{:it}Parla come mangi, scrivi come parli{:}{:gb}Italian{:}

Dopo circa 20 anni sono ritornata ad occuparmi (anche) di comunicazione nella Pubblica Amministrazione. Alla fine degli anni 90, avevo realizzato il sito della Regione Piemonte che allora conteneva solo l’Assessorato alla Cultura e all’Agricoltura e collaborato con la redazione web della Città di Torino. Anni di grandi aspettative riposte nella comunicazione digitale e soprattutto nel dialogo fra la PA e i cittadini. Il nuovo rapporto cittadini – PA, passava anche dalla semplificazione del linguaggio: Sabino Cassese apriva la strada con il suo manuale di stile.

Molte cose sono cambiate, non tanto nella PA, ma nel modo in cui ci informiamo e – soprattutto – leggiamo. Le notizie si leggono sul cellulare mentre andiamo al lavoro, possibilmente da facebook (per le fasce di popolazione piu’ matura) ed eventualemente approfondite sui quotidiani online (che online mettono articoli semplificati): consumiamo le informazioni per condividerle. Quando interagiamo con la PA significa che abbiamo un problema da risolvere o un bisogno da soddisfare.

Come si fa a scrivere per il lettore che non legge, saltella, ricerca e condivide? Ce lo spiegano Giacomo Mason e Piero Zilio nel volume “La comunicazione digitale per la PA – Scrivere testi efficaci in siti, app e social network della pubblica amministrazione”. Un ottimo manuale che partendo dagli elementi di base di una pagina web – l’occupazione degli spazi, i font, il paratesto dedica vari capitoli alla scrittura, a come rendere il testo visivamente leggibile, a come strutturare i concetti per facilitare la comprensione, al tono e anche allo stile. Consigli utili anche per adeguare la comunicazione alle peculiarita’ delle piattaforme social fino alla costruzione delle infografiche e con un occhio all’accessibilità. Anche se ci sono vari testi e vari autori e autrici italiani e non (Postai, Carrada, Falcinelli, Norman ) che sono compagni di viaggio di chi si occupa di scrittura e comunicazione, questo libro è un buon manuale, ben strutturato e usabile, che lascia trasparire la lunga esperienza sul campo degli autori.

{:it}Slow Tech and ICT – A Responsible, Sustainable and Ethical Approach (recensione libro){:}{:gb}Slow Tech and ICT – A Responsible, Sustainable and Ethical Approach{:}

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“Cari lettori, le tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT) stanno distruggendo la vita delle persone.” Questo è il modo in cui gli autori introducono il libro: nessuno spazio per eventuali interpretazioni errate, il messaggio è forte e chiaro. Ma non sono luddisti o tecno-scettici: propongono una profonda riflessione sul design e l’uso delle ICT centrate sull’uomo. Gli autori propongono un approccio all’ICT responsabile, sostenibile ed etico o, in altre parole, buono, pulito ed equo. Riconoscono i pensatori ispiratori, come Carlo Petrini, fondatore del Movimento Slow Food che contrasta l’ascesa del fast food e della vita veloce e si concentra sul rapporto tra cibo e ambiente, Alexander Langer con la sua riflessione su un nuovo concetto di benessere, basato su uno stile di vita più lento, più profondo e più dolce e la necessità di un cambiamento ecologico che può aver luogo solo se diventa socialmente desiderabile e René von Schomberg che, in quanto policy maker dell’UE, lavora per un’innovazione responsabile socialmente desiderabile, inclusiva e ambientale sostenibile. Le TIC sono buone se mettono gli esseri umani al centro a partire dai loro bisogni e usando un approccio interdisciplinare in base al quale umanista e tecnologo lavorano insieme. È pulito se si prende in considerazione l’impatto sull’ambiente, vale a dire la scarsità di metalli delle terre rare, i consumi energetici dei grandi mega centri e il riciclaggio dei rifiuti elettronici. Infine, è giusto che i diritti umani e la salute e la sicurezza dei lavoratori siano rispettati lungo tutta la catena del valore. Anche per l’istruzione, una buona TIC è importante: il web offre enormi opportunità per migliorare l’accesso alle conoscenze, ma è importante che gli insegnanti aiutino gli studenti a coltivare un modo più profondo di scrivere e parlare e diventare capaci di interagire con strutture complesse, in termini di linguaggio e pensando Gli esseri umani hanno bisogno di tempo per pensare, meditare e discutere: essere in una “modalità di input sempre attivo” può portare a diventare obiettivi passivi dei messaggi e facilmente manipolabili. Questo libro è pubblicato da Palgrave Macmillan con ISBN: 978-3-319-68943-

