Lampedusa

Striscione a Lampedusa (ALBERTO PIZZOLI/AFP/Getty Images)
Striscione a Lampedusa (ALBERTO PIZZOLI/AFP/Getty Images)

La sera del 9 ottobre 2013, cinque giorni dopo il naufragio al largo di Lampedusa dove hanno perso la vita più di 300 persone, il governo italiano ha abrogato il reato di clandestinità, previsto dalla legge Bossi-Fini. Sul suo blog, Fabio Sabatini aveva attaccato il provvedimento, definendolo:

“[..] una legge che ammette i respingimenti al paese di origine in base ad accordi con stati in cui la detenzione e la tortura per motivi politici sono all’ordine del giorno. Che attribuisce pregiudizialmente al migrante irregolare la responsabilità di un reato, e che prevede quindi il reato di favoreggiamento per chiunque porti in Italia dei migranti senza visto. Col risultato poco lusinghiero di costringere gli immigrati a buttarsi in mare nel tentativo disperato di raggiungere la riva a nuoto, o di creare le condizioni per l’incriminazione di quei pescherecci che salvano i naufraghi da morte certa.”

La modifica della legge arriva al termine della giornata che ha visto la presenza del presidente della Commissione europea Manuel Barroso e del primo ministro del governo italiano Enrico Letta, entrambi in visita a Lampedusa, dove sono stati duramente contestati dai residenti, che li hanno accolti al grido di “vergogna” e “assassini”. Letta ha chiesto scusa per le inadempienze del governo italiano, ma le sue parole non sono state particolarmente apprezzate:

In molti pensano che la completa abolizione della legge Bossi Fini, che dal 2009 ha criminalizzato l’immigrazione irregolare, sia un primo passo per lavorare a norme più rispettose dei diritti civili: la campagna di Repubblica per la sua abolizione ha raccolto in 48 ore più di 85 mila firme.

Il 2013 dovrebbe essere l’anno europeo della cittadinanza. È legittimo chiedersi quali possano essere i percorsi di inclusione anche per coloro che stanno ai margini e provare a mettere in discussione uno status quo che rischia di escludere molti. La ricostruzione di un percorso condiviso, di un nuovo patto sociale che possa coinvolgere uomini e donne del nostro Paese attraverso la maturazione di possibilità di azione e responsabilità della casa comune non può essere frutto di una modifica massiva degli articoli della Carta Costituzionale. Ci sono parti della Costituzione rimaste non attuate e che hanno ancora oggi una loro forza. Pensando ad esempio all’art.10 sul diritto all’asilo ci si rende conto della distanza delle nostre normative rispetto a quanto sancito nella Carta Su Twitter l’hashtag #bossifini da’ voce ai diversi punti di vista sull’abolizione della legge:

Ai morti in mare sono stati concessi gli onori dei funerali di stato, ma solo l’abolizione del reato di clandestinità ha evitato che i sopravvisuti fossero incriminati. Alcuni dei superstiti hanno dichiarato di non avere ricevuto soccorso da tre pescherecci, ma il vicepremier Angelino Alfano, ha replicato che non erano stati visti. Secondo il blogdieles la verità è un’altra:

[..] Angelino Alfano non può non sapere che la Bossi-Fini PROIBISCE DI PRESTARE SOCCORSO AI BARCONI. La pena è fino a 15 anni di galera (reato di favoreggiamento dei clandestini o dello sbarco di clandestini) !! Si, avete letto bene. Quella legge proibisce di prestare soccorso ai migranti che sono in difficoltà in mare. Le vite umane? NON VALGONO UN CAZZO. Quello che valeva, per il legislatore, era tenere in piedi il governo facendo un regalone agli alleati leghisti!

La terribile tragedia di barconi rovesciati non accenna ad arrestarsi: la sera dell’11 ottobre un altro naufragio ha provocato la morte di 50 persone: la scorsa estate, i morti a pochi metri dal mare erano stati allineati sulla spiaggia in mezzo agli ombrelloni dei villeggianti.

