{:it}Donne e lavoro: perché il divide di genere non aiuta?{:}{:gb} {:}

In quest’ultimo anno abbiamo visto l’effetto della campagna #metoo. Donne famose e di successo hanno trovato nel movimento la forza di denunciare le violenze fisiche e psicologiche di uomini potenti: il clima è ancora pesante, le donne di #metoo sono state accusate da altre donne di essere ipocrite e di non saper distinguere un corteggiamento da un abuso. Per questo la cosa più interessante degli Stati Generali della TV delle ragazze sono stati proprio i mini tutorial per aiutare gli uomini (e forse anche le donne) a capire quando si superano i limiti.

Le donne stanno quindi rafforzando il proprio ruolo nella società?

Non esattamente. Secondo l’edizione del Global Gender Gap 2018, al ritmo attuale di cambiamento, ci vorranno 108 anni per chiudere il divario di genere complessivo e 202 anni per avere la parità sul posto di lavoro.

La nota positiva è che rispetto al 2017, anno in cui il divario di genere era addirittura aumentato, nel 2018 c’è stato un miglioramento marginale, soprattutto nell’ambito economico in cui si è ridotta la distanza verso il reddito degli uomini.

Le donne stanno uscendo dal mondo del lavoro a un ritmo più elevato, perché l’automazione ha un impatto maggiore sui lavori tradizionalmente svolti da loro (come già previsto da un altro rapporto OCSE sul futuro del lavoro) e come se non bastasse, sono sotto rappresentate nei settori più promettenti dell’economia che richiedono competenze e conoscenze STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica).

Secondo il Women in Digital scoreBoard della UE, il rapporto fra specialisti ICT è 1 donna su 6 e 1 su 3 per laureati STEM, e nel settore ICT le donne guadagnano quasi il 20% in meno rispetto agli uomini. Finlandia, Svezia, Lussemburgo e Danimarca sono Paesi con un più alto punteggio per Women in Digital, mentre Bulgaria, Romania, Grecia e Italia registrano il punteggio più basso.


Divario di genere: ancora?

I report OCSE sul divario di genere registrano un peggioramento complessivo dell’Italia nel triennio 2016 al 2018: siamo passati dalla posizione 50 alla 70 su 149 Paesi (ma nel 2017 eravamo alla 82). Questo numero è il risultato di vari indicatori organizzati in 4 macro aree: partecipazione all’economia, partecipazione politica, educazione e condizione sanitaria.

L’educazione è l’area dove il divario di genere è minore in tutti i Paesi esaminati: forse un po’ dobbiamo ringraziare Malala Yousafzai, premio Nobel nel 2014, quando aveva 15 anni, che ha rischiato la vita per affermare il suo diritto e quello di tutte le donne all’educazione. Se non imparano a leggere e scrivere, le donne sono doppiamente emarginate perché non possono usare Internet: secondo il report sul mobile gender gap, nei Paesi a basso reddito, le donne che possiedono uno smartphone sono il 10% in meno degli uomini e il 23% in meno ad accedere alla Rete. La barriera principale all’uso mobile di internet è la mancanza di competenze.

Per l’Italia le studentesse sono a rischio maggiore di dispersione scolastica rispetto ai loro colleghi maschi: le donne adulte con licenza di scuola primaria e secondaria sono un po’ meno degli uomini, tranne che per l’educazione superiore, dove nella fascia 25-54 sono laureate il 17.4 delle donne rispetto al 12.7 degli uomini. Ma se guardiamo al personale impiegato nella ricerca, le donne sono un po’ meno della metà degli uomini (34,6 verso 65,4). Questi dati sono abbastanza costanti nel tempo e non sono certo una specificità italiana: una recente ricerca pubblicata da Nature, dimostra che negli Stati Uniti per metà delle donne la nascita del primo figlio coincide con la fine del lavoro a tempo pieno.

Intelligenza Artificiale: ancora poche le donne che ci lavorano?

L’approfondimento del Global Gender Gap 2018 è rivolto alle nuove professioni legate al settore dell’Industria 4.0 e in particolare all’Intelligenza artificiale, considerata la tecnologia più promettente del settore. Secondo l’indagine Linkedin, le donne che lavorano in questo settore sono il 22% a confronto del 78% di uomini: e qui finalmente una buona notizia per l’Italia, che insieme al Sud Africa e a Singapore ha la quota più alta di donne nel settore, ben il 28%!

