La sfiducia analogica che ci rende curiosi

Rileggo l’articolo di Ilvo Diamanti su Repubblica di oggi (13 gennaio 2014) dal titolo “La sfiducia digitale che ci rende infelici”  e ogni volta mi sembra un po’ peggio.

L’articolo ha attirato la mia attenzione perché fra le varie citazioni, c’era anche quella  “Cittadini digitali”, ultima fatica di Rosanna De Rosa, studiosa di comunicazione politica con una lunga storia di frequentazione della rete e di democrazia online (nel 2000 pubblicò per Apogeo “Fare Politica in Internet”).

Il concetto di fondo dell’articolo è una evidente forzatura nella correlazione fra partecipazione online e sfiducia nel prossimo, basandosi sui dati  dal rapporto “Gli Italiani e lo Stato”, di cui ho trovato una sintesi qui ma non il testo completo su http://www.agcom.it.

Tra l’altro gli stessi dati erano già  stati commentati in modo più asettico dallo stesso giornalista il 30 dicembre in quest’articolo “Gli italiani: meno tasse, basta partiti – E l’Europa non piace più –  Sì all’elezione diretta del Capo dello Stato”  in quel caso, la questione della partecipazione online era vista come fattore positivo, come antidoto alla sfiducia nelle istituzioni. Cosa sarà capitato in queste due settimane?

Nell’articolo ci sono cose varie tra cui, l’idea che la Rete favorisce la partecipazione anti-politica, grazie alla dis-intermediazione, ovvero bypassa la mediazione, diventando un “medium” antitetico agli altri media.. Affermazioni che hanno suscitato un po’ di sconcerto e una serie di domande rivolte da Vittorio Zambardino (pioniere della versione online di Repubblica) a Diamanti e al direttore di Repubblica, pubblicate su Wired.it 

La Rete mi ha abituato ad essere molto più critica verso gli “old media” ..persino Piero Angela lo guardo con occhi diversi (la puntata natalizia di SuperQuark sul cervello aveva ben poco di scientifico).

Ma torniamo a Repubblica.. e al medium tradizionale, visto che oggi disponevo di copia cartacea. A casa, sfogliando il giornale lo sguardo  cade sull’inchiesta allarmistica di turno intitolata “Se la crisi dvuota le culle” sul tracollo demografico dell’Europa, in cui si prevede un incremento degli abitanti della Nigeria (!) e della Cina mentre  in Italia non si fanno figli. Il tutto correlato da immagini e da un grafico, che attira la nostra attenzione:

Repubblica_originale

Se si confrontano i numeri con la rappresentazione grafica si nota una certa dissonanza, perché la lunghezza delle barre non è consistente rispetto ai valori, così come non sembra corretto indicare percentuali di valori che non sono quelli delle barre.

Ecco i due grafici corretti: Repubblica_dati

Evidentemente per rafforzare il titolo, serviva far sembrare graficamente più “corposo” il numero dei “Nati stranieri” rispetto a “Nati italiani”.

So benissimo che ci sono casi molto più eclatanti di cattivo giornalismo e questo è davvero cercare il pelo nell’uovo ma davvero basta con questa storia della Rete cattiva, che alimenta i peggiori sentimenti versus Media tradizionali buoni perché mediati

Preferisco un approccio come quello citato in questo articolo di Global Voices Online, “No”, the Brilliant and Optimistic Campaign that Boosted a Revolution, che sostiene che dobbiamo raccontare e documentare  drammi e tragedie ma con un complemento di speranza e approccio positivo, per realizzare quel cambiamento che stiamo cercando. [Anche per questo post, grazie a Bruno]

Amazon vs Gruppo Trasporti Torinesi: e-commerce sabaudo

Amazon e’ una multinazionale basata negli Stati Uniti: fa sempre notizia, l’ultima e’ che vogliono sperimentare le consegne con i Droni. Da tempo si parla di condizioni di lavoro non proprio ottimali ,addirittura di sorveglianti neonazisti.

Gruppo Trasporti Torinesi è l’azienda che gestisce i mezzi pubblici a Torino: dopo un anno in cui la giunta comunale  ha discusso la vendita per ripianare problemi di bilancio che porterebbero la città fuori da dal patto di stabilita’, si sta procedendo con la vendita della quota di minoranza (49%)

Per Amazon sono un cliente,  per GTT un utente, che non può scegliere di comprare da un altro. Amazon mi offre un servizio eccellente, trovo tutto quello che mi serve a prezzi imbattibili e tutto funziona perfettamente. Ho acquistato varie volte, anche prima che Amazon aprisse in Italia. Nell’ultimo ordine oltre a varie cose c’era un macinacaffe’ – sottomarca offerto da un partner. Il macinino e’ arrivato danneggiato per una botta ha preso durante la consegna: ho segnalato, mandato foto dell’oggetto danneggiato. Ho protestato visto che in una settimana la cosa non si era ancora risolta: in dieci giorni mi  è arrivato un nuovo macinacaffe’ e il rimborso (c’e’ una garanzia totale sui partner) di 13, 5o euro.

