Learning Through Sharing

The bava has invaded Bologna. Be very afraid.

Ho avuto il piacere e l’onore di essere invitata alla conferenza “Learning Through Sharing: Open Resources, Open Practices, Open Communication” che si è svolto a Bologna il 29 e 30 marzo organizzato presso il CILTA dell’Università di Bologna, dove ho fatto l’intervento di apertura.

EuroCall e’ un’associazione internazionale di docenti di lingua straniera: nella giornata che ho trascorso con loro ho potuto farmi una vaga idea di quali siano le specificità dell’insegnamento linguistico e dell’uso delle OER applicato a questo contesto.

L’organizzazione della conferenza era molto curata e anceh innovativa: nelle diverse sessioni parallele, i power point erano banditi: tutti i contributi a seguito della call for paper sono stai pubblicati in anticipo, in modo che potessero essere letti in anticipo e discussi durante la sessione in presenza.

C’era un clima molto costruttivo e di grande passione per la propria professione, oltre che normali divergenze sul ruolo dell’insegnante come “peer” o “facilitator”, se si possa essere buoni insegnanti anche se non si padroneggiano le tecnologie digitali oppure se fare “amici” su Facebook i propri allievi non sia un’invasione di spazi. Interessante anche capire come in un panorama che vede sempre più sfumati confini fra apprendimento formale e non formale, l’adozione di un sistema di eportfolio come Mahara (ne avevamo ragionato con la Provincia di Torino, ma poi non se ne e’ fatto nulla purtroppo) integrato con Moodle dalla Open University della Catalunya permetta agli studenti di valorizzare anche altre attività extra curriculari.

Ho partecipato ad una sessione pratica, in cui con un mazzo di carte progettato ad hoc dalla Open University inglese e dal gruppo LORO, abbiamo riflettuto sulle ragioni che ci spingono a riusare i materiali didattici di altri, e quindi imparare  a costruire e descrivere le nostre risorse in modo che altri le riusino. Le carte sono in licenza CC quindi si possono modificare ed adattare.

Questa è la mia presentazione :

 

E’ stato un grandissimo piacere conoscere Ana Beaven, Sarah Guth, Melinda Dooly, Tita Beaven, Anna Comas Quinn, Mjriam Hauck e tutto il comitato organizzativo di EuroCall, oltre che ringraziare Orsola Brizio per avermi messo in contatto con loro.

Spero che le nostre strade si incrocino ancora.

Open Education al Salone del Libro

Giovedi 13 maggio alle 15.30 vi aspetto al Salone del Libro Stand della REgione Piemonte, alla tavola rotonda su Open Education: ci saranno Rosanna de Rosa direttore di Federica, il primo progetto italiano di opencourseware ad essere su Itunes, Juan Carlos de Martin e Federico Morando di Creative Commons Italia che presenteranno le iniziative del Centro Nexa e Cecilia Cognigni di AIB Piemonte che parlerà del rapporto fra open education e biblioteche.

A partire dal concetto di OpenEducation, che nasce dall’incontro dei paradigmi elearning, open source software e licenze creativecommons la tavola rotonda, della durata di dirca 1.30 intende approfondire il tema dei contenuti aperti.
Il modello a cui spesso si fa riferimento per le Risorse Educative Aperte (OER – Open Education Resources) è quello del MIT ma sono moltissime oggi nel mondo le realtà che discutono e affrontano questo tema da angolazioni diverse. Il dibattito è stato avviato grazie al supporto strategico dell’UNESCO e ai finanziamenti sostanziosi della Hewlett William and Flora foundation.

I contenuti aperti sono oggi considerati uno dei temi chiave nel mondo educativo, come ha evidenziato il rapporto Horizon 2010 (The 2010 Horizon Report http://wp.nmc.org/horizon2010 curato da The New Media Consortium e EDUCAUSE Learning Initiative) unitamente a mobile computing, ebook, realtà aumentata, interfacce naturali (gesture based computing) e analisi visuale dei dati.

A partire dagli indirizzi internazionali, quali può essere sull’impatto dei contenuti aperti sulla didattica in Piemonte e in Italia, in riferimento alle nuove indicazioni del MIUR sui libri elettronici per le scuole ? Qual potrebbe essere l’impatto in termini piu’ ampi di diffusione della lingua italiana nel mondo sia in riferimento alla recente approvazione della legge regionale sul software libero che prevede anche traduzioni e realizzazione di materiali didattici?



