazione nelle aziende, utilizzando ca va sans dire, i suoi mattoncini (ma in realtà ormai ci sono pezzi di ogni tipo): si chiama Lego Serious Play e pare sia servito anche a loro per uscire dalla crisi.  Il metodo consiste nel trovare risposte a domande attraverso la costruzione, “lasciando che siano le mani a guidare” e con la convinzione che un oggetto  intorno al quale discutere, rende la discussione molto più “concreta”. La demo  a cura di OtherWise ospitata da Engim è stata molto convincente.

Come si fa a far fiorire la creatività?  Esistono sicuramente  sistemi e metodi (una lettura molto utile è  il blog “nuovo e utile“)  per allenarsi e il gioco sicuramente e’ uno di quelli.

“Non comprate un nuovo videogame: fatene uno. Non scaricate l’ultima app: disegnatela. Non usate semplicemente il vostro telefono: programmatelo”. Così, in un recente discorso, il Presidente Barack Obama si è rivolto agli studenti americani per stimolarli a imparare un nuovo linguaggio, quello della programmazione – il cosiddetto “coding” –, sostenendo la campagna “Hour of Code ”, lanciata da Code.org per la diffusione delle scienze informatiche. ”  Così Luca Indemini apre il suo articolo su LaStampa  in cui esplora il mondo della programmazione nella scuola italiana, veicolato attraverso il gioco.

Italian Scratch Festival da tre anni,  promuove l’insegnamento dell’informatica attraverso la progettazione di un videgioco. Anche quest’anno abbiamo visto ragazzi di prima e seconda superiore, che hanno ideato e realizzato in un periodo che va da uno a tre mesi, in totale autonomia, videogiochi più o meno complessi, lavorando sulla grafica, sulla musica e sulla meccanica del gioco. Ma all’Italian Scratch Festival hanno partecipato anche i ragazzi che con i minipc (come arduino, raspberrypi) hanno inventato oggetti come macchine fotografiche e c’era pure chi si è costruito da solo la stampante 3D. ISF Maker

La Turin Maker Faire è stata un’altra bella occasione di vedere creatività all’opera, grazie alle stampanti 3D, o attraversso luci e parti i movimento  bambini che non sanno ancora leggere imparano a programmare.   L’alfabetizzazione di domani sarà la capacità di controllare come gli oggetti interagiscono fra di loro e con noi  e solo attraverso tecnologie open questo saraà  patrimonio di tutti per evitare che l’Internet delle cose, diventi un incubo  secondo Massimo Banzi e Bruce Sterling  Banzi Sterling Turin Maker FAire

L’Università di Ferrara ha scelto un bel titolp Torino capitale dell’apprendimento ludico :  JamToday porta  a Torino la prima maratona di sviluppo di giochi per imparare. Un percorso iniziato da due anni con il progetto Boogames, perché i videogiochi possono essere anche un’opportunità di sviluppo.

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Turin Jam Today è un esperimento per sviluppare in 48 ore un serious game che serva a sviluppare competenze ICT: una cosa veramente da matti, un ingrediente fondamentale per il gioco.

 

 

 

Festa dell’inquietudine

Ogni fuga si coniuga con l’inquietudine, di essa è causa o conseguenza in negativo e in positivo” così il Direttore Culturale della Festa e Past  President del Circolo degli Inquieti di Savona, Elio Ferraris, presenta il tema conduttore dell’edizione 2014 della Festa dell’Inquietudine, che è appunto Inquietudine e Fuga. La Festa dal 1996 premia ogni l’Inquieto dell’anno e organizza eventi e conferenze contestualmente.

