Un gioco per conoscere il mare

Sono molto feliche che la rivista International Information & Library Review  -abbia accettato il mio articolo nella Digital Heritage Columns

L’articolo descrive il processo e il gioco sviluppato per il Responseable Project – e ha l’obiettivo di aumentare la conoscenza e la consapevolezza di come i nostri comportamenti influenzano il mare

L’articolo è scaricabili qui

Il Gioco è scaricabile qui

Sono molto interessata ai vostri commenti.

Donne e lavoro: perché il divide di genere non aiuta?

In quest’ultimo anno abbiamo visto l’effetto della campagna #metoo. Donne famose e di successo hanno trovato nel movimento la forza di denunciare le violenze fisiche e psicologiche di uomini potenti: il clima è ancora pesante, le donne di #metoo sono state accusate da altre donne di essere ipocrite e di non saper distinguere un corteggiamento da un abuso. Per questo la cosa più interessante degli Stati Generali della TV delle ragazze sono stati proprio i mini tutorial per aiutare gli uomini (e forse anche le donne) a capire quando si superano i limiti.

Le donne stanno quindi rafforzando il proprio ruolo nella società?

Non esattamente. Secondo l’edizione del Global Gender Gap 2018, al ritmo attuale di cambiamento, ci vorranno 108 anni per chiudere il divario di genere complessivo e 202 anni per avere la parità sul posto di lavoro.

La nota positiva è che rispetto al 2017, anno in cui il divario di genere era addirittura aumentato, nel 2018 c’è stato un miglioramento marginale, soprattutto nell’ambito economico in cui si è ridotta la distanza verso il reddito degli uomini.

Le donne stanno uscendo dal mondo del lavoro a un ritmo più elevato, perché l’automazione ha un impatto maggiore sui lavori tradizionalmente svolti da loro (come già previsto da un altro rapporto OCSE sul futuro del lavoro) e come se non bastasse, sono sotto rappresentate nei settori più promettenti dell’economia che richiedono competenze e conoscenze STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica).

Secondo il Women in Digital scoreBoard della UE, il rapporto fra specialisti ICT è 1 donna su 6 e 1 su 3 per laureati STEM, e nel settore ICT le donne guadagnano quasi il 20% in meno rispetto agli uomini. Finlandia, Svezia, Lussemburgo e Danimarca sono Paesi con un più alto punteggio per Women in Digital, mentre Bulgaria, Romania, Grecia e Italia registrano il punteggio più basso.


Divario di genere: ancora?

I report OCSE sul divario di genere registrano un peggioramento complessivo dell’Italia nel triennio 2016 al 2018: siamo passati dalla posizione 50 alla 70 su 149 Paesi (ma nel 2017 eravamo alla 82). Questo numero è il risultato di vari indicatori organizzati in 4 macro aree: partecipazione all’economia, partecipazione politica, educazione e condizione sanitaria.

L’educazione è l’area dove il divario di genere è minore in tutti i Paesi esaminati: forse un po’ dobbiamo ringraziare Malala Yousafzai, premio Nobel nel 2014, quando aveva 15 anni, che ha rischiato la vita per affermare il suo diritto e quello di tutte le donne all’educazione. Se non imparano a leggere e scrivere, le donne sono doppiamente emarginate perché non possono usare Internet: secondo il report sul mobile gender gap, nei Paesi a basso reddito, le donne che possiedono uno smartphone sono il 10% in meno degli uomini e il 23% in meno ad accedere alla Rete. La barriera principale all’uso mobile di internet è la mancanza di competenze.

Per l’Italia le studentesse sono a rischio maggiore di dispersione scolastica rispetto ai loro colleghi maschi: le donne adulte con licenza di scuola primaria e secondaria sono un po’ meno degli uomini, tranne che per l’educazione superiore, dove nella fascia 25-54 sono laureate il 17.4 delle donne rispetto al 12.7 degli uomini. Ma se guardiamo al personale impiegato nella ricerca, le donne sono un po’ meno della metà degli uomini (34,6 verso 65,4). Questi dati sono abbastanza costanti nel tempo e non sono certo una specificità italiana: una recente ricerca pubblicata da Nature, dimostra che negli Stati Uniti per metà delle donne la nascita del primo figlio coincide con la fine del lavoro a tempo pieno.