Al via la community italiana sui contenuti aperti per la didattica

E’ partita da qualche settimana la community italiana sui contenuti aperti per la didattica: ospitata dal sito di Creative Commons dedicato alla Open Education è raggiungibile a questo indirizzo: http://opened.creativecommons.org/IT Obiettivo della Community è far conoscere le licenze Creative Commons e i principi dell’Open Education nel mondo della scuola e della ricerca in Italia, a partire dalla disponibilita’ di testi tradotti in Italiano e da una raccolta di materiali didattici rilasciati con licenze aperte.

Il gruppo si e’ costituito a partire da un primo nucleo di insegnanti della Comunità di Pratica del Master Elearning organizzato da Gino Roncaglia e Francesco Leonetti dell’Università della Tuscia: va sottolineato che anche questo Master distribuisce i materiali didattici in modalità libera. A questo si sono aggiunti altri insegnanti provenienti da esperienze diverse, tra cui mi piace ricordare il prof. Martino Sacchi e la sua rivista “Il filo di Arianna” che ho avuto il piacere di conoscere a Librinnovando.
Hanno aderito anche rappresentanti del mondo universitario e in particolare Rosanna De Rosa, carissma amica e anima del progetto Federica l’esperienza più rappresentativa in Italia, sia per le sue caratteristiche di sistematicità sia per in termini di “numeri” in ambito universitario.

Un grande contributo alla raccolta di materiali didattici e al reclutamento di nuovi partecipanti al gruppo lo sta dando Paola Limone, altra impareggiabile amica, nonché riconosciuta esperta di tecnologie nella didattica, che già mi aveva dato retta un insostituibile supporto nella creazione del gruppo “Viva i Bambini Vivaci”.

La sensazione è che ci sia davvero molto da fare in questo ambito, perché molti insegnanti pensano che se mettono i loro materiali in rete automaticamente sono utilizzabili oppure ritengono che le licenze Creative Commons rappresentino un’inutile limitazione o molto più semplicemente non hanno pensato a mettere una licenza esplicita sui loro materiali. Un esempio eclantante che mi è capitato di recente: leggendo questo articolo “Knowledge is power, sharing is stupid” in cui l’autore analizza le principali cause per cui si può essere restii a condividere i propri materiali, mi sono accorta che il sito aveva un bel “copyright 2009” e l’ho segnalato all’autore, che mi ha risposto di non averlo mai notato prima (e ha cambiato la licenza 🙂

Forse si va verso una seconda fase di Internet (non sto parlando di web2.0): tutti i governi del mondo vogliono maggiore controllo sulla rete (al di la’ della battaglia commerciale che si sta consumando fra Cina e Stati Uniti intorno a Google) e la scarsa alfabetizzazione (non solo digitale) dei più, rischia di dare maggiore visibilità e credito a chi non ha nulla da dire o non ne ha bisogno (multinazionali).
Piccoli atti possono concorrere a dare sostanza al concetto di “conoscenza libera” perche’ non siano solo parole vuote e retorica, anche piccoli come sapere cosa sono le licenze libero o più grandi come chiedere che ogni “classico” fuori diritti abbia stampato sulla copertina un indirizzo dove scaricarlo gratuitamente (anziché farli pagare quando su LIBERLIBER esistono da tempo in versione digitale).

Per aderire ad OpenED in italiano è possibile iscriversi al gruppo su google. Per discutere di OER in Italia, c’e’ sempre la community su ning, OERitaly.

Una metrica per l’educazione aperta

windows Alla conferenza organizzata dalla UOC alla fine di novembre, ero rimasta un po’ colpita dal fatto che Facebook venisse definito un “open environment” – ambiente aperto – per l’apprendimento, poichè si tratta di una piattaforma sviluppata con software proprietario e rappresenta proprio l’esempio del “walled garden” – ambiente chiuso, per cui è necessario registrarsi per poter accedere.

Cosa significa quindi “aperto”?

Il dibattito è in corso: rimbalza dal post di David Wiley che ritiene necessario precisare e definire il concetto di “open content” e introduce l’idea che sia possibile misurare il grado di “apertura” di un contenuto, al post di George Siemens che vede “openess” come ideologia (al pari di democrazia) piuttosto che una metodologia, superando il pragmatismo di molti. Siemens propone quindi una metrica “perché essere open significa più che mettere online qualche corso”.

