Multinclude webinar “Coding For All”

E’ online la registrazione del webinar “Coding For All” realizzato da Dschola per il progetto Multinclude Ideas for Inclusive Education – lo trovate qui https://multinclude.eu/2019/10/16/s4d-coding-for-all/ c … il webinar in lingua inglese discute l’uso di linguaggi di programmazione come strumenti di inclusione e presenta il progetto Scratch4Disability #Multinclude – Siete tutti invitati a partecipare alla nostra Learning Community registrandovi sul sito www.Multinclude.eu Itis Vallauri Fossano Università degli Studi di Torino #inlcusion #pathwaytosuccess https://multinclude.eu/2019/10/16/s4d-coding-for-all/

Join our learning community on  www.Multinclude.eu #inclusion #pathwaytosuccess

Multinclude: più di 70 idee per l’inclusione

La squadra di Multinclude si è riunita a fine giugno per fare il punto sulle attivita’ in corso e sulla programmazione futura. Siamo stati ospiti per la seconda volta dell’Università dei Bambini di Vienna, all’interno del campus universitario.

Sono stati due giorni di lavoro intenso che ci hanno fatto riflettere su quanto abbiamo imparato dalla raccolta dei casi. Nella fase di analisi i partner dell’ONG ECHO, applicheranno la Teoria del Cambiamento – (il link porta ad un documento in inglese) per analizzare l’impatto delle pratiche raccolte e come possa scalare. DA una prima analisi sono emersi alcune caratteristiche comuni: le piccole organizzazioni hanno il maggiore impatto, un solo partner non riesce a creare impatto ed e’ necessaria una rete di attori, molte delle pratiche raccolte hanno la finalità di contrastare la dispersione precoce e hanno caratteristiche di intersezionalità.

Nei prossimi mesi è prevista la pubblicazione del lavoro di analisi che sarà la base delle creazione del tool che il progetto sviluppera per l’autovalutzione della capacità inclusiva di una scuola.

Sul sito multinclude.eu sono presenti 71 idee per l’inclusione consultabili attraverso il motore di ricerca che costitutiscono le fondamenta del progetto.

Questi casi saranno alla base della Learning Community a cui vi invitiamo ad iscrivervi dove si potranno porre domande agli autori dei casi ed eventualmente suggerire altri casi.

Nel frattempo se li avete persi potete approfittare di questo periodo di tranquillita’ per rivedere i tre webinar che abbiamo gia’ realizzato che raccontano casi reali di inclusione.

Potete leggere (in inglese) le prime storie di inclusione: una parla della scuola in ospedale in Ungheria e una parla del bellissimo progetto “La Grammatica Fantastica” ed in particolare di un caso di mutismo selettivo una delle buone pratiche evidenziate dall’associazione DSchola.

Alla ripartenza della scuola vi presenteremo il webinar su Tecnologia e Inclusione, organizzato da Dschola insieme a tutte le altre azioni di comunicazione e disseminazione previste dal progetto.

Stay tuned!

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Un gioco per conoscere il mare

Sono molto feliche che la rivista International Information & Library Review  -abbia accettato il mio articolo nella Digital Heritage Columns

L’articolo descrive il processo e il gioco sviluppato per il Responseable Project – e ha l’obiettivo di aumentare la conoscenza e la consapevolezza di come i nostri comportamenti influenzano il mare

L’articolo è scaricabili qui

Il Gioco è scaricabile qui

Sono molto interessata ai vostri commenti.

{:it}Parla come mangi, scrivi come parli{:}{:gb}Italian{:}

Dopo circa 20 anni sono ritornata ad occuparmi (anche) di comunicazione nella Pubblica Amministrazione. Alla fine degli anni 90, avevo realizzato il sito della Regione Piemonte che allora conteneva solo l’Assessorato alla Cultura e all’Agricoltura e collaborato con la redazione web della Città di Torino. Anni di grandi aspettative riposte nella comunicazione digitale e soprattutto nel dialogo fra la PA e i cittadini. Il nuovo rapporto cittadini – PA, passava anche dalla semplificazione del linguaggio: Sabino Cassese apriva la strada con il suo manuale di stile.