GTT ha lanciato il suo servizio di tessere ricaricabili: per avere un abbonamento annuale ora bisogna dotarsi della nuova BIP card. Per averla è necessario mandare online la scansione della carta di identita’ e una fototessera (bisogna essere un po’ bravini con photoshop per fare una fototessera decente che rispetti il numero di kbyte a disposizione). Una volta fatta la domanda ti promettono che ci vorrano non piu’ di 4 settimane per ricevere a casa la tessera. QUATTRO SETTIMANE per inviare una tessera di plastica nella stessa citta’. CE NE HANNO MESSE OTTO; la richiesta partita il 26 settembre, ha prodotto l’emissione della tessera il 4 novembre e la spedizione l’11, la consegna il 21.  Dopo averla ricevuta ho fatto il caricamento del costo dell’abbonamento 310 euro anticipati per un anno utilizzando il sito di ecommerce della GTT, anche li non proprio immediato. La procedura va apparentemente a buon fine ma l’abbonamento partira’ il 1 dicembre. Putrroppo la tessera utilizzata per la prima volta oggi (4 dicembre) risulta illeggibile. Chiamando il numero verde stampato sulla tessera mi ricordo che avevo gia’ fatto quell’errore; e’ lo stesso numero sul sito BIP Piemonte, ma non serve a nulla quello e’ il numero verde regionale a cui potete chiedere informazioni sulla sanita, sui buoni scuola ma non sulle tessera che avete in mano, Il numero giusto e’ un altro, e dopo l’attesa di rito l’operatore mi dice senza troppa gentilezza che devo andare presso uno dei loro uffici a farmi sostituire la tessera probabilmente danneggiata.

L’ufficio GTT  – bonta’ loro e’ aperto in pausa pranzo  – si trova alla stazione ferroviaria (ma non c’e’ nessun cartello che lo indica),  dove l’operatore poco gentile  mi chiede come prima cosa  la ricevuta del pagamento effettuato, cerco la mail sullo smartphone, e quando gliela mostro non la guarda perché in realtà può vederla dal suo monitor.

Mi dileggiano un po’ dicendo che sono stata carina ad andarli a trovare ma non c’era bisogno visto che avevo fatto tutto correttamente online. Tuttavia sulla tessera i soldi non ci sono. Finalmente provvedono a caricare i soldi sulla tessera.

79 giorni per avere un abbonamento ai mezzi pubblici e solo alla fine recandomi di persona negli uffici.

Una storiella stupida, ma è dura stare dalla parte di buoni….

All digital: la debacle delle scuole di Los Angeles

Il progetto del distretto di Los Angeles (1124scuole) di dotare tutti i 640 mila studenti di iPad e’ stato temporaneamente sospeso  (iPad initiative on hold). L’investimento per risollevare i risultati un po’ scadenti degli studenti californiani e’ di 1 miliardo di dollari, a cui si sommano 373 milioni di dollari per infrastrutture wifi. Si tratta del programma  piu’ vasto negli Stati Uniti per la dotazioni digitali per gli studenti. La fase pilota del progetto prevedeva un investimento di 50 milioni di dollari per l’acquisto di 31 mila iPad di cui 25.000 iPad sono già stati distribuiti. I primi problemi si sono verificati già nella prima settimana:  gli studenti hanno  bypassato i blocchi per accedere ai social network per cui è stato vietato agli studenti di portare a casa gli iPad (ovviamente gli studenti hanno già dichiarato che troveranno nuovamente il modo di superare i controlli). Problemi anche sul lato dei costi che sono stati sottostimati: si parla di stime che andrebbero triplicate, t servirebbero almeno 152 formatori per insegnare la gestione dei tablet a scuola e gli eventuali problemi connessi, e si è stimato un costo annuo di manutenzione pari a 20 milioni di dollari, a cui si sommerebbero altri 600.000 dollari per migliorare la gestione della sicurezza. I nodi sembrano venire al pettine: le reti wifi non funzionano e anche i contenuti didattici forniti da Pearson e inclusi nella fornitura Apple non sono completi, anche se in ogni caso la fornitura scadrà ai tre anni. Nel comitato che gestisce l’operazione qualcuno ha messo in discussione la scelta degli iPad proponendo l’acquisto di più economici  e versatili notebok e il sovrintendente John Deasy ha dovuto smentire voci sulle sue presunte dimissioni. Dagli articoli non si capisce che formazione sia stata fatta agli insegnanti e se parallelamente sia stata fatta qualche iniziativa di formazione sul piano metodologico agli insegnanti, ma  da come stanno procedendo le cose non parrebbe. Speriamo che chi conosce il progetto di Los Angeles non dai giornali come me, scriva presto un utile “manuale delle cose da non fare per il digitale nella scuola”, farebbe sicuramente un miglior servizio di quelli che invocano una scuola “all digital”, magari evocando la Corea del Sud o la Finlandia come esempi, senza conoscere nulla dei rispettivi sistemi educativi e delle culture. A margine, mi permetto un momento di orgoglio Associazione Dschola: con il progetto Scuola Digitale in Piemonte, nel 2011 abbiamo impostato la prima introduzione “sostanziale” di netbook nella scuola.. Un percorso che e’ partito dall’analisi del progetto OLPC e che ha visto una prima sperimentazione in un numero ristretto di classi, certo si trattava di altre grandezze, solo 700 netbook per 28 classi, che tuttavia arrivavano in classe, pre configurati da altri studenti con a bordo una selezione di software predefinita’ in collaborazione con insegnanti, e un sistema di sicurezza per la navigazione. A corredo piattaforme di condivisione, formazione degli insegnanti e assistenza in caso di malfunzionamenti (che grazie alla configurazione blindata sono stati molto pochi). Il netbook si portava a casa dalle elementari alle superiori e gli studenti e le famiglie erano responsabilizzate. Un modello perfettibile, soprattutto sul piano didattico, sicuramente ha lasciato qualche docente e qualche studente scontento, ma che alla fine si è dimostrato molto solido.