Sono 250 mila i morti inghiottiti dal mare Mediteranneo negli ultimi 20 anni, e si è trattato soprattutto di migranti diretti verso Lampedusa secondo Jose’ Angel Oropeza, Direttore dell’Ufficio di Coordinamento per il Mediterraneo dell’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni), che sottolinea come sia necessario intervenire nei paesi di transito come la Libia, per evitare che l’unica possibilità per raggiungere l’Europa sia rischiare la vita in mare.

Il Consiglio europeo, su proposta della Commissaria Cecilia Malmstrom, a seguito della tragedia, ha deciso di rafforzare il programma Frontex, per sostenere la lotta alla “criminalità e all’immigrazione clandestina”. Eppure questa strategia non pare aver contribuito a fermare stragi e naufragi. Un articolo sul sito “Sbilanciamoci” descrive le attività dell’agenzia e conclude:

In sintesi: le attività di sorveglianza e controllo delle frontiere esterne svolte da Frontex hanno come priorità quella di impedire l’arrivo dei migranti irregolari in Europa e sembrano lasciare in secondo piano le attività di pronto soccorso in mare.Lo stesso Special Rapporteur delle Nazioni Unite sui diritti dei Migranti, Francois Crépeau, ha avuto occasione di dichiarare che Frontex è “un servizio di intelligence e informazione, i cui obiettivi di sicurezza sembrano lasciare in ombra le considerazioni relative ai diritti umani”. In realtà Frontex è una vera e propria macchina da guerra contro i migranti ed è scandaloso che il suo rafforzamento venga riproposto oggi a seguito della strage di Lampedusa del 4 ottobre.

Andrea Segre, regista di vari documentari sulla condizione dei migranti in Italia, tra cui Sangue Verde e Mare chiuso, sottolinea come le politiche di contrasto all’immigrazione clandestina basate su operazioni militari non possono funzionare per “un motivo semplice e quasi banale”:

Il problema sta nel fatto che esistono persone al mondo che hanno necessità di viaggiare, o per salvarsi la pelle o per cercare una vita migliore, ma non hanno il diritto di farlo perché altre persone, la cui pelle e la cui vita sono tendenzialmente molto più al sicuro della loro, hanno deciso di negarglielo. Queste persone non stanno ferme a casa a rispettare l’ordine di quelli che stanno bene. Cercano di raggiungere le terre dove stanno quelli che vorrebbero impedirglielo. E siccome in mezzo al viaggio trovano ostacoli naturali e soprattutto militari (le operazioni di contrasto all’immigrazione clandestina di cui sopra) allora si fanno aiutare da gente che dà a loro qualche sgangherato e pericoloso mezzo per superare quegli ostacoli e che per farlo si fa pagare caro puntando sulla loro disperazione e sulla corruttibilità di buona parte degli operatori coinvolti nei controlli delle frontiere.[..]
Si ma allora? Come si fa?
Si spostano i finanziamenti dal contrasto all’immigrazione illegale alla creazione di canali di emigrazione legale.
Si creano servizi e agenzie che danno informazioni su come e dove emigrare o su come e dove fuggire.
Ma così vengono tutti qui?
Non è vero.
La maggior parte di chi deve scappare da regimi e guerre, cerca rifugio vicino casa per sperare di tornarci quando le guerre finiscono o i regimi cadono.

Lampedusa – estremo avamposto dell’Italia nel Mediterraneo – è un’isola di 20 mq che ospita circa 6mila abitanti con un economia basata sulla pesca e sul turismo, ma che da alcuni anni ha fronteggiato spesso nell’indifferenza l’emergenza degli sbarchi e dei morti. Dal 2003, Claudio Baglioni, cantautore italiano organizza sull’isola un festival canoro con ospiti italiani e stranier per attirare l’attenzione sul tema dell’immigrazione irregolare. I cittadini lampedusani hanno dato grande prova di ospitalità pagando un prezzo altissimo con il crollo delle presenze turistiche. Inevitabile che dopo un decennio la popolazione sia stremata: nel video seguente alcuni cittadini esasperati denunciano situazioni di convivenza dfficile, furti ed aggressioni.

video youreporter “l’altra verità”

Fabrizio Gatti, giornalista dell’Espresso, settimanale di politica, che ha provato sulla propria pelle nel 2005 l’esperienza di naufrago ed è stato soccorso da un abitante dell’isola, ha lanciato una campagna per Lampedusa al Nobel per la pace che ad oggi (11 ottobre) ha già raccolto più di 50 mila firme. Non manca tuttavia un’amara riflessione sul tema, dal blog “diecieventicinque”

