il wifi libero non (ci) basta

Ci sono già tante città che offrono accesso wifi libero per i propri cittadini: Novara, Bologna, la Provincia di Roma e anche Torino. In Piemonte è stata recentemente approvata una legge regionale per creare, per i cittadini, accessi gratuiti alla rete presso le sedi pubbliche.

La prossima settimana ci saranno in importanti città italiane, tra cui anche a Torino, le elezioni amministrative: a Torino la maggior parte dei candidati sindaco e vari aspiranti consiglieri in modo bipartisan hanno messo nel loro programma la promessa dell’accesso al wifi libero.

C’e’ da sperare che si tratti di una semplificazione per progetti di piu’ ampio respiro, infatti come scrive Francesco Sacco su Le formiche [Un patto sociale in nome della digitalizzazione], la situazione richiede interventi energici

“Secondo il Networked readiness index del Word economic forum nel 2010 l’Italia si posiziona al 48esimo posto nel mondo in quanto a capacità di trarre profitto dall´Ict. Nel 2009 eravamo al 45simo posto. Davanti a noi non ci sono soltanto quei Paesi che sono tradizionalmente in competizione con i nostri produttori, ma siamo preceduti da Portorico, Ungheria e Thailandia, appena davanti a Costarica e Oman. Il vantaggio competitivo di una nazione e del suo sistema produttivo dipende sempre di più dalla sua capacità di sapere sfruttare a fondo i guadagni di produttività che consente l’Ict. Non resteremo ancora a lungo la settima potenza economica del mondo se non ne sapremo trarre le necessarie conseguenze. Una recente ricerca di McKinsey ha calcolato che ogni euro investito da un´azienda francese in rete (siti, posta elettronica, software) si è tradotto in due euro di margine operativo e ogni euro speso in marketing online ha generato 2,5 euro di utile, stimolando soprattutto la crescita delle Pmi. Un terzo della popolazione mondiale ben più della parte più ricca è già su Internet. Ma i benefici della digitalizzazione creano rendimenti crescenti: a parità di investimento, rendono di più in valore assoluto nei Paesi che sono già più digitalizzati. La conseguenza è che se non reagiamo immediatamente, il nostro ritardo diventerà presto incolmabile.

La situazione italiana non e’ rosea… non esiste una strategia nazionale per il digitale e l”iniziativa per dare all’Italia un’Agenda Digitale, non mi sembra che abbia mantenuto il taglio “dal basso” con il quale era partita e né mi è chiaro (ne’ dal blog né dalla pagina facebook) cosa stiano facendo.

Torino Digitale chiede ai candidati sindaco di impegnarsi perché a partire dalla città si rilanci il progetto di un’agenda digitale attraverso azioni concrete e non superficiali promesse elettorali. Certo le premesse non lasciano ben sperare, visto che non è stato possibile organizzare un confronto su questi temi.

In fondo e’ sempre la stessa cosa che capitava con i presidi delle scuole una decina d’anni fa quando proponevano progetti sulle tecnologie: ti facevano parlare con l’esperto, perché ritenevano che l’ict non fosse grado di modificare l’organizzazione scolastica o la didattica. I presidi, che lavorano con i giovani, hanno capito in fretta e si sono adeguati. Speriamo lo capiscano anche i sindaci che contano sugli elettori pensionati.

 

 

 

 

Biblioteca Sherazad: buone notizie per la cultura a Torino

“Fondare biblioteche è un po’ come costruire ancora granai pubblici: ammassare riserve contro l’inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire. (Marguerite Yourcenar)”

Una settimana fa ho partecipato ad un dibattito molto acceso sul finanziamento alla cultura, a partire dal rischio della chiusura della biblioteca Sherazad, la biblioteca del quartiere San Salvario a Torino: oggi leggo con grande piacere che il Comune di Torino ha trovato i fondi per tenere aperta la biblioteca almeno fino a giugno 2011

Il senso del dibattito che si è svolto il 9 ottobre, è racchiuso in questa frase pronunciata da Alessandro Mercuri, presidente dell’Associazione Nessuno dell’articolo: «Abbiamo preso in considerazione altri modelli associativi – spiega il presidente, Alessandro Mercuri – e messi a confronto: tra quello di Documè, finanziato con fondi pubblici e fallito, e quello di Ylda, che organizza Paratissima e legato in larga parte a sponsor privati, abbiamo scelto una via di mezzo: un sistema partecipato di gestione delle attività in cui i cittadini possono liberamente offrire qualcosa: tempo, libri, idee o donazioni».