Per chi fosse interessato segnalo il prossimo Open Day Dschola,  il 28 novembre alle 14.30 presso l’Ist. Avogadro di Torino.

7 assurdi divieti per le donne

Il movimento d’opinione per permettere alle donne di guidare in Arabia Saudita forse contribuirà a  risolvere una situazione incomprensibile ai più. La giornata per il diritto alle donne a guidare l’auto  che è stata celebrata il 26 ottobre 2013 ha dato una visibilità internazionale alla questione.

Tuttavia, nel mondo ci sono molti casi  di disparità dei diritti delle donne similmente assurdi.   L’articolo del Washington Post evidenzia sette casi: in India, il casco non e’ obbligatorio per le donne “per non sciupare la pettinatura” secondo i sostenitori di questa ridicola e pericolosa disparità, nello Yemen una testimonianza femminile vale solo la metà di quella di un uomo e una donna non può uscire di casa senza il permesso del marito- a meno che non si tratti di emergenza, in Vaticano e Arabia Saudita le donne non hanno diritto di voto e sempre in Arabia Saudita e in Marocco le donne stuprate possono essere considerate colpevoli per essere uscite senza un accompagnatore che le protegga, mentre in Ecuador possono abortire solo le donne considerate “malate  di mente” o dementi.

Volendo approfondire la condizione delle donne nel mondo si può consultare il Gender Gap Index a cura del World Economic Forum: nel rapporto 2013 l’Italia manco a dirlo è al 71 posto su 133 Paesi.   (Grazie a Bruno per la segnalazione)

Fare le pulizie? un gioco da .. ragazze

In certe  aziende, può essere che a volte le sale riunioni necessitino di “una passata”, soprattutto se si invitano clienti e partner esterni e quindi sapere che alla bisogna c’è un aspirapolvere a disposizione, è un’informazione utile. Più che utile, strategica, così tanto che viene riservata solo ad alcune, selezionate accuratamente perché “quelle che organizzano più riunioni, eventi”. Insomma, la “padrona di casa” che gestisce i progetti, magari con partner internazionali, cura accuratamente tutti i dettagli tanto che si preoccupa di predisporre uno spazio confortevole per i suoi ospiti e nel caso dà anche una pulitina.

Visto che mi occupo di videogame, organizzo anche un concorso nazionale e ho letto sul libro di Jane McGonigal che lei e il marito fanno a gara per fare i lavori di casa per prendere punti nei giochi di realtà aumentata, mi è venuta l’idea di  cercare videogiochi relativi alle pulizie. Ce ne sono tantissimi! su siti come “Pulizie di primavera – Giochi Gratuiti per Ragazze” oppure “Pagina iniziale>Giochi per ragazze>Prenditi cura di>Pulizia” e gli avatar dei giochi sono tutti femminili. Ovviamente le cose cambiano se si cercano giochi come “pulizia neve” dove si tratta di guidare enormi camion spazzaneve.

Prossimo obiettivo quindi gamificare le pulizie delle sale riunioni, chissà magari con un robot programmabile e  pilotato a distanza  si potranno coinvolgere di più anche altre fasce di popolazione aziendale.

