Una metrica per l’educazione aperta

windows Alla conferenza organizzata dalla UOC alla fine di novembre, ero rimasta un po’ colpita dal fatto che Facebook venisse definito un “open environment” – ambiente aperto – per l’apprendimento, poichè si tratta di una piattaforma sviluppata con software proprietario e rappresenta proprio l’esempio del “walled garden” – ambiente chiuso, per cui è necessario registrarsi per poter accedere.

Cosa significa quindi “aperto”?

Il dibattito è in corso: rimbalza dal post di David Wiley che ritiene necessario precisare e definire il concetto di “open content” e introduce l’idea che sia possibile misurare il grado di “apertura” di un contenuto, al post di George Siemens che vede “openess” come ideologia (al pari di democrazia) piuttosto che una metodologia, superando il pragmatismo di molti. Siemens propone quindi una metrica “perché essere open significa più che mettere online qualche corso”.

Graham Attwell risponde dal Galles che il dibattito sui contenuti aperti è piuttosto riduttivo, se non si cambia radicalmente il modo di educare: come sottolineato da Danah Boyd che cita Jenkins non è sufficiente eliminare il divario tecnologico, perché già si delinea un “participatory gap” , ma è necessario rifondare il sistema, come già indicato da Ivan Illich:

Un buon sistema didattico dovrebbe porsi tre obiettivi: assicurare a tutti quelli che hanno voglia d’imparare la possibilità d’accedere alle risorse disponibili, in qualsiasi momento della loro vita; permettere, a tutti quelli che vogliono comunicare ad altri le proprie conoscenze, di incontrare chi ha voglia di imparare da loro; offrire infine a tutti quelli che vogliono sottoporre a pubblica discussione un determinato problema la possibilità di render noto il loro proposito.

Senza apparente riferimento diretto alle discussioni di cui sopra, è interessante anche la riflessione di Iamarf sul fatto che parlando di didattica non ha senso parlare di “contenuti” ma che si tratta di “esperienze“personali:

Se l’idea comune di contenuto avesse realmente senso, dovrebbe bastare un’unica descrizione della derivata, così come un pezzo di software destinato ad un certo scopo può immediatamente essere utilizzato da tutti per quello scopo. Invece non c’è una descrizione della derivata, come di qualsiasi altra cosa, che vada bene per tutti.

Questa è probabilmente una delle ragioni per cui la percentuale del riuso delle OER è così bassa e che al già citato convegno UOC qualcuno ha dichiarato che la migliore OER è quella che ognuno si costruisce.

Le pareti delle aule (e dei convegni come scrive Danah Boyd) stanno scomparendo: lo scambio degli appunti sta diventando planetario, come dimostra FinalsClub, che sta creando qualche scompiglio.

La necessità di un’ideologia fondativa, di una metrica dimostra quanto sia ormai conclusa una prima fase dell’open education, almeno per il resto del mondo. L’Italia ha un bel po’ di ritardo da recuperare: le iniziative universitarie di opencourseware si contano sulle dita d una mano e anche il dibattito è di là da venire.

OER Toolkit

Oer-logo-300dpiGrazie al lavoro di Philips Schmidt, docente dell’Universita’ del Sud Africa, che si e’ inventato tra le altre cose la Peer to Peer University ed è stato promotore del Mozilla Open Education Course che ho avuto l’opportunità di seguire, la Community OER Unesco ha a disposizione un altro importante strumento: OER Toolkit, ovvero la cassetta degli attrezzi per chi voglia partire con un progetto OER.

Le pagine wiki nascono all’interno della community per  definire un progetto per OER-FAI-DA-TE (in inglese ‘Do-It-Yourself/Do-It-Together’ ): grazie all’ottima gestione di Susan D’antoni e Catriona Savage,  sono presenti varie sintesi delle discussioni che ne riportano i punti salienti.

Il toolkit è rivolto soprattutto ai docenti universitari, ma anche a chi con essi opera, come bibliotecari o tecnici IT.

Attraverso le  pagine wiki,  che potrebbero  diventare un  unico file in PDF,  dopo una presentazione sul tema open education e open content, è possibile avere indicazioni su come reperire OER, come crearne di nuovi e condividerle, sulle questioni legate alle licenze, e infine indicazioni su come avviare un progetto istituzionale  di OER.

I sei gradi di separazione dell’open education

six degreeIl corso della Mozilla Foundation conferma la teoria dei piccoli mondi (small worlds), e in particolare l’idea che esistano nodi della rete che funzionano come hub con moltissime connessioni. Alcuni hub dell’open education oggi sono sicuramente David Wiley, George Siemens, Stephen Downes, Jim Groom, Wayne Mackintosh, Philip Schmidt e aggiungerei Susan D’Antoni. Sono nomi ricorrenti per chi segue il dibattito sul concetto di “open” applicato all’educazione, sia che si tratti di open technology, open education e open content. Sono (quasi) tutti collegati al corso, in qualità di “esperti” intervistati o come “casi di studio”.