Graham Attwell risponde dal Galles che il dibattito sui contenuti aperti è piuttosto riduttivo, se non si cambia radicalmente il modo di educare: come sottolineato da Danah Boyd che cita Jenkins non è sufficiente eliminare il divario tecnologico, perché già si delinea un “participatory gap” , ma è necessario rifondare il sistema, come già indicato da Ivan Illich:

Un buon sistema didattico dovrebbe porsi tre obiettivi: assicurare a tutti quelli che hanno voglia d’imparare la possibilità d’accedere alle risorse disponibili, in qualsiasi momento della loro vita; permettere, a tutti quelli che vogliono comunicare ad altri le proprie conoscenze, di incontrare chi ha voglia di imparare da loro; offrire infine a tutti quelli che vogliono sottoporre a pubblica discussione un determinato problema la possibilità di render noto il loro proposito.

Senza apparente riferimento diretto alle discussioni di cui sopra, è interessante anche la riflessione di Iamarf sul fatto che parlando di didattica non ha senso parlare di “contenuti” ma che si tratta di “esperienze“personali:

Se l’idea comune di contenuto avesse realmente senso, dovrebbe bastare un’unica descrizione della derivata, così come un pezzo di software destinato ad un certo scopo può immediatamente essere utilizzato da tutti per quello scopo. Invece non c’è una descrizione della derivata, come di qualsiasi altra cosa, che vada bene per tutti.

Questa è probabilmente una delle ragioni per cui la percentuale del riuso delle OER è così bassa e che al già citato convegno UOC qualcuno ha dichiarato che la migliore OER è quella che ognuno si costruisce.

Le pareti delle aule (e dei convegni come scrive Danah Boyd) stanno scomparendo: lo scambio degli appunti sta diventando planetario, come dimostra FinalsClub, che sta creando qualche scompiglio.

La necessità di un’ideologia fondativa, di una metrica dimostra quanto sia ormai conclusa una prima fase dell’open education, almeno per il resto del mondo. L’Italia ha un bel po’ di ritardo da recuperare: le iniziative universitarie di opencourseware si contano sulle dita d una mano e anche il dibattito è di là da venire.

I sei gradi di separazione dell’open education

six degreeIl corso della Mozilla Foundation conferma la teoria dei piccoli mondi (small worlds), e in particolare l’idea che esistano nodi della rete che funzionano come hub con moltissime connessioni. Alcuni hub dell’open education oggi sono sicuramente David Wiley, George Siemens, Stephen Downes, Jim Groom, Wayne Mackintosh, Philip Schmidt e aggiungerei Susan D’Antoni. Sono nomi ricorrenti per chi segue il dibattito sul concetto di “open” applicato all’educazione, sia che si tratti di open technology, open education e open content. Sono (quasi) tutti collegati al corso, in qualità di “esperti” intervistati o come “casi di studio”.

Susan D’Antoni, non è fra gli invitati dal corso, ma la considero l’antesignana dell’open education: la community sulle OER (Open Education Resources – Risorse Educative Aperte) da lei avviata nel 2005 all’interno della Virtual University dell’Unesco e che ha prodotto tra l’altro la guida OER: The Way Forward (disponibile anche in italiano). Tutte le persone sopracitate sono membri della community UNESCO che oggi conta quasi 200 iscritti provenienti da più di 100 Paesi. Oggi è autorevole madrina di molte iniziative e editor di pubblicazioni sul tema, tra cui forse l’ultima è questo speciale sull OER pubblicato su Open Learning: The Journal of Open and Distance Education.

David Wiley ha avuto un picco di notorietà anche sui media italiani in questi giorni: a lui si deve la frase “Nel 2020 le università come le conosciamo oggi saranno irrilevanti” (era preceduta da qualcosa tipo “se non si innoveranno, come fanno le aziende in questo periodo di crisi”). Da tempo sta lavorando per cambiare le regole, a partire dal suo corso online del 2007 sull’open education: il primo corso con iscritti da tutto il mondo, invitati anche a modificare il programma (syllabus) e alla fine potevano auto prodursi un attestato di partecipazione – come ha fatto Antonio Fini, credo il professore italiano più famoso di questo piccolo mondo, perchè citato in vari articoli, tra cui questo. Wiley nel frattempo ha avviato nello Utah una scuola secondaria online e gratuita, la Open High School of Utah e collabora, in qualita’ di Opennes Chief Officer, a una casa editrice rivoluzionaria, la Flat World Knowledge che tenta un nuovo approccio alla produzione di libri di testo.