Fiducia creativa per progettare spazi

Partendo dalla segnalazione di Conor Galvin nell’area Creative Classroom dei “Temi” della conferenza Media & Learning, ho scoperto la d.school di standford che ovviamente mi piace molto visto che sono direttrice della quasi omonima Dschola. Proseguendo nella navigazione ho scoperto varie cose interessanti e in particolare il video di David Kelley sul come costruire la fiducia creativa Kelley spiega come smettiamo di essere creativi e di come si possa ridiventarlo con un metodo simile a quello utilizzato da Albert Bandura (il quarto psicologo piu’ citato al mondo dopo Freud, Skinner e Piaget) per curare le fobie, ma soprattutto mostra come sia stato possibile far passare ai bambini la paura quando dovevano sottoporsi ad una TAC. Sempre in tema di spazi creativi per l’apprendimento mi sono poi imbattuta in un vecchio servizio a cura di Euronews, che non conoscevo e che ha una rubrica chiamata Learningworld, su due asili molto particolari: uno in Georgia, realizzato dentro un aereo e uno in Giappone realizzato dentro un tempio. .. per concludere altri asili creativi qui

Lampedusa

Striscione a Lampedusa (ALBERTO PIZZOLI/AFP/Getty Images)
Striscione a Lampedusa (ALBERTO PIZZOLI/AFP/Getty Images)

La sera del 9 ottobre 2013, cinque giorni dopo il naufragio al largo di Lampedusa dove hanno perso la vita più di 300 persone, il governo italiano ha abrogato il reato di clandestinità, previsto dalla legge Bossi-Fini. Sul suo blog, Fabio Sabatini aveva attaccato il provvedimento, definendolo:

“[..] una legge che ammette i respingimenti al paese di origine in base ad accordi con stati in cui la detenzione e la tortura per motivi politici sono all’ordine del giorno. Che attribuisce pregiudizialmente al migrante irregolare la responsabilità di un reato, e che prevede quindi il reato di favoreggiamento per chiunque porti in Italia dei migranti senza visto. Col risultato poco lusinghiero di costringere gli immigrati a buttarsi in mare nel tentativo disperato di raggiungere la riva a nuoto, o di creare le condizioni per l’incriminazione di quei pescherecci che salvano i naufraghi da morte certa.”

La modifica della legge arriva al termine della giornata che ha visto la presenza del presidente della Commissione europea Manuel Barroso e del primo ministro del governo italiano Enrico Letta, entrambi in visita a Lampedusa, dove sono stati duramente contestati dai residenti, che li hanno accolti al grido di “vergogna” e “assassini”. Letta ha chiesto scusa per le inadempienze del governo italiano, ma le sue parole non sono state particolarmente apprezzate:

In molti pensano che la completa abolizione della legge Bossi Fini, che dal 2009 ha criminalizzato l’immigrazione irregolare, sia un primo passo per lavorare a norme più rispettose dei diritti civili: la campagna di Repubblica per la sua abolizione ha raccolto in 48 ore più di 85 mila firme.

Il 2013 dovrebbe essere l’anno europeo della cittadinanza. È legittimo chiedersi quali possano essere i percorsi di inclusione anche per coloro che stanno ai margini e provare a mettere in discussione uno status quo che rischia di escludere molti. La ricostruzione di un percorso condiviso, di un nuovo patto sociale che possa coinvolgere uomini e donne del nostro Paese attraverso la maturazione di possibilità di azione e responsabilità della casa comune non può essere frutto di una modifica massiva degli articoli della Carta Costituzionale. Ci sono parti della Costituzione rimaste non attuate e che hanno ancora oggi una loro forza. Pensando ad esempio all’art.10 sul diritto all’asilo ci si rende conto della distanza delle nostre normative rispetto a quanto sancito nella Carta Su Twitter l’hashtag #bossifini da’ voce ai diversi punti di vista sull’abolizione della legge:

Ai morti in mare sono stati concessi gli onori dei funerali di stato, ma solo l’abolizione del reato di clandestinità ha evitato che i sopravvisuti fossero incriminati. Alcuni dei superstiti hanno dichiarato di non avere ricevuto soccorso da tre pescherecci, ma il vicepremier Angelino Alfano, ha replicato che non erano stati visti. Secondo il blogdieles la verità è un’altra:

[..] Angelino Alfano non può non sapere che la Bossi-Fini PROIBISCE DI PRESTARE SOCCORSO AI BARCONI. La pena è fino a 15 anni di galera (reato di favoreggiamento dei clandestini o dello sbarco di clandestini) !! Si, avete letto bene. Quella legge proibisce di prestare soccorso ai migranti che sono in difficoltà in mare. Le vite umane? NON VALGONO UN CAZZO. Quello che valeva, per il legislatore, era tenere in piedi il governo facendo un regalone agli alleati leghisti!

La terribile tragedia di barconi rovesciati non accenna ad arrestarsi: la sera dell’11 ottobre un altro naufragio ha provocato la morte di 50 persone: la scorsa estate, i morti a pochi metri dal mare erano stati allineati sulla spiaggia in mezzo agli ombrelloni dei villeggianti.