All’incontro, moderato da Gianluca Gobbi e organizzato da Fabio Malagnino e Alessandro Mercuri, erano rappresentati le associazioni Documè e Ylda, iniziative di valore nate nello stesso quartiere SanSalvario, YouCapital e il Comune di Torino. Giuliano Girelli per Documé, circuito indipendente per la promozione del documentario, ha denunciato le cause della chiusura: l’assenza di bandi pubblici con criteri trasparenti per i finanziamenti unita ai mancati pagamenti da parte della Regione Piemonte. Domenico Aliprandi di Yilda e promotore di Paratissima, un evento che trasforma un intero quartiere in uno spazio espositivo di arte contemporanea, ha spiegato come riescono a finanziarsi attraverso sponsorizzazioni private. Aliprandi ha sottolineato come il Piemonte, drogato dai finanziamenti per le Olimpiadi abbia avviato notevolissimi investimenti su musei e castelli, ma non abbia impostato nessuna politica per la sostenibilità nel tempo di queste opere.

Senza dubbio la situazione drammatica dei conti pubblici non permette troppe illusioni ma trasparenza e criteri di assegnazione di fondi vanno reclamati: i 4,5 milioni di euro sottratti da Giuliano Soria per scopi personali, sembrano non aver neanche scalfitto la Regione Piemonte. Non si può sicuramene sostenere però che la cultura debba rispondere a logiche di domanda e offerta, come sembrava sostenere Cassiani del Comune di Torino, altrimenti ha ragione Girelli quando dice che destra e sinistra fanno lo stesso tipo di politica sulla cultura.

Il crowdfunding e le microdonazioni non devono/possono sostituire il finanziamento pubblico ma in alcuni casi possono rappresentare un’ulteriore opportunità e di questo parlerò in un prossimo post.

Open Education al Salone del Libro

Giovedi 13 maggio alle 15.30 vi aspetto al Salone del Libro Stand della REgione Piemonte, alla tavola rotonda su Open Education: ci saranno Rosanna de Rosa direttore di Federica, il primo progetto italiano di opencourseware ad essere su Itunes, Juan Carlos de Martin e Federico Morando di Creative Commons Italia che presenteranno le iniziative del Centro Nexa e Cecilia Cognigni di AIB Piemonte che parlerà del rapporto fra open education e biblioteche.

A partire dal concetto di OpenEducation, che nasce dall’incontro dei paradigmi elearning, open source software e licenze creativecommons la tavola rotonda, della durata di dirca 1.30 intende approfondire il tema dei contenuti aperti.
Il modello a cui spesso si fa riferimento per le Risorse Educative Aperte (OER – Open Education Resources) è quello del MIT ma sono moltissime oggi nel mondo le realtà che discutono e affrontano questo tema da angolazioni diverse. Il dibattito è stato avviato grazie al supporto strategico dell’UNESCO e ai finanziamenti sostanziosi della Hewlett William and Flora foundation.

I contenuti aperti sono oggi considerati uno dei temi chiave nel mondo educativo, come ha evidenziato il rapporto Horizon 2010 (The 2010 Horizon Report http://wp.nmc.org/horizon2010 curato da The New Media Consortium e EDUCAUSE Learning Initiative) unitamente a mobile computing, ebook, realtà aumentata, interfacce naturali (gesture based computing) e analisi visuale dei dati.

A partire dagli indirizzi internazionali, quali può essere sull’impatto dei contenuti aperti sulla didattica in Piemonte e in Italia, in riferimento alle nuove indicazioni del MIUR sui libri elettronici per le scuole ? Qual potrebbe essere l’impatto in termini piu’ ampi di diffusione della lingua italiana nel mondo sia in riferimento alla recente approvazione della legge regionale sul software libero che prevede anche traduzioni e realizzazione di materiali didattici?



