OER Toolkit

Oer-logo-300dpiGrazie al lavoro di Philips Schmidt, docente dell’Universita’ del Sud Africa, che si e’ inventato tra le altre cose la Peer to Peer University ed è stato promotore del Mozilla Open Education Course che ho avuto l’opportunità di seguire, la Community OER Unesco ha a disposizione un altro importante strumento: OER Toolkit, ovvero la cassetta degli attrezzi per chi voglia partire con un progetto OER.

Le pagine wiki nascono all’interno della community per  definire un progetto per OER-FAI-DA-TE (in inglese ‘Do-It-Yourself/Do-It-Together’ ): grazie all’ottima gestione di Susan D’antoni e Catriona Savage,  sono presenti varie sintesi delle discussioni che ne riportano i punti salienti.

Il toolkit è rivolto soprattutto ai docenti universitari, ma anche a chi con essi opera, come bibliotecari o tecnici IT.

Attraverso le  pagine wiki,  che potrebbero  diventare un  unico file in PDF,  dopo una presentazione sul tema open education e open content, è possibile avere indicazioni su come reperire OER, come crearne di nuovi e condividerle, sulle questioni legate alle licenze, e infine indicazioni su come avviare un progetto istituzionale  di OER.

Finanziamenti pubblici per le OER negli US

E’ di qualche giorno fa la pubblicazione della tesi intitolata Patterns of Learning Object Reuse in the Connexions Repository, a cura di Sean Duncan, studente del prof D. Wiley, che ha misurato quanto siano riutilizzati i contenuti liberi messi a disposizione su Connexions, un repository pensato proprio per raccogliere “moduli didattici” che possono essere ricombinati per nuovi corsi. Dalla sintesi del lavoro, riportato sul blog di Wiley apprendiamo che sulle 5.221 unità di apprendimento, rilasciati sotto CreativeCommons BY, ovvero con l’unico vincolo di citare la fonti, solo 3.519 sono stati ri-usati in qualche modo, ovvero circa il 30% non viene riutilizzato in alcun modo e sul totale complessivo solo 15 unita’ sono state riutilizzate in qualche modo (tradotte, modificate) più di 5 volte.

Dai commenti in coda al post, scopriamo che un’analoga ricerca svolta nei Paesi Bassi sull’uso e il riuso di due progetti europei simili, Le Mill e Calibrate, evidenzia come solo il 20% circa dei materiali sia riutilizzato, e che una percentuale molto piccola riutilizza materiali originariamente in lingue diverse.
Questi risultati confermano quello che Wiley nel 2004 ha definito come “paradosso della riusabilità “,che intende riuso, quello che avviene in un contesto educativo diverso da quello per cui l’unità didattica è stata creata, diventando talvolta inutilizzabile. In altre parole c’e’ una relazione inversamente proporzionale fra l’efficacia didattica e la riutilizzabilita’ dei materiali.
Il progetto WikiEducator, che coinvolge alcune migliaia di insegnanti in tutto il mondo, a partire dall’idea molto semplice che il riuso conviene solo quando ha un costo minore del partire ex-novo, sta lavorando alla stesura di un proposta per richiedere un finanziamento su un progetto di ricerca dedicato ad individuare le competenze e gli strumenti tecnici migliori per abbassare il “costo del riuso”.
Se questi numeri siano grandi o piccoli o fisiologici lo scopriremo con le prossime ricerche. Di sicuro il valore delle OER non si puo’ misurare solo con il metro della riusabilità , soprattutto in quei casi in cui dove rappresentano l’unico mezzo per accedere in modo libero e gratuito alla conoscenza… e questo l’ha capito molto bene anche l’amministrazione di Obama che he deciso di stabilire un fondo di finanziamento di 50 milioni di dollari per gli istituti e le università che producono materiale didattico libero.
Mentre in Italia?

I sei gradi di separazione dell’open education

six degreeIl corso della Mozilla Foundation conferma la teoria dei piccoli mondi (small worlds), e in particolare l’idea che esistano nodi della rete che funzionano come hub con moltissime connessioni. Alcuni hub dell’open education oggi sono sicuramente David Wiley, George Siemens, Stephen Downes, Jim Groom, Wayne Mackintosh, Philip Schmidt e aggiungerei Susan D’Antoni. Sono nomi ricorrenti per chi segue il dibattito sul concetto di “open” applicato all’educazione, sia che si tratti di open technology, open education e open content. Sono (quasi) tutti collegati al corso, in qualità di “esperti” intervistati o come “casi di studio”.

Susan D’Antoni, non è fra gli invitati dal corso, ma la considero l’antesignana dell’open education: la community sulle OER (Open Education Resources – Risorse Educative Aperte) da lei avviata nel 2005 all’interno della Virtual University dell’Unesco e che ha prodotto tra l’altro la guida OER: The Way Forward (disponibile anche in italiano). Tutte le persone sopracitate sono membri della community UNESCO che oggi conta quasi 200 iscritti provenienti da più di 100 Paesi. Oggi è autorevole madrina di molte iniziative e editor di pubblicazioni sul tema, tra cui forse l’ultima è questo speciale sull OER pubblicato su Open Learning: The Journal of Open and Distance Education.