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“Dear Readers, Information and Communication Technology (ICT) is disrupting people’s lives.” This is the way the authors introduce the book: no space for any misinterpretation, the message is strong and clear. But they are not luddites or techno-sceptics: they propose a deep reflection on the design and the use of human centred ICT. The authors propose an approach to ICT that is responsible, sustainable and ethical or in other words, good, clean and fair. They recognise inspirational thinkers, such as Carlo Petrini, founder of the Slow Food Movement that counters the rise of fast food and fast life and focuses on the relationship between food and environment, Alexander Langer with his reflection on a new concept of well-being, based on a lifestyle that is slower, deeper and sweeter and the need for ecological change that can take place only if it becomes socially desirable and René von Schomberg who as an EU policy maker, works for responsible innovation that is socially desirable, inclusive and environmentally sustainable. ICT is good if it puts human beings in the centre starting from their needs and using an interdisciplinary approach whereby humanist and technologist work together. It is clean if the impact on the environment is taken into account, namely the scarcity of rare-earth metal, the energy consumptions of cloud mega centres and the recycling of e-waste. Finally, it is fairif human rights and the health and the safety of workers are respected throughout the value chain. Also for education, good ICT is important: the web provides huge opportunities to improve access to knowledge, but it’s important that teachers help students to cultivate a deeper way of writing and speaking and to become able to interact with complex structures, in terms of language and thinking. Human beings need time to think, meditate and argue: to be in an ‘always-on input mode’ can lead to them becoming passive targets of messages and easily manipulated. This book is published by Palgrave Macmillan with ISBN: 978-3-319-68943-

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Lingua, Coding e Creatività (recensione libro)

Ho conosciuto Stefano Penge   l’anno scorso grazie a Rodolfo Marchisio che ci ha coinvolti entrambi in un evento formativo per l’Associazione Gessetti Colorati di Reginaldo Palermo, sul tema coding a scuola. Le nostre posizioni sono  distanti:  l’Associazione DSchola, di cui sono direttrice,   dal 2012 promuove attivita’ sul coding e  Scratch, organizza un festival nazionale addirittura aperto alle superiori e con premi per i vincitori, organizza corsi per bambini delle elementari e per docenti di sostegno:  insomma tutto quello che  Stefano (e molti altri esperti come lui) discute e analizza, soprattutto per proporre alternative.  Sono incuriosita dalle riflessioni sul tema della programmazione come narrazione  e quando Stefano mi ha proposto di collaborare alla sua idea di mostra del coding, ho accettato con interesse.   

Questa è la mia recensione del libro “Lingua, Coding e Creatività”  di Stefano Penge. 