Secondo gli esperti, l’intelligenza artificiale avrà un impatto sull’industria pari a quello che ha avuto l’elettricità nel secolo scorso e ogni aspetto dell’intelligenza che possa essere descritto in modo preciso potrà essere simulato alle macchine: queste due citazioni sono interessanti perché a riportarle è una venture capitalist di 14 anni, Taarini Kaur Dang, che scrive su Forbes e spiega perché si tratta di una tecnologia così pervasiva e importante che ci cambierà la vita.

Abbiamo bisogno di cambiare vita, perché il nostro modello attuale non è sostenibile: secondo l’OMS si prevedono 250 mila morti ogni anno per i prossimi 20 anni, con intensificarsi di ondate di calore, incendi causati dalla siccità, piogge intense, allagamenti costieri, nuove malattie causate dalla pessima qualità dell’aria e l’Italia per varie cause è particolarmente esposta a questi rischi. Greta Thunberg ha 16 anni ed è un’attivista che con caparbietà è riuscita a far arrivare la sua voce fino ai piani più alti del potere mondiale. Lei ha le idee chiare su come il tema del riscaldamento globale sia un problema economico e di equità.

Il progetto europeo Smart Space a cui collaboro, ha l’obiettivo di aiutare le aziende nella transizione verso la manifattura intelligente: in quasi tutti gli ambiti produttivi, le donne sono la maggioranza nel settore del controllo qualità, perché hanno una manualità più precisa ma come tutti i settori dove la presenza umana è critica ed intensiva, ci sono ampi spazi per ottimizzare, ad esempio grazie a sistemi di visione artificiale. La riduzione dei costi e una maggiore efficienza, grazie all’uso delle tecnologie, spesso è quello che fa la differenza fra un’azienda viva ed una che chiude.

Il futuro è nelle mani di ragazze come Malala, Taarini e Greta che avranno il difficile compito di conciliare le sfide economiche, ambientali e sociali, ma che hanno già vinto la loro prima battaglia: quella di farsi ascoltare.

Articolo pubblicato su TechEconomy l’8 marzo 2019

[:it]7 assurdi divieti per le donne[:en]7 absurd prohibitions for women[:]

[:it]Il movimento d’opinione per permettere alle donne di guidare in Arabia Saudita forse contribuirà a  risolvere una situazione incomprensibile ai più. La giornata per il diritto alle donne a guidare l’auto  che è stata celebrata il 26 ottobre 2013 ha dato una visibilità internazionale alla questione.

Tuttavia, nel mondo ci sono molti casi  di disparità dei diritti delle donne similmente assurdi.   L’articolo del Washington Post evidenzia sette casi: in India, il casco non e’ obbligatorio per le donne “per non sciupare la pettinatura” secondo i sostenitori di questa ridicola e pericolosa disparità, nello Yemen una testimonianza femminile vale solo la metà di quella di un uomo e una donna non può uscire di casa senza il permesso del marito- a meno che non si tratti di emergenza, in Vaticano e Arabia Saudita le donne non hanno diritto di voto e sempre in Arabia Saudita e in Marocco le donne stuprate possono essere considerate colpevoli per essere uscite senza un accompagnatore che le protegga, mentre in Ecuador possono abortire solo le donne considerate “malate  di mente” o dementi.

Volendo approfondire la condizione delle donne nel mondo si può consultare il Gender Gap Index a cura del World Economic Forum: nel rapporto 2013 l’Italia manco a dirlo è al 71 posto su 133 Paesi.   (Grazie a Bruno per la segnalazione)[:en]The movement of opinion to allow women to drive in Saudi Arabia may help to resolve a situation incomprehensible to most people. The day for the right for women to drive a car that was celebrated on October 26, 2013 gave international visibility to this issue.

However, in the world there are many cases of unequal rights of women similarly absurd. The Washington Post article highlights seven cases: in India, the helmet is not “compulsory for women not to spoil the hairdo ” according to the supporters of this ridiculous and dangerous disparity, Yemen testimony is worth only half of women that of a man and a woman can not leave the house without her husband’s permission – unless it is an emergency, the Vatican and Saudi Arabia, women are not entitled to vote and always in Saudi Arabia and Morocco raped women can be considered guilty for being out without an escort that protect , while in Ecuador only women can have abortions deemed ” mentally ill ” or demented .