Molte cose sono cambiate, non tanto nella PA, ma nel modo in cui ci informiamo e – soprattutto – leggiamo. Le notizie si leggono sul cellulare mentre andiamo al lavoro, possibilmente da facebook (per le fasce di popolazione piu’ matura) ed eventualemente approfondite sui quotidiani online (che online mettono articoli semplificati): consumiamo le informazioni per condividerle. Quando interagiamo con la PA significa che abbiamo un problema da risolvere o un bisogno da soddisfare.

Come si fa a scrivere per il lettore che non legge, saltella, ricerca e condivide? Ce lo spiegano Giacomo Mason e Piero Zilio nel volume “La comunicazione digitale per la PA – Scrivere testi efficaci in siti, app e social network della pubblica amministrazione”. Un ottimo manuale che partendo dagli elementi di base di una pagina web – l’occupazione degli spazi, i font, il paratesto dedica vari capitoli alla scrittura, a come rendere il testo visivamente leggibile, a come strutturare i concetti per facilitare la comprensione, al tono e anche allo stile. Consigli utili anche per adeguare la comunicazione alle peculiarita’ delle piattaforme social fino alla costruzione delle infografiche e con un occhio all’accessibilità. Anche se ci sono vari testi e vari autori e autrici italiani e non (Postai, Carrada, Falcinelli, Norman ) che sono compagni di viaggio di chi si occupa di scrittura e comunicazione, questo libro è un buon manuale, ben strutturato e usabile, che lascia trasparire la lunga esperienza sul campo degli autori.

{:it}Donne e lavoro: perché il divide di genere non aiuta?{:}{:gb} {:}

In quest’ultimo anno abbiamo visto l’effetto della campagna #metoo. Donne famose e di successo hanno trovato nel movimento la forza di denunciare le violenze fisiche e psicologiche di uomini potenti: il clima è ancora pesante, le donne di #metoo sono state accusate da altre donne di essere ipocrite e di non saper distinguere un corteggiamento da un abuso. Per questo la cosa più interessante degli Stati Generali della TV delle ragazze sono stati proprio i mini tutorial per aiutare gli uomini (e forse anche le donne) a capire quando si superano i limiti.

Le donne stanno quindi rafforzando il proprio ruolo nella società?

Non esattamente. Secondo l’edizione del Global Gender Gap 2018, al ritmo attuale di cambiamento, ci vorranno 108 anni per chiudere il divario di genere complessivo e 202 anni per avere la parità sul posto di lavoro.

La nota positiva è che rispetto al 2017, anno in cui il divario di genere era addirittura aumentato, nel 2018 c’è stato un miglioramento marginale, soprattutto nell’ambito economico in cui si è ridotta la distanza verso il reddito degli uomini.

Le donne stanno uscendo dal mondo del lavoro a un ritmo più elevato, perché l’automazione ha un impatto maggiore sui lavori tradizionalmente svolti da loro (come già previsto da un altro rapporto OCSE sul futuro del lavoro) e come se non bastasse, sono sotto rappresentate nei settori più promettenti dell’economia che richiedono competenze e conoscenze STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica).

Secondo il Women in Digital scoreBoard della UE, il rapporto fra specialisti ICT è 1 donna su 6 e 1 su 3 per laureati STEM, e nel settore ICT le donne guadagnano quasi il 20% in meno rispetto agli uomini. Finlandia, Svezia, Lussemburgo e Danimarca sono Paesi con un più alto punteggio per Women in Digital, mentre Bulgaria, Romania, Grecia e Italia registrano il punteggio più basso.


Divario di genere: ancora?

I report OCSE sul divario di genere registrano un peggioramento complessivo dell’Italia nel triennio 2016 al 2018: siamo passati dalla posizione 50 alla 70 su 149 Paesi (ma nel 2017 eravamo alla 82). Questo numero è il risultato di vari indicatori organizzati in 4 macro aree: partecipazione all’economia, partecipazione politica, educazione e condizione sanitaria.

L’educazione è l’area dove il divario di genere è minore in tutti i Paesi esaminati: forse un po’ dobbiamo ringraziare Malala Yousafzai, premio Nobel nel 2014, quando aveva 15 anni, che ha rischiato la vita per affermare il suo diritto e quello di tutte le donne all’educazione. Se non imparano a leggere e scrivere, le donne sono doppiamente emarginate perché non possono usare Internet: secondo il report sul mobile gender gap, nei Paesi a basso reddito, le donne che possiedono uno smartphone sono il 10% in meno degli uomini e il 23% in meno ad accedere alla Rete. La barriera principale all’uso mobile di internet è la mancanza di competenze.

