[:it]Un webdocumentario su Haiti dopo il terremoto[:]

[:it]Campo-profughi ad Haiti (foto concessa dagli autori di Solidar'IT in Haiti)Giordano Cossu e Benoit Cassegrain sono i due web-reporter fondatori di Solidar’IT in Haiti [in inglese, come tutti i link che seguono salvo diversamente indicato], iniziativa globale e spontanea nata a seguito del Crisis Camp di Parigi con l’obiettivo di usare al meglio Internet e altre tecnologie per aiutare le popolazioni colpite dal terremoto ad Haiti il 12 gennaio scorso [it]. Si tratta di un progetto giornalistico e multimediale, indipendente e non-profit, che punta a raccontare e documentare il post-terremoto tramite la voce diretta dei cittadini haitiani, ampiamente esclusi dal progetto di ricostruzione e tuttora in piena emergenza.

Come ci racconta Giordano Cossu in una intervista via Skype, i due sono partiti a fine luglio 2010 alla volta di Haiti, rimanendoci per un paio di mesi, così da raccogliere le testimonianze dirette di quanti vivono ancora in larga parte sotto teloni bucati:

“Abbiamo percepito molta frustrazione, a tutti i livelli, non solo dalle persone disagiate nei campi, ma anche da parte di chi cerca di darsi da fare per organizzare e trovare soluzioni. È a queste voci che tentiamo di dare spazio e visibilità , per evitare che l’informazione su Haiti sia – come è al momento – al 95% quella fornita dalle ONG attive sul campo (che hanno necessariamente un’agenda da seguire).”

Il materiale raccolto vedrà la luce in un web-documentario, la cui uscita è prevista entro fine anno. Nel frattempo si avvale di un ricco spazio multimediale con contenuti in inglese e francese:

Il blog multimediale è un modo per comunicare il “work-in-progress” del nostro web-documentario, e la sua particolarità è proprio quella di permettere di ascoltare direttamente le testimonianze più significative.

Per scelta gli articoli si limitano a spiegare il contesto, lasciando i contenuti “forti” all’interno degli spezzoni video e audio. Solo ascoltando le voci e guardando le immagini si può comprendere la realtà di Haiti: non basta leggere!

Per quanto riguarda la forma del web-documentario, è un formato piuttosto nuovo (esiste solo da un paio d’anni, ma in rapida diffusione) e offre opportunità molto creative per suggerire associazioni tra i vari argomenti, e lasciare allo spettatorela scelta nella sequenza di video e servizi.

A tutt’oggi nelle tendopoli si Haiti si vive in condizioni che di umano hanno ben poco, e che mettono in ulteriore difficoltà le persone più deboli, come le donne, i malati e i bambini.

La violenza sulle donne è uno dei problemi che esistevano già prima del terremoto, ma dopo è letteralmente esploso, nonostante le istituzioni tendano a minimizzare: nei campi manca l’elettricità e quindi di notte non c’è illuminazione, i servizi igienici spesso non sono separati per uomini e donne, e ciò crea una situazione oggettivamente più pericolosa e aumenta la sensazione di grave frustrazione e insicurezza.

Le immagini e le voci di Solidar’IT raccontano in che modo le organizzazioni locali di donne stanno affrontando il problema:

Nella “scatola del dolore” le donne imbucano lettere anonime dove raccontano soprusi e violenze: dal non avere diritto al cibo alla violenza sessuale da parte del padre. La scatola viene aperta una volta alla settimana e la lettura collettiva aiuta le donne a non sentirsi sole, e porta alla luce situazioni terribili, oltre che avviare un processo educativo sui propri diritti.

Lettere in una scatola

Marie Sofonie è una giovane donna che è fuggita a causa di questa situazione: oggi collabora al progetto AYITI SMS SOS che permette la segnalazione, anonima e via SMS gratuiti, di casi di violenze e traffico di esseri umani. AYITI SMS SOS è stato messo in piedi da Survivors Connect, che ad Haiti si appoggia alla Fondation Espoir e ad altre assoziazioni di donne locali. Gli SMS sono inviati a un numero gratuito e poi riportati su una mappa, grazie alla piattaforma di crowdsourcing Ushahidi e al servizio Frontline SMS (strumenti già illustrati nel post Tecnologia per la trasparenza: lezioni utili e riflessioni generali [it]).