Wanting to explore the condition of women in the world you can see the Gender Gap Index by the World Economic Forum: 2013 report in Italy needless to say is to place 71 out of 133 countries. (Thanks to Bruno for the tip)[:]

[:it]Femminicidi[:]

[:it]

E’ un bollettino di guerra

30 luglio Violenza sessuale: norvegese stuprata da cameriere in hotel

6 agosto Milano, uccide a pugni una passante

7 agosto Stupri, 17enne francese violentata a Capri

9 agosto Violenza sessuale, aggredita sordomuta

10 agosto L’ex marito le diede fuoco -morta donna di 38 anni

Sarà stata la lettura del libro di Lorella Zanardo “Il corpo delle Donne” o la visione del documentario che ha anticipato il libro…

La tv  costantemente accesa nelle case inocula quest’idea che se sei una donna, il viso e il corpo sono strumenti di successo: e per quanto una sia piacevole e attraente, c’e’ sempre spazio per migliorare, alzare, limare… e la chirurgia plastica sembra una passeggiata..

Così come non si vedono quadri della Madonna  incinta, non ci sono foto di donne fasciate, non si vedono cicatrici, non si soffre e poche lo raccontano..

I volti devastati sono privi di espressione (chi si ricorda la gara delle due attempate signore in Brazil) e  in tv le sono donne private di dignità , appese come prosciutti o derise: su tutte il mitico “Più bella che intelligente” di Berlusconi.

Anche in strada  le donne sono private della loro dignita: le pubblicità offensive raccolte dall’Unità  sono  la dimostrazione della scarsa creatività di chi  le realizza e di chi le paga.  E allora un ex pugile suonato  puo’ pensare di ammazzare la prima donna che incontra, per vendicarsi, tanto sono tutte uguali.[:]

[:it]Tanti anni fa a casa mia circolava una storiella: alla domanda all’ingresso del cinema su come fosse il film, la risposta era stata “donne e banditi”.

Di questi film su donne e banditi ne abbiamo viste in questi mesi diverse varianti: “Ciarpame senza pudore”, “Festini alla domus aurea”, “L’utilizzatore finale”, “Il business delle donne bustarelle”

E ha ragione Luciana Littizzetto quando dice che “donne che per soldi aprono le gambe dicesi mignotte”, ma in questa “mignottizzazione” ci siamo talmente dentro, che ormai sembra il male minore.

Al punto che è diventa necessario dichiarare che “io non considero normale che le donne siano trattate come merce di scambio nelle relazioni personali e professionali, nella politica, nella comunicazione.” e raccogliere firme per [vai sul sito www.nonconsideronormale.com] per ricordare ai candidati di sinistra alle regionali che tra l’altro le donne sono più del 50% dell’elettorato.

Visit Donne Pensanti

L’insofferenza fra le donne cresce (basta fare una ricerca per pubblicita offensiva donne): Donne Pensanti – Resistenza attiva è una delle iniziative che si descrive cosi’: Resistenza al modello univoco e merceologico di femminile che domina l’immaginario italiano, attiva perché parte da una comunità web ma punta a iniziative e progetti concreti e nel reale, 2.0 perché usa tutte le migliori caratteristiche aggregative della Rete per diffondersi sia a livello nazionale che locale” La community è molto attiva e le iniziative sono articolare in gruppi territoriali e altre iniziative come “testimonia il femminile”… tante belle energie messe in campo.

Peccato che la possibiltà di usufruire gratis dello spazio su NING preveda l’invasiva pubblicità di Google e la presenza di link sponsorizzati non proprio adatti al contesto… come si vede dalla figura.. certo non una cosa determinante e Alla lunga si impara ad ignorarla.