Per l’Italia le studentesse sono a rischio maggiore di dispersione scolastica rispetto ai loro colleghi maschi: le donne adulte con licenza di scuola primaria e secondaria sono un po’ meno degli uomini, tranne che per l’educazione superiore, dove nella fascia 25-54 sono laureate il 17.4 delle donne rispetto al 12.7 degli uomini. Ma se guardiamo al personale impiegato nella ricerca, le donne sono un po’ meno della metà degli uomini (34,6 verso 65,4). Questi dati sono abbastanza costanti nel tempo e non sono certo una specificità italiana: una recente ricerca pubblicata da Nature, dimostra che negli Stati Uniti per metà delle donne la nascita del primo figlio coincide con la fine del lavoro a tempo pieno.

Intelligenza Artificiale: ancora poche le donne che ci lavorano?

L’approfondimento del Global Gender Gap 2018 è rivolto alle nuove professioni legate al settore dell’Industria 4.0 e in particolare all’Intelligenza artificiale, considerata la tecnologia più promettente del settore. Secondo l’indagine Linkedin, le donne che lavorano in questo settore sono il 22% a confronto del 78% di uomini: e qui finalmente una buona notizia per l’Italia, che insieme al Sud Africa e a Singapore ha la quota più alta di donne nel settore, ben il 28%!

Secondo gli esperti, l’intelligenza artificiale avrà un impatto sull’industria pari a quello che ha avuto l’elettricità nel secolo scorso e ogni aspetto dell’intelligenza che possa essere descritto in modo preciso potrà essere simulato alle macchine: queste due citazioni sono interessanti perché a riportarle è una venture capitalist di 14 anni, Taarini Kaur Dang, che scrive su Forbes e spiega perché si tratta di una tecnologia così pervasiva e importante che ci cambierà la vita.

Abbiamo bisogno di cambiare vita, perché il nostro modello attuale non è sostenibile: secondo l’OMS si prevedono 250 mila morti ogni anno per i prossimi 20 anni, con intensificarsi di ondate di calore, incendi causati dalla siccità, piogge intense, allagamenti costieri, nuove malattie causate dalla pessima qualità dell’aria e l’Italia per varie cause è particolarmente esposta a questi rischi. Greta Thunberg ha 16 anni ed è un’attivista che con caparbietà è riuscita a far arrivare la sua voce fino ai piani più alti del potere mondiale. Lei ha le idee chiare su come il tema del riscaldamento globale sia un problema economico e di equità.

Il progetto europeo Smart Space a cui collaboro, ha l’obiettivo di aiutare le aziende nella transizione verso la manifattura intelligente: in quasi tutti gli ambiti produttivi, le donne sono la maggioranza nel settore del controllo qualità, perché hanno una manualità più precisa ma come tutti i settori dove la presenza umana è critica ed intensiva, ci sono ampi spazi per ottimizzare, ad esempio grazie a sistemi di visione artificiale. La riduzione dei costi e una maggiore efficienza, grazie all’uso delle tecnologie, spesso è quello che fa la differenza fra un’azienda viva ed una che chiude.

Il futuro è nelle mani di ragazze come Malala, Taarini e Greta che avranno il difficile compito di conciliare le sfide economiche, ambientali e sociali, ma che hanno già vinto la loro prima battaglia: quella di farsi ascoltare.

Articolo pubblicato su TechEconomy l’8 marzo 2019

{:it}Educare nella diversità{:}{:gb}Education in diversity{:}

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L’Europa ha nella sua cifra il concetto di diversità: nel mondo esistono 7000 le lingue parlate, di cui 225 in Europa, e di queste 60 sono lingue minoritarie, ma questa diversificazione sta ulteriormente aumentando. Attualmente, il 4% della popolazione totale dell’UE è costituito da cittadini di paesi terzi e le proiezioni sulla popolazione prevedono che entro il 2050 sarà intorno al 20-40%: già nel 2020 il 25% degli studenti avrà background migratorio.

Le migrazioni e la globalizzazione stanno provocando cambiamenti sociali che creano nuove opportunità e sfide per le istituzioni educative. Il numero crescente di rifugiati, richiedenti asilo e bambini migranti portano le scuole e gli insegnanti a reinventarsi pratiche e strategie quotidiane per rispondere a nuovi bisogni di apprendimento.