Stephen Downes è stato uno dei primi a mostrare segni di insofferenza al mondo delle piattaforme elearning chiuse e costose: nel 2003, scriveva sul futuro dell’apprendimento, precognizzava ambiendi apprendimento personalizzati, apprendimeno informale e auto-organizzato. Insieme a George Siemens, che alla Manitoba University nel 2006, utilizza ELGG (sistema multiblogging) comepiattaforma per la didattica degli studenti, ha avviato il corso planetario sul Connettisvismo e la Conoscenza Collettiva, universalmente riconosciuto come CCK08: un grande esperimento che ha coinvolto più di 1600 persone nel mondo, con luci e ombre, dovute a mio avviso, all’eccessivo numero di attivià e piattaforme da seguire. Un tentativo di coniugare apprendimento informale e serendipity, ma che ha ispirato sicuramente moltissime considerazioni in merito.

Jim Groom, oltre ad aver adottato wordpress multiuser come piattaforma didattica ( Don’t Call It a Blog, Call It an Educational Publishing Platform), è l’inventore del termine EDUPUNK, che ha lanciato con un post sul suo blog– EDUPUNK si basa sulle persone e non sulle tecnologie e la filosofia DIY – Do It Yourself. Nasce in antitesi alle Corporation come Blackboard, che pensano di incorporare la “conoscenza” prodotta dalle persone e di rivenderla agli stessi utenti che l’hanno generata. Rigetta anche l’etichetta “2.0” , che ricorda troppo il concetto di un prodotto in una versione piu’ elegante, mentre favorisce il modello “quick & dirty” che funziona, anche se non ha un gran design.

Wayne Mackintosh è il fondatore del progetto Wikieducator, una community mondiale basata sull’utilizzo del wiki, come mezzo per condividere contenuti educativi. Una community molto viva che organizza varie iniziative tra cui corsi di formazione e supporta vari progetti anche di carattere tecnologico per fornire strumenti open source anche nelle zone a “digital divide”.

Philiph Schmidt è uno dei facilitatori del corso e, oltre a essere da anni un sostenitore dell’open content, ha avviato insieme ad altri 4 colleghi, la Peer to Peer University, un’università basata sulle risorse open disponibili in rete e che ha come obiettivo quello di fornire crediti formalmente riconosciuti a tutti gli iscritti.

Si tratta, come abbiamo visto di persone che propongono idee innovative e in grado di realizzarle attraverso progetti concreti e di dimensioni ragguardevoli, spesso con impatto economico rilevante (in termini di risparmi) e di grande valore etico.

Dopo alcuni anni di pionerismo, il modello dell’open education comincia ad attecchire: si tratta di una battaglia culturale, che l’open source software ha vinto almeno in parte, visto che c’e’ qualcuno che scrive che “nel movimento Open Source chiunque può immettere in rete del codice” perché non è così. Le community Open Source sono aperte a tutti, ma fortemente strutturate e gerarchiche: solo il codice “valido” viene utilizzato e “propagato” attraverso le “distribuzioni”.  Il codice open source è più affidabile perché ha superato un “controllo qualità ” molto duro.

Allo stesso modo i contenuti educativi devono poter circolare ed essere modificati per essere migliorati e ciò implica che devono essere distribuiti con licenze che ne consentano oltre che il libero utilizzo, anche la modifica, cioè la creazione di opere derivate. Su questo tema ritornerò nei post successivi in cuiè mia intenzione descrivere gli strumenti e le tecnologie discusse durante il corso, per poi arrivare alle proposte e le idee emerse.