E’ troppo pensare di chiedere a google la “de-mignottizzazione” dei link sponsorizzati? [:]

[:it]Tecnologhe di tutto il mondo unite nell’Ada Lovelace Day[:]

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Ada Lovelace
Image via Wikipedia

Oggi è la giornata dedicata ad Ada Lovelace. Avevo già annunciato le ragioni di quest’iniziativa nel mio post “finding ada” di qualche mese fa: nel frattempo le adesioni hanno continuato a crescere fino a superare il tetto delle 1500.
Ho pensato lungamente a chi dedicare il mio post.. pensavo ad una donna italiana che potesse essere un buon modello di eccellenza nella tecnologia. Ce ne sono tante che si occupano di cose diverse: la prima che mi è  venuta in mente è stata Fiorella Operto, fondatrice della scuola di robotica e già premiata Tecnovisionaria del 2008.
Poi mi sono venute in mente le molte donne e amiche che lavorano nella pubblica amministrazione, che vuol dire anche ospedali, e nelle Università con ruoli di responsabilità nell’informatica e alla fatica che hanno fatto per riuscire ad affermarsi, magari perché anche le famiglie non capivano quest’idea di studiare informatica all’Università . Che si inventano mille modi per trovare fondi e per fare funzionare i loro team, applicando modelli di leadership innovativi, non basati sull’obbedienza e la fedeltà .
Poi mi e’ venuta in mente una giovane ricercatrice di Torino, Vittoria Colizza che ha lanciato il suo progetto influweb e con lei tutte le giovani ricercatrici che ho conosciuto, e non tutte hanno avuto la possibilità di essere mantenute dalla famiglia durante gli studi, che hanno passione e capacità e se va bene, fanno dottorati di ricerca con stipendi implausibili o lavorano come co.co.pro in qualche azienda.
La situazione delle donne in Italia è un paradosso inspiegabile per i nostri concittadini europei: siamo nelle ultime posizioni sia come numero di donne occupate e abbiamo un tasso di natalità bassissimo. Un paradosso che facilmente si spiega con un circolo vizioso in cui se sei giovane e a rischio maternità non ti assumono, se sei in una relazione stabile ma senza lavoro non fai figli perche’ un solo stipendio non basta, se hai figli affronti difficoltà pazzesche per conciliare il lavoro con i della famiglia se hai un lavoro che ti piace e su cui investi, sai che fare un figlio inevitabilmente ti costerà sul piano della carriera.
Non so quanto siano rappresentative le donne che ho citato: mi rendo conto che manca tutta la categoria delle tecno imprenditrici.. ci sarà un motivo?
Segnalo alcune iniziative italiane: Premio ITWIIN 2009 – Migliore Inventrice Migliore Innovatrice Itwiin associazione ; il progetto STRega dell’Università di Lecce, il sito Donnemanager e in particolare l’evento previsto per il prossimo mercoledi 30 marzo “Talento e Leadership Femminile nel cambiamento e nell’innovazione” a cura del sole24ore.
Iniziative internezionali collegate a Finding ADA – il mashup dei blog che hanno aderito, il Centro inglese per le donne nella scienza e nella tecnologia dedica oggi la sua homepage ad ADA, alla Game Developers conference sara’ distribuita una pin personalizzata su ADA, su netarts si discuterà di donne e arte in rete per una settimana e infine la pagina del Museo della Scienza di Londra

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[:it]Eurodeputati: missing in action? [:]

[:it]Alle prossime elezioni europe, il 6 e 7 giugno, l’Italia avrà diritto a 72 parlamentari, calcolati sulla quota dei suoi abitanti. Dopo la legge sul 4%, sono in corso i soliti giochini, per blindare i risultati. Ma chi sono gli attuali parlamentari in carica e cosa hanno fatto fin’ora?
Il sito del parlamento europeo fornisce nella sezione i vostri deputati alcuni dati utili. In questo post mi limiterò ad alcune considerazioni di ordine quantitativo, basandomi sui dati presentati dal sito del parlamento europeo, sulle singole schede degli eurodeputati.
I 78 eurodeputati italiani (sui 785 totali) hanno presentato (insieme o con altri) e secondo quanto risulta dal sito del parlamento alla data del 6 marzo 2009, 4262 interrogazioni e 2007 proposte di risoluzione.
L’8 marzo è domani per cui cominciamo dalle signore: su 78 deputati, 16 sono donnne
Le due eurodeputate Roberta Angelilli e Cristiana Muscardini (entrambe di AN e iscritte al Gruppo “Unione per l’Europa delle nazioni”) hanno presentato il maggior numero di interrogazioni parlamentari, rispettivamente 582 e 404. La Zanicchi condivide con un altro “divo”, Gianni Rivera (Uniti per l’Ulivo e Non Iscritto) il primato in negativo: non hanno presentato interrogazioni, risoluzioni, relazioni…
Altre due donne hanno il primato delle Proposte di Risoluzione: Pasqualina Napolitano (Sinistra Democratica, Gruppo Socialista) ne ha firmate 398, mentre l’instancabile già citata, Muscardini, 225.
Un gruppetto di eurodeputati “abbassa la media”: tre hanno presentato solo una interrogazione, dodici non sono mai intervenuti in Assemblea plenaria. Trentotto eurodeputati non hanno mai presentato una relazione. Quarantaquattro eurodeputati non hanno mai presentato un parere.
Questi dati non hanno probabilmente un gran valore, forse andrebbero confrontati con quelli degli altri Stati Membri, però almeno c’e’ una consolazione: dalla prossima legislatura tutti gli europarlamentari avranno lo stesso stipendio, i portoghesi festeggiano il raddoppio, mentre per gli italiani, sarà una bella riduzione.