Secondo dati OCSE PISA gli studenti che hanno una storia di migrazione di prima e seconda generazione hanno esiti scolastici peggiori dei loro coetanei, uno svantaggio condiviso anche da minoranze etniche e linguistiche storiche provenienti da contesti socio economici svantaggiati: le difficoltà linguistiche e programmi monoculturali, possono portare questi studenti all’abbandono scolastico.  Ragazzi che oggi non riescono ad acquisire conoscenze e competenze, domani saranno lavoratori marginalizzati e che probabilmente alimenteranno la cosiddetta gig-economy.

Secondo lo studio “Preparing Teachers for Diversity” la scuola è strutturalmente un luogo di diseguaglianza: mentre le aule europee sono sempre più diversificate, la popolazione degli insegnanti rimane ampiamente omogenea e spesso priva di consapevolezza riguardo ai propri stereotipi e alla diversità multidimensionale dei loro alunni: stereotipi che creano atteggiamenti negativi nei confronti degli studenti con un background linguistico, culturale, religioso diversi, nonché a nutrire minori aspettative, fino ad adottare metodi discriminatori nei loro confronti.

Per affrontare queste sfide è necessario che i sistemi educativi di tutta Europa dotino gli insegnanti di competenze interculturali, per valorizzare e adattarsi alla diversità ed essere culturalmente consapevoli di sé, e competenze comunicative per aumentare la capacità di riflettere sulle proprie convinzioni e differenze. Per superare le barriere linguistiche dei propri studenti, inoltre, gli insegnanti dovrebbero essere preparati al processo di apprendimento della lingua e in generale adottare approcci didattici inclusivi e non compensativi.

Un contributo per la formazione degli insegnanti alla diversità arriva dal progetto Erasmus+ Teaching in Diversity. I partner, esperti di diritti delle minoranze, diversità, minoranze linguistiche, progettazione didattica e media education, hanno dapprima identificato i contenuti e poi, progettato la formazione, erogata in corsi pilota nei vari Paesi di provenienza.  A partire da questa verifica sul campo è stata realizzata la versione online del corso, liberamente accessibile sul sito del progetto.

Il corso online è organizzato in sei moduli:

  1. gestione della diversità a scuola,
  2. diritti delle minoranze,
  3. non discriminazione e uguaglianza,
  4. diversità linguistica,
  5. diversità religiosa,
  6. incitamento all’odio.

Questi temi sono definiti e descritti, è indicato il quadro normativo di riferimento, alcune buone pratiche e quiz di verifica. Il corso è accompagnato da una guida disponibile in varie lingue, tra cui l’italiano, e da altri materiali.

La recente Raccomandazione europea sull’istruzione del 22 maggio 2018, richiama ai valori comuni e al rispetto dei diritti umani e delle minoranze, come contrasto a populismo, xenofobia, discriminazione e  radicalizzazione e prima di elencare le “competenze chiave”, richiama la necessità di “garantire reale parità di accesso ad un’istruzione inclusiva e di qualità per tutti i discenti, compresi quelli provenienti da contesti migratori, o da contesti socioeconomici svantaggiati, quelli con bisogni speciali e quelli con disabilità [..] come elemento indispensabile per realizzare società più coese”.  

La scuola è la speranza della società, quella speranza che come dice sant’Agostino “ha due bellissimi figli: lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per la realtà delle cose; il coraggio per cambiarle”.

Articolo pubblicato su FBK magazine il 19 novembre 2019


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School is structurally a place of inequality: while European classrooms are increasingly diverse, the teacher population remains largely homogeneous and often lacking awareness about their own stereotypes and the multidimensional diversity of their students

One of Europe‘s characteristics is the concept of diversity: there are 7000 languages ​​spoken in the world, of which 225 in Europe, and of these 60 are minority languages, but this diversification is further increasing. Currently, 4% of the total EU population is made up of third-country nationals and population projections predict that by 2050 it will be around 20-40%: as early as 2020, 25% of students will have a migrant background.

Migration and globalization are causing social changes that create new opportunities and challenges for educational institutions. The growing number of refugees, asylum seekers and migrant children lead schools and teachers to reinvent daily practices and strategies to respond to new learning needs.