Marie Sofonie è la persona che si occupa di leggere gli SMS (che hanno già superato il migliaio) e collabora al blog di Solidar’IT: è così che la sua voce diventa globale.

Anche Ralph è un giovane haitiano che collabora con la ONG Internews alla produzione di una trasmissione giornaliera, ENDK, e lavora per un radio locale: ogni giorno visita una tendopoli diversa, registra voci e fa interviste, realizzando poi un reportage di alcuni minuti, ritrasmesso il giorno successivo da tutte le emittenti di Port-au-Prince. Quella di Ralph è un’altra voce locale raccolta e rilanciata da Solidar’IT per raccontare Haiti con le parole di chi ci vive oggi.

Il sito del progetto ospita tante altre storie, tra cui quella di Radio Boukman, la radio comunitaria di Citè Soleil, il quartiere più pericoloso di Port-au-Prince, che gestisce un programma di prevenzione uragani (tema assai attuale) senza alcun sostegno internazionale, o quella del Caravan, che attraverso sketch teatrali e danza, fornisce alla popolazione importanti nozioni sull’educazione sanitaria.

Sono oltre un milione e mezzo le persone che vivono sotto teli di plastica bucati, la ricostruzione non è partita, mentre su Haiti è calato il silenzio: si vedono già per la strada e nei campi bambini malnutriti, riconoscibili dai capelli arancioni. Gli Stati Uniti hanno stanziato oltre miliardo di dollari ma si tratta di fondi che non sono ancora stati sbloccati, aiuti che ad Haiti non si sono visti.

Ancora fino all’agosto scorso, gli unici Paesi che avevano rilasciato gli aiuti promessi erano Norvegia, Estonia, Australia e Brasile; molti ora vivono in una tenda solo perché sono riusciti a comprarla di tasca propria.

Gli haitiani si sentono esclusi anche dalle stesse ONG che gestiscono i campi-profughi: non danno loro informazioni e prevedono per il trasferimento delle persone tempi di 18 o 24 mesi, del tutto inadeguati in una zona a rischio di uragani. E mentre il governo è assente, è la società civile a darsi da fare. Un esempio sono i 50 campi-profughi (su un totale di circa 460 solo a Port-au-Prince) gestiti dai giovani dell’associazione FNJD, che si aiutano condividendo e gestendo al meglio il poco che hanno.

La seconda parte delle riprese del web-documentario di Giordano Cossu e Benoit Cassegrain verrà realizzata nel mese di novembre, con approfondimenti sulle condizioni in cui operano quanti cercano di ricostruire, interviste a chi gestisce gli appalti e altre voci locali.

Ovviamente Solidar’IT in Haiti non manca di usare i vari social media: oltre al sito centrale, è possibile seguire il progetto via Facebook e Twitter, mentre per le donazioni dirette si può utilizzare Ulule, piattaforma di crowdfunding.

[Articolo scritto per Global Voices in Italiano] [:]

[:it]Paga con un tweet[:]

[:it]Oggi ho scoperto una nuova moneta: il tweet.

Pagando un tweet (anticipato) ho potuto scaricarmi un ebook in pdf, che in alternativa si puo’ acquistare su Amazon per una ventina di euro mi pare: il libro si intitola “Oh My God What Happened and What Should: This book is for everyone who wants to move into the digital era of awesomeness

Mi e’ andata bene perche’ il libro e’ molto ben fatto e si presta ottimamente alla lettura a video: sono circa 170 pagine ma si legge molto velocemente, e’ un po’ come sfogliare uno lungo powerpoint anche se non ci sono immagini, alcuni concetti sono interessanti e innovativi e altri più scontati, ma in generale vale il tempo di una veloce lettura.

Ecco che mi sono prestata a pubblicizzare un libro che non avevo letto, mettendoci la mia faccia per la curiosita’ di provare il modello “paga con un tweet” : gli abili markettari e autori (innovative thunder) di fatto promuovono in un colpo solo loro stessi, il libro, la tecnologia (dicono che il serivizo paga con un tweet sara’ disponibile per chi lo vorra’) e il metodo, definito nel libro come “forced viral”.

Dal valore del passaparola alla “valuta sociale” il passo non e’ molto lungo, la valuta sociale di un marchio soddisfa due bisogni: quello di appartenenza e quello di essere importanti (ai propri occhi ma soprattutto a quegli degli altri): una presentazione e una serie di webinar interessanti a cura di Mobile Youth.