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Inquietudine è conoscenza e crescita culturale e sentimentale, Inquietudine non caratterizza solo chi vive stati d’angoscia o d’ansia Inquietudine avvolge e e pervade chi ama, chi è tormentato dalla creatività artistica, chi ha desiderio di conoscenza, chi è pervaso dal dubbio, chi e’ affascinato dal mistero, chi è sedotto dalla vita, chi partecipa ai drammi dell’umanità contemporanea e, ancor più, chi ne è afflitto direttamente”

Sono stata invitata alla conferenza dal tema “Fuga dalla scuola” da Claudio Casati con cui attraverso questo blog, abbiamo iniziato un dialogo sui Mooc, perché l’anno scorso il liceo Issel di Finale  li aveva sperimentato a scuola.

fugadallascuola

La mattina è iniziata con il provocatorio intervento di Claudio Casati, che ha evidenziato come oggi la giovinezza duri molto più a lungo rispetto alle generazioni precedenti ma che al contempo i giovani siano identificati come  bamboccioni, fancazzisti, inoccupabili e via insultando dai politici italiani, come se non fosse loro la responsabilità dello stato delle cose.

bamboccioni

La mancanza di  strumenti di orientamento  è un’aggravante che non permette ai ragazzi di progettare il loro futuro: nella regione del Baden Wutterberg e della Baviera, dove si adotta il sistema duale (ovvero i ragazzi lavorano gia’ mentre vanno a scuola e sono pagati) la disoccupazione giovanile è sotto il 3%.

Il mio intervento doveva spiegare l’importanza dell’educazione non formale e informale, dal titolo “la formazione del xxi secolo” . La presentazione e’  divisa in tre parti: il contesto in cui viviamo, ovvero l’era digitale, il sistema educativo attuale riferimento all’Italia, e come la scuola stia cercando di adattarsi per rispondere alle caratteristiche dell’era digitale. In particolare ho individuato  quattro temi dell”era digitale, comuni all’educazione che verrà che ho sintetizzato con:

  • personale
  • sociale
  • flessibile
  • good enough

Si tratta di caratteristiche mutuate dal mondo digitale ma che già hanno un’applicazione ai sistemi educativi di alcuni Paesi ,   grazie all’adozione di strumenti e piattaforme tecnologiche oltre che  di  modelli organizzativi innovativi.  La mia presentazione è reperibile qui Dopo ogni intervento un portavoce degli studenti poneva una serie di domande, devo dire piuttosto impegnative: a me sono toccate domande sul  ruolo e la formazione degli insegnanti e su cosa sia davvero importante imparare a scuola.

Dopo di me è stata la volta di Alessandro Berta, direttore dell’Unione Industriale di Savona  e di Massimiliano Vaira, sociologo dell’Universita’ di Pavia, le loro posizioni erano molto distanti: da un lato infatti si lamentava l’enorme distanza dell’educazione superiore al mondo del lavoro,  una certa mistificazione sul tema della fuga dei cervelli, e la difficoltà di dare ai ragazzi la possibilità di fare esperienze lavorative, dall’altro si è smontato il mito di un sistema educativo che non prepara al futuro e su come tagli impietosi, mancanza di investimenti  e politiche contraddittorie abbiano messo a dura prova il sistema educativo e trasformando l’Italia in “un Paese in via di sottosviluppo”.

 

Berta

 

 

Vaira

In alcuni momenti mi è sembrato di risentire , cose simili  a quelle dette dall’Unione Industriale a Torino in occasione del convegno ALLEANZE FORMATIVE TRA SCUOLE, IMPRESE E ISTITUZIONI organizzato da USR Piemonte al Salone del Libro.  Siamo penalizzati da un sistema che non facilita le esperienze lavorative dei ragazzi prima della fine degli studi, abbiamo un percorso scolastico lungo,  le recenti riforme dell’Università continuano a penalizzare la didattica, la riforma Fornero ha ingessato il ricambio generazionale sul lavoro:  insomma per ora non si vedono grandi spiragli, almeno per quanto riguarda politiche di rilancio dell’educazione.

E’ stato davvero interessante partecipare al convegno e alla festa, e soprattutto  sono molto orgogliosa della mia nuova tessera di Socio onorario del Circolo degli Inquieti.