According to OECD PISA data, students who have a history of first and second generation migration have worse school outcomes than their peers, a disadvantage also shared by historical ethnic and linguistic minorities from disadvantaged socio-economic backgrounds: language problems and monocultural programs, can bring these students to drop out from school.  The kids who cannot acquire knowledge and skills today, will be marginalized workers that will probably feed the so-called gig-economy tomorrow.

According to the “Preparing Teachers for Diversity” study, the school is structurally a place of inequality: while European classrooms are increasingly diverse, the teacher population remains largely homogeneous and often lacking awareness about their own stereotypes and the multidimensional diversity of their students: stereotypes that create negative attitudes towards students with a different linguistic, cultural and religious background, as well as nurturing lower expectations, up to adopting discriminatory methods towards them.

To meet these challenges it is necessary that education systems across Europe provide teachers with intercultural skills, to value and adapt to diversity and to be culturally self-aware, and communication skills to increase the ability to reflect on their beliefs and differences. In addition, to overcome the language barriers of their students, teachers should be prepared for the language learning process and generally adopt inclusive instead of compensatory teaching approaches.

A contribution for teacher education to diversity comes from the Erasmus + Teaching in Diversity project. The partners, experts in minority rights, diversity, linguistic minorities, teaching strategy planning and media education, first identified the contents and then, designed the training, provided in pilot courses in the various countries of origin.  Starting from this field test, the online version of the course, freely accessible on the project website, was created.

The online course consists of six modules:

  1. diversity management at school,
  2. minority rights,
  3. non-discrimination and equality,
  4. linguistic diversity,
  5. religious diversity,
  6. hate speech.

These topics are defined and set out. The regulatory framework, as well as some good practices and verification quizzes are indicated. The course has been integrated with a guide available in multiple languages – including Italian – and other materials.

The recent European Recommendation on Education of May 22, 2018 recalls common values ​​and respect for human and minority rights to contrast populism, xenophobia, discrimination and radicalization and before listing the “key competences”, recalls the need “to guarantee real equality of access to inclusive and quality education for all learners, including those from migrant backgrounds, or from disadvantaged socio-economic backgrounds, those with special needs and those with disabilities [..] as an essential element to attain a more cohesive society”.  

School is the hope of society, that hope which, as St. Augustine says, “has two beautiful children: indignation and courage. Indignation for the reality of things; the courage to change them”

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{:it}L’ascensore che non c’è{:}{:gb}When the elevator is not there{:}

