La fabbrica del panico morale

La fabbrica del panico morale

Jean Honorè Fragonard, La lettrice, 1776

La prima volta che ho sentito l’espressione “panico morale” è stato forse una decina di anni fa, leggendo il report di Sonia Livingstone sulla ricerca EU Kids online, che investigava l’uso di Internet da parte dei ragazzi europei dai 9 ai 13 anni: un campione di 25000 ragazzi in 25 paesi. Nonostante le sue attività di ricerca e divulgazione siano sempre state improntate a ridimensionare gli allarmi ingiustificati, richiamando gli adulti alle loro responsabilità educative e difendendo gli interessi dei bambini, la Livingstone non ha ancora convinto le famiglie che i ragazzi — nella stragrande parte dei casi — sono abbastanza consapevoli di quello che fanno in rete e non hanno grossi problemi. L’incontro con l’orco attraverso il web e i social è un evento gravissimo ma fortunatamente molto raro ma questa continua ad essere la paura più grande dei genitori, e più in generale della società. E’ indispensabile l’accompagnamento degli adulti, la costruzione di una relazione continua fra i ragazzi e la famiglia per impostare un’educazione al digitale fin da piccolissimi.

Ma il panico morale in consiste? Senza nessuna pretesa ho provato a documentarmi un po’ e se partiamo dalla caccia alle streghe, il panico morale mi pare funzionale a creare il “nemico” su cui catalizzare insoddisfazione, frustrazione e identificazione di un capro espiatorio che permetta di rimettere le cose “a posto”, individuando il bene e il male, i buoni e i cattivi.

Il sociologo Stanley Cohen utilizza per primo il termine “panico morale” nel 1972 e lo definisce come

“condizione o evento in cui una persona o un gruppo di persone finisce per essere indicato come una minaccia ai valori della società e ai suoi interessi”.

Secondo Erich Goodee Nachman Ben‐Yehuda autori del libro “Moral Panics: The Social Construction of Deviance, Second Edition”, i fenomeni di panico morale sono caratterizzati da preoccupazione per gli effetti del gruppo o dell’attività , ostilità verso il gruppo identificato, consenso dei difensori morali, disproporzionalità delle azioni

Ci sono tanti esempi di “demonizzazione” nella storia più o meno recente… e alcuni panici morali sembrano oggi totalmente incomprensibili, perché superati, assimilati o semplicemente dimenticati.

La donna che legge

Gioacchino Toma, La lettrice, 1870

In questo bel post del 2015 di William Savage, autore di libri gialli storici ambientati in Inghilterra ci racconta del terribile pericolo rappresentato delle prime librerie circolanti alla fine del ‘700. Si trattava di vere e proprie aziende commerciali che facevano pagare caro l’abbonamento e per cui inizialmente i libri erano accessibili solo alle nobildonne o ricche borghesi. I racconti romantici ebbero subito un grande successo e vennero denigrati per la scarsa qualità letteraria, le trame tutte uguali, gli errori, il numero eccessivo di uscite. L’immoralità delle storie raccontate in cui avvenenti donne di classi inferiori si innamoravano di gentiluomini e accedevano ad una vita più felice, ma soprattutto il tempo che le donne dedicavano alla lettura venne presto percepito come un potenziale pericolo. Un vescovo di Londra del 18° secolo arrivò a collegare la lettura dei romanzi con la prostituzione, l’omosessualità e la crescente prevalenza dei terremoti! Successivamente considerati inutile e improduttivi si arrivò alla proposta di tassarli:

“Perché allora, in nome del senso comune, un bene così inutile e pernicioso, di cui siamo sommersi, dovrebbe essere esente da dazi, mentre il necessario veramente utile della vita è tassato al massimo grado? Una tassa solo sui libri di questa descrizione (perché i libri di reale utilità dovrebbero sempre circolare liberi come l’aria) porterebbe una somma molto considerevole per il servizio del governo, senza essere imposta ai poveri o agli operai”.

I fumetti

Federico Faruffini, La lettrice o Clara, 1865

In questo articolo, pubblicato da Valigia Blu a cura di Viola Nicolucci e Tiziana Metitieri, leggo invece del panico morale prodotto dai fumetti, intorno agli anni ’40 — ’50.

“Tutti i bambini tossicodipendenti e tutti i bambini coinvolti nel traffico di stupefacenti, con i quali abbiamo avuto contatti, erano lettori incalliti di fumetti

Le due frasi virgolettate furono scritte dallo psichiatra Friedric Wertham, che fu tra i più agguerriti anti-fumetti ed era ossessionato dalle perversioni di Superman, Batman e Wonder Woman. Con il simposio sulla psicopatologia dei fumetti nel 1948 di cui fu promotore e il libro “La seduzione dell’innocente” del 1954, condizionò il dibattito pubblico e contribuì a promuovere legislazioni restrittive sulla vendita dei fumetti e dichiarazioni allarmistiche da parte di organizzazioni di genitori, insegnanti e di tutela dei minorenni.