Sono 250 mila i morti inghiottiti dal mare Mediteranneo negli ultimi 20 anni, e si è trattato soprattutto di migranti diretti verso Lampedusa secondo Jose’ Angel Oropeza, Direttore dell’Ufficio di Coordinamento per il Mediterraneo dell’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni), che sottolinea come sia necessario intervenire nei paesi di transito come la Libia, per evitare che l’unica possibilità per raggiungere l’Europa sia rischiare la vita in mare.

Il Consiglio europeo, su proposta della Commissaria Cecilia Malmstrom, a seguito della tragedia, ha deciso di rafforzare il programma Frontex, per sostenere la lotta alla “criminalità e all’immigrazione clandestina”. Eppure questa strategia non pare aver contribuito a fermare stragi e naufragi. Un articolo sul sito “Sbilanciamoci” descrive le attività dell’agenzia e conclude:

In sintesi: le attività di sorveglianza e controllo delle frontiere esterne svolte da Frontex hanno come priorità quella di impedire l’arrivo dei migranti irregolari in Europa e sembrano lasciare in secondo piano le attività di pronto soccorso in mare.Lo stesso Special Rapporteur delle Nazioni Unite sui diritti dei Migranti, Francois Crépeau, ha avuto occasione di dichiarare che Frontex è “un servizio di intelligence e informazione, i cui obiettivi di sicurezza sembrano lasciare in ombra le considerazioni relative ai diritti umani”. In realtà Frontex è una vera e propria macchina da guerra contro i migranti ed è scandaloso che il suo rafforzamento venga riproposto oggi a seguito della strage di Lampedusa del 4 ottobre.

Andrea Segre, regista di vari documentari sulla condizione dei migranti in Italia, tra cui Sangue Verde e Mare chiuso, sottolinea come le politiche di contrasto all’immigrazione clandestina basate su operazioni militari non possono funzionare per “un motivo semplice e quasi banale”:

Il problema sta nel fatto che esistono persone al mondo che hanno necessità di viaggiare, o per salvarsi la pelle o per cercare una vita migliore, ma non hanno il diritto di farlo perché altre persone, la cui pelle e la cui vita sono tendenzialmente molto più al sicuro della loro, hanno deciso di negarglielo. Queste persone non stanno ferme a casa a rispettare l’ordine di quelli che stanno bene. Cercano di raggiungere le terre dove stanno quelli che vorrebbero impedirglielo. E siccome in mezzo al viaggio trovano ostacoli naturali e soprattutto militari (le operazioni di contrasto all’immigrazione clandestina di cui sopra) allora si fanno aiutare da gente che dà a loro qualche sgangherato e pericoloso mezzo per superare quegli ostacoli e che per farlo si fa pagare caro puntando sulla loro disperazione e sulla corruttibilità di buona parte degli operatori coinvolti nei controlli delle frontiere.[..]
Si ma allora? Come si fa?
Si spostano i finanziamenti dal contrasto all’immigrazione illegale alla creazione di canali di emigrazione legale.
Si creano servizi e agenzie che danno informazioni su come e dove emigrare o su come e dove fuggire.
Ma così vengono tutti qui?
Non è vero.
La maggior parte di chi deve scappare da regimi e guerre, cerca rifugio vicino casa per sperare di tornarci quando le guerre finiscono o i regimi cadono.

Lampedusa – estremo avamposto dell’Italia nel Mediterraneo – è un’isola di 20 mq che ospita circa 6mila abitanti con un economia basata sulla pesca e sul turismo, ma che da alcuni anni ha fronteggiato spesso nell’indifferenza l’emergenza degli sbarchi e dei morti. Dal 2003, Claudio Baglioni, cantautore italiano organizza sull’isola un festival canoro con ospiti italiani e stranier per attirare l’attenzione sul tema dell’immigrazione irregolare. I cittadini lampedusani hanno dato grande prova di ospitalità pagando un prezzo altissimo con il crollo delle presenze turistiche. Inevitabile che dopo un decennio la popolazione sia stremata: nel video seguente alcuni cittadini esasperati denunciano situazioni di convivenza dfficile, furti ed aggressioni.

video youreporter “l’altra verità”

Fabrizio Gatti, giornalista dell’Espresso, settimanale di politica, che ha provato sulla propria pelle nel 2005 l’esperienza di naufrago ed è stato soccorso da un abitante dell’isola, ha lanciato una campagna per Lampedusa al Nobel per la pace che ad oggi (11 ottobre) ha già raccolto più di 50 mila firme. Non manca tuttavia un’amara riflessione sul tema, dal blog “diecieventicinque”

La proposta di assegnare un premio del genere a Lampedusa è carica degli stessi sentimenti positivi e genuini che avevano mosso i promotori del premio per l’Africa, ed è già a rischio di subire la stessa strumentalizzazione politica. Premiare chi opera bene è logicamente corretto. Se le donne africane e Lampedusa oggi sono esempi massimi di coraggio bisogna ancor prima chiedersi perché e da chi queste persone siano state costrette ad avere coraggio al posto degli altri. Condannare moralmente chi opera male sarebbe a quel punto altrettanto corretto.