{:it}La scuola ha come obiettivo la conservazione dei rapporti sociali vigenti oppure l’inclusione e l’accesso alla conoscenza per far palestra di piena cittadinanza? La scuola, con tutti i suoi difetti, costituisce uno degli ultimi momenti di aggregazione sociale: l’obbligo di frequenza fino ai 16 anni non permette ancora alle famiglie di esercitare la scelta di non far studiare i propri figli. Mandare un figlio a scuola è un costo per la famiglia, ma è un investimento che si fa, talvolta a costo di grandi sacrifici, per dare ai propri figli maggiori opportunità di quelle che hanno avuto i genitori: avere un titolo di studio è necessario per accedere a lavori qualificati e ben retribuiti, e di conseguenza ad un migliore posizionamento sociale. Purtroppo nella maggioranza dei casi questo non succede e la scuola viene messa sotto accusa, un apparato modellato per rispondere alle esigenze della società agricole e industriale che non esistono più, scrive Norberto Bottani nel 2013. Ma questo ascensore sociale ha davvero mai funzionato? O piuttosto la scuola ha come obiettivo la conservazione dei rapporti sociali vigenti, limitandosi ad essere strumento di assimilazione di norme per la gestione della popolazione? Nel libro La Maestra e la Camorrista, Federico Fubini, ci racconta un’altra versione della storia: partendo da un lavoro di ricerca fatto dalla Banca d’Italia che dimostra come in sei secoli, la distribuzione del reddito a Firenze non sia cambiata, e arrivano alla conclusione che “quando l’ascensore sociale si congela in una glaciazione semipermanente – le persone smettono di crederci”. E le persone smettono di credere agli altri, perdono la fiducia, perché il gioco è sempre a somma zero: ogni avanzamento è sempre a spese di un altro. Fubini racconta di come abbia intervistato decine di adolescenti del sud e del nord dell’Italia chiedendo quanto fossero disposti a “fidarsi degli altri” e arriva alla conclusione che il “successo nutre la fiducia e la capacità di fidarsi nutre il successo” e che “La sfiducia in ciò che ti circonda si trasforma in un veleno sottile che contribuisce a paralizzare l’ascensore sociale dal basso verso l’alto in Italia.” E poi prosegue il suo racconto su come abbia tentato di intaccare questa sfiducia facendo conoscere ai ragazzi della scuola di Mondragone a Caserta, persone che partite da situazioni di difficoltà hanno avuto risultati eccellenti. La scuola come ultima barriera al degrado l’ho conosciuta al convegno organizzato dall’Associazione Europea dei Genitori (European Parents Association) che aveva come tema quello dell’inclusione: li ho avuto l’occasione di incontrare Eugenia Carfora la dirigente scolastico dell’Ist. Morano di Caivano, un paese a 10 km da Napoli. Lei ha raccontato dei suoi fallimenti e dei suoi successi nel riuscire a dare una scuola pulita e attrezzata ai suoi allievi e di come ogni giorno sia in trincea, anche lottando con le mamme che arrivano alle minacce fisiche: la sua storia è raccontata in questo video. C’era anche Sara Ferraioli di Maestri di Strada, che ha spiegato come il loro lavoro sta nella creazione di relazioni, con i ragazzi, con gli insegnanti e con i “genitori sociali”, volontari che ricoprono il ruolo di genitori pur senza esserlo. L’inclusione passa anche per l’accesso alle tecnologie digitali, a patto che se ne faccia un uso non superficiale, ma che stimoli il pensiero critico e la passione per la scoperta e l’apprendimento. Nella discussione sul digital divide con genitori di tutta Europa sembra che i problemi siano comuni: poche infrastrutture e scarso uso in classe, e se qualcuno ritiene che lo stato non dovrebbe promuovere l’utilizzo degli smartphone in classe, altri lo considerano ormai l’equivalente della penna e del quaderno. La crescita inclusiva necessita che il progresso della scienza e della tecnologia siano indirizzate da uno scopo, per evitare il rischio di ampliare le ingiustizie, la frammentazione sociale e l’esaurimento delle risorse: tale scopo è il benessere individuale e collettivo. L’agenda OCSE indica come obiettivo dell’educazione quello di fornire conoscenze, abilità, attitudine e valori per rendere le persone in grado di contribuire e di fruire un futuro inclusivo e sostenibile. Per raggiungere questo scopo sono state individuate tre nuove “competenze trasformative” definite come creazione di nuovo valore, riconciliazione di tensioni e dilemmi, assunzione di responsabilità. Tradurre le “competenze trasformative” in curriculum richiede la partecipazione dell’intero ecosistema educativo: studenti, insegnanti, dirigenti, genitori, decisori, ricercatori, sindacati, attori sociali e commerciali sono coinvolti in un processo di co-creazione per definire le linee guida dei nuovi sistemi educativi. Nuovi sistemi educativi che permettano di affrontare l’incertezza e l’imprevedibilità del futuro, ma dove la speranza e la fiducia negli altri sembra ancora più indispensabile.   (questo articolo l’ho scritto per il magazine della Fondazione Bruno Kessler  Image  of the Spiral Stair By Petar Milošević – Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=42663476  {:}{:gb}

Does school have as its goal the preservation of existing social relationships or inclusion and access to knowledge to “work out” full citizenship?

School, with all its flaws, is one of the last occasions for social aggregation: the obligation to attend until the age of 16 does not allow families to exercise the choice not to have their children study.  Sending a child to school has a cost for families, but is an investment that is made, sometimes with great sacrifice, to give children more opportunities than those that the parents have had: having a qualification is necessary to access quality and well-paid jobs, and consequently a better social position. Unfortunately, in most cases this does not happen and school is put on trial, an apparatus modeled to meet the needs of the agricultural and industrial society that no longer exists, Norberto Bottani wrote in 2013.

But has this social elevator ever really worked? Or rather, does school have as its goal the preservation of existing social relationships, limiting itself to being a tool for assimilation of norms for the purposes of controlling the population?

