Coding & gadgeting

La BBC ha annunciato la sua nuova iniziativa Make it digital: un milione di schedine programmabili per ogni ragazzo che frequenta l’equivalente della nostra prima media, 5000 corsi per giovani disoccupati, un’intera stagione di programmi radio e tv dedicati al digitale, una partnership con 50 organizzazioni che si occupano di promuovere il “coding” (l’insegnamento dei rudimenti della programmazione) e una serie di eventi specifici e dedicati alle scuole.

In Italia mi pare ne abbia parlato solo Punto Informatico.

Confesso che l’idea di una grande iniziativa di alfabetizzazione digitale mi era subito parsa molto interessante, soprattutto in questa parte d’Europa, dove siamo negli  ultimi posti in tutte le classifiche che riguardano il digitale, a causa di infrastrutture carenti e competenze scarse.

Al massimo noi avremmo potuto fare una serie tv intitolata “Digitale da incubo”,  sulla falsa riga delle “cucine da incubo”: già me lo vedo il tecnico che scopre la scuola che paga tre contratti ADSL e non lo sa ma  ha  il laboratorio che  non funziona e la LIM scollegata.

Va detto che da noi ci stiamo impegando ocon la faccenda del coding nelle scuole: siamo stati il paese che ha aderito con più entusiasmo alla “Hour of Code” europea, tanto che qualcuno comincia a chiedersi se non stiamo esagerando.

E’ davvero necessario che tutti diventiamo programmatori?  In inglese si sono  parole diverse per indicare mestieri diversi, il programmer e il coder: il programmer sta al coder, come il designer sta all’artista di produzione. Il programmer o analista e’ quello che analizza il problema e astrae la soluzione, mentre il coder e’ quello che realizza il codice sul computer, sulla base delle specifiche date dal programmer.   In effetti quello che a scuola si dovrebbe insegnare è il “computational thinking” ovvero la capacità di formulare un problema e trovare una soluzione praticabile da un computer o da una persona.

Detto questo non sottovaluterei  l’idea che tutti diventiamo capaci di scrivere due righe di coding: non aspiriamo ad essere matematici, ma una minima dimestichezza con i numeri ci aiuta nella vita quotidiana (tralascio che al mercato alla domanda “perché mettete il prezzo all’etto e al chilo?” la risposta e’ stata “la gente non sa farsi il conto”), cosi’ ad esempio esistono già  sistemi di controllo per la casa che utilizzano interfacce di programmazione  “scratch like” (cioè che usano la stessa logica del linguaggio Scratch).

Quello che vale la pena di segnalare è che la lodevole iniziativa della BBC ha già  sollevato qualche dubbio. Donald Clark commenta a suo modo Make it digital: la considera un’iniziativa di marketing, per rilanciare la TV fra i giovani, denuncia che  la schedina Microbit che verrà donata agli studentiè  una schifezza, che Raspberry è inadatto all’apprendimento e che in futuro non serviranno programmatori, ma project manager e addetti alle vendite.  Ma di sicuro questa parte è assolutamente condivisibile:

Have we learnt nothing about launching gadgetry in education? How many reports do we need that stress teacher training, support and proper planning? What teachers don’t need, is yet another poorly planned, alien-looking gadget, parachuted into schools and classrooms, hard on the heels of the last one, the Raspberry Pi, with no real training

Quindi alla fine si converge sempre li: per far funzionare le cose a scuola, serve prima di tutto la formazione degli insegnanti. Il resto è junkware.

Eduskill: nuovi media per nuovi modelli educativi

Nel post precedente avevo iniziato una riflessione, in preparazione della giornata del 14 aprile per #eduskill, in cui sono stata invitata con Domenico Chiesa, presidente nazionale del Cidi, Pier Cesare Rivoltella, docente dell’Università Cattolica di Milano e Carlo Infante a parlare di nuovi media, modelli educativi e cittadinanza digitale.

Domenico Chiesa ha detto giustamente che non basta il pc nello zainetto per cambiare la scuola, che la scuola si cambia dal di dentro  e che bisognerebbe smetterla di difendere un lumino spento. Carlo Infante ha sottolineato che il web 20 è un “update antropologico” e con le tecnologie mobili si e’ aperta l’epoca del “performing media” con un nuovo uso del corpo.  Ha proposto anche un “baratto” competenze/conoscenze fra gli allievi e gli insegnanti.