Intelligenza Artificiale: ancora poche le donne che ci lavorano?

L’approfondimento del Global Gender Gap 2018 è rivolto alle nuove professioni legate al settore dell’Industria 4.0 e in particolare all’Intelligenza artificiale, considerata la tecnologia più promettente del settore. Secondo l’indagine Linkedin, le donne che lavorano in questo settore sono il 22% a confronto del 78% di uomini: e qui finalmente una buona notizia per l’Italia, che insieme al Sud Africa e a Singapore ha la quota più alta di donne nel settore, ben il 28%!

Secondo gli esperti, l’intelligenza artificiale avrà un impatto sull’industria pari a quello che ha avuto l’elettricità nel secolo scorso e ogni aspetto dell’intelligenza che possa essere descritto in modo preciso potrà essere simulato alle macchine: queste due citazioni sono interessanti perché a riportarle è una venture capitalist di 14 anni, Taarini Kaur Dang, che scrive su Forbes e spiega perché si tratta di una tecnologia così pervasiva e importante che ci cambierà la vita.

Abbiamo bisogno di cambiare vita, perché il nostro modello attuale non è sostenibile: secondo l’OMS si prevedono 250 mila morti ogni anno per i prossimi 20 anni, con intensificarsi di ondate di calore, incendi causati dalla siccità, piogge intense, allagamenti costieri, nuove malattie causate dalla pessima qualità dell’aria e l’Italia per varie cause è particolarmente esposta a questi rischi. Greta Thunberg ha 16 anni ed è un’attivista che con caparbietà è riuscita a far arrivare la sua voce fino ai piani più alti del potere mondiale. Lei ha le idee chiare su come il tema del riscaldamento globale sia un problema economico e di equità.

Il progetto europeo Smart Space a cui collaboro, ha l’obiettivo di aiutare le aziende nella transizione verso la manifattura intelligente: in quasi tutti gli ambiti produttivi, le donne sono la maggioranza nel settore del controllo qualità, perché hanno una manualità più precisa ma come tutti i settori dove la presenza umana è critica ed intensiva, ci sono ampi spazi per ottimizzare, ad esempio grazie a sistemi di visione artificiale. La riduzione dei costi e una maggiore efficienza, grazie all’uso delle tecnologie, spesso è quello che fa la differenza fra un’azienda viva ed una che chiude.

Il futuro è nelle mani di ragazze come Malala, Taarini e Greta che avranno il difficile compito di conciliare le sfide economiche, ambientali e sociali, ma che hanno già vinto la loro prima battaglia: quella di farsi ascoltare.

Articolo pubblicato su TechEconomy l’8 marzo 2019

Domani è già oggi

Dopo il successo dell’edizione 2017, Domani è già oggi – un evento di Rosa Digitale, torna anche quest’anno: per appassionarsi alle STEAM – Science, Technology, Engineering, Art e Mathematics, i migliori tutor sono gli studenti stessi che guideranno laboratori specializzati per gli studenti più piccoli, con l’obiettivo di contrastare le disuguaglianze di genere a partire dalla scuola.

Grugliasco, 5 marzo 2018 dalle 8.30 alle 12.00 Leggi tutto “Domani è già oggi”

#TIM la sua soddisfazione è il nostro miglior premio

Sono stata cliente Telecom/Tim per più di trent’anni per la telefonia fissa, ma mai utente linea dati: da più di venti anni utilizzo altri Internet Service Provider.

Per serie di sfortunati eventi il 4  dicembre 2016 decido di acquistare la SMART FIBRA di TIM. Niente di più semplice: comunico al mio provider l’intenzione di scindere il contratto e faccio la semplice procedura sul sito online di TIM. Una volta compilata la domanda compare una videata che dice “ORA NON DEVI FARE PIU NULLA” ,ma non si riceve nessuna mail di conferma o di ringraziamento. Come ho detto sono cliente dagli anni 80 e ho la “bolletta” domiciliata e mai un ritardo nel pagamento – ovvero TIM ha tutti i miei dati già in suo possesso.  Dopo una settimana di silenzio trovo uno spiraglio per contattare la TIM, il customer care su TWITTER!  ovviamene sono subito invitata a proseguire dicussione in privato e cosi’ inizia conversazione con   @TIM4USara. Faccio la mia prima richiesta l’8 dicembre dando come riferimento il numero di telefono fisso (ok e’ festa) pensando che da li sia facile per loro ricostruire la mia storia. Ricevo una risposta il 9 e mi chiedono  il codice fiscale dell’intestatario – ripeto hanno gia’ tutto, compreso il cc bancario.  Due giorni in cui sollecito  e non ho nessuna  risposta.