È un’Italia poco accogliente e solidale, quella che emerge dai commenti in rete o sui social network. È l’Italia che offende un proprio ministro, che si indigna perché il lutto nazionale sia stato dichiarato per vittime non italiane”. Marina Boscaino propone la scuola come il punto da cui ripartire:

“Ho trascorso ore a parlare con gli studenti. Dopo Lampedusa, ho avuto la netta percezione che l’unica via d’uscita, l’unica speranza che ci rimane è provare a trasmettere – a inoculare, con la costanza di un impegno incessante – a individui in formazione i germi della solidarietà e dell’accoglienza; il sentimento di un’uguaglianza effettiva tra tutti gli esseri umani; la complessità di una visione critica. Non sono stati – a muovermi – i tanti bellissimi articoli che sono usciti in quell’occasione; né le tante – sincere – manifestazioni di cordoglio che si sono susseguite. Ma la quantità – impensabile e persino imprevedibile, considerando le dimensioni della catastrofe – di manifestazioni di disumana grettezza, di lurida protervia di chi fa della propria casuale nascita nella parte giusta del mondo la matrice di rivendicazioni, atteggiamenti, dichiarazioni o atti che fanno vergognare di essere nati in questo Paese.”

Inutile nascondere che l’abolizione di una legge, per quanto odiosa e incivile, non fermerà gli sbarchi di persone disperate, che fuggono dalle pallottole e gas letali, dalla fame e dalla guerra: per questo è fondamentale l’appello per un canale umanitario verso l’Europa e per un diritto d’asilo europeo, come proposto dall’appello del progetto Melting Pot:

Si tratta invece oggi di mettere al centro i diritti. Di mettere al bando la legge Bossi-Fini e aprire invece, a livello europeo, un canale umanitario affinché chi fugge dalla guerra possa chiedere asilo alle istituzioni europee senza doversi imbarcare alimentando il traffico di essere umani e il bollettino dei naufragi.
Nessun appalto dei diritti, nessuna sollevazione di responsabilità ai governi europei, piuttosto la necessità che l’Europa cambi profondamente la sua politica di controllo delle frontiere, di gestione delle crisi umanitarie, la sua politica comune in materia di diritto d’asilo: convertendo le operazioni di pattugliamento in operazioni volte al soccorso delle imbarcazioni, gestendo in maniera condivisa le domande di protezione superando le gabbie del regolamento Dublino, aprendo canali umanitari che permettano di presentare le richieste di protezione direttamente alle istituzioni europee presenti nei Paesi Terzi per ottenere un permesso di ingresso nell’Unione, dove le domande vengano esaminate con le medesime garanzie previste dall’attuale normativa europea, senza per questo affievolire in alcun modo il diritto di accesso diretto al Vecchio continente e gli obblighi degli Stati Membri. Alle Istituzioni italiane, ai Presidenti delle Camere, ai Ministri della Repubblica, chiediamo di farsi immediatamente carico di questa richiesta.
Alle Istituzioni europee di mettersi immediatamente al lavoro per rendere operativo un canale umanitario verso l’Europa.
Alle Associazioni tutte, alle organizzazioni umanitarie, ai collettivi ed ai comitati, rivolgiamo l’invito di mobilitarsi in queste prossime ore ed in futuro per affermare
IL DIRITTO D’ASILO EUROPEO

(versione estesa dell’articolo scritto l’11 ottobre 2013 e pubblicato su GlobalVoicesOnline in Italiano)

Adattiva, creativa, sociale e personale ecco la nuova educazione

Oggi ho seguito in streaming in diretta @SirKenRobisons nel tuo talk per RSA “How to change education – from the ground up” –

RSA e’ l’ente che ha curato la sintesi del discorso di Ken Robinson “Changing education paradigm” attraverso la grafica

Tornando all’evendo odierno(1 luglio 2013) in circa 45 minuti e dopo i leggendari interventi  in cui Sir KEn Robinson ci aveva descritto i danni dell’educazione, questa volta avrebbe detto come ripararli.

Certo gli anni passano per tutti e oggi mi è sembrato più che altro un evento legato al lancio del suo nuovo libro: non era smagliante come nel famoso video per TED “la scuola uccide la creativita’”  che non per niente ha collezionato più di 14 milioni di viste online, e sicuramente avrò perso qualche passaggio e per questo rivedrò la registrazione.

Reiterando il concetto che il sistema educativo odierno  ha un retaggio che deriva da un’epoca industriale “un’azienda dove ogni 40 minuti suona una campana, e un gruppo di persone si sposta da una stanza all’altra per fare cose diverse, otto volte al giorno, avrebbe già chiuso, oggi”,  ha sostenuto che  il tema dell’educazione può essere affrontato  da due punti di vista: economico e culturale.  Gli imprenditori vorrebbero un’educazione che favorisse al massimo l’adattività e la creatività, mentre da un punto di vista culturale, si auspica un’educazione che sia più social, anche con riferimento al tema della democrazia e anche più personale, per favorire lo sviluppo dei propri talenti, che suppongo essere il tema del suo nuovo libro “Find your element” , sequel de “the Element” – che per inciso ho acquistato, iniziato e abbandonato in quanto noioso – le stesse cose le dice nel video di TED in 15 minuti.