Pier Cesare Rivoltella ha articolato il proprio intervento su 3 punti: il mito del “nativo digitale” come alibi per gli adulti, che sarebbe a dire “se non li capiamo é perché sono diversi da noi” e soprattutto ha insistito sul fatto che non esistono mutazioni genetiche nel cervello dei cosiddetti nativi (GRAZIE!); il secondo punto ha sottolineato come i new media sono ormai parte della nostra vita, attraverso i media indossabili e siamo assistendo ad un “riposizionamento sociale e concettuale” dei nuovi media – che ormai non sono più né strumenti né ambienti, ma costituiscono un vero e proprio tessuto connettivo; infine ha affrontato il tema della media education dicendo che c’e’ una stasi, che non si discute più di analisi di forme testuali e della nuova etica che riguarda i nuovi consum-attori.

Pensavo di parlare di “moral panic” in connessione con l’uso della rete, ma grazie alle sollecitazioni degli interventi che mi hanno preceduto ho modificato un po’ il mio contributo.

Rispetto al tema “un pc nello zainetto”  anche se sono daccordo che le tecnologie da sole non cambiano la scuola è innegabile che la “vision” di Negroponte con il suo progetto di dare un pc a ogni bambino ha avuto conseguenze sia sull’educazione, sia sul mercato dei PC/netbook/tablet. E’ altrettanto innegabile che secondo  Negroponte i bambini non hanno bisogno di maestri e questo lo racconta da un po’ anche Sugata Mitra con il suo progetto “Buco nel muro”  un concetto che se i Pink Floyd sostenevano gia’ negli anni 70, non e’ facile da mandare giù.

E’ di questi giorni la notizia che dai primi dati, l’OLPC non ha prodotto risultati apprezzabili sul piano dell’apprendimento: ma con una lettura un po’ più approfondita, si scopre che il report  della Inter-American Development Bank (IDB) rivela anche un aumento delle capacità cognitive. Forse bisognerebbe imparare a scrivere meglio gli articoli e anche a fare le valutazioni.

Sul tema dell’uso dei media, mi è sembrato utile sottolineare come il video stia  rivoluzionando il sistema dell’educazione: forse il modello della Khan Academy non è destinato a restare nei secoli ma di sicuro un bel po’ di fermento lo sta portando nel mondo dell’educazione: e se la pedagogia di Freire aveva già teorizzato l’insegnante come motivarore/facilitatore, la flipped classroom è qualcosa che si affaccia sul mondo dove gli insegnanti sono tanti e diversi fra loro.

Infine un discorso sui contenuti che vengono insegnati a scuola con particolare riferimento all’informatica: è necessario dare supporto e formazione nella scuola perche’ si abbandoni il modello addestrativo e si renda possibile un insegnamento che privilegi il coinvolgimento e la creatività. Oggi questo è possibile grazie all’esistenza di componenti hardware a basso costo come Arduino e linguaggi visuali come Scratch anche un bambino può costruire piccoli robot, giochi che reagiscono a determinate sollecitazione, realizzare videogiochi o cartoni animati. Con CSP Dschola è stato  avviato un percorso da alcuni anni che riunisce tutte queste sperimentazioni: eticommunity  e dscholatv, “progetto olpc “, “un pc per ogni bambino“, “scuola digitale in piemonte”,arduino a scuola”,   fino alle ultime iniziative come il workshop Medea sull‘Uso e riuso del video nell’educaizione”  e ll‘Italian Scratch Festival che si chiuderà  il 19 maggio 2012.

Molto interessanti le domande del pubblico, che hanno sollevato temi importanti come quello della qualita’ dell’informazione, della memoria e dell’oblio, del ruolo delle famiglie, della televisione come media imprescindibile..  per chi non c’era ci sono le sintesi video qui per una sintesi efficace della mattina c’e’ lo storify qui

Peccato non aver potuto partecipare alle altre iniziative in programma come le walk talk: complimenti ad Acmos  e Urban experience, Performing Media