 

Wister: Learning meeting a Torino

http://www.shebrand.com/what-are-people-saying-about-you/
http://www.shebrand.com/what-are-people-saying-about-you/

Le Wister (Women for Intelligent and  Smart Territories) sono un rete “informale” di circa 400 donne sparse in tutta Italia, che Flavia Marzano,  presidente del’Associazione STati Generali dell’Innovazione,  ha tessuto a partire da una mailing list, poi arricchita da un blog e da pagine social.  Dopo aver realizzato un paio di ebook collaborativi, a partire anche da esigenze interne al gruppo, sono stati organizzati alcuni incontri per approfondire competenze sull’uso del web e dei social. Come scrive Alessia di Giovanni su Il Fatto quotidiano:  Dopo Roma, Todi, Grosseto, Perugia, Napoli, Venezia, arrivano a Torino il 14 e 15 marzo un incontro incentrato su “opportunità, trappole e seduzioni della rete” 

L’idea di  un learning meeting anche a  Torino, è nata a ottobre 2013,  in occasione dell’Ada Lovelace Day, promosso da Elia Bellussi, presidente del MuPin – Museo dell’informatica Piemontese, dall’incontro fra Fosca Nomis, Flavia Marzano  e altre che hanno collaborato all’organizzazione dell’evento, tra cui  Mariella Berra che ha reso possibile svolgere l’incontro presso l’Universita’ di Torino.

Il programma delle due giornate era incentrato sul tema del lavoro:  su quali strumenti “tradizionali” da utilizzare in modo più innovativo, sul buon uso di diversi social network, sulle aree di lavoro che con lo sviluppo dell’ICT sono in crescita, e sugli strumenti che facilitano l’organizzazione e la flessibilità del lavoro.

La cronaca dell’evento è ricostruibile dallo Storify a cura di Sonia Montegiove e le slide saranno reperibili qui http://www.slideshare.net/Wister_SGI.

Nella mattina di sabato, dopo il mio intervento (qui le slide) su come l’uso dei social cambia il modo di cercare e offrire lavoro, è intervenuta Emma Pietrafesa con un’ottima presentazione sulla presenza femminile nel mercato delle ICT  e – a distanza- Sonia Montegiove su come presentarsi al meglio in rete.

Le imprenditori-donne (non amano la parola imprenditrici) presenti hanno poi raccontato le loro esperienze nelle loro  micro, piccole e medie imprese. Monica Pisciella di Wineup è partita da una passione e poi ci ha costruito una carriera, promuovendo una comunicazione innovativa in contesti paludati (Monica Pisciella di Wineup). Elisa Minchiante di Lunethica,    prima di terminare gli studi ha pensato a come progettare la propria carriera, ha lavorato con attenzione alla propria presenza online e ha capito che era importante differenziarsi, avere un qualcosa che colpisse nel proprio profilo e grazie ad un progetto di mentoring ha trovato un lavoro. Tiziana Allegra di Mtm Tech, ci ha raccontato che sceglie i futuri collaboratori grazie alle segnalazioni dei professori del Politecnico, e alle tesi. Cosima Fiaschi, Socia di Exemplar ha descritto invece la difficoltà di trovare giovani preparati – perché l’Università non forma alle esigenze aziendali – ma soprattutto a trattenerli in azienda, dove che sono stati formati. Silvana Candeloro, Amministratore Delegato Aizoon ha confermato che il rapporto con gli atenei è cruciale nella scelta dei nuovi assunti e ha contestato il fatto che i selezionatori utilizzino i social media  per trovare informazioni sui candidati, sia perché molti selezionatori non sono in grado di utilizzare questi strumenti, sia perché non è etico frugare nelle vite personali.  Un approccio decisamente interessante che speriamo davvero di avere l’opportunità  di approfondire in ulteriori confronti.

Ottomarzo senza di te

Caterina Cara Caterina

ti scrivo perché dopodomani  è l’ottomarzo. Quest’anno che si fa?

Ci hai lasciato in balia di noi stesse e noi non ci siamo organizzate. Ci hai raccomandato le donne che coltivano giardini in Niger e ci hai chiesto di volerci bene..  ma ci manchi, mi manchi Caterina.