La parte che mi è piaciuta di più è stata quella in cui ha citato il teatro  (il teatro è un po’ la metafora di tutto mi pare… chi si ricorda il libro di Brenda Laure “Computer as a theatre”) e in particolare Peter Brook  “Theatre can be a genuinely transformative experience”  per fare un parallelo fra attore -audience, insegnante-studenti.. e soprattutto per dire che il fulcro del processo educativo sta nell’incontro fra insegnante e studenti, che si tratta di un processo adattativo e complesso, un ecosistema  e che i policy maker dovrebbero investire su quello, non sul processo di “distribuzione” della conoscenza.

Proprio in questi giorni ho  letto un commento entusiasta a questo articolo “l’iPad nelle scuole olandesi” in cui  a partire dalla didattica basata sul digitale, la scuola si è riorganizzata consentendo  orari flessibili, tanto tutta l’attività è pianificata prima attraverso il digitale e se l’insegnante  non c’e’ si sta a casa, tanto si può studiare per conto proprio.

A me non sembra un modello così esaltante soprattutto avendo appena letto quest’articolo dell’Economist Catching on at last – New technology is poised to disrupt America’s schools, and then the world’s in cui si parla della fortissima pressione dei fornitori di soluzioni informatiche verso la scuola: nel 2011 il picco di investimenti sull’educazione è  stato quasi ai livelli della bolla delle dot.com nei primi anni 2000, e di vari altri aspetti, come quello dell’uso dei learning analytics (ovvero la profilazione degli studenti attraverso i dati forniti dai vari ambienti di apprendimento) e di come tutto questo alla fine emargini comunque gli studenti più deboli, e infine di come una didattica fortemente basata sul digitale possa avvalersi di facilitatori che non sono necessariamente degli insegnanti (paventando un demansionamento degli insegnanti).

E se invece il modello della  “blended school” fosse un’opportunità anche per gli insegnanti più capaci e meritevoli? quest’opuscolo How Blended Learning Can Improve the Teaching Profession  sostiene che attraverso il digitale anche gli insegnanti potrebbero essere messi in condizione di lavorare meglio.

Alla fine la lettura più interessante, suggerita da un twitter durante la conferenza di Sir Robinson, proprio parlando dell’incontro fra insegnanti e allievi, è stato l’articolo dell’Harvard Magazine “Twilight of the Lecture” in cui il prof. Manzur, racconta di aver scoperto – con un po’ di sgomento – che i suoi studenti, ripetevano con profitto quello che veniva loro insegnato senza capirlo in profondità… e di come poi sia passato all’idea di farli discutere fra loro per chiarirsi i concetti: la parte migliore è dove dice che gli studenti erano molto arrabbiati di dover imparare da soli, visto che pagavano una retta salata e di fare esami su cose che non avevano studiato prima.

Questo mi ha ricordato quanto aveva raccontato @iamarf – alias Andrea Robert Formiconi – che si descrive nel suo profilo twitter “Sconvolto da come si possa studiare senza imparare niente vorrei capire qualcosa sull’apprendimento …” e che oggi  cita sul suo post “che cos’e’ che non va” il prof. Persico che osservava la stessa situazione  – allievi che studiano senza capire – già nel 1956.

Alla fine il punto è sempre quello: chiamiamolo “critical thinking” o “problem based education” o “inquiry based education”…si tratta di imparare a ragionare, a mettere in relazione a costruire ipotesi, e in quel caso il ragazzino velocissimo a verificare sul suo iPad se il prof ha detto una sciocchezza può essere  una risorsa e non un noioso saputello.

Cronoprogramma: una parola che ha fatto strada

la-lingua-batteGrazie a Vittorio Canavese che me l’ha segnalato, non mi sono persa la puntata dell’8 giugno  di RAI Radio3 de “La Lingua Batte”  che ha dedicato  la rubrica “la parola della settimana” al termine “cronoprogramma”.

Il conduttore prendendo spunto da un titolo di un quotidiano, cita il prof. Tullio De Mauro e  cita pure questo blog per  la risposta che  l’esimio DeMauro diede sulla sua rubrica di Internazionale nel 2008,  proprio relativamente alla mia domanda su “cronoprogramma” come ho raccontato in questo post.