La proposta di assegnare un premio del genere a Lampedusa è carica degli stessi sentimenti positivi e genuini che avevano mosso i promotori del premio per l’Africa, ed è già a rischio di subire la stessa strumentalizzazione politica. Premiare chi opera bene è logicamente corretto. Se le donne africane e Lampedusa oggi sono esempi massimi di coraggio bisogna ancor prima chiedersi perché e da chi queste persone siano state costrette ad avere coraggio al posto degli altri. Condannare moralmente chi opera male sarebbe a quel punto altrettanto corretto.

È un’Italia poco accogliente e solidale, quella che emerge dai commenti in rete o sui social network. È l’Italia che offende un proprio ministro, che si indigna perché il lutto nazionale sia stato dichiarato per vittime non italiane”. Marina Boscaino propone la scuola come il punto da cui ripartire:

“Ho trascorso ore a parlare con gli studenti. Dopo Lampedusa, ho avuto la netta percezione che l’unica via d’uscita, l’unica speranza che ci rimane è provare a trasmettere – a inoculare, con la costanza di un impegno incessante – a individui in formazione i germi della solidarietà e dell’accoglienza; il sentimento di un’uguaglianza effettiva tra tutti gli esseri umani; la complessità di una visione critica. Non sono stati – a muovermi – i tanti bellissimi articoli che sono usciti in quell’occasione; né le tante – sincere – manifestazioni di cordoglio che si sono susseguite. Ma la quantità – impensabile e persino imprevedibile, considerando le dimensioni della catastrofe – di manifestazioni di disumana grettezza, di lurida protervia di chi fa della propria casuale nascita nella parte giusta del mondo la matrice di rivendicazioni, atteggiamenti, dichiarazioni o atti che fanno vergognare di essere nati in questo Paese.”

Inutile nascondere che l’abolizione di una legge, per quanto odiosa e incivile, non fermerà gli sbarchi di persone disperate, che fuggono dalle pallottole e gas letali, dalla fame e dalla guerra: per questo è fondamentale l’appello per un canale umanitario verso l’Europa e per un diritto d’asilo europeo, come proposto dall’appello del progetto Melting Pot:

Si tratta invece oggi di mettere al centro i diritti. Di mettere al bando la legge Bossi-Fini e aprire invece, a livello europeo, un canale umanitario affinché chi fugge dalla guerra possa chiedere asilo alle istituzioni europee senza doversi imbarcare alimentando il traffico di essere umani e il bollettino dei naufragi.
Nessun appalto dei diritti, nessuna sollevazione di responsabilità ai governi europei, piuttosto la necessità che l’Europa cambi profondamente la sua politica di controllo delle frontiere, di gestione delle crisi umanitarie, la sua politica comune in materia di diritto d’asilo: convertendo le operazioni di pattugliamento in operazioni volte al soccorso delle imbarcazioni, gestendo in maniera condivisa le domande di protezione superando le gabbie del regolamento Dublino, aprendo canali umanitari che permettano di presentare le richieste di protezione direttamente alle istituzioni europee presenti nei Paesi Terzi per ottenere un permesso di ingresso nell’Unione, dove le domande vengano esaminate con le medesime garanzie previste dall’attuale normativa europea, senza per questo affievolire in alcun modo il diritto di accesso diretto al Vecchio continente e gli obblighi degli Stati Membri. Alle Istituzioni italiane, ai Presidenti delle Camere, ai Ministri della Repubblica, chiediamo di farsi immediatamente carico di questa richiesta.
Alle Istituzioni europee di mettersi immediatamente al lavoro per rendere operativo un canale umanitario verso l’Europa.
Alle Associazioni tutte, alle organizzazioni umanitarie, ai collettivi ed ai comitati, rivolgiamo l’invito di mobilitarsi in queste prossime ore ed in futuro per affermare
IL DIRITTO D’ASILO EUROPEO

(versione estesa dell’articolo scritto l’11 ottobre 2013 e pubblicato su GlobalVoicesOnline in Italiano)

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