Cyberbullismo, internet e norme sociali

17Come si può definire il cyber-bullismo? che differenza c’è con il bullismo? Quali sono le responsabilità delle famiglie? quali sono le ripercussioni psicologiche per chi subisce attacchi di cyberbullismo?

Questi alcuni dei quesiti dibattuti nella tavola rotonda organizzata da Elsa Italia e Centro Studi di Informatica Giudirica di Ivrea-Torino  il 5 marzo all’Università di Torino, intorno presentazione del libro di Mauro Ozenda  e Laura Bissolotti – Sicuri in Rete – Hoepli, 2o11.

Il volume, una buona guida per famiglie e insegnanti, frutto di anni di esperienza degli autori di corsi rivolti alle scuole e alle famiglie, affronta con un linguaggio semplice e un approccio positivo gli aspetti più o meno problematici dell’uso della rete da parte dei minori:i virus, videogiohi, pornografia, motori di ricerca sicuri, chat, privacy e proprietà intellettuale sono alcuni dei temi trattati sempre con competenza e precisione.

L’incontro aveva anche l’obiettivo di presentare il lavoro fatto da Centro Studi di informatica Giuridica di Ivrea-Torino (Cisg) in riferimento alla consultazione pubblica lanciata dal MISE sul cyberbullismo. Difficile sintetizzare tre ore di dibattito multidisciplinare: di seguito solo alcuni appunti.

L’Avv. Monica Senor (@masenor) partendo dal concetto che il minore ha diritto di accesso ad internet ma ha anche il diritto di essere protetto, ha sottolineato che esistono già nella legislazione strumenti efficaci per contrastare l’esposizione a contenuti illeciti, quali  la pedopornografia, mentre non è stata ancora adottata dall’Italia la direttiva contro il grooming (adescamento). Nello specifico del cyberbullismo, c’è confusione e  mistificazione, vedi il comunicato di SavetheChildren che lo definiva erroneamente come la maggiore preoccupaizone dei giovani, confondendolo con il bullismo  (ecco l’articolo che spiega l’errore). La mancanza di definizione di cyberbullismo non permette di delimitare il campo di cui si discute: secondo it’s complicate di danah boyd, il bullismo è un’aggressione fisica o psicologica, ripetuta nel tempo, con uno squilibrio di forze ma non c’e’ una specificità di “cyberbullismo” che viene definito dalla boyd “drama”, come un generico “hate speech”.  – Il suo articolo descrive molto meglio quanto fin qui ho tentato di riassumere.

Il codice penale con l’articolo 612 bis  prevede la tutela per chi è oggetto di atti persecutori (stalking), che sembrano coprire anche i casi di bullismo e cyberbullismo: “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita.”

Anche il dott. Alberto Rossetti, psicologo, non vede una separazione fra bullismo e cyberbullismo, infatti esiste una continuità fra identità analogica e digitale, con confini sfumati. Qui le sue riflessioni in merito.

Dal punto di vista del codice civile, l’Avv. Maria Grazia D’Amico (Csig Ivrea-Torino)  ha ricordato che non ci sono limiti di età per i danni civili: sono infatti due gli articoli di riferimento (2046 e 2048)  relativamente alla responsabilità del danno per illeciti commessi da minori. Nella nostra legislazioni i genitori hanno la presunzione di colpa e sta a loro dimostrare di aver correttamente educato i figli alla convivenza civile.

Dopo la famiglia, la scuola avrebbe il compito di educare ma oggi non c’è  ancora in Italia uno specifico impegno da parte del ministero dell’istruzione a investire nella costruzione di una cittadinanza digitale: l’azione europea Better internet for children, prevedeva entro il 2013 che tutti gli stati membri adottassero misure per introdurre nelle scuole l’insegnamento dell’uso sicuro di Internet.