 

 

Confesso che non ho capito subito. Quale print? quale scontrino? ho fatto tutto online! Leggi tutto “#TIM la sua soddisfazione è il nostro miglior premio”

Scuola e lavoro devono parlare la stessa lingua?

La Ministra Valeria Fedeli ha presentato nella sua audizione alle camere del 27 gennaio fa le linee programmatiche del suo dicastero per i prossimi mesi. La Ministra ne ha ripreso alcuni passaggi nel suo recente intervento a Torino, in occasione del 60 anniversario della Scuola di Amministrazione Aziendale il 24 febbraio 2017, durante l’incontro intitolato “Scuola e lavoro, parlano la stessa lingua?”

L’incontro è stato aperto dal Rettore dell’Università di Torino e dalle Assessore all’Istruzione della Regione Piemonte e della Città di Torino. La presenza di tre donne è stata lo spunto per collegarsi alla proposta di riequilibrare i programmi scolastici inserendo eccellenze femminili. Nell’audizione è indicata l’intenzione di “far crescere il rispetto fra donne e uomini”: non si tratta di una questione secondaria in questo momento storico, in cui leader mondiali come Putin e Trump approvano leggi mirate a ridurre l’autonomia delle donne e in Italia ci sono decerebrati che insozzano una persona splendida come Bebe Vio.

“Ponti spezzati” e “tessuti strappati” sono state le metafore utilizzate per indicare il rapporto fra il mondo dell’educazione e il mondo del lavoro, tema centrale dell’incontro. Lavoro e scuola non parlano la stessa lingua e forse non devono necessariamente farlo, ma devono condividere lo stesso obiettivo. Quale dev’essere l’obiettivo quindi? L’acquisizione di competenze spendibili nel mondo del lavoro? La formazione di cittadine e cittadini consapevoli? Si tratta di due obiettivi disgiunti?

Il dato più drammatico del nostro Paese è la disoccupazione giovanile che supera il 40%. Secondo l’ultimo rapporto OCSE, presentato a Roma il 15 febbraio, in Italia abbiamo pochi giovani (la popolazione con meno di 15 anni è il 14% contro il 18.3 della media OCSE), pochi laureati (17,5% contro il 33,6%), una spesa per studente universitario bassa ma al tempo stesso la più alta percentuale di laureati disoccupati. Le lauree professionalizzanti danno buoni risultati in termini di occupazione ma sono ancora poco diffuse – soprattutto fra le ragazze – come pure i contratti di apprendistato: educazione e scuola sono mondi ancora distanti.

L’Alternanza Scuola Lavoro (ASL), valutata molto positivamente dall’OCSE che a regime coinvolgerà 1 milione e mezzo di studenti delle scuole superiori (Licei inclusi, cosa che non trova tutti d’accordo) e che sarà estesa alle Lauree professionalizzanti, sembra essere uno strumento utile per ricostruire questo ponte spezzato. La Ministra Fedeli ha tenuto a sottolineare che l’obiettivo dell’Alternanza non è trovare un lavoro ma aiutare gli studenti a costruirsi competenza e conoscenza su mondi esterni. Non si può comunque ignorar il tessuto produttivo italiano, fatto prevalentemente di piccole e medie imprese che hanno limiti strutturali nell’accoglienza delle studentesse e degli studenti. E’ auspicabile che la cabina di regia dell’ASL utilizzi questa fase preparatoria per raccogliere dati ed esperienze, per capire cosa ha funzionato e cosa invece no, e che oltre a concretizzare rapidamente la promessa Carta dei diritti degli studenti in ASL, supporti le aziende e le scuole, nell’individuare modelli efficaci affinché ai ragazzi venga offerta una reale opportunità di crescita e non qualcosa di diverso.