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[:it]Permettete una parola[:]

[:it]Il 10 dicembre 2008 si celebra il 60esimo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Come –dell’Uomo-? eppure all’art. 2 si dice: “Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione.”

Quindi si parla di “individui”? di “esseri umani” o di “uomini”? si tratterà di un problema di traduzione… non facciamo i sofisti.. ma a quali razze si fa riferimento?? suvvia dovremmo essere ormai tutti abbastanza d’accordo sul fatto che il concetto di razza non ha alcun fondamento… e che le razze non esistono…

Un momento, ma Universale in che senso? e la Dichiarazione Islamica dei Diritti dell’Uomo? Nel 1981 a Parigi è stata proclamata questa dichiarazione (che più modestamente non si definisce “universale”) perché quella del 1948, dice Wikipedia “rappresentava “una interpretazione laica della tradizione giudaico-cristiana” che non avrebbe potuto essere attuata dai musulmani senza violare la legge del’Islam.”

A una lettura superficiale e da profana, appare evidente che la Dichiarazione Islamica antepone una visione religiosa a una laica: sembra che il termine individuo/uomo sia intercambiabile con musulmano. Ma anche qui sarà un problema di traduzione. Non è evidentemente ascrivibile alla traduzione, il ruolo della donna, che è subordinata di diritto all’uomo anche nell’educazione e nelle scelte che riguardano i figli.

Ma torniamo alle celebrazioni: in occasione di questo Anniversario, la Presidenza francese della UE, ha proposto una rinfrescatina alla suddetta Dichiarazione, che comincia a sentire il peso degli anni, e propone di introdurre il principio della “depenalizzazione dell’omosessualità ” perché in molti Paesi del mondo, si rischia la tortura o la condanna a morte (su questo post de ilbuoncaffè c’è sia la proposta sia l’elenco dei Paesi)

Esortiamo gli Stati a prendere tutte le misure necessarie, in particolare legislative o amministrative, per assicurare che l’orientamento sessuale o l’identità di genere non possano essere, in nessuna circostanza, la base per l’attuazione di pene criminali, in particolare di esecuzioni, arresti o detenzioni;

Il Vaticano, unico Stato (o paese?) con status di osservatore presso l’ONU, attraverso il suo portavoce ha fatto questa dichiarazione:

«Con una dichiarazione di valore politico, sottoscritta da un gruppo di paesi afferma mons. Migliore – si chiede agli Stati e ai meccanismi internazionali di attuazione e controllo dei diritti umani di aggiungere nuove categorie protette dalla discriminazione, senza tener conto che, se adottate, esse creeranno nuove e implacabili discriminazioni. Per esempio, gli Stati che non riconoscono l’unione tra persone dello stesso sesso come “matrimonio” verranno messi alla gogna e fatti oggetto di pressioni».

Come sintetizza (o estremizza?) formamentis, “Meglio un omosessuale al patibolo che un boia alla gogna.”

Il 3 dicembre è la giornata dedicaa alle persone con disabilità . Anche in questo caso, il Vaticano dichiara di non sottoscrivere la Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità . Ecco come la prendono i diretti interessati:

“La Fish – si legge in una nota – aveva già avuto un confronto con le autorità vaticane negli scorsi mesi e continua a ritenere, pur nel rispetto dell’indipendenza del giudizio della Santa Sede, questa scelta incomprensibile, nel merito e nella prospettiva di un documento in grado di andare a migliorare le condizioni di vita di 650 milioni di persone nel mondo”. Secondo la Fish il riferimento all’accesso ai servizi sanitari, compresi quelli relativi alla sfera sessuale e riproduttiva (riferimenti che stanno alla base della decisione vaticana in quanto non escludono l’aborto) “stanno a significare che finalmente viene ad essere riconosciuto che le persone con disabilità possano avere una vita affettiva e riproduttiva”: l’intero documento e l’art.25 in partcolare infatti “sono dedicati alle persone con disabilità , uomini e donne, che non possono accedere, prima ancora che all’aborto, ai basilari servizi sanitari di prevenzione e cura delle patologie, anche quelle riguardanti la sfera riproduttiva”.