Il prof Durante ha ritenuto poco utile la concezione strumentale delle tecnologie per affrontare il dibattito: dire che la rete è uno strumento e come tale non può essere né buono né cattivo, non ci aiuta. Di fatto siamo immersi in un contesto dove la dicotomia reale/virtuale non ha più senso: non basta spegnere la televisione per non essere immersi nella cultura televisiva. Interessante la riflessione sul tema web 2.0 come “condivisione”:  questo porta anche a condividere rapporti negativi, come appunto gli hate speech.

Il contributo del prof. Pagallo ha sottolineato come  sia in corso una rivoluzione e di come ne sia appena iniziata un’altra con i dispositivi mobili: alcuni Paesi come il Giappone hanno introdotto nelle scuole da 15 anni il tema della computer ethics, proprio per sostenere le persone nell’affrontare nuove situazioni. Pagallo  ha sollevato la questione sul fatto che il bullismo sia un fenomeno locale.  In particolare  questo punto, mi pare davvero discriminante: il cyberbullismo si sviluppa sempre come una prosecuzione di atti di bullismo che avvengono in classe, in palestra o in parrocchia, fra ragazzi e persone che si conoscono e si frequentano. Non esiste il cyberbullismo fra sconosciuti altrimenti si parla di hate speech,

La tavola si è conclusa con numerose riflessioni e contributi dal pubblico, che hanno evidenziato ulteriormente la difficoltà per gli adulti di avere un ruolo di guida e di esempio nell’uso sano e consapevole delle tecnologie da un lato e dall’altro dalla sempre più diffusa incapacità degli adulti, di porre dei limiti: la fase che stiamo vivendo richiede nuove norme, ma più che di articoli di legge, abbiamo bisogno di adeguare le norme sociali.

Forse non a caso  in Carnage  di Polanski (adattamento del testo “Il dio del massacro”)che racconta il rapporto fra le famiglie a seguito di un episodio di bullismo i ragazzi non si vedono mai.

Un particolare ringraziamento all’Avv. Mauro Alovisio per l’invito e per aver organizzato un panel davvero completo per la diversità e la complementarietà dei punti di vista.

Il tablet fa la differenza?

Don Alberto Zanini è un prete salesiano che insegna all’Istituto Agnelli ed è  responsabile didattico  del progetto Juventus College, un Liceo Scientifico particolare, disegnato per permettere ai ragazzi di poter continuare a studiare mentre si allenano e coltivano il loro talento sportivo. Ci siamo incontrati a settembre 2013: i ragazzi del Liceo Juventus hanno a disposizione tecnologie avanzate ma non è sempre facile coinvolgerli, vista l’eccezionalità dell’esperienza che vivono. La scommessa sta proprio nel capire se  le tecnologie, possono  dare una marcia in più all’apprendimento. Don Alberto è una persona che approfondisce e ricerca: ha attraversato l’Italia per conoscere  le esperienze più avanzate e mi ha posto più volte  la domanda: ma in Piemonte cosa si fa?

Così gli ho raccontato di Dschola e del progetto Scuola digitale in Piemonte, che è stata esperienza d’avanguardia. dato che nel 2010 sono state allestite 28 classi con un netbook per ogni studente ovvero 700 netbook distribuiti e configurati, con assistenza e formazione. Il grande progetto del ministro Profumo per finanziare Classi 2.0 e Scuola 2.0, dopo bandi e graduatorie è stato congelato dalla ministra Carrozza ad oggi non si  sa se i finanziamenti arriveranno mai.  Per le  scuole italiane, esclusa la Lombardia dove  si stanno investendo 15 milioni nel processo della scuola digitale, non  è previsto alcun piano di rilancio. Due mini bandi in chiusura d’anno 2013 del MIUR hanno promesso qualche ridottissimo finanziamento in  infrastrutture e in competenze per gli insegnanti. Il bando sulle competenze prevedeva un investimento di circa 600 mila euro per tutta l’Italia e sono 665 mila i docenti in organico di diritto.