Fedeli ha rivendicato il primato di questo governo nell’aver investito 3 miliardi nella scuola e aver affrontato la stabilizzazione dei precari. Mettere al centro le persone significa anche che il successo della Buona Scuola andrà misurato su quanto riuscirà a ridurre le diseguaglianze nelle scuole del Paese . Il richiamo all’Agenda 2030 delle Nazioni Unite e all’obiettivo 4 “Educazione di qualità” non deve far pensare solo ad un contesto globale, ma dovrà guidare l’azione del governo soprattutto verso quel milione di bambini e adolescenti in situazione di povertà economica ed educativa che si trovano prevalentemente in Campania, Calabria, Puglia e Sicilia.

Fra le molte cose non citate nell’incontro, il Piano Nazionale Scuola Digitale. Forse non è stato considerato un tema pertinente.

E’ necessario ribadire che gli investimenti in dotazioni tecnologiche, rischiano di restare sottoutilizzati. Non si può immaginare di fare una didattica innovativa che utilizzi tecnologie digitali senza una connettività adeguata (intesa anche come wifi in classe). Dare alle scuole l’accesso alle reti a banda larga a condizioni sostenibili è il primo investimento da fare e non si può pensare di lasciare alle singole scuole l’iniziativa, perché in alcuni casi non è strutturalmente possibile, per le condizioni di contesto.

Le resistenze culturali a cambiare il modo di fare lezione sono ancora molto forti ed è necessario un cambiamento culturale. Non è solo un problema italiano: nel suo libro The Class, Sonia Livingstone che ha seguito per un intero anno a Londra una classe di tredicenni a scuola e anche a casa per indagare il loro rapporto con il digitale, descrive lezioni in cui quando va bene la lavagna interattiva è usata come proiettore. A differenza di qualche anno fa, oggi gli insegnanti sanno utilizzare meglio strumenti digitali e per questo è necessario ragionare su modalità di sviluppo professionale diverse da affiancare alla formazione: si tratta di una sfida che deve passare anche attraverso nuovi modelli organizzativi e nuove figure professionali.

A Torino pur non essendo previsto uno spazio domande, è stata data la possibilità al coordinamento ricercatori precari di un breve incontro con la Ministra dopo la fine dell’evento. Rispetto e ascolto sono concetti ricorrenti nell’audizione e senza dubbio elementi necessari e fondamentali per quei ponti, che se non proprio spezzati, sembrano pericolanti.

Mettiamoci in gioco

 

Il Creative Europe Desk Italia Media e Film Commission Torino Piemonte hanno organizzano il convegno “Mettersi in gioco”  il 21 febbraio 2017 dalle ore 11 (presso la Sede di Via Cagliari 40 a Torino).

E’ stata l’occasione per parlare dell’industria dei videogiochi in Italia, delle opportunità di finanziamento e soprattutto parlare di convergenza tra filiere nel settore creativo e innovativo.

Dopo i saluti di  Silvia Sandrone, Creative Europe Desk Media Italia, è partita la tavola rotonda moderata da EMilio Cozzi, giornalista del Sole24ore a cui ho partecipato insieme a   Marco Mazzaglia, T-Union; Federica D’Urso, Analista dei media e consulente Direzione Generale Cinema, Mibact, Thalita Malagò, AESVI | Associazione Editori Sviluppatori Videogiochi Italiani; Massimo Arvat, Aprodoc | Associazione Piemontese Produttori Documentari.

Si è parlato del bando Creative Europe e di come potrebbe essere modificato per rispondere meglio alle esigenze degli sviluppatori di videogiochi, della nuova legge sul cinema che introduce nuovi contributi anche per i  videogiochi. scoltare dalla voce di Thalita Malagò i risultati della terza indagine di AESVI sull’industria dei videogiochi in Italia. 

Le slide che ho presentato sono qui ; ho raccontato  la storia del progetto europeo BooGAmes, della nostra proposta per un curriculum sul videogioco a scuola, di  JamToday e di ResponSEAble

Questa è stata l’occasione pubblica per presentate  T-Union e Aprodoc, perché l’obiettivo di questa giornata è  favorire maggiori interazioni e collaborazioni fra videogamer e documentaristi.