David Wiley ha avuto un picco di notorietà anche sui media italiani in questi giorni: a lui si deve la frase “Nel 2020 le università come le conosciamo oggi saranno irrilevanti” (era preceduta da qualcosa tipo “se non si innoveranno, come fanno le aziende in questo periodo di crisi”). Da tempo sta lavorando per cambiare le regole, a partire dal suo corso online del 2007 sull’open education: il primo corso con iscritti da tutto il mondo, invitati anche a modificare il programma (syllabus) e alla fine potevano auto prodursi un attestato di partecipazione – come ha fatto Antonio Fini, credo il professore italiano più famoso di questo piccolo mondo, perchè citato in vari articoli, tra cui questo. Wiley nel frattempo ha avviato nello Utah una scuola secondaria online e gratuita, la Open High School of Utah e collabora, in qualita’ di Opennes Chief Officer, a una casa editrice rivoluzionaria, la Flat World Knowledge che tenta un nuovo approccio alla produzione di libri di testo.

Stephen Downes è stato uno dei primi a mostrare segni di insofferenza al mondo delle piattaforme elearning chiuse e costose: nel 2003, scriveva sul futuro dell’apprendimento, precognizzava ambiendi apprendimento personalizzati, apprendimeno informale e auto-organizzato. Insieme a George Siemens, che alla Manitoba University nel 2006, utilizza ELGG (sistema multiblogging) comepiattaforma per la didattica degli studenti, ha avviato il corso planetario sul Connettisvismo e la Conoscenza Collettiva, universalmente riconosciuto come CCK08: un grande esperimento che ha coinvolto più di 1600 persone nel mondo, con luci e ombre, dovute a mio avviso, all’eccessivo numero di attivià e piattaforme da seguire. Un tentativo di coniugare apprendimento informale e serendipity, ma che ha ispirato sicuramente moltissime considerazioni in merito.

Jim Groom, oltre ad aver adottato wordpress multiuser come piattaforma didattica ( Don’t Call It a Blog, Call It an Educational Publishing Platform), è l’inventore del termine EDUPUNK, che ha lanciato con un post sul suo blog– EDUPUNK si basa sulle persone e non sulle tecnologie e la filosofia DIY – Do It Yourself. Nasce in antitesi alle Corporation come Blackboard, che pensano di incorporare la “conoscenza” prodotta dalle persone e di rivenderla agli stessi utenti che l’hanno generata. Rigetta anche l’etichetta “2.0” , che ricorda troppo il concetto di un prodotto in una versione piu’ elegante, mentre favorisce il modello “quick & dirty” che funziona, anche se non ha un gran design.

Wayne Mackintosh è il fondatore del progetto Wikieducator, una community mondiale basata sull’utilizzo del wiki, come mezzo per condividere contenuti educativi. Una community molto viva che organizza varie iniziative tra cui corsi di formazione e supporta vari progetti anche di carattere tecnologico per fornire strumenti open source anche nelle zone a “digital divide”.

Philiph Schmidt è uno dei facilitatori del corso e, oltre a essere da anni un sostenitore dell’open content, ha avviato insieme ad altri 4 colleghi, la Peer to Peer University, un’università basata sulle risorse open disponibili in rete e che ha come obiettivo quello di fornire crediti formalmente riconosciuti a tutti gli iscritti.

Si tratta, come abbiamo visto di persone che propongono idee innovative e in grado di realizzarle attraverso progetti concreti e di dimensioni ragguardevoli, spesso con impatto economico rilevante (in termini di risparmi) e di grande valore etico.

Dopo alcuni anni di pionerismo, il modello dell’open education comincia ad attecchire: si tratta di una battaglia culturale, che l’open source software ha vinto almeno in parte, visto che c’e’ qualcuno che scrive che “nel movimento Open Source chiunque può immettere in rete del codice” perché non è così. Le community Open Source sono aperte a tutti, ma fortemente strutturate e gerarchiche: solo il codice “valido” viene utilizzato e “propagato” attraverso le “distribuzioni”.  Il codice open source è più affidabile perché ha superato un “controllo qualità ” molto duro.

Allo stesso modo i contenuti educativi devono poter circolare ed essere modificati per essere migliorati e ciò implica che devono essere distribuiti con licenze che ne consentano oltre che il libero utilizzo, anche la modifica, cioè la creazione di opere derivate. Su questo tema ritornerò nei post successivi in cuiè mia intenzione descrivere gli strumenti e le tecnologie discusse durante il corso, per poi arrivare alle proposte e le idee emerse.