Attraverso la lingua ci rapportiamo al mondo: è uno strumento che prescinde da noi stessi, che ci permette di conoscere gli altri, scoprendo cosa ci unisce e cosa di differenzia. Leggi tutto “Lingua, Coding e Creatività (recensione libro)”

{:it}Hybrid Politics Media and Participation (recensione libro) {:}{:gb} Hybrid Politics Media and Participation {:}

{:it}Questa è la mia recensione di  “Hybrid Politics Media and Participation”  di Laura Iannelli

per Media and Learning Newsletter  November 2017

La ricerca di Iannelli sul rapporto fra media, partecipazione politica e democrazia, predilige un approccio sistemico, che va oltre la retorica “della rivoluzione tecnologica” e sceglie di focalizzarsi sull’ibridazione dei media e la continuità sulle forme di partecipazione politica e sbilanciamento del potere, che coinvolge nuove e vecchie tecnologie.  Leggi tutto “{:it}Hybrid Politics Media and Participation (recensione libro) {:}{:gb} Hybrid Politics Media and Participation {:}”

{:it}Socialbot and their friends (recensione libro){:}{:gb}SocialBots and Their Friends – Digital Media and the Automation of Sociality {:}

{:it}Questa è la mia recensione per la newslettere  Media & Learning – Maggio 2017 del libro “SocialBots and Their Friends – Digital Media and the Automation of Sociality”
A cura di Robert W. Gehl e Maria Bakrdjieva

“I robot sono le nuove app”, ha detto il CEO di Microsoft, Satya Nadella, nel 2016. La sua visione del modo in cui gli esseri umani interagiranno con la macchina era la  “conversazione come una piattaforma”, in cui l’Intelligenza Artificiale (AI) consente ai computer di essere in grado di interagire con le persone, utilizzando l’interfaccia umana più naturale, la lingua. Leggi tutto “{:it}Socialbot and their friends (recensione libro){:}{:gb}SocialBots and Their Friends – Digital Media and the Automation of Sociality {:}”

{:it}The Class: Living and Learning in the Digital Age (recensione libro){:}{:gb}The Class: Living and Learning in the Digital Age {:}

{:it}Che cosa vuole dire imparare? Quali sono gli obiettivi della scuola ed educazione? In che rapporto sono oggi questi tre aspetti della gestione della conoscenza? Che significato hanno le tecnologie digitali per i giovani? Come si colloca la scuola nella vita quotidiana dei tredicenni di oggi? Il libro “The class – living and learning in the digital age”  traccia una risposta a queste domande attraverso un’analisi etnografica durata un intero anno, seguendo un’intera classe di ragazzi fra i 12 e i13 anni di una scuola secondaria pubblica della periferia di Londra, fuori e dentro la scuola. Il libro prende il via delle prospettive teoriche degli autori sull’apprendimento e quindi quali sono le domande che si pongono nell’indagine, descrive la metodologia usata e finalmente la descrizione su cosa significa vivere e imparare e le loro connessioni, ma soprattutto disconnessioni fra i tre mondi da loro abitati: scuola, famiglia e amici. La vita quotidiana nella tarda modernità richiede di conciliare approcci ambivalenti verso i cambiamenti socio-tecnici che sono visti come minaccia e promessa. Siamo sempre di più messi in condizione di prendere decisioni in questa società che non dà più certezze, ma che spinge all’individualismo, alla ricerca di successo e di prestigio. I genitori sono più ansiosi, dedicano più tempo al lavoro e meno alla famiglia, i ragazzi stanno bene a casa anche se sono più preoccupati per il loro futuro. La scuola rappresenta ancora un contesto specifico di accordi, regole ed aspettative  ma che non necessariamente definiscono che cosa significhi essere educati. L’accesso all’educazione è fornito e valorizzato per i suoi benefici economici all’individuo e all’economia e la scuola favorisce la competizione individuale, per costruire buoni cittadini, che siano al tempo stesso in grado di auto controllo  e auto regolazione. I ragazzi devono trovare la propria automotivazione nella società del rischio individualizzato. Osservando gli studenti dentro e fuori la classe, intervistando le famiglie, visitando le loro case, osservandoli nei momenti di comunità con gli amici, emerge quanto questi mondi siano separati e intenzionali a restarlo. Gli insegnanti temono che i ragazzi portino in classe le tensioni che vivono in famiglia e le famiglie non sembrano interessati a capire quello che i ragazzi fanno in classe o con il computer.  La vita condivisa con gli amici è uno spazio di libertà, uno spazio per il se’ fuori dal controllo della famiglia e della scuola: in questo i social rappresentano uno spazio non controllabile per gli adulti.  Le famiglie hanno imparato a vivere insieme separatamente e le mura delle case non costituiscono più il confine con il mondo esterno, quello degli amici: debbono trovare faticosamente una mediazione fra il calore e il rispetto interno e l’esigenza di crescita e apertura verso l’esterno dei giovani. Le conclusioni degli autori sono articolate e descritte attraverso il caso di un concorso annuale scolastico che ha riassunto in modo paradigmatico le tensioni e le pressioni di tutto un anno, dimostrando una tendenza a mantenere lo status quo –  e le esistenti diseguaglianze all’intero della classe. Nota positiva rilevano come l’incertezza della privacy nelle comunicazioni, renda sempre più di valore le interazioni di persona.  {:}{:gb}