In his book “La Maestra e la Camorrista” (The teacher and the Camorrist), Federico Fubini tells us another version of the story: starting from a research study conducted by the Bank of Italy that shows how in six centuries, the distribution of income in Florence has not changed, and they come to the conclusion that “when the social elevator freezes in a semi-permanent ice age – eople stop believing in it.”  And people stop believing in others, they lose trust, because the game ialways adds to zero: every advancement is always at the expense of another. Fubini tells us that he interviewed dozens of teenagers from the south and north of Italy, asking how much they were willing to “trust others” and came to the conclusion that “success nourishes trust and the ability to trust nourishes success” and that “The lack of trust in what surrounds us turns into a subtle poison that helps paralyze the social elevator in Italy. ” He then continues his account on how he tried to undermine this distrust by making students of the Mondragone in Caserta school meet people who, having started from diffivult situations, have had excellent results.

“I learned about school being the last barrier to degradation at the conference organized by the European Parents Association whose theme was inclusion: I had the opportunity to meet Eugenia Carfora, the Principal of the Morano School at Caivano, a town located 10 km from Naples. She told of her failures and her successes in being able to give a clean and equipped school to her students, and how every day is like living in the trenches, struggling even with mothers who come to physical threats: her story is told in this video. There was also Sara Ferraioli of Maestri di Strada (Street Teachers), who explained how their work lies in creating relationships, with the kids, with the teachers and with the “social parents”, volunteers who play the role of parents without being such.

Inclusion also entails access to digital technologies, provided that they are not used superficially, but stimulate critical thinking and passion for discovery and learning. GIn the discussion on the digital divide with parents across Europe it seems that the issues are common: little infrastructure and little use in the classroom, and if someone believes that the Government should not promote the use of smartphones in the classroom, others consider it now the equivalent of the pen and the notebook.

Inclusive growth requires the advancement of science and technology to be directed by a purpose, to avoid the risk of widening injustice, social fragmentation and depletion of resources: this aim is individual and collective well-being. The OECD agenda  indicates, as the goal of education, providing knowledge, skills, attitudes and values ​​to make people able to contribute and to enjoy an inclusive and sustainable future. To achieve this goal, three new “transformative skills” have been identified, defined as the creation of new value, reconciliation of tensions and dilemmas, and assumption of responsibility.   Translating the “transformative skills” into the curriculum requires the participation of the entire educational ecosystem: students, teachers, principals, parents, decision makers, researchers, trade unions, social and commercial actors are involved in a co-creation process to define the guidelines of new educational systems.

New educational systems that allow us to face the uncertainty and unpredictability of the future, but where hope and trust in others seem even more indispensable.

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{:it}Slow Tech and ICT – A Responsible, Sustainable and Ethical Approach (recensione libro){:}{:gb}Slow Tech and ICT – A Responsible, Sustainable and Ethical Approach{:}

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“Cari lettori, le tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT) stanno distruggendo la vita delle persone.” Questo è il modo in cui gli autori introducono il libro: nessuno spazio per eventuali interpretazioni errate, il messaggio è forte e chiaro. Ma non sono luddisti o tecno-scettici: propongono una profonda riflessione sul design e l’uso delle ICT centrate sull’uomo. Gli autori propongono un approccio all’ICT responsabile, sostenibile ed etico o, in altre parole, buono, pulito ed equo. Riconoscono i pensatori ispiratori, come Carlo Petrini, fondatore del Movimento Slow Food che contrasta l’ascesa del fast food e della vita veloce e si concentra sul rapporto tra cibo e ambiente, Alexander Langer con la sua riflessione su un nuovo concetto di benessere, basato su uno stile di vita più lento, più profondo e più dolce e la necessità di un cambiamento ecologico che può aver luogo solo se diventa socialmente desiderabile e René von Schomberg che, in quanto policy maker dell’UE, lavora per un’innovazione responsabile socialmente desiderabile, inclusiva e ambientale sostenibile. Le TIC sono buone se mettono gli esseri umani al centro a partire dai loro bisogni e usando un approccio interdisciplinare in base al quale umanista e tecnologo lavorano insieme. È pulito se si prende in considerazione l’impatto sull’ambiente, vale a dire la scarsità di metalli delle terre rare, i consumi energetici dei grandi mega centri e il riciclaggio dei rifiuti elettronici. Infine, è giusto che i diritti umani e la salute e la sicurezza dei lavoratori siano rispettati lungo tutta la catena del valore. Anche per l’istruzione, una buona TIC è importante: il web offre enormi opportunità per migliorare l’accesso alle conoscenze, ma è importante che gli insegnanti aiutino gli studenti a coltivare un modo più profondo di scrivere e parlare e diventare capaci di interagire con strutture complesse, in termini di linguaggio e pensando Gli esseri umani hanno bisogno di tempo per pensare, meditare e discutere: essere in una “modalità di input sempre attivo” può portare a diventare obiettivi passivi dei messaggi e facilmente manipolabili. Questo libro è pubblicato da Palgrave Macmillan con ISBN: 978-3-319-68943-