Ma quali sono e quanti sono i Paesi che hanno firmato questa Convenzione? Qui c’è la mappa, guarda caso neanche gli Stati Uniti non hanno firmato. Chissà se qualche ricercatore farà mai una seria analisi di quali sono i Paesi che poi nei fatti danno pari opportunità di educazione alle persone con disabilità (magari pagando tanti insegnanti di sostegno e finendo poi in fondo a classifiche OCSE per il rapporto costi/benefici) , oppure che abbiano abolito per legge certi ghetti, chiamati manicomi.

Le varie convenzioni firmate in pompa magna nei convegni, sono per lo più disattese poi dai governi, restando di fatto “dichiarazioni di intenti” che non hanno impatto sulla vita quotidiana. Purtroppo nonostante Porta Pia, la Costituzione, i Patti Lateranensi e la Corte Costituzionale, sembra che l’Italia non sia ancora un Paese realmente laico. Si finanziano scuole private con denaro pubblico, non c’è una legge sul testamento biologico e si creano situazioni tremende come quella di Eluana Englaro e prima di Piergiorgio Welby….

Sarà mai possibile vivere in un mondo dove non siano necessarie Dichiarazioni, per garantire uguale dignità a tutti gli esseri umani?[:]

[:it][Global Voices] Controversie sul velo islamico in Francia (e Arabia Saudita)[:]

[:it]Global Voices in italianooFin dal 2004 la Francia ha proibito agli studenti delle scuole pubbliche di indossare qualsiasi simbolo religioso o abito che denoti affiliazioni religiose – incluso il velo islamico, o hijab, per le donne. Ora le donne saudite ora stanno protestando contro questa norma – quattro anni dopo, sostengono alcuni blogger.

Ahmed Al Omran, noto anche come Saudi Jeans, reagisce così ad un articolo dove viene intervistata una studentessa che protesta contro tale norma:

Quando il governo francese ha deciso di proibire tutti i simboli religiosi nelle scuole [pubbliche] qualche anno fa, la decisione non passò inosservata, soprattutto dai musulmani, dato che secondo molti di loro la norma era diretta contro lo hijab. Sebbene consideri ridicola tale norma, mi pare che sia parimenti, se non ancora più, idiota il fatto che alcune studentesse saudite che hanno ricevuto borse di studio dalla Francia debbano discutere delle implicazioni di questa regola nella loro istruzione.

  Leggi qui il resto [:]

[:it][GlobalVoices] Dal diario di una zitella egiziana inacidita[:]

[:it]Lo scorso marzo, Eman Hashim ha scritto questo post [Ar] in cui si chiedeva perché le donne egiziane musulmane abbiano bisogno di un “wakeel” – un uomo che firmi il contratto di matrimonio a loro nome. Occorre spiegare: a differenza delle culture occidentali, dove il padre concede benevolmente la sposa con la sua approvazione e benedizione, nell’Islam un matrimonio è “difettoso” se il padre, o nel caso il padre sia morto, lo zio, non gestiscano per conto della sposa tutta la burocrazia e le procedure relative. Molti sceicchi disapprovano l’idea che una ragazza (soprattutto se non è mai stata sposata prima e si suppone che sia vergine) voglia sposarsi in modo autonomo. Nel suo post fuori dagli schemi, Eman si chiede:

“Perché una donna in Egitto ha bisogno di incaricare un uomo per sposarsi? Perché le donne devono passare dalla custodia di un uomo a quella di un altro? Io voglio avere di fronte il mio futuro marito quando ci scambieremo le promesse… Ho bisogno di guardarlo negli occhi e di ascoltarlo.. E voglio che lui ascolti la mia promessa di avere cura di lui come una buona moglie musulmana… perché devo avere bisogno di qualcuno che lo faccia al mio posto?”

Leggi qui il seguito [:]