 

 

Using Social media in the Classroom: a best practice guide (recensione libro)

Questa e’ la mia recensione
Using Social media in the Classroom: a best
practice guide Written by Megan Poore, Australian National
University

for Media and Learning September 2016

Questo libro è rivolto a insegnanti che sono alla ricerca di  guida ben strutturata  all’introduzione di strumenti di social media nella loro attività quotidiana. Non è un manuale in quanto tale perché l’autore, Megan Poore, è un’insegnante australiana con esperienza nella formazione degli insegnanti e intende fornire principi generali su come utilizzare questi strumenti tenendo conto di obiettivi chiari,  centrati sulle capacità e sui bisogni degli studenti. I principianti sono guidati nella loro scoperta delle virtù dei social media attraverso quattro capitoli: Getting Started: Gli essenziali, The Big Four, Arricchisci la tua pratica e Contesti sociali. È probabile che i praticanti e i principianti trovino questo libro utile. Questa seconda edizione, pubblicata nel 2016, utilizza gran parte degli stessi contenuti dell’edizione 2012 e include anche due nuovi capitoli sui giochi educativi e l’apprendimento mobile.

Questa guida è accompagnata da un sito web d supporto che
fornisce molti link utili.

This book was published by Sage in 2016 (ISBN: 9781473912786)

Furtare e collavorare

Oggi ero alle poste per ritirare un pacco: nell’attesa leggo un avviso, relativo al fatto che a settembre sono stati derubati e fanno riferimento a oggetti “furtati”… qualcuno ha cancellato “furtati” e ha corretto con “trafugati”. La domanda se “furtare” esiste e’ già stata affrontata da Treccani  che lo ritrova addirittura nel Boccaccio.

Cosi mi ritorna anche in mente “collavorare”   adoperata da Nicola Palmarini nel saggio Lavorare o collaborare? Networking sociale e modelli organizzativi del futuro (Egea, 2012) e inserita da Terccani nei neologismi del 2014.  Basta davvero inventarsi una parola in un libro e citarla in un articolo di giornale per diventare un neologismo?

Dopo rottamare, rosicare, quest’anno Zingarelli include selfie e svapare..

#dilloinitaliano  e va bene, ma non è così semplice 🙂

 

Boo-Games Sviluppare l’industria europea del gioco digitale

Dal 2012 lavoro al progetto Boogames, Boosting the European Game Industry, che ha come obiettivo lo sviluppo dell’industria del videogioco in Europa.  In questi due anni, è cambiata molto la percezione del videogame in Italia, e oggi se ne parla anche sui quotidiani. Ecco il bell’articolo che Simone Arcagni firma oggi su Nova- inserto del sole 24 ore, con una mia intervista.

Gaming in network NòvaBoo-Games – Boosting the European Games Industry nasce nel 2012 ed è un programma europeo per sostenere l’industria del gioco. Come dichiara lo stesso progetto: “In particolare si concentra sulle sfide che gli amministratori ancora non conoscono a fondo o che già affrontano poiché, visto l’impatto economico e sociale dei giochi digitali, le questioni relative al settore fanno ormai parte dei programmi politici.”

Alla base c’è l’idea di creare un network e uno scambio tra regioni europee dividendole (in fatto di industria del game) tra quelle “sviluppate” e quelle “apprendiste”. Non si tratta di un progetto tecnologico in senso stretto, quanto di un vero e proprio scambio di conoscenze, modi, strategie: l’attenzione è quindi rivolta alle politiche più che alle tecniche. La prima parte del progetto – come ci spiega Eleonora Pantò, Learning, inclusion and social innovation program developer di Csp Piemonte e referente del progetto Boo Games – è stata quella di affrontare le analisi territoriali: si è quindi approntata una mappa regionale. L’area di Parigi, per esempio, è risultata tra le più attive potendo contare su un incubatore digitale, Cap Digital, con un ramo specializzato nel gioco (Digital Games) molto attivo  e un evento internazionale come Game Paris”. Anche l’Olanda ha delle eccellenze in questo campo, per esempio il Dutch Game Garden, incubatore dell’industria del gaming della città di Utrecht. L’incubatore di idee e di talenti sembra essere una delle formule più sviluppate e tra quelle preferite nelle politiche regionali; e infatti si segnalano incubatori particolarmente attivi nel mondo del gaming anche a Stoccarda e a Karlshrue dove è attivo il GEElab Europe, un incubatore ma soprattutto un vero e proprio centro di ricerca e sviluppo sul gaming.