The Class explores how school and learning, home and family, and peer groups impact and shape children’s use of digital media. The two authors followed a class of London teenagers for a year to find out more about how they are, or in some cases are not, connecting online. What is the meaning of learning? What are the objectives of the school and education? What is the relationship between these three aspects of knowledge management? What matters about digital technologies and young people? What is the role of the school in the daily lives of teenagers today? This book “The Class: Living and Learning in the Digital Age” answers these questions through an ethnographic analysis lasting a full year, following a whole class of students aged between 12 and 13 in a public secondary school in the suburbs of London, inside and outside the school. The book starts from the authors’ theoretical perspectives on learning along with the questionsthey put forward, it describes the methodology used and finally provides a description of what living and learning means for these students. It describes the connections, and in particular the disconnections that exist between the three worlds in which young people live: school, family and friends. Daily life in late modernity means we have to constantly reconcile our somewhat ambivalent approaches to socio-technical changes that can be both a threat and a promise. In this society, we are increasingly allowed to make decisions which do not provide any more certainty but which push individualism in a constant drive towards enhancing our prestige and sense of success. Parents are more anxious, spend more time at work and less time with the family, the kids are happy at home even if they are more worried than ever about their future. The school still represents a specific context of agreements, rules and expectations, but which does not necessarily define what it means to be educated. Access to education is provided and valued for its economic benefits to the individual and the economy. The school promotes individual competition and the growth of good citizens, who are both capable of self-control and self-regulation. Students have to find their own motivations in this increasingly individualised risk society. Looking at the students inside and outside the classroom, interviewing families, visiting their homes, watching them when they spend time with their friends, the research team highlights how separate these different worlds are and how intentional this separation is. Teachers fear that kids bring to class tensions that exist in the family, and families do not seem interested in understanding what students do in the classroom or with their computer. Life shared with friends is an area of freedom, a space for self beyond the control of family and school: this social space is out of the control of adults. Families have learned to live together separately and the walls of the houses are no longer the border with the outside world. Families are constantly under pressure to find a compromise between internal warmth and respect and the need for growth and openness to the external world of their young people. The authors’ conclusions are described through the case of an annual school competition which summarises the tensions and pressures of a whole year. One positive note on what they observed; the increased uncertainty regarding privacy in communications has made young people value face-toface interactions even more than before. The book is freely accessible here

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Felici e sfruttati (recensione libro)

cena obamaHo appena finito di leggere  “Felici e sfruttati – Capitalismo digitale ed eclissi del lavoro” di Carlo Formenti e ho capito perché a un certo punto, circa sei mesi fa, ho avuto una personalissima crisi di rigetto e saturazione verso tutta la retorica intorno al cosidetto “2.0”, alla “partecipazione”, alla declinazione del “crowd” in tutte le sue forme.