“Meet the boss” all’Erasmian European Youth Parliament

Erasmian European Youth ParliamentTorino è la Capitale Europea dei Giovani del 2010, dopo Rotterdam e prima di Anversa nel 2011 e la prima iniziativa è l’Erasmian European Youth Parliament, in svolgimento dal 7 al 14 febbraio. 175 studenti delle superiori che arrivano da 16 paesi europei hanno lavorato tutta la settimana, suddivisi in varie commissioni, per discutere di ecosostenibilità . Al termine dei lavori voteranno in un’assemblea pubblica la risoluzione da consegnare al Parlamento Europeo (degli adulti).

All’interno della manifestazione è stata organizzato l’evento Meet the Boss, in cui gli studenti hanno avuto l’opportunità di confrontarsi con personalità della città , politici e manager a cui fare domande difficili. Per i casi della vita mi sono trovata a fare il “boss”, nonostante un terribile raffreddore, a tavola con una ventina di ragazzi provenienti da Olanda, Germania, Inghilterra, Italia, Rep. Ceca, Turchia, Romania e un manager della Toro Assicurazioni.
Meet the boss EEYP
Il mio tavolo doveva affrontare il tema dell’ecosostenibilità dal punto di vista economico: i ragazzi erano molto consapevoli che porre vincoli alle imprese per passare a metodi di produzione più compabili con la natura, avrebbe potuto comportare maggiori costi e possibili spostamenti della produzione in altri paesi e quindi ci chiedevano quali potevano essere le leve per convincere gli imprenditori a non trasferire le produzioni anche a fronte di costi maggiori.

Questi ragazzi affrontavano le questioni con un respiro “europeo” pur sapendo che poi ogni paese sarebbe stato libero di definire localmente lequestioni di ordine ecomico e sociale. Abbiamo parlato anche dell’importanza dell’educazione e di come l’idea dell’ecosostenibilità dovrebbe essere insegnata a scuola (ho lanciato l’idea del bollino verde da dare alle scuole): così è emerso che due ragazzi olandesi studiavano cinese mandarino a scuola e che avevano in progetto di partire alla fine della scuola per andare in Cina: una nota positiva, che tutta la chiacchierata sulla necessita’ di proteggere il mercato europeo, mi aveva un po’ intristito.

Soprattutto pensando all’altra iniziativa sul clima a cui ho collaborato, ovvero Global Change, e in particolare ai Climat Debt Agent il cui motto e’ “I paesi ricchi del mondo sono responsabili dei cambi climatici, mentre i paesei poveri ne pagano gli oneri. I paesi ricchi hanno un debito climatico enorme da pagere. Agiamo ora per ricordare ai politici i loro debiti”

Sicuramente i ragazzi dell’EEYP erano più bravi delle loro scuole (anche se alla domanda con quali criteri siete stati selezionati non mi hanno risposto) e durante la serata anche molto calati nel loro ruolo di delegati europei… ma erano davvero molto molto “professional” e devo dire sufficientemente ironici. Mi è rimasta molta curiosità di sapere come sarebbe finita la loro settimana…

A marzo sarà la volta di “Democrazia 2.0” e del convegno della stampa studentesca, a giugno ci sarà il “Future Campus” e a settembre l’assemblea delle associazioni universitarie europee “Thinking Pot”, che riunirà più di mille studenti… una bella occasione per far conoscere la nostra città a tanti ragazzi.

Un giorno di scuola nel 2020

logoscuola1Si è concluso il convegno sulla scuola del futuro, con uno sguardo ai sistemi scolatistici europei (Francia e Inghilterra) e una tavola rotonda sul futuro della scuola italiana. Sulla prima giornata ho già scritto un commento (Coloni digitali): nella seconda giornata, il prof George Louis Baron, ha detto alcune cose facilmente osservabili, anche se ha sottolineato che mancano dati quantitativi convincenti: gli studenti (di oggi) usano molto le tecnologie, in modo  ingenuo e non corrispondente alle aspettative degli adulti (genitori e insegnanti) e hanno difficoltà di concettualizzazione, cosa che l’ex ministro Lombardi ha sintetizzato in “perdono tempo”. Baron ha presentato due scenari possibili per la scuola del futuro: nel primo i cambiamenti saranno piccoli (pochi incentivi dal pubblio, aumento della frattura fra scuola e società e aumento delle differenze sociali) e nell’altro il rinnovamento sarà limitato (investimenti regionali tramite partneriati, sarà valorizzato il ruolo degli insegnanti). Ludovico Albert della Regione Piemonte, ha insistito sul tema decentralizzazione e ha parlato degli investimenti infrastrutturali, oltre che della necessità che la ricerca scientifica sia orientata dai valori (per il Piemonte nella fattispecie ha citato il progetto di risparmio energetico).