Open Education: parte il corso promosso da Mozilla

Mozilla FoundationSono molto contenta che la mia domanda di partecipazione al corso di Open Education promosso dalla Mozilla Foundation, da ccLearn, e dalla P2PU (Peer2Peer University) sia stata accettata. I contenuti del corso sono organizzati in tre aree: licenze aperte, tecnologie aperte e pedagogia aperta.
Per essere ammessi al corso, che inzia il 2 aprile e termina il 7 maggio, era necessario presentare un’idea di progetto. Al termine del corso i partecipanti dovranno realizzare, con l’aiuto dei diversi tutor, un vero e proprio piano operativo. Sulla pagina degli iscritti è possibile visualizzare tutte le proposte: la mia è di realizzare un archivio con materiali di Professori Emeriti e Illustri Pensatori in ogni disciplina, che decidano di farne dono al mondo.. spero nelle prossime sei settimane di avere le idee più chiare su strumenti e modalità e soprattutto di trovare altri interessati ad unirsi all’impresa.

tag #MozOpenEdCourse

Federica, il primo progetto italiano di open resource education universitario

“Open” e “Free” sono i nuovi paradigmi della conoscenza: dall’open source software all’open hardware (ad es. l’italianissimo Arduino). In Italia, soprattutto nelle università , si parla molto di “open access” e dopo le dichiarazioni di Budapest, Berlino e Messina, si comincia a fare qualcosa (a Torino è partito AperTo), ma oltre a rendere “open” i risultati delle ricerche (open access) è importante dare agli studenti la possibilita’ di accedere alla risorse didattiche. L’esperienza del MIT con il progetto OCW ha dimostrato che il valore della didattica universitaria non sta nei materiali: grazie ai rapporti dell’OECD, al coordinamento dell’ UNESCO e ai finanziamenti della William and Flora Hewlett, il movimento Open Education Resources si sta ampliando, coinvolgendo prestigiose Università in tutto il mondo.

federicaIn Italia, il progetto Federica dell’Università di Napoli, dopo 5 anni di ricerca e innovazione, si presenta in questi giorni con il lancio di nuove funzioni e la disponibilità di oltre 100 corsi per tutte le 13 facoltà . Il Rettore Guido Trombetti, parla di “mission di Università pubblica”, come stimolo alla rimozione “di qualsiasi software e limitazione all’accesso del sapere.”

I materiali, più di 2000 lezioni, oltre 1600 documenti, 300 video e 600 podcast sono a disposizione degli studenti (e del mondo intero) per il ripasso e per l’approfondimento attraverso la Living Library (600 siti selezionati dai docenti): l’intero progetto sarà presentato il prossimo venerdi (13 marzo 2009), nel ciclo di incontri “Come alla corte di Federico”.

La diffusione di conoscenza attraverso le risorse educative aperte, significa anche diffusione e promozione di una lingua e di una cultura nel mondo: in Cina il CORE project ha aderito al già citato OCW, e in Italia cosa aspettiamo?

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Il mercato dei contenuti educativi digitali

 MediaterraneoA Sestri Levante, l’altro ieri (23 ottobre) si è svolta l’edizione 2008 di DECOM (Digital Educational Content Marketplaces) organizzato in partnership da ELIG (European Learning Industry Group) e Giunti Labs, presso la bella sede del centro conferenze MediaTerraneo. Giuntilabs è anomala nel panorama italiano dell’industria elearning, per la sua capacità di networking internazionale e per essere promotore o partner in progetti innovativi e organismi di definizione degli standard. Ho scoperto quest’evento, chiuso e a invito, grazie alla comunità LETSI, che ha come finalità quella di occuparsi degli standard per l’elearning. LETSI ha 12 fondatori, tra cui ADL, AICC, Adobe, IEEE, il Fraunhofer Institute, e si sta occupando di definire le specifiche dello SCORM 2.0.  LETSI ha avviato una consultazione pubblica nel mese di agosto, che ha raccolto più di 100 paper, tra cui il nostro.