Questo libro ha avuto il grande pregio di farmi riflettere su quanto ironicamente Formenti descrive così:

 

 

“Internet diventa la metafora irresistibile di una nuova era in cui tutto appare più facile e “leggero”; cadono le barriere geografiche e politiche che impediscono a tutti gli esseri umani di dialogare fra loro; l’economia si sbarazza dei vincoli della scarsità , promettendo ricchezze senza limiti grazie alla possibilità di produrre e distribuire a costo zero un’infinita gamma di servizi e prodotti immateriali; le gerarchie sociali, politiche ed economiche si appiattiscono in un mondo che regala a tutti il diritto di parlare, associarsi liberamente, creare delle nuove industrie”.

Insomma è brutto sentirsi un “pollo” che si è bevuto una serie di favolette. Ma se per qualcuno il risveglio può essere stato doloroso, e qui penso ad alcuni giovani che si sono trovati nel 2000 nel giro di qualche mese da manager superpagati a disoccupati, personalmente non ho mai amato i “portali commerciali” della bolla dot.com né ho mai pensato che il web2.0 avesse finalmente! permesso il riscatto delle masse (rispetto all’esecrato e passivo web1.0). E se la crisi del 2008 ha fatto aumentare il divario fra ricchi e poveri, trasformando i  knowledge worker da élite, profetizzata da Toffler, ad una tipologia di “precariato” non so se questo si possa davvero ascrivere alla cultura digitale.

Devo dire che anche il fascino delle folle collaborative autoorganizzate (vedi Shirky, Surowiecki) dopo una prima fase di infatuazione, mi si era già molto ridimensionato leggendo “La liberta ritrovata” di Schirmacherr ed in particolare condivido con Formenti l’aggettivo “aberrante” affibbiato al Turco Meccanico di Amazon [una interessante lettura su Quora sono le risposte alla domanda “qual è l’uso più creativo del turco meccanico di Amazon” su cui mi riprometto sempre di scrivere un post].

Non so se la rete favorisca come sostiene Formenti la “femminilizzazione del lavoro” perché le donne sono più adattabili, flessibili e disponibili ad accettare compensi inferiori, creando una concorrenza al ribasso con i colleghi maschi, ma personalmente constato che favorisca”la socialità individualizzata” o “l’individualismo socializzato”, in cui si lavora per la maggior parte del tempo da soli partecipando a team distribuiti in rete.

Questa larga parte di società in rete è quella che ha contribuito, negli Stati Uniti al succeso di Obama, ma non ci si faccia illusioni: ai piani alti i posti sono già tutti occupati da un’esigua rapprensentanza di quella “classe creativa” descritta da Florida. Nella nuova geografia che si sta delineando in cui l’Occidente importa modelli di flessibilizzazione e precarizzazione tipica dei paesi in via di sviluppo, i paesi emergenti si occidentalizzano importando tecnologie e stili di vita. In questo panorama Obama e la lobby delle internet company, usano la rete come arma strategica per imporre un’egemonia culturale. [E’ interessante in questo senso leggere questo post di Ethan Zuckermann su come si possa percepire in modo diverso il concetto di libertà di parola, visto da una prospettiva cinese]

Come dichiara lo stesso autore, dopo aver descritto un nuovo capitalismo che appare più subdolo di quello classico perché ci rende appunto “felici e sfruttati”, nel libro manca la pars construens che viene sintetizzata con un appello ad “una sinistra degna di tale nome” perché si ricostruisca un’identità di classe.

 

[:it]Due libri sui nuovi giornalismi[:]

[:it]Giornalismo e nuovi mediaIl libro di Sergio Maistrello appena uscito per Apogeo, si intitola “Giornalismo e Nuovi Media” e si apre con una preoccupazione per i prossimi anni e si chiude con un messaggio positivo. Il testo si divide in due parti: la prima più introduttiva su come stia cambiando il rapporto con l’informazione, trasformandoci tutti in potenziali emittenti, in cui si parla di pertinenza e qualitò, identita’ e reputazione.