Mentre altrove si susseguono convegni su tablet school 1 e 2, si sperimentano nuovi modelli di editoria scolastica, si lavora sulla statistica e sugli opendata, si sperimentano fablab nella scuola, in questo Piemonte dormiente, Don Alberto ha organizzato per il 21 febbraio al Teatro Agnelli un seminario per raccontare cosa si fa qui con i (pochi) tablet a scuola.

La mattina è iniziata con tre giovanissimi talenti: una concertista d’arpa, un pilota di rally automobilistici e un giovane calciatore dello Juventus college che dichiarano le difficoltà a conciliare studio e attività artistica/agonistica: per loro le tecnologie che rendono possibile una scuola flessibile negli tempi e negli spazi sono fondamentali.

A seguire con ritmo serrato le esperienze di tre classi. Una media che utilizza la soluzione della Samsung school: è prevista la dimostrazione pratica dell’uso di Geogebra, i ragazzi sono bravissimi ma la rete collassa ripetutamente (la modalità di accesso contemporaneo di tutti i tablet richiede una rete molto ben carrozzata); si passa alla seconda scuola – l’Istituto Immacolata di Pinerolo che ha sperimentato il tablet nelle lezioni di storia e filosofia: hanno usato notability  per prendere appunti e fanno la presentazione con videoscribe, ma la parte più coinvolgente è  stata l’idea di organizzare un vero banchetto in stile antica Roma; infine i ragazzi del Liceo Giusti di Torino presentano “Un anno con Virgilio” ebook reperibile su iTunes, realizzato  con il supporto della Prof Francesca Salvadori  (scuolalvento)  utilizzando ibook author. Segue qualche riflessione dei ragazzi che sanno di essere privilegiati perché dispongono di  queste tecnologie (sono tutte scuole paritarie quelle intervenute)  ma pur abilitando maggiori possibilità espressive non le considerano sostitutive di libri e quaderni.

Si va verso la chiusura della mattina con Dario Zucchini, che sottolinea l’importanza di una buona infrastruttura di rete, che permetta ai ragazzi di utilizzare i propri dispositivi, orientando le famiglie a comprare smartphone con schermi grandi, quelli che lui chiama “teletablet”e suggerisce che gli insegnanti adottino anche le “app” oltre che i libri di testo, tenendo anche conto che gli smartphone hanno sensori che sono strumenti di misurazione utili per la didattica.   La mia presentazione è un po’ provocatoria, parlo di scuole virtuali, flessibili e senza insegnanti, di fablab a scuola e di scuole senza orari e senza classi, di scuole che sono un gioco. Avrei voluto raccontare l’episodio della ballerina che andava male a scuola citato nel famoso video di Ken Robinson(Come la scuola uccide la creatività) per collegarmi idealmente all’inizio della mattinata ma il tempo corre veloce, per chi fosse curioso le mie slide

Ci si divide in gruppi per discutere: io sono nel gruppo didattica, con una quarantina fra docenti e insegnanti. Si parla di didattica per competenze  e di valutazione autentica, le cose interessanti che fanno i ragazzi non servono per superare la licenza media o l’esame di maturità, e ci si dimostra anche poco coerenti ai loro occhi. C’è una forte esigenza di approfondire, di avere  riferimenti per formarsi. Don Alberto chiude i lavori dicendo “Mi pare che ci sia stato un buon clima” e chi c’era può confermare.

Per continuare il discorso segnalo i seminari Geek DSchola: il primo su tablet e app per la didattica sarà il 14 marzo alle 14.30 all’ITI Majorana di Grugliasco

Sempre connessi, sempre esposti, sempre da soli?

In occasione del Safer Internet Day 2014,  l’IIS Maxwell di Nichelino ha organizzato “Connettiti con rispetto” una serie di incontri  con l’obiettivo di sensibilizzare i ragazzi e le famiglie sul tema della sicurezza online.