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“Dear Readers, Information and Communication Technology (ICT) is disrupting people’s lives.” This is the way the authors introduce the book: no space for any misinterpretation, the message is strong and clear. But they are not luddites or techno-sceptics: they propose a deep reflection on the design and the use of human centred ICT. The authors propose an approach to ICT that is responsible, sustainable and ethical or in other words, good, clean and fair. They recognise inspirational thinkers, such as Carlo Petrini, founder of the Slow Food Movement that counters the rise of fast food and fast life and focuses on the relationship between food and environment, Alexander Langer with his reflection on a new concept of well-being, based on a lifestyle that is slower, deeper and sweeter and the need for ecological change that can take place only if it becomes socially desirable and René von Schomberg who as an EU policy maker, works for responsible innovation that is socially desirable, inclusive and environmentally sustainable. ICT is good if it puts human beings in the centre starting from their needs and using an interdisciplinary approach whereby humanist and technologist work together. It is clean if the impact on the environment is taken into account, namely the scarcity of rare-earth metal, the energy consumptions of cloud mega centres and the recycling of e-waste. Finally, it is fairif human rights and the health and the safety of workers are respected throughout the value chain. Also for education, good ICT is important: the web provides huge opportunities to improve access to knowledge, but it’s important that teachers help students to cultivate a deeper way of writing and speaking and to become able to interact with complex structures, in terms of language and thinking. Human beings need time to think, meditate and argue: to be in an ‘always-on input mode’ can lead to them becoming passive targets of messages and easily manipulated. This book is published by Palgrave Macmillan with ISBN: 978-3-319-68943-

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[:it] DIGITAL EDUCATION – Un nuovo paradigma per le sfide di domani[:]

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Venerdi 13 aprile 2018  all’interno del convegno Digital Education dell’Università di Torino, si svolgera il workshop  “Startup Digi Educative” 

A due anni della prima edizione del convegno promosso da Cinedumeia, ci sara’ ancha la seconda edizione del workshop con startup che operano nel campo dell’ educazione e della comunicazione.

Nel 2016 abbiamo dialogato con Paolo Giovine di  PubCoder,  Antonio de Marco di Naboomboo e  Andrea Bolioli di Cross Library.

Nell’edizione 2018 sono stati invitati:  Edoardo Montenegro di Betwyll, MArco Iannacone di Tabletascuola.net, Sonia China di Tinkidoo, Alessio Neri di Fare Media Digitali, Pier Luigi Vona di Fablabforkids e Barbara D’amico di Viz&Chips.

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Lingua, Coding e Creatività (recensione libro)

Ho conosciuto Stefano Penge   l’anno scorso grazie a Rodolfo Marchisio che ci ha coinvolti entrambi in un evento formativo per l’Associazione Gessetti Colorati di Reginaldo Palermo, sul tema coding a scuola. Le nostre posizioni sono  distanti:  l’Associazione DSchola, di cui sono direttrice,   dal 2012 promuove attivita’ sul coding e  Scratch, organizza un festival nazionale addirittura aperto alle superiori e con premi per i vincitori, organizza corsi per bambini delle elementari e per docenti di sostegno:  insomma tutto quello che  Stefano (e molti altri esperti come lui) discute e analizza, soprattutto per proporre alternative.  Sono incuriosita dalle riflessioni sul tema della programmazione come narrazione  e quando Stefano mi ha proposto di collaborare alla sua idea di mostra del coding, ho accettato con interesse.   

Questa è la mia recensione del libro “Lingua, Coding e Creatività”  di Stefano Penge. 

Attraverso la lingua ci rapportiamo al mondo: è uno strumento che prescinde da noi stessi, che ci permette di conoscere gli altri, scoprendo cosa ci unisce e cosa di differenzia. Leggi tutto “Lingua, Coding e Creatività (recensione libro)”