La valorizzazione in termini “economici” delle relazioni sociali è al centro della rivoluzione 2.0,  su questo che si basano i nuovi modelli pubblicitari e anche i nuovi modelli organizzativi: “crowdsourcing” è una parola che ormai fa rima con “open innovation” e open enterprise, e mi sembra il messaggio piu’ forte che è passato quest’anno dal Forum Enterprise 2.0 organizzato da Open Knowledge.

Far circolare un messaggio, un link o un contenuto attraverso il proprio network di contatti ha un costo pari a zero (se non si calcola il tempo che si dedica alla gestione e alla cura di queste relazioni attraverso la rete) ma spesso ha un impatto molto basso quando si tenta di tradurre la presenza e la partecipazione virtuale in qualche atto reale: cosi’ a un evento che su facebook ha 400 iscritti si possono presentare in 2 e allo stesso modo un gruppo che conta quasi 2000 membri su Facebook raccoglie 90 euro (18 quote)su YouCapital. Per questo è molto interessane la riflessione di Clay Shirky quando parla di “ripensare le forme di attivismo politico” (e grazie a Fabio Giglietto per la sua sintesi).

Probabilmente pero’ si tratta di spinte diverse: aderire al gruppo Facebook fa riferimento alla “valuta sociale” mentre altre forme di attivismo (come versare una quota su Youcapital) ci fa pensare di poter anceh cambiare il mondo, come sostiene questo lavoro di ricerca, su crowdfunding e giornalismo.[:]

[:it]Gratis? [:]

[:it]Oggi l’inserto chip&salsa del manifesto conteneva un bel po’ di cosette interessanti: in particolare segnalo l’articolo di Bernardo Parrella, voce fuori dal coro con la sua visione critica di quanto accade in rete; questa volta il suo accorato “warning” è dedicato alla nuova teoria di Chris Anderson, editorialista Wired e scopritore del valore della “lunga coda”, sul tema della freeconomy, come nuovo modello economico. E’ da un annetto che Anderson scrive di come il gratis, sarà la prossima frontiera economica. Che poi gratta gratta, come sappiamo tutti, nessuno ti da niente per niente, e che quello che ricevi gratis da una parte lo ripaghi direttamente o indirettamente da un’altra parte. E’ pur vero che produrre beni digitali ha dei costi molto ridotti perché non servono materie prime per produrli, nè energie per spostarli e farli arrivare a destinazione, ma che ne e’ dei costi sostenuti dalla collettivita’ (infrastrutture pubbliche), dai destinatari (i dispositivi per usare i beni digitali, l’energia necessaria), agli ideatori e produttori (se non altro per autosostenersi)?

E’ allora il rischio e’ che si tratti di una mistificazione per farci regredire sempre più al ruolo di consumatori-bambini- onnivori di cose che in realtà non ci servono, come ad esempio i voli (quasi) regalati che hanno un pesante impatto ambientale. E con cosa paghiamo i beni digitali gratuiti? con informazioni su di noi, fornite in parte in modo volontario in parte inmodo consapevole (vedi articolo di Carola Frediani sulla dataveglianza) e con il nostro tempo attraverso il lavoro volontario svolto grazie al cosidetto “2.0” (vedi articolo di Nicola Bruno sullo speciale di First Monday sulle prospettive critiche del 2.0).

Sulla carta stampata e’ in atto una specie di guerra fredda verso i social network: dichiarandoli fazioni come Facebook (Internazionale ha tradotto questo) o nati per la raccolta di pubblicita’ come MySpace (l’Espresso), persino l’Economist ha da dire la sua .

Si tratta pur sempre di fenomeni che interessano numeri ragguadervoli, centinaia di migliaia di utenti, prigionieri di servizi da cui non ci si può cancellare e che dopo una breve infanzia devono dimostrare se davvero (s)muovono il mercato pubblicitario e di conseguenza editoriale… Murdoch ha comprato Linkedin perché prevede di perdere gli introiti provenienti dagli annunci per le offerte di lavoro sulla carta stampata.. se sia stata una mossa affrettata o meno, lo scopriremo ben presto, perche’ comunque credo molto in Surowiecki, ovvero che “senso comune” sia diverso da “popolo bue”.[:]