Logo DecommL’evento sponsorizzato tra gli altri CISCO, IBM, CEGOS metteva insieme editori, quali McGrawHill, Pearson, Elsevier e sostenitori dell’open content, tra cui il MIT e l’Università di Delft, come dire il diavolo e l’acqua santa, obiettivo: discutere del futuro del mercato dei contenuti digitali per l’educazione e arrivare alla fine del workshop, con la “Dichiarazione di Sestri Levante” che attraverso l’ELIG, sottoporrà all’Unione Europea e ai governi nazionali suggerimenti per le policy da adottare per fare decollare il mercato dei contenuti europei.
Decom2008 - Intervento MITSul palco, oltre a Fabrizio Cardinali, CEO di Giuntilabs, il responsabile del progetto OCW del MIT, Vijay Kumar, Judy Brown per ADL ed esperta di tecnologie per l’apprendimento, il responsabile del progetto OCW dell’Università di Delft, la cui presentazione è già disponibile su slideshare, Anka Mulder, Joel Greenberg che ha presentato il progetto Learning Space della Open University, Adam Black per Pearson, Bob Bolick per MacGraw-Hill, Tim Hawkings per Elsevier.
Il pomeriggio i lavori sono stati organizzati per “tavoli” (già predisposti fin dal mattino): quello che ho scelto, è stato il primo a popolarsi e forse era anche il più numeroso, tema: Opening Repository, Unleashing Content, Free and Published Content Federations. Al tavolo, gli speaker del mattino, MIT, DELFT ed editori. Mr Kumar, che ha appena pubblicato Open Up Education (disponibile online), è il coordinatore della discussione. Open Up educationBob Bolick, McGraw-Hill, dà  il via alla discussione, dichiarando che lui vede nella federazione di repository di materiali educativi, la soluzione del futuro per i contenuti digitali. Dice anche che il suo mercato non sono gli studenti, ma gli insegnanti. A questi ultimi il compito di adattare i materiali e renderli disponibili in modalità free. Posizione condivisa anche dal rappresentate dell’editore Pearson. Non male, direi come approccio per essere editori.
Kumar del MIT, sottolinea che prendere la decisione di rendere liberi i materiali educativi, non è facile: va ricordato che gratis, o meglio free, vuol dire prezzo uguale zero ma il costo è elevato, si tratta di distogliere risorse economiche a esempio dalla ricerca. Chi si occupa di educazione, deve occuparsi dei materiali didattici, e considerarli come un “servizio”, nella stessa accezione in cui oggi si parla di software “as a service”.
Il tavolo sul DRM, invece è stato disertato con un applauso di tutta la platea.

Open Access Day, qualcuno se ne è accorto?

OAD Grazie a SPARC, Students for FreeCulture e PLoS che hanno organizzato la manifestazione per sensibilizzare l’opinione pubblica su questo argomento, oggi si celebra il primo Open Acces Day, ovvero la giornata dell’accesso libero, cioè l’idea che la conoscenza deve essere libera. Su OpenaccessDay.org si trovano informazioni sulle varie iniziative in corso in tutto il mondo

Su Dschola Tv, abbiamo pubblicato uno dei video che gli organizzatori dell’Open Access Day, hanno realizzato per promuovere il loro messaggio. Perché l’open access è importante? Ad esempio, perché ci sono degli studenti che scelgono che esami dare in base al costo dei libri e delle pubblicazioni scientifiche… e siccome come qualcuno ha detto, la verità è sempre rivoluzionaria, qualche tempo fa (febbraio 2007) alcuni studenti non hanno fatto altro che appiccicare l’etichetta del prezzo ad alcune pubblicazioni scientifiche per denunciarne il costo esorbitante… un tema a cui in tempi di tagli anche le nostre Università dovrebbero essere sensibili…

Oggi è stata anche la giornata di lancio dell’OASPA,  Open Access Scholarly Publishers Association che vede l’adesione di prestigiose case editrici scientifiche. Per festeggiare l’avvenimento oggi e nei prossimi giorni sono in uscita, in modalità open access, alcune pubblicazioni, tra cui:

Access to Knowledge in Brazil: New Research on Intellectual Property, Innovation and Development, a cura dell’Information Society Project at Yale Law School and Fundação Getulio Vargas Law School, che può essere scaricato qui

Per chi volesse saperne di più, è disponibile il wiki OAD dove sono raccolti materiali e informazioni a supporto del progetto… e allora, non resta che augurarci un Happy Open Access Day!!

[Oeritaly] Pubblicato un ottimo manuale sulle OER

Oer_DiagramLa comunità WikiEducato del USU Center for Open and Sustainable Learning ha pubblicato il primo “handbook” sulle OER. Il volume è disponibile in vari formati: in versione wiki, sia in versione PDF prevabile gratuitamente o a pagamento su carata presso Lulu

Parti di questo volume sono basate dal lavoro svolto dalla comunità OERWiki dell’Unesco Leggi tutto “[Oeritaly] Pubblicato un ottimo manuale sulle OER”