La parte ancora più grave è che Wertham essendo uno scienziato doveva dare delle evidenze per le sue dichiarazioni: ma secondo le indagini di Carol Tilley, storica dei fumetti, dimostrano che i risultati delle ricerche furono manipolati e infondati.

La musica

Charles Burton Barber, Lettrice, 1879

Cohen ha coniato il termine “moral panic” proprio analizzando gli scontri fra le bande di mods e rockers in Gran Bretagna negli anni 60, che forse un po’ ingigantiti dai media – come non avete visto Quadrophenia? — facevano sentire in pericolo la consolidata cultura dei genitori.

Steve Williams, sociologo dell’università dell’Indiana, fa una breve sintesi del panico morale connesso alla storia del Rock‘n’Roll fra gli anni ’50 –’90 negli Stati Uniti.

Se guardiamo alla base del rock ’n’ roll la formula è fondamentalmente il blues afroamericano con un po’ più di velocità ed elettricità. Poi aggiungi basso e batteria, e improvvisamente hai qualcosa di nuovo. È stato creato originariamente da musicisti neri, Chuck Berry, Little Richard, ecc. Molto rapidamente fu cooptato anche da musicisti bianchi, e divenne, e più o meno lo è stato da allora, un fenomeno bianco — il rock ’n’ roll.

Il panico morale del rock era collegato al razzismo: al fatto che la musica nera potesse coinvolgere giovani bianchi e neri, che ballavano insieme ad un ritmo sensuale. Verso la fine degli anni 50 ci furono una serie di eventi che “spensero” il rock per un po’, musicisti neri morti in un incidente aereo, Presley al servizio militare e quindi la musica ritornò ad essere quella tranquillizzante di Neil Sedaka.

Verso la metà degli anni ’60 con il ritorno della musica folk, grazie a Woody Guthrie e Joan Baez e più tardi, Bob Dylan le canzoni non parlavano solo più d’amore. Nel 1964 la “British invasion” porta le band inglesi in US: The Beatles, Rolling Stones, The Kinks, The Who parlavano di politica e di amore libero, I musicisti ammettevano di fare uso di droghe psichedeliche per aprire le loro menti. La musica era la lingua che univa le movimentazioni studentesche: la seconda ondata del movimento delle donne, la continuazione del movimento per i diritti civili, la controcultura in generale e il movimento contro la guerra. Negli anni ’70 comincia a diffondersi la disco music, e il movimento hippie si trasforma nella new age, non si scende in piazza per cambiare il mondo, ma si punta a cambiare sé stessi attraverso la meditazione. La crisi petrolifera dà uno scossone all’economia: i giovani che non vogliono andare a lavorare in fabbrica, prendono una chitarra elettrica e urlano la loro rabbia e impotenza con la musica punk: il panico morale ora è legato all’anarchia. La musica punk si trasforma e perde la carica sovversiva molto presto, mentre più o meno dalla metà degli anni ’80 il rock si trasforma in hip hop e poi in rap, anzi in gangsta rap. Negli anni 90, il rock diventa grunge, un rock che ha perso le sue battaglie ed è rassegnato; è anche un rock attento al genere e all’orientamento sessuale: nascono le band femministe punk come Riot Girl. In Italia il panico morale è suscitato dalla trap e le sue derivazioni per i testi sessisti e violenti: anche se la presenza di Achille Lauro a Sanremo forse ha ormai sdoganato pure quello.

Naturalmente ci sono molti altri esempi di panico morale, in alcuni casi episodi legati a singoli eventi ed altri che hanno avuto ricadute anche gravi: pensiamo all’ostracismo verso i malati di AIDS (e qui Philadelpia non lo vogliamo citare?) e poi la cultura gender e l’omofobia, l’islamofobia, la paura verso i migranti, i social media e i videogiochi.

Ma chi ci sono i beneficiari del panico sociale? Questa ipotesi mi pare interessante

Molti sociologi hanno osservato che coloro che sono al potere, in ultima analisi, traggono beneficio dai panici morali, poiché questi portano ad un maggiore controllo della popolazione e al rafforzamento dell’autorità. Altri hanno commentato che i panici morali offrono una relazione reciprocamente vantaggiosa tra i media e lo stato. Per i media, parlare di minacce che diventano panico morale aumenta il numero di spettatori e fa guadagnare soldi alle organizzazioni giornalistiche. Per lo stato, la creazione di un panico morale può essere motivo di emanare leggi che potrebbero sembrare illegittime senza la minaccia percepita al centro del panico morale. (a cura di Niki Lisa Cole per Thoughco.com)

(I quadri sulle donne che leggono mi sono stati suggeriti da questo articolo)

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