Con i ragazzi è stato semplice affrontare il tema: con un minimo di coinvolgimento sono stati molto reattivi e mi hanno dato l’occasione per fare un piccolo mini sondaggio: tutti avevano uno smartphone e un profilo facebook,  hanno dichiarato di saper gestire la configurazione delle privacy mentre  secondo loro i genitori non lo sapevano fare, molti avevano un profilo su ask.fm mentre nessuno conosceva snapchat, sembravano molto consapevoli sul tema facebook è gratis perché lucra sui nostri dati. Come mi aspettavo, con loro non serve  affrontare il tema sul piano tecnico: molte cose non le sanno ma non sono interessati ad approfondire: un po’ come se ad un incontro su come difendersi dalle molestie telefoniche ci spiegassero la commutazione di circuito o di pacchetto.

I genitori che hanno trovato il  tempo di partecipare erano  suddivisi fra  spaventati e molto spaventati. Mi è sembrato che meno si conosce il web e più si è preoccupati di non cogliere i pericoli potenziali (ma un estraneo può entrare nella chat fra mio figlio e un amico?) mentre quelli un po’ più competenti,  considerano i social media come una perdita di tempo (odio facebook e non ho un profilo).  Anche con i genitori, il tema non è tanto quello della competenza tecnologica – che se c’è facilita molte cose perché quello che non si conosce fa sempre più paura – ma -di nuovo- quello del dialogo e della presenza: discutere di quello che capita sui social o con lo smartphone è un primo passo per parlarsi. Un consiglio? stabilire dei confini e delle regole, aiuta sopratutto con i bambini più piccoli..

Le  slide che ho preparato per i ragazzi sono qui e per i genitori sono qui.

Attraverso i corsi organizzati con AssoSecurity e il progetto Safetykids@school,  si voleva sensibilizzare gli insegnanti su questi temi per arrivare alla definizione di un curriculum di online safety come avviene in molti paesi europei, previa la formazione e la partecipazione ad una community. Le dichiarazioni dell’ex ministra Carrozza sul tema della formazione specifica alla rete, in occasione della giornata della protezione dati, mi hanno lasciato molto perplessa: la motivazione fondamentale è stata che non c’erano soldi. Le cose non sembrano migliorare con la nuova ministra. Eppure ci sono chiare indicazioni da parte dell‘Europa sulla necessità di aumentare queste competenze e di lavorare per una internet migliore per tutti.

danah boyd “it’s complicated: un lavoro di ricerca durato dieci anni, con interviste ai ragazzi che nell’introduzione dichiara che i ragazzi attraverso la rete fanno il loro debutto in società e interagiscono con i loro network publics cercando di costruirsi una loro identità, nel processo classico che fa di un adolescente un adulto. Il libro sembra promettere molto bene, perché si colloca nel solco di un’altra grande ricercatrice che è la prof Sonia Livingstone, che da anni attraverso il mega progettoEuKids Online, monitora l’uso della rete da parte di ragazzi, per cercare di contrastare il  dilagante “moral panic”.

Un po’ diverso il tono del libro di Sherry Turkle, che con il suo “Alone together” (Insieme ma soli in ita)  qualche anno fa, parlava della disumanizzazione dovuta al fatto che i ragazzi non sarebbero in grado di capire la differenza fra rapportarsi fra un umano e un robot: tesi in qualche modo ripresa anche nel documentario “In real life” di Beeba Kidron, dove affrontare varie situazioni limite, tra cui  ragazzi assuefatti dalla pornografia  che non sarebbero più in grado di avere relazioni sentimentali normali.  Non sarà un caso che siano tutte donne le ricercatrici  più famose che si occupano di questi temi.

Purtroppo casi drammatici e situazioni limite esistono e non vanno ignorate, ma non si può demonizzare la rete.

Nessuno si focalizza sull’uso del telefono e della radio nelle finte telefonate della Zanzara  (vedi il caso di Onida sulla commissione dei saggi voluta da Napolitano oppure la denuncia di Barca su DeBenedetti che suggerisce i ministri a Renzi), e nessuno propone leggi per regolamentare le dirette telefoniche in radio…

Prossimo appuntamento il 5 marzo presso Università di Torino, per parlare di Cyberbullismo, Internet e nativi digitali con Mauro Ozenda, autore del libro “Sicuri in rete“.