[:it]Ning e le community perdute[:]

[:it]Ci si arrabbia giustamente moltissimo con Facebook e il suo modo sbrigativo di gestire i dati degli utenti, ma non mi pare che ci siano altrettante lamentele/critiche in seguito alla decisione di NING di chiudere il servizio free. Sarà che ci si sente in debito ad usare un servizio gratuito e quindi non ci si stupisce più di tanto. Gestisco 4 community su NING: 3 sono legate in quache modo ai contenuti digitali (per la didattica, per il giornalismo partecipativo e futuro della lettura) e una è dedicata ai bambini vivaci / iperattivi.

Dal 4 maggio, sappiamo che non ci sono possibilità di avere spazi gratuitui (forse per le scuole ma non si sa): ad oggi c’è la possibiltia’ di esportare il file CSV con i dati degli iscritti e pare – perché non sono riuscita a caprie come – di fare un backup dei contenuti che nessun servizio fra quelli che aspettano a braccia aperte gli orfani di NING, è in grado di utilizzare. Ah, l’interoperabilita’! Ah, i formati aperti!!

Trovo scorretto che NING tratti in questo modo chi ha contribuito al loro successo: che valore ha il fatto di aver portato su ning qualche centinaio di utenti? aver caricato foto, video, avviato discussioni nei forum? Sarebbe interessante sapere quali sono le loro previsioni di business… perche’ non adottare il modello flickr? fino a 200 utenti gratis.. e poi paghi..

Ho fatto un tentativo estremo, dato che non ho trovato indicazioni di sorta, e ho cliccato il bottone “cancella questa community”: immediatamente, http://giornalismopartecipativo.ning.com non esiste più.. nessuna domanda, nessuna verifica ..

Se davvero l’esigenza di tagli impone il passaggio del servizio a pagamento, sarebbe stato corretto che in questi 4 mesi (dall’annuncio di aprile alla chiusura di luglio) si fosse lavorato per creare una modalita’ per l’esportazione dei dati… verso i cms piu’ diffusi come drupal, wordpress, ecc…

Sarò molto grata a chi ha gia’ affrontato e risolto il problema della migrazione dei dati da ning vs altri servizi free, se si facesse vivo.. non mi interessano segnalazioni di siti che fanno piu’ o meno le stesse cose di ning, ho gia’ letto un po’ di articoli, ma non c’è nulla di convincente…[:]

[:it]Il patto infranto fra editori e accademia[:]

[:it]“Publishers have broken an implicit contract with academics, in which we gave our time and they weren’t too greedy

[Gli editori hanno rotto il patto implicito con gli accademici, in cui noi offrivamo il nostro tempo e loro non erano troppo avidi]

Sono parole del prof. R. Preston McAfee, professore di economia presso il Caltech (Istituto di Tecnologie in California), nonché “Big Thinker” per Yahoo (alla conferenza di quest’anno in India ha esposto la sua teoria della price discrimination, quella per cui lo stesso volo può costare 5 volte di più). McAfee nel 2007 ha scritto un libro di economia e lo ha distribuito gratis sul suo sito, per protestare contro il costo eccessivo dei testi universitari.

“What makes us rich as a society is what we know and what we can do,” he said. “Anything that stands in the way of the dissemination of knowledge is a real problem.”
[“Ciò che ci arricchisce come società è quello che sappiamo e quello che possiamo fare”- dice – “Ogni cosa che ostacola la circolazione della conoscenza è un problema reale”][:] Leggi tutto “[:it]Il patto infranto fra editori e accademia[:]”

[:it]Gratis? [:]

[:it]Oggi l’inserto chip&salsa del manifesto conteneva un bel po’ di cosette interessanti: in particolare segnalo l’articolo di Bernardo Parrella, voce fuori dal coro con la sua visione critica di quanto accade in rete; questa volta il suo accorato “warning” è dedicato alla nuova teoria di Chris Anderson, editorialista Wired e scopritore del valore della “lunga coda”, sul tema della freeconomy, come nuovo modello economico. E’ da un annetto che Anderson scrive di come il gratis, sarà la prossima frontiera economica. Che poi gratta gratta, come sappiamo tutti, nessuno ti da niente per niente, e che quello che ricevi gratis da una parte lo ripaghi direttamente o indirettamente da un’altra parte. E’ pur vero che produrre beni digitali ha dei costi molto ridotti perché non servono materie prime per produrli, nè energie per spostarli e farli arrivare a destinazione, ma che ne e’ dei costi sostenuti dalla collettivita’ (infrastrutture pubbliche), dai destinatari (i dispositivi per usare i beni digitali, l’energia necessaria), agli ideatori e produttori (se non altro per autosostenersi)?

E’ allora il rischio e’ che si tratti di una mistificazione per farci regredire sempre più al ruolo di consumatori-bambini- onnivori di cose che in realtà non ci servono, come ad esempio i voli (quasi) regalati che hanno un pesante impatto ambientale. E con cosa paghiamo i beni digitali gratuiti? con informazioni su di noi, fornite in parte in modo volontario in parte inmodo consapevole (vedi articolo di Carola Frediani sulla dataveglianza) e con il nostro tempo attraverso il lavoro volontario svolto grazie al cosidetto “2.0” (vedi articolo di Nicola Bruno sullo speciale di First Monday sulle prospettive critiche del 2.0).

Sulla carta stampata e’ in atto una specie di guerra fredda verso i social network: dichiarandoli fazioni come Facebook (Internazionale ha tradotto questo) o nati per la raccolta di pubblicita’ come MySpace (l’Espresso), persino l’Economist ha da dire la sua .

Si tratta pur sempre di fenomeni che interessano numeri ragguadervoli, centinaia di migliaia di utenti, prigionieri di servizi da cui non ci si può cancellare e che dopo una breve infanzia devono dimostrare se davvero (s)muovono il mercato pubblicitario e di conseguenza editoriale… Murdoch ha comprato Linkedin perché prevede di perdere gli introiti provenienti dagli annunci per le offerte di lavoro sulla carta stampata.. se sia stata una mossa affrettata o meno, lo scopriremo ben presto, perche’ comunque credo molto in Surowiecki, ovvero che “senso comune” sia diverso da “popolo bue”.[:]