Nella seconda parte, Maistrello ci racconta come le grandi testate mondiali e anche le principali testate italiane abbiano affrontato negli ultimi dieci-quindici anni la sfida delle rete, con l’istitutizione delle continuous news desk, che sostanzia la transizione dal meccanismo della deadline – “la chiusura” a quello attuale, dell’aggiornamento continuo. Ho trovato tante cose interessanti su questo libro di cui consiglio la lettura, compreso il capitolo sulla nuova professione del giornalista e a questo proposito consiglio anche la lettura di questo articolo, che spiega perchè i giornalisti dovrebbero anche imparare a programmare.

More about Giornalismo partecipativo

Il viaggio in treno verso Genova per partecipare al Genovacamp 2010 (*) è stata l’occasione per finire il libro di Gennaro Carotenuto, sul Giornalismo Partecipativo uscito a Dicembre per Nuovi Mondi.

Un libro completamente diverso: mentre Maistrello vede nel giornalista partecipativo soprattutto una persona che trovandosi nei pressi di un incidente o di una catastrofe, abbia la prontezza e la compentenza per utilizzare la rete, Carotenuto si focalizza soprattutto sulla caduta di credibilità di grandi testate e sul problema della concentrazione dell’informazione nelle mani di pochi, e vede quindi come unica possibilità per l’informazione, “la biodiversità informativa”, titolando uno dei tre capitoli che costituiscono l’opera come “La Riforma Agraria dell’informazione”. Carotenuto descrive le responsabilità dei giornali nel sostenere le guerre di Bush, e cita vari passaggi in cui Riotta si scaglia contro i blog, come pure Lucia Annunziata che dichiara che il “”compito del giornalismo è orientare l’opinione pubblica”, orientare non informare”” per rimarcare un certo modo di interpretare la professione giornalistica.

Dal libro di Carotenuto vorrei citare questo passaggio di Olivero Beha

“Sviluppare un rapporto differente con la ricerca dei fattti, la loro verifica, il controllo incrociato, l’attendibilità , l’autorevolezza e tutte le categorie indispensabili alla nostra sopravvivenza informativa. Ma cosa intendo per “sopravvivenza informativa”? Direi tutto, giacché dai nostri bisogni/problemi quotidiani all’informazione politica indispensabile per una democrazia che non consista semplicemente in un raggiro formale della volontà popolare, il criterio onnicomprensivo è che debbo sapere per poter scegliere: prodotti, partiti, persone.”.

Nonostante le differenze profonde fra i due autori nell’approccio alla questione, la conclusione in entrambi i casi è che le possibilità offerta da cittadini informati che concorrono a produrre informazione, porterà vantaggi superiori agli svantaggi.

(*) E’ uscito l’ebook di GenovaCamp 2010-

Genovacamp2010È disponibile nella libreria l’ebook creato durante il Genovacamp 2010 tenuto a Genova (nomen omen) il maggio scorso. Si tratta del primo titolo della collana di Polinformazione a cura di QuintadiCopertina ed è un vero e proprio libro interattivo, in cui navigare attraverso percorsi cronologici, tematici o nominali. Centinaia di richiami interni ed esterni permettono di creare un proprio percorso di lettura rivivendo l’evento organizzato da Cittadini Digitali.

E’ scaricabile gratuitamente e nella sessione sugli alfabeti digitali c’è anche la sintesi del mio intervento di presentazione su YouCapital.[:]

[:it]Strategia Oceano Blu[:]

[:it]Cover Strategia oceano bluQuesto libro, che letto ormai un paio di anni fa mi aveva molto entusiasmato,  poi come qnon sono riuscita a finirlo. Sara’ che questi best seller americani (da “The long tail” a “Wikinomics” a “The world is flat“) esprimono la loro teoria nelle prime pagine e poi diventano noiosi e ripetitivi. Ricordo che, per Oceano Blu, l’esempio che piu’ mi aveva colpito era quello del “Cirque du Soleil”, forse perche’ cosi’ lontano dal mondo dell’ICT e della tecnologia in genere.