Questa prima fase è stata fondamentale per capire quali regioni sono attive, e quindi se possono contare su corsi universitari attivati, se sono state realizzate delle politiche fiscali mirate al settore, se sono stati organizzati contest e così via. I risultati di questo screening europeo per i game sono stati raccolti in una pubblicazione, una “Guida alle buone pratiche” che può essere liberamente consultata sul sito di Boo Games. Esiste, inoltre, anche un “Boo Games Regional Analysis Report”, anche quello consultabile liberamente sul sito.

Finita questa prima fase ora Boo Games si sta preparando al secondo step: l’implementazione. Ogni regione deve scegliere un modello tra quelli selezionati, farlo proprio, modificarlo per renderlo accessibile alle proprie specificità e quindi implementare. Al momento si sono attivate Malta e Sofia che hanno scelto i modelli di riferimento e stanno quindi lavorando per trasferire le pratiche. Malta ha scelto il modello della scuola interdisciplinare di Salisburgo e il sistema di voucher, e quindi un sostegno economico che prevede l’accesso ai giovani a piccoli finanziamenti mirati all’acquisto di macchinari, consulenze o salari per sviluppare un progetto di gaming. Mentre Sofia guarda al modello del serious gaming di Coventry (Serious Gaming Institute). Orientandosi così verso lo sviluppo di game in cui alla componente ludica se ne affianca una formativa.

Tra le Regioni che hanno partecipato alle attività di Boo Games è rappresentata anche l’Italia con l’Umbria e il Piemonte. Referente per Csp che collabora con la Regione Piemonte è Eleonora Pantò che spiega come il Piemonte non abbia ancora scelto la pratica. E’ ancora nella fase del rapporto teorico sulla trasferibilità, la fase in cui si riuniscono gli stakeholder regionali e si pensa a modelli da adottare (un incubatore?). Intanto si sono organizzate manifestazioni sul modello delle Game Jam internazionali che hanno riunito produttori, sviluppatori e studi interessati. Incontri informali per scambiare idee, progetti e per fare network. La difficoltà a reperire fondi – spiega Pantò – è tanta, così come difficile è cercare di convincere gli investitori (pubblici e privati) che quello del gaming non è solo un settore in crescita in tutto il mondo, ma è anche un settore potenzialmente molto vasto che comprende diversi aree e campi. Come nel caso del serious game che ha a che fare con ambiti come l’educational e l’informazione e che, come a Torino stanno provando a fare, può avere a che fare anche con la riabilitazione cognitiva.

– See more at: http://nova.ilsole24ore.com/progetti/gaming-in-network#sthash.HW1t45CK.dpuf

L’industria – appunto – ancora non c’e’, ma cominciano ad esserci percorsi universitari  – come dimostra l’evento New Game Designer organizzato dal Laboratorio Pong dell’Università di Milano il 1 luglio 2014, a cui CSP è stato invitato dal prof. Maggiorini, mentre a Genova la Film Commission ha deciso che investirà per far partire un incubatore specifico sul videogioco e l’ha annunciato organizzando  uno specifico evento  – Game Happens.

New Game Designer
Lo Stand T-Union – CSP al NGD

Federico Fasce, durante la sua presentazone al Game happens
Federico Fasce, durante la sua presentazione al Game happens

Anche l’AESVI, l’Associazione Italiana degli sviluppatori di videogioco, ha capito che gli sviluppatori indipendenti in Italia cominciano a costituire una massa critica e ha avviato un programma ad hoc per favorire la loro presenza all’estero, e ha ri-lanciato un censimento nazionale in collaborazione con Università Bocconi. Oltre alle Game Jam che si susseguono e moltiplicano,  in autunno sono previsti eventi interessanti a Milano (Games Week e Italian GAme Developers Summit)  ma qualcosa si sta muovendo anche a Torino: oltre al tradizionale appuntamento con la VIEW Conference, che quest’anno vira dalla computer graphics al video game, ci potrebbero essere delle interessanti novità. Torino potrebbe essere un interessante caso di studio, a partire  dalla  T-union, un gruppo di  microaziende che grazie all’intuizione di Marco Mazzaglia, evangelist e veterano del settore, che sta cercando di costituirsi come un’entità unica, in grado di moltiplicare le potenzialita’ dei singoli. Grazie a BooGames abbiamo avuto l’opportunità di conoscere  tante interessanti esperienze in giro per l’Europa, di incubatori, fiere e contest che sostengono questo settore che riserverà sicuramente interessanti sorprese in futuro.