Il Podcast, molto interessante è scaricabile dal sito della trasmissione  oppure da qui LA_LINGUA_BATTE_del_08_06_2013_-_LA_PAROLA_DELLA_SETTIMANA

La scuola senza futuro

Il libro di Norberto Bottani “Requiem per la scuola? Ripensare il futuro dell’istruzione” affronta una questione centrale per descrivere i sistemi di istruzione nel mondo, ovvero che  si tratti di sistemi equi e giusti, in grado di ridurre le discriminazioni sociali, ma la triste conclusione è che  la scuola ha tradito questa promessa.  Bottani, già funzionario OCSE è un esperto di educazione e di sistemi di valutazione: il suo libro contiene molte domande e poche risposte.

Le metafore da dissesto geologico continuano: dopo il mini saggio sull’Università che parla di valanghe, qui si parla di frane, di un sistema costruito senza fondamenta, che non ha chiaro nemmeno cosa si debba insegnare.

La scuola nata alla fine dell’Ottocento come   progetto educativo per costruire le moderne nazioni, aveva la finalità di formare manodopera istruita ma anche cittadini malleabili, facilmente guidabili, disciplinati ed in grado di adeguarsi alle regole della nascente burocrazia: ma questa funzione è andata in crisi. Bottani scrive:

“L’apparato scolastico annaspa anche perché le norme sociali, i criteri di autorità, i principi da rispettare nelle società postmoderne non sono più quelli in auge nelle società agricole o industriali. L’evoluzione sociale è stata rapidisssima, troppo veloce  per un apparato come quello scolastico plasmato in funzione di una rappresentazione sociale ormai superata, anzi scomparsa. Sono saltate le connessioni tra società e scuola  che la rendevano efficace e indispensabile.”

Forse Bottani ha ragione, è tramontata l’epoca di una scuola pubblica, accessibile a tutti ma che penalizza i più deboli (Scuola, ricerca shock dell’Ocse sui voti: “I prof favoriscono ragazze e ceti alti”) e che ha contribuito ad una  una società più istruita ma in cui le diseguaglianze di reddito sono aumentate. Bottani cita Galino e Illich e studi vari tra cui il Millenium Cohort Study-2 del 2000, che dimostra come a tre anni, i figli di genitori laureati hanno un vantaggio di 10 mesi rispetto all’età media, che dimostra che pur se  le differenze sociali non le crea la scuola, al tempo stesso non contribuisce a ridurle.

Il libro merita la lettura, una buona sintesi è l’intervista a Norberto Bottani da parte di Alessandra Cenerini sul sito dell’ADI.

Bottani cita anche il lavoro di Sugata Mitra, e le sue teorie sulla descolarizzazione a partire dal progetto “il buco nel muro” (the hole in the wall): si tratta di un esperimento svolto nell’India rurale, in cui un computer  e inserito in buco in un muro.  I bambini  accedono al PC senza guida, e imparano in modo autonomo ad usarlo,  dimostrando così che si può imparare senza insegnanti. Mitra ha vinto un milione di dollari per questo progetto.  Forse anche a  seguito di questo premio, qualcuno ha cominciato a seminare qualche dubbio, come Audrey Watters, che nel suo blog si pone qualche domanda su  chi ha finanziato il progetto – una società indiana che offre servizi di elearning- sul fatto che ci sia un video TED di 15 minuti e non una vera ricerca, che non ci siano bambine nel gruppo di scolari che usano il computer nel muro, che si utilizzino insegnanti inglesi in pensione come tutor per  i bambini indiani del computer nel muro, e sul fatto che si propagandi un’istruzione tecno individualista.  Altre sette domande sul progetto di  Mitra se le pone  Donald Clark, specialista inglese di elearning in pensione, sostenendo che la ricerca non è solida, che i bambini hanno imparato a fare “drag&drop” e altre cose superficiali, e che tutto il progetto assomiglia all’idea dell’India che ci ha dato il film “The Millionaire“.

Insomma il futuro dell’istruzione nessuno lo immagina: si pensa a cambiare la formazione degli insegnanti e anche a cambiare gli spazi della scuola, ma non si sa cosa rispondere al perché si studia (Prof. io il diploma me lo compro) e cosa si debba studiare.

La scuola è oggi uno dei pochi spazi sociali dove si incontra “l’altro”, dove  si impara a mettersi in relazione e a convivere civilmente, dove si cresce imparando insieme, meglio che da soli.

Ma come sarà – se esisterà  ancora – la scuola del futuro? sarà globalizzata? un modello universale, misurato da test internazionali, dove si usano dovunque gli stessi strumenti tecnologici? impermeabile alla storia e alla cultura dei diversi territori?

La Città di Torino, con il progetto Smile ha invitato aziende, centri di ricerca, associazioni a  discutere di smart city: servirebbe davvero un dibattito sulla cittadinanza intelligente che prescindesse dalla scuola, o almeno dalla scuola che conosciamo.

English: The 7th illustration from the Italian novel Heart by Edmondo de Amicis; it appears in the November chapter, on Friday, 18.
English: The 7th illustration from the Italian novel Heart by Edmondo de Amicis; it appears in the November chapter, on Friday, 18.