Leggendo quel libro, ho pensato, come credo tanti altri: la fanno facile gli autori, ma come si fa a farsi venire in mente un prodotto/servizio per un cliente che non esiste ancora (sarebbe piu’ corretto dire “di cui nessuno ha intercettato i bisogni”) basandosi sulla cosiddetta “innovazione di valore” anziché sull’innovazione tecnologica, ovvero su un costo che il non-cliente sarebbe disposto a sostenere per avere un certo prodotto/servizio.

Negroponte, un signore che sa il fatto suo, ha impostato la sua campagna basandosi su un obiettivo in termini di “innovazione di valore”, “il laptop da 100 $” individuando nei paesi in via di sviluppo il “non cliente”.

Tuttavia “l’oceano blu” e’ stato conquistato da Asus con il suo EeePC, anche sfruttando Negroponte come sponsor indiretto, che con il suo “brand” personale, garantiva per un PC che nonostante il basso costo potesse essere di grande qualita’ .

Asus ha individuato una fascia di “non clienti” con un maggior potere d’acquisto (le donne? gli studenti?), a cui ha proposto una soluzione basata su un “target di costo”, ovvero non basata su innovazione tecnologica (la tecnologia e’ tutta matura e quindi a basso costo) ma su “innovazione di valore” e facendo diventare un fattore vincente, – la riduzione della complessità dell’interfaccia, quello che per un “cliente” classico, poteva essere una “diminutio”, ma al contempo strizzando l’occhio al mondo “nerd”, proponendo un portatile basato su Linux.

Morale: gli EeePC sono andati esauriti in tempo brevissimo e l’oceano blu, sta rapidamente diventanto “rosso”.

La concorrenza pero’ sara’ su una fascia leggermente superiore, perche’ si parla di schermi un po’ piu’ grandi (8,9 pollici) con tecnologia nuova (chip Atom) e costo intorno ai 500$: praticamente in contemporanea sono stati annunciati (oggi ?) gli ultra portatili di ACER – Aspire e di HP – Compaq 2133.

Non va sottostimato nemmeno l’impatto sul mondo del software: grande successo per Linux (non più relegato a una cosa per “nerd) fino all’annuncio di Microsoft da un lato di prorogare il supporto su XP fino al 2010 e di (anticipare?) l’annuncio di Windows 7.

Essendo una di questi “non clienti” mi sono chiesta chi potevano essere gli altri e l’ho chiesto a Linkedin.[:]

[:it]vacanze,tempo di letture[:]

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leggere lolita a teheranPer me esistono due categorie di libri, quelli che ti tolgono la voglia di leggere e quelli che te la fanno venire. Non e’ detto che i primi siano necessariamente scritti male o noiosi, nè che gli altri siano necessariamene dei capolavori. Ma questi ultimi sono porte che si aprono e ti fanno intravedere altre porte ancora più interessanti di quella appena aperta.

Chiudi-libri ora non me ne vengono in mente (è per fortuna perche’ il loro potere e’ nefasto), ma ho appena finito un apri-libri: “Leggere Lolita a Teheran”

In una Teheran bombardata, alcune studentesse e la loro insegnante, nel nome della letteratura occidentale si ricreano uno spazio di libertà “mentale”, circoscritto in un salotto, per sopportare la doppia oppressione in quanto persone e donne. Quegli incontri settimanali danno corpo e sostanza alle eroine dei romanzi ma anche alle giovani, che posso uscire dai loro mantelli e riacquistare anch’esse fisicità .

Impossibilre resistere quindi all’invito a leggere o rileggere Lolita, il Grande Gatsby, Orgoglio e pregiudizio, Daisy Miller…

scheda su anobii [:]