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L’incubatore Perfekt Futur di Karlruhe dentro una ex stazione ferroviaria

Biblioteche scolastiche e banda larga

Nel libro “Un Millimetro più in la”, Marino Sinibaldi intervistato da Giorgio Zanchini, si definisce ultrademocratico e cita Rodari “tutti gli usi della parola a tutti”. Il libro mi e’ piaciuto molto ma questo e’ il passaggio che ho apprezzato di più:

“[.. ]bisogna in tutti i modi permettere l’accesso di tutti ai prodotti e ai consumi culturali. Combattere (anzi rimuovere come dice il bell’articolo 3 della Costituzione) tutti gli ostacoli, tutti i divides, vecchi e nuovi. Ti indico due strumenti che sembrano stellarmente lontani nella storia dell’umanità: banda larga e biblioteche scolastiche. Forse e’ superfluo dire perché tutti i ragazzi italiani dovrebbero essere aiutati ad accedere liberamente, velocemente,economicamente alla Rete (però non vedo in giro un grande impegno a realizzare questo semplice obiettivo). Ma quello delle biblioteche scolastiche è un tema colpevolmente sottovalutato, non si fa nulla per arricchirle, quelle che ci sono rischiano di scomparire. Quando arrivai al ginnasio mi spiegarono che c’era una biblioteca e che ogni studente poteva indicare due libri da comprare per arricchirla. [..] Arrivavi a scuola e ti chiedevano di scegliere due libri. Significava dichiarare a un ragazzo l’importanza del luogo e dei libri”.

 

Condivido con Sinibaldi,   il ricordo di due libri  della biblioteca scolastica (no a noi non era richiesto di suggerire i titoli) in particolare: uno era I persuasori occulti di Vance Packard e l’altro era Elementi di Semiologia di Roland Barthes.  La biblioteca era il luogo centrale della scuola: si tenevano le riunioni del consiglio di Istituto. Si faceva anche teatro, ad esempio La lezione di Ionesco, con la regia di Massimo Scaglione.

Il tema delle biblioteche scolastiche è molto caro anche a Gino Roncaglia, che come Sinibaldi non vede una contrapposizione fra l’online e l’offline.

Entrambi riconoscono che il modo di leggere e’ cambiato: Sinibaldi ne fa più una question antropologica  “le dimensioni del tempo e della concentrazione stanno completamente mutando”   e sull’attenzione cita il prologo del Faust, in cui l’Impresario lamentava le condizioni in cui la gente arrivava a teatro ” Uno che arriva spinto dalla noia/ un altro appesantito da un pranzo luculliano/ e non pochi, può esserci di peggio?/hanno letto da poco un quotidiano” … si perché la lettura del quotidiano era considerata un’esperienza che turbava la sensibilità  e la concentrazione, oggi sembra un atto impegnativo e apprezzabile. Roncaglia invece sostiene che siano necessari  interventi di promozione della lettura digitale, attraverso  un migliore design delle tecnologia di lettura , sostenendo l’interoperabilità delle piattaforme, con particolare riferimento agli ambiti scolastici e universitari per i contenuti di apprendimento ” e andrebbe affiancato da una specifica attenzione verso le capacità delle piattaforme prescelte di garantire la diversità e la pluralità dell’offerta e di favorire la produzione e la fruizione di forme di testualità complessa e articolata.”

Il tema della complessità torna in un altro intervento di Roncaglia, che la rivendica per l’architettura interna dei contenuti sul web,  per non arrendersi ad un “Internet che ci rende stupidi”, fatto di frammenti che si focalizzano esclusivamete sugli aspettti di “conversazione”. Roncaglia ritiene che biblioteche e bibliotecari debbano controbilanciare la tendenza alla frammentazione per riconquistare una capacità di aggregazione e organizzazione, anche attraverso i strumenti di “content curation”  come scoop.it, paper.li, storify che come sostiene Linda D Behen, possono dare un nuovo ruolo alle biblioteche scolastiche.

 

The original  photo  is by Monica Bargmann  – Library Mistress -licence https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0/ ThankS