Academic Earth: scienziati in video

academic earth logoNon è lo youtube delle scienze (per quello c’e’ Scivee) ma una raccolta di video lezioni tenute da prestigiosi docenti di altrettanto prestigiose università americane: Berkeley, Harward, MIT, Pricenton, Stanford e Yale. I video sono organizzati per argomento, università di provenienza o nome del ricercatore. Per ogni video è presente una breve sintesi, talvolta lo “script” o le slide utilizzate durante la lezione. E’ inoltre possibile segnalare i video attraverso siti di social bookmarking, e’ disponibile il codice per l’embedding e anche come citarli. E’ possibile dare un voto ai video, marcarli come “favoriti” e aggiungere un commento (privato). Con la funzione ” Dim the lights” si ottiene un bell’effetto, che ricorda lo spegnimento delle luci in sala.

Il portale non strizza troppo l’occhio al 2.0 ma ne guadagna in pulizia grafica. Stephen Downes, pur apprezzando la qualità dei video proposti, ne ha già criticato l’approccio troppo US centrico, e l’attribuzione di “world’s top scholars” agli insegnanti, auspicando la possibilità di avere una maggiore diversificazione dei punti di vista proposti.

Speriamo che Richard Ludlow, ideatore e CEO di Academic Earth, oltre a raccogliere il suggerimento di Downes, prosegua in quella che ha confermato essere un’idea già in fase di valutazione: ovvero integrare DOTSUB, per raggiungere anche chi non parla inglese.

In Italia, non mancano i “world’s top scholars” e come insegna il progetto Federica dell’Università di Napoli rendere i materiali didattici accessibili a tutti non e’ impossibile.. basta volerlo!

Il patto infranto fra editori e accademia

“Publishers have broken an implicit contract with academics, in which we gave our time and they weren’t too greedy

[Gli editori hanno rotto il patto implicito con gli accademici, in cui noi offrivamo il nostro tempo e loro non erano troppo avidi]

Sono parole del prof. R. Preston McAfee, professore di economia presso il Caltech (Istituto di Tecnologie in California), nonché “Big Thinker” per Yahoo (alla conferenza di quest’anno in India ha esposto la sua teoria della price discrimination, quella per cui lo stesso volo può costare 5 volte di più). McAfee nel 2007 ha scritto un libro di economia e lo ha distribuito gratis sul suo sito, per protestare contro il costo eccessivo dei testi universitari.

“What makes us rich as a society is what we know and what we can do,” he said. “Anything that stands in the way of the dissemination of knowledge is a real problem.”
[“Ciò che ci arricchisce come società è quello che sappiamo e quello che possiamo fare”- dice – “Ogni cosa che ostacola la circolazione della conoscenza è un problema reale”] Leggi tutto “Il patto infranto fra editori e accademia”

UNESCO OER Community Awarded at eLearning Africa

The UNESCO OER Community received the 2008 MANeLA Leadership Award. Â It was presented at eLearning Africa last week by Moustapha Diack, Director of MERLOT Africa Network (MAN), and Gerry Hanley, Executive Director of MERLOT.

The Leadership Award recognizes the Community’s “significant contribution to the global understanding of the issues and innovations surrounding OER and the OER movement”.

The Merlot Africa Network (MAN) established a “MAN-eLearning Africa exemplary practice Award” to recognize exemplary OER (learning resources) and Communities of Practice. MAN made use of the peer review protocol already established by MERLOT for selecting best practices, and modified the protocol to include criteria of OER internationalization such as multi-language support and accessibility. Â Our thanks to MAN for this honour.

Thank to Susan D’Antoni and her staff, for their endful energy and work and for being the catalyst of our community!

Collaborazione per traduzione cercasi

logo unesco oer community

Se vi appassiona il tema delle risorse educative aperte, potete dare un contributo adesso.

L’instancabile gruppo dell’Unesco, capitanto da Susan D’Antoni, in cui da un paio d’anni si discute di questo tema si è dato come obiettivo quello di far conoscere al maggior numero di persone nel mondo cosa si intende per OER (Open Education Resources) e cosa si puo’ fare per promuoverle. Nell’estate scorsa sono state raccolte attraverso il wiki alcune buone pratiche e ora tutto il laboro di elaborazione/discussione è statao raccolto in un volumetto giallo, intitolato “The Way Forward”. Si sta lavorando anche alla creazione di un kit di supporto a chi vuole proporre questo tema nel proprio contesto. Si è pensato che la lingua potesse essere un ostacolo alla diffusione delle idee e quindi stiamo lavorando alla traduzione in diverse lingue dela pubblicazioe. Chi fosse interessato a collaborare alla traduzione italiana, è il benvenuto/a. A questo indirizzo è stata caricata la versione in inglese da usare come base per la traduzione: per lavorarci su, è sufficiente regitrarsi sul wiki. Chi ci sta batta un colpo 🙂