Susan D’Antoni, non è fra gli invitati dal corso, ma la considero l’antesignana dell’open education: la community sulle OER (Open Education Resources – Risorse Educative Aperte) da lei avviata nel 2005 all’interno della Virtual University dell’Unesco e che ha prodotto tra l’altro la guida OER: The Way Forward (disponibile anche in italiano). Tutte le persone sopracitate sono membri della community UNESCO che oggi conta quasi 200 iscritti provenienti da più di 100 Paesi. Oggi è autorevole madrina di molte iniziative e editor di pubblicazioni sul tema, tra cui forse l’ultima è questo speciale sull OER pubblicato su Open Learning: The Journal of Open and Distance Education.

David Wiley ha avuto un picco di notorietà anche sui media italiani in questi giorni: a lui si deve la frase “Nel 2020 le università come le conosciamo oggi saranno irrilevanti” (era preceduta da qualcosa tipo “se non si innoveranno, come fanno le aziende in questo periodo di crisi”). Da tempo sta lavorando per cambiare le regole, a partire dal suo corso online del 2007 sull’open education: il primo corso con iscritti da tutto il mondo, invitati anche a modificare il programma (syllabus) e alla fine potevano auto prodursi un attestato di partecipazione – come ha fatto Antonio Fini, credo il professore italiano più famoso di questo piccolo mondo, perchè citato in vari articoli, tra cui questo. Wiley nel frattempo ha avviato nello Utah una scuola secondaria online e gratuita, la Open High School of Utah e collabora, in qualita’ di Opennes Chief Officer, a una casa editrice rivoluzionaria, la Flat World Knowledge che tenta un nuovo approccio alla produzione di libri di testo.

Stephen Downes è stato uno dei primi a mostrare segni di insofferenza al mondo delle piattaforme elearning chiuse e costose: nel 2003, scriveva sul futuro dell’apprendimento, precognizzava ambiendi apprendimento personalizzati, apprendimeno informale e auto-organizzato. Insieme a George Siemens, che alla Manitoba University nel 2006, utilizza ELGG (sistema multiblogging) comepiattaforma per la didattica degli studenti, ha avviato il corso planetario sul Connettisvismo e la Conoscenza Collettiva, universalmente riconosciuto come CCK08: un grande esperimento che ha coinvolto più di 1600 persone nel mondo, con luci e ombre, dovute a mio avviso, all’eccessivo numero di attivià e piattaforme da seguire. Un tentativo di coniugare apprendimento informale e serendipity, ma che ha ispirato sicuramente moltissime considerazioni in merito.

Jim Groom, oltre ad aver adottato wordpress multiuser come piattaforma didattica ( Don’t Call It a Blog, Call It an Educational Publishing Platform), è l’inventore del termine EDUPUNK, che ha lanciato con un post sul suo blog– EDUPUNK si basa sulle persone e non sulle tecnologie e la filosofia DIY – Do It Yourself. Nasce in antitesi alle Corporation come Blackboard, che pensano di incorporare la “conoscenza” prodotta dalle persone e di rivenderla agli stessi utenti che l’hanno generata. Rigetta anche l’etichetta “2.0” , che ricorda troppo il concetto di un prodotto in una versione piu’ elegante, mentre favorisce il modello “quick & dirty” che funziona, anche se non ha un gran design.

Wayne Mackintosh è il fondatore del progetto Wikieducator, una community mondiale basata sull’utilizzo del wiki, come mezzo per condividere contenuti educativi. Una community molto viva che organizza varie iniziative tra cui corsi di formazione e supporta vari progetti anche di carattere tecnologico per fornire strumenti open source anche nelle zone a “digital divide”.

Philiph Schmidt è uno dei facilitatori del corso e, oltre a essere da anni un sostenitore dell’open content, ha avviato insieme ad altri 4 colleghi, la Peer to Peer University, un’università basata sulle risorse open disponibili in rete e che ha come obiettivo quello di fornire crediti formalmente riconosciuti a tutti gli iscritti.

Si tratta, come abbiamo visto di persone che propongono idee innovative e in grado di realizzarle attraverso progetti concreti e di dimensioni ragguardevoli, spesso con impatto economico rilevante (in termini di risparmi) e di grande valore etico.

Dopo alcuni anni di pionerismo, il modello dell’open education comincia ad attecchire: si tratta di una battaglia culturale, che l’open source software ha vinto almeno in parte, visto che c’e’ qualcuno che scrive che “nel movimento Open Source chiunque può immettere in rete del codice” perché non è così. Le community Open Source sono aperte a tutti, ma fortemente strutturate e gerarchiche: solo il codice “valido” viene utilizzato e “propagato” attraverso le “distribuzioni”.  Il codice open source è più affidabile perché ha superato un “controllo qualità ” molto duro.

Allo stesso modo i contenuti educativi devono poter circolare ed essere modificati per essere migliorati e ciò implica che devono essere distribuiti con licenze che ne consentano oltre che il libero utilizzo, anche la modifica, cioè la creazione di opere derivate. Su questo tema ritornerò nei post successivi in cuiè mia intenzione descrivere gli strumenti e le tecnologie discusse durante il corso, per poi arrivare alle proposte e le idee emerse.