In chiusura la tavola rotonda, in cui Mezzalama (politecnico di Torino) ha ricordato come le innovazioni siano distruttive (l’ingresso dei robot in fabbrica e la conseguente crisi occupazionale degli operai); Paolo Ferri ha insistito sull’importanza del “setting formativo” dicendo che le aule sono uguali da un secolo a questa parte (Papert lo diceva già  tempo fa nel suo libro “I bambini e il computer); Biondi fresco di nomina ministeriale ha ripetuto che bisogna “fare” e ha sostenuto che lui non crede nell’ora di informatica né nella Patente del computer per gli insegnanti e ha anticipato che ci sarà una “call” per la sperimentazione di 200 classi su nuove modalità di apprendimento. Francesco Pedrò, intervento più interessante a mio avviso, ha sostenuto che ogni studente ha un approccio diverso alla tecnologia e che l’introduzione delle tecnologie può accentuare le differenze sociali.

In generale si è parlato poco di come sarà la scuola del 2020, a parte per quanto riguarda le tecnologie: abbiamo visto che a scuola ci si annoia, che sarebbe forse utile ci fosse più arte e più sport, meno “parole” e più “laboratori “, che i ragazzi preferiscono lavorare in gruppo e la risposta forse non è solo nelle aule “a soffietto”. Si è parlato degli insegnanti come “problema” della scuola e della crisi del loro ruolo, della necessità di formarli (ma su cosa? ancora sull’uso delle tecnologie?), dell’importanza di trovare soldi per la scuola se davvero si vuole la si vuole cambiare.

La scuola come istituzione non è stata messa in discussione e non si è discusso delle implicazioni del computer sul piano cognitivo, per esempio mi chiedo se interagire con oggetti digitali invece che “fare” con le mani, induca dei cambiamenti percettivi nelle capacità spaziali, di orientamento, ecc. e su come questo possa modficare l’interazione con il mondo fisico..  forse come dice il poeta, questo “lo scopriremo, solo vivendo”.

Innamorati della cultura

Innamorati della culturaA Torino e in altre città del Piemonte, il 14 febbraio ci sarà la manifestazione Innamorati della cultura (che non si sa dove cada l’accento, sarà un imperativo? o il motto di chi aderisce?) Per informazioni e il programma della giornata: www.abici.it
Questa è la presentazione:

 Un quartiere fatto di case e qualche servizio essenziale (scuola, uffici anagrafici), si chiama “quartiere dormitorio”. Ciò che trasforma un luogo in cui “si dorme” in un luogo in cui “si vive” è la condivisione di un patrimonio culturale: questo hanno capito tutte le civiltà , dagli antichi greci ad oggi. In questo periodo di grandi difficoltà finanziarie la cultura sembra un bene superfluo, ma difendere la cultura significa difendere la nostra identità e riconoscere la nostra storia come esseri umani. Tutte le società , in tutti i tempi, hanno avuto bisogno di luoghi, di idee, di rappresentazioni artistiche che li rendessero cittadini consapevoli di appartenere ad una comunità . Mantenere viva la cultura in tempo di crisi è il segno di una società che non si arrende all’abbrutimento, che coltiva il legame tra i cittadini, che offre a tutti strumenti per comprendere il presente e progettare il futuro. In secondo luogo la cultura significa posti di lavoro. Dietro una mostra, uno spettacolo, un museo, un convegno o una pubblicazione non ci sono soltanto artisti o intellettuali più o meno noti: ci sono organizzatori, maschere, addetti alle pulizie e alle biglietterie, attrezzisti, bibliotecari, ricercatori, e molte altre figure professionali. “Tagliare sulla cultura” significa anche “tagliare” posti di lavoro. In terzo luogo la cultura costa poco, neanche l’1% del bilancio nazionale e di quelli locali. Per questo abbiamo pensato di dedicare una giornata, il 14 febbraio, a mettere in luce il nostro lavoro per farne conoscere la quantità e la qualità : fondazioni, associazioni, cinema, gallerie, musei, biblioteche, teatri, orchestre per tutta la giornata saranno aperte e attive con un ampio programma di manifestazioni. Vi invitiamo a partecipare alla giornata testimoniando con la vostra presenza e con una vostra firma nei punti di raccolta, che la cultura è un pezzo importante della vostra esistenza, così come la salute, la scuola e gli altri servizi che regolano la vita delle nostre città . Senza il nostro libro preferito, senza il film che ci ha fatto piangere, senza la canzone che ci ha fatto innamorare saremmo tutti un po’ più tristi e un po’ più soli.

Incontro sulla guerra in Congo

Dall’autuno del 2008, ci sono violenti scontri in diverse regioni del Congo e da dicembre è in corso una violenta epidemia di Ebola. Nonostante numeri spaventosi, più di 2 milioni di sfollati, centinaia e centinaia di morti, la stampa tradizionale occidentale sembra non avere posto per queste notizie.

Su GlobalVoicesOnline – Italia sono reperibili alcuni articoli sulla situazione in Congo che riportano le voci di bloggers e giornalisti locali.

Riporto inoltre questa segnalazione inoltratami da un amico che collabora al Centro Studi Sereno Regis.

Guerra civile in Congo

OSSERVATORIO INTERNAZIONALE –

Repubblica Democratica del Congo: la guerra mondiale africana continua
giovedì 12 febbraio 2009 – ore 20,45
Sala Gandhi – Centro Studi Sereno Regis, via Garibaldi 13. Torino

Relatore: Ugo Borga, fotoreporter freelance.

L’incontro sarà l’occasione per analizzare le complesse origini storiche e raccontare i recenti sviluppi del conflitto, attraverso le parole di un testimone straordinario: Ugo Borga, giornalista-fotoreporter freelance, appena rientrato dalla zona del Nord Kivu, dove ha seguito le truppe ribelli del generale Nkunda realizzando un lungo reportage, di cui ci presenterà contenuti e immagini. Al termine è previsto un dibattito con il pubblico, durante ci sarà la possibilità di approfondire, insieme al relatore, alcuni temi legati al giornalismo di guerra, tra etica e azione.

Torino che non è Chicago …

Hello Chicago,
If there is anyone out there who still doubts that America is a place where all things are possible, who still wonders if the dream of our founders is alive in our time, who still questions the power of our democracy, tonight is your answer.

Così comincia il suo primo discorso in qualità di neoeletto presidente degli Stati Uniti d’America, Obama, che ha rimarcando la parola “Uniti”: le sue parole sono sempre positive, “un posto dove tutto e’ possibile” “dove il sogno dei padri fondatori è vivo nel nosro tempo” “il potere della nostra democrazia”, voce ferma, la sua postura esprime agio e controllo della situazione, come quasi sempre in questi mesi in cui la simpatia per lui e’ cresciuta giorno per giorno… non aveva rivali, il livore di Mc Cain, non lo rendeva altrettanto simpatico. Forse gli americani si sono stufati di messaggi basati sulla paura…

Tanti anni fa, una canzone di Enzo Maolucci, diceva che “Torino che non e’ New York”, oggi si potrebbe aggiungere che non è neanche Chicago. Anche se anche qui è un posto dove tutto può capitare… si puo’ avere la fortuna di essere città olimpica, e di pagarne il pesante tributo in termini economici con le casse pubbliche esauste.

Dove può anche capitare, di lavorare in un centro di ricerca, considerato il fiore all’occhiello di una multinazionale americana, avviato grazie a finanziamenti pubblici dell’ordine di milioni di euro, e di ritrovarsi dalla mattina alla sera, disoccupati, senza capirne le ragioni. Attoniti e muti, sono rimasti i piu’ di 400 dipendenti